La vera censura.

Voi che almeno una volta avete pensato di fare i giornalisti: leggete questo post.


E sappiate che questa è la regola, non l’eccezione. Io sono uno dei giornalisti più liberi che conosco, ma solo nell’ultimo hanno ho avuto censure scrivendo della Scala, della Pirelli, delle acque minerali, delle compagnie aeree, di Armani e insomma di cose di cui pure, mediamente, non scrivo mai.
Che cazzo ci vuole, oggi, a scriver male di Prodi o di Berlusconi.
Il problema è un altro.

***

Silvana, caposervizio di un mensile femminile, è nell’esiguo gruppo di coloro che non accettano la cosa. La vivono con disagio. Sostiene di sentirsi una mosca bianca.

«Durante le riunioni di redazione è stato detto di non scrivere o di scrivere un redazionale?»

Non si fanno molte riunioni. Le comunicazioni sono personali, tra il redattore e il caporedattore e chi si deve occupare delle interviste. Si sa che a un certo numero di pagine di pubblicità deve corrispondere un adeguato numero di redazionali.

«Puoi spiegarci meglio questo meccanismo?»

I servizi di moda devono essere preparati tenendo conto del numero di pagine di pubblicità acquistate dallo stilista. Ci sono degli elenchi, che provengono dal marketing, nei quali si specifica quali sono gli impegni presi con gli inserzionisti. Questo non vale solo per la moda ma anche per la cosmesi, cioè il settore bellezzà.

«Vuoi dire che a un certo numero di pagine di pubblicità deve corrispondere un prefissato numero di pagine di redazionali?»

Sì, alle pagine di pubblicità deve corrispondere un numero di pagine che parlino di quei prodotti.

«E non di altri?»

Certo, non di altri. Così, comunque, ti resta poco spazio per scrivere di altri. Una collega che lavorava al settore moda mi diceva che la libertà di scelta era intorno al 10 per cento. Era l’unica che me ne parlava, in genere le colleghe della moda sono molto riservate. Queste cose non si dovrebbero sapere in giro. Chi ne parla rischia.

È per la stessa ragione che non vuoi che si dica il tuo nome?
Certo, perché si rischia il licenziamento per giusta causa. In fondo si va contro gli interessi del datore di lavoro.
Anni fa avevo scritto un articolo su un foglio di controinformazione che girava per la mia casa editrice. Non è mai uscito perché qualcuno avrebbe dovuto firmare come direttore responsabile e nessuno se la sentiva di rischiare.
Quello che so è che l’ufficio marketing/pubblicità controlla molto attentamente quello che viene pubblicato e so per certo che il settore bellezza riceve delle proteste quando lo spazio per i prodotti degli inserzionisti non è come dovrebbe essere oppure se non è stato dato abbastanza rilievo a un certo prodotto.

«L’ufficio marketing entra anche nel merito degli articoli?»

Chiamiamoli articoli… Basta guardare i settori della cosmesi e uno si rende conto da solo.

«Questa riunione di cui parlavi in quale periodo si colloca?»

Fine anni Ottanta… All’inizio degli anni Ottanta c’è stata un’esplosione di queste cose. La Condè Nast si vendeva per queste cose, era noto. Però poi lo ha fatto anche la Rizzoli immediatamente imitata da Mondadori. Nessuno voleva perdere gli inserzionisti. Negli anni’80 l’usanza della marchetta è dilagata. Lo facevano tutti e veniva detto che bisognava omologarsi. Mondadori credo sia stata l’ultima a farlo.

«A te è stato chiesto di fare una marchetta?»

Sì, ma non in modo chiaro. Al punto che non lo avevo capito. Il direttore mi aveva chiesto di scrivere dello zucchero. Era il periodo in cui si faceva pubblicità affermando che “il cervello ha bisogno di zucchero”. Io avevo intervistato degli specialisti. Sulla base delle loro affermazioni scrissi che il nostro cervello ha bisogno di zucchero, è vero, ma questo non vuole dire che devi mangiare zucchero (saccarosio) perché il corpo lo ricava già dagli alimenti. Il direttore mi disse che il mio pezzo non era abbastanza a favore dello zucchero. Io le replicai:“Cosa intendi?”. “Che lo hanno chiesto loro!“. Le risposi che certe cose mi rifiutavo di farle e di non chiedermelo più.
Dopo quella volta mi è arrivato un elenco dall’ufficio pubblicità: prodotti “ su cui era urgente fare interventi di tipo redazionale“. Era un elenco lungo. Io andai dal direttore e le dissi:“Io le marchette non le farò mai“. E cestinai l’elenco.
Lei non obbiettò e non mi chiese più di fare marchette. I direttori che la seguirono non mi chiesero mai di fare marchette perché io lo dicevo subito e poi si sapeva in giro. A un certo punto ho assunto una linea molto rigida: non accetavo più regali, li rimandavo indietro. Non facevo più viaggi regalati, sponsorizzati o pagati da qualcuno. Tenete conto che un giornale di moda come quello per il quale lavoravo non aveva molto bisogno del mio settore perché vivevano soprattutto su moda e belezza.

«Altre tue colleghe si comportano così rigidamente, rifiutando regali e viaggi?»

Guardando nella casa editrice…Penso che ce ne siano alcune che scrivono argomenti del mio settore e cercano di barcamenarsi. Parlo di quelle oneste, poi ci sono quelle meno oneste…Ci sono direttori che sulle richieste più oscene dell’ufficio pubblicità puntano i piedi. Qualcuna c’è…

«Adesso che ci sono questi integratori dietetici, ti è mai stato chiesto di parlarne?»

Ho proposto di scriverne con senso critico. E passava. Purchè non uscissero le marche. Con le marche non passerebbe.
Quando scrissi l’inchiesta sul lavoro minorile citai alcune marche e mi fu chiesto di toglierle. Io dissi che allora avrei tolto la firma e il compromesso lo trovammo facendo citare le aziende da una persona intervistata. Puntai i piedi, e passò.
Poi ci fu un casino per il pezzo sulle merende. Il caporedattore mi disse che avremmo avuto dei problemi. Si parlava dei grassi saturi non evidenziati in etichetta. Era un pezzo interessante che metteva a confronto le merendine in commercio con quelle casalinghe, e si parlava della qualità diversa dei grassi. Un’azienda di cui si parlava ne usciva male…con le sue patatine piene di olio di palma. Veniva detta la verità e basta. Il direttore disse che in fondo non erano quelli i nostri inserzionisti. L’azienda invece chiamò il diretttore pubblicità, che diede una lavata di capo al mio direttore. Quando tornai in redazione mi dissero che era succeso un casino con il mio pezzo e che l’ufficio pubblicità aveva detto di smetterla di fare certi articoli perché “noi non siamo Altroconsumo”.
Ecco, questo era il ritornello “noi non siamo Altroconsumo”

«Che vuol dire “Non siamo dalla parte dei consumatori?”»

Proprio così. Poi il direttore mi parlò della contrarietà dell’azienda produttrice di patatine citata. Disse: “Non faremo più pezzi sul consumo”. Da allora in poi tutte le proposte che feci nel settore consumo vennero cassate.

«Quello non era un prodotto che veniva pubblicizzato dal vostro periodico, allora perché…»

Appunto. Ma un grande gruppo che non è inserzionista potrebbe sempre diventarlo, oppure fa pubblicità in altri periodici della casa editrice. Per esempio: qualche anno fa scrissi un servizio sulla questione degli antiretrovirali che servono a trattare i siero-positivi. Dopo due mesi il direttore mi disse:”Non scriveremo mai più articoli sui farmaci, anche se non abbiamo come inserzionisti le aziende farmaceutiche. Sono comunque inserzionisti del gruppo, o lo potrebbero essere, e molto spesso i farmaceutici hanno anche la parte della cosmesi…” in altre parole, non possiamo attacare le grandi aziende. Ovviamente anche in quell’occasione dissi che non ero d’accordo.
La cosa interessante è che l’ufficio pubblicità tende a dare la linea al giornale. Nel senso che tende a dire quale deve essere la filosofia del periodico.
I femminili, per esempio, non devono essere inquietanti. Devono rassicurare.
I direttori tendono a fare intendere che sia una loro linea, ma quando vedi che cambiano i direttori e le filosofie restano, capisci che l’intenzione viene dall’alto.
Un solo direttore diceva chiaramente:“Mi hanno detto che…”
È scontato che l’ufficio pubblicità sovrasti i direttori.

«Hai un episodio da raccontarmi nel quale si evidenzia questa influenza dei grandi investitori?»

Feci un servizio sulle acque minerali in cui dissi alla mia collaboratrice di fare un piccolo box sulle acque del rubinetto imbottigliate che vengono commercializzate e possono essere confuse con le acque di sorgente.
Il caporedattore si oppose, nonostante non ci fossero marche. Ma si trovò d’accordo con la mia controproposta di parlarne nell’articolo. E così fu: se ne parlò nel servizio dicendo che esistono acque di rubinetto (microfiltrate, eccetera) che vengono vendute al prezzo delle minerali. Citai anche le marche tra parentesi. Il caporedattore mi disse subito di togliere le marche. Così fu.
Uscito l’articolo il caporedattore mi disse che un’azienda che produce acqua microfiltrata di rubinetto avevano chiamato il direttore dell’ufficio pubblicità e gli avevano “fatto il culo” a causa di quel servizio e- aggiunse “avremmo dovuto stare più attenti”.
Le dissi di parlare per sé. Quello era un problema suo. Poi la nota azienda che produce acqua microfiltrata di rubinetto non era stata neppure nominata. Dissero che non gli piaceva il tono con il quale si parlava dell’acqua microfiltrata. Avremmo dovuto parlarne in termini non negativi. Incredibile.
“Sai, qui il prodotto è stato poco valorizzato”, disse.

«Sembrerebbe un meccanismo ricattatorio da parte di alcune aziende».

Un meccanismo arrogante, direi. Dipende dagli uffici pubblicità delle aziende. Questa arroganza viene poi riversata sui direttori.
In un altro servizio parlammo degli integratori per dimagrire. Feci intervistare quattro esperti del settore nutrizione e dietetica. Erano i migliori e attacarono violentemente gli integratori, ridimensionando molto la loro tanto pubblicizzata efficacia e dicendo che servivano solo a ch li produceva.
Consegnai il servizio al caporedattore e partii per le vacanze. Quando, di ritorno dalle vacanze, lessi l’articolo, quando il numero era già stato chiuso in tipografia. Era stato stravolto il senso: degli integratori per dimagrire non si parlava né bene né male, era un pastrocchio inutile, e i quattro esperti finirono tutti in ondo al servizio in una generica definizione comune di “consulenti“. Vennero tolte le loro dichiarazioni virgolettate e quindi, leggendo il servizio, si poteva pensare che l’articolo fosse stato ispirato dagli esperti.

«In base a ciò che dici pare che tu sia una delle poche che dichiara apertamente il suo dissenso…»

Sì, così apertamente siamo in pochi. Pochissimi.

«Tu, pur rispettando l’etica professionale, non vieni licenziata. Perché i tuoi colleghi non dovrebbero fare quello che fai tu, visto che di rischi non ce ne sono?»

Non è un comportamento diffuso perché ormai è passata l’idea che questa sia la norma. È una situazione curiosa: di certe cose non si parla all’interno delle aziende, tanto meno fuori. È come se ci fosse la consapevolezza che qualcosa di storto ci sia, in questo comportamento, ma, al tempo stesso, tutti lo mantengono inalterato. E quello che fanno tutti diventa la norma.
Per esempio, parlando on una collega che si occupa di cosmesi, lei dice chiaro e tondo che, anche se non ci fossero le marchette per i prodotti, lei dovrebbe comunque parlarne. E che gli inserzionisti del suo periodico sono anche i migliori produttori del mercato, quindi…
Eppure vi posso dire che per un giornale femminile ci sono argomenti tabù: per esempio un’inchiesta sulle malefatte di aziende note nell’ambito del settore tessile (per esempio sullo sfruttamento del lavoro minorile). Oppure, è quasi impossibile trovare un articolo che parli della vivisezione usata per testare le sostanze contenute nei cosmetici. Ancora meno probabile è che compaia un servizio sulla reale efficacia dei prodotti anticellulite, che è noto essere praticamente nulla. Anche solo nominare questi argomenti è come bestemmiare.

«Perché nei giornalisti non è scattato fin da subito qualcosa che tutelasse la loro dignità professionale?»

Perché il sindacato si è limitato a giudicare alcuni casi ma non ha mai denunciato la diffusione della marchetta come una malattina del sistema.

«Allora la contropartita per un giornalista qual è?»

C’è un andazzo generale per cui comunque ti viene regalato il viaggio – il così detto viaggio “merenda”. Si passa da un giorno a Parigi e visita della città by night alla settimana alle Maldive; il primo giorno viene fatta la presentazione del prodotto, il resto è vacanza. Questa è la prassi.
E poi c’è il regalo di Natale. Sono io la strana, lì dentro, che lì rimando indietro. Si guardano l’un l’altro per vedere i regali ricevuti. C’è una consuetudine in questo senso.
È una cosa gradita, accettata e poi dicono:“tanto non sono mica obbligata a fare qualcosa in cambio“.
In effetti succede che magari di quel prodotto non parlino. Comunque i regali grossi arrivano a casa. Il boom dei regali fu negli anni Ottanta. Grandi regali ai direttori…Soprattutto quelli dei periodici della moda.
Oggi si vedono ancora arrivare in redazione abiti firmati. Regali anche da centinaia di euro. Comunque dipende dai direttori. Ricordo un direttore che non ci teneva affatto, un altro invece faceva chiamare dalla segretaria…

«Per chiedere che cosa?»

Telefonate del tipo: “il direttore vorebbe sapere quanto costa quel bellissimo servizio di porcellana”.
Non era un modo di chiederlo in regalo, però…
Arrivava a casa quasi sicuramente. Non è detto che poi se ne parlasse sul giornale, sia chiaro. O che l’azienda che lo aveva donato lo pretendesse. Ma era un modo per mantenere buoni rapporti con i redattori dei settori strategici.

«È possibile che si facciano servizi per alimentare il bisogno di certi prodotti che vengono pubblicizzati nel periodico?»

Sì. Vengono fatti anche gli speciali, o i supplementi, spesso per ragioni pubblicitarie.

«Quindi il redattore sa fin da subito che deve parlare bene di quel prodotto, ovvero senza particolare spirito critico?»

Certo. I primi tempi lo dicevo ai colleghi: “Sentite, noi possiamo anche rifiutarci. E poi ci sono vari sistemi di “ribellione”: si può togliere la firma, si può migrare in un altro periodico…”. Non raccolsi molti consensi.
Ormai tutti i giornalisti sanno che la maggior parte delle entrate viene dalla pubblicità e che se un periodico non ha molta pubblicità non è sano. Due Più venne chiuso, nonostante fosse in attivo e vendesse ancora 170 mila copie. Ma non aveva molta pubblicità. E leggendo i suoi contenuti si può capire perché.
I miei colleghi sanno che almeno il 70 per cento delle entrate viene dalla pubblicità e che un periodico nasce facendo le indagini di mercato sugli inserzionisti e non sui lettori. Sanno anche che se ci sono tanti inserzionisti il giornale non muore. E che hanno più premi di produzione… E quindi c’è soltanto interesse nei confronti della pubblicità. Questo non succede nei periodici popolari, quelli che vivono sulle vendite.

«Non pensi che ci sia una sorta di rimozione collettiva, o di mortificazione repressa?»

Sì, c’è rassegnazione. Ci sono buoni giornalisti che ne sono consapevoli, e magari scrivono in settori meno condizionati dalla pubblicità.

«Ma non vienne mai rilevato il fatto che le vendite, invece, calano. Che i lettori si stanno disaffezionando?»

In una delle poche riunioni che facevamo sottolineai il fatto che c’era un netto contrasto tra gli interessi dei lettori e quelli degli inserzionisti e che, comunque, venivano fatti prevalere gli interessi degli inserzionisti. Questa cosa, dissi, prima o poi sarebbe esplosa. I lettori se ne sarebbero accorti. A questo tipo di discorsi alzavano tutti le spalle come a dire: “Cosa possiamo farci?” . A volte mi dicevano che io andavo contro i mulini a vento.

«E dove? In un quotidiano?»

Mah, a dire il vero credo che anche nei quotidiani il peso della pubblicità si faccia sentire.
Un paio di anni fa uscì la notizia che anche nei quotidiano la maggior parte delle entrate proveniva dalla pubblicità. L’articolo aveva un tono di euforia, anzi di entusiasmo nell’enunciare il sorpasso delle entrate per pubblicità sulle entrate per le vendite. Dalla mia esperienza credo che non ci fosse una buona ragione per esserne tanto felici.

***
Da “La Repubblica delle marchette, Chi e come della pubblicità occulta” di Paolo Bianchi e Sabrina Giannini, Stampa Alternativa, 2004, 10 euro, 161 pagine.

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50 Comments

  1. Nelle riviste femminili il marchettume è arrivato al punto che nelle didascalie delle foto di moda scrivono il profumo e le creme usate sulla modella e non solo il maquillage, che avrebbe ancora un senso.

  2. “solo nell’ultimo hanno ho avuto censure scrivendo della”
    censure del tipo segni a matita rossa sugli errori?
    :-)

  3. In un mondo di censura che non mostra la mafia in TV, l’inciucio, i conflitti di interessi vari, difficile che le riviste femminili siano l’eccezione
    Aldo

  4. E’ cosi’ anche per le riviste specialistiche. Tu compri uno spazio pubblicitario e -guarda caso- in quel numero compare un pezzo sulla tua azienda. In alcuni casi gli agenti te li vendono proprio insieme: pacchetto completo

  5. libro veramente interessante. anche se ste cose si sanno da una vita… basta guardare la nostra stampa.

  6. Ah! La pubblicità “anima del commercio”! Dove l’ho sentita per la prima volta questa frase? Sulle televisioni Mediaset? Ma, dai!

    Comunque l’acqua microfiltrata famosa è della Parmalat.

    E parlassimo un po’ dei regalini che fanno ai medici?

  7. mi sono occupato per anni di acquisti pubbl. e conseguenti riscontri redazionali, confermo il tutto, salvo dire che non c’è numero di pag.pubbl. che possa determinare il successo di
    uno stilista, o di una tendenza, le redattrici
    capaci sanno inserire a dispetto del marketing
    anche chi non ha investito un euro, quello che
    si ottiene è in generale un mix in cui “c’è di tutto e di più”.

  8. Scusa Facci,
    ma questa è davvero la scoperta dell’acqua calda.
    L’esistenza in vita di decine di testate, soprattutto settimanali e mensili, è strettamente legata agli inserzionisti pubblicitari e all’esigenza che questi hanno di comunicare al di fuori delle “tabellari”, cioè della pubblicità vera e propria.
    Non vogliamo più redazionali-marchette, li proibiamo? Benissimo, ma questo significa la morte certa di decine di testate e la conseguente perdita di centinaia di posti di lavoro (non solo dei giornalisti, ma di tutta la catena produttiva, dai tipografi agli stampatori).
    E’ anche per questo che il nostro fantastico sindacato perpetua l’ipocrisia – in vigore dagli anni Ottanta – di fare la voce grossa a parole contro la commistione tra redazione e pubblicità, sapendo benissimo che questa è una prassi globale e lasciando correre tutto o quasi.
    Che facciamo? Hai un’idea, una ricetta, una proposta?

  9. raccoss, i regali che fanno ai medici sono, anzi dovrebbero essere considerati un reato (comparaggio). per lo meno in questo campo c’è almeno una legge di riferimento. nella stampa invece non è presente, ed è questo che più spaventa.
    Ale

  10. Io, come tutti credo, certi giornali li compro solo per vedere la pubblicita’. Le marchette non mi stupiscono e non mi scandalizzano. Mi stupisco sempre che coloro che scrivono di queste cose sono gli unici, o quasi, ad essere duri e puri.

  11. “Questo non succede nei periodici popolari, quelli che vivono sulle vendite”.

    Secondo me questo accade anche nei periodici popolari, visto che nessun periodico vive solo sulle vendite. Credo che anche il più popolare sia assediato dalle aziende perché, in quanto tale, può influenzare maggiormente l’opinione pubblica.
    Sarebbe interessante una puntata sul marchettume televisivo. Per anni ci hanno venduto il loro sterco con la scusa che tanto non c’era il canone. La Rai fa altrettanto ed in effetti il vero male della tv pubblica non è la lottizzazione (se lo è è il male minore, rispetto alla monoinformazione Mediaset) ma la “fininvestizzazione” iniziata alla fine degli anni 80.

  12. Non sfoglio neanche più riviste femminili ormai da anni.
    L’altro giorno ne ho ripresa in mano una e volevo scrivere un post poi mi son dimenticata.
    Le prime trenta pagine, se non ricordo male, erano solo pagine pubblicitarie che andavano scemando strada facendo nell’ordine di due pagine pubblicitarie ad una di servizi, e poi una a una fino ad arrivare ad un giornale quasi normale sempre ammesso che tu abbia avuto la pazienza di sfogliare quasi mezza rivista tra donne stese al suolo e ricoperte d’oro che pubblicizzano un anticellulite o un profumo.
    Non è difficile comprendere, in un simile contesto, che la linea editoriale non può essere impostata sulle mie esigenze ma su quelle di chi “paga” così come, se pur in maniera meno evidente, mi pare ovvio che questo genere di riviste siano fatte per “coccolare” la donna come se le donne fossero degli esseri decorticati con il bisogno di essere assecondate sempre.
    Ma le riviste femminili non fanno testo, non si può paragonare la presunta autorevolezza di un quotidiano con quello di una rivista femminile, se acquisto una rivista femminile dove trovo un servizio a favore delle pellicce, chiudo la rivista e la butto nel cassonetto, se il medesimo articolo lo trovo su un quotidiano, mi incazzo.
    Le riviste femminili non soffrono la censura, semplicemente si vendono al miglior offerente.

  13. Ddai ragazzi, c’è qualcuno che qui crede che i giornalisti siano persone libere? Sono dipendenti di un’impresa e basta.
    PS: Facci, ma ti hanno ingessato anche la fava?

  14. A leggere i commenti sembrate tutti talmente disincantati che vi pare tutto normale.
    Ok, nel pezzo proposto da Facci si parla di femminili, e in fondo chissenefrega se si parla bene della tale crema anticellulite invece che di quell’altra perché una ha comprato qualche pagina di pubblicità e l’altra no.
    Vabbene. Ma siete così sicuri che non capiti anche altrove?
    Non molto tempo fa, il giorno del lancio della Grande Punto non c’era quotidiano che non proponesse il titolo in prima pagina, persino la gazzetta dello sport, con tanto di box (in prima pagina!) con i prezzi dei modelli.
    Tu compri un giornale di automobili, magari anche accreditato, per decidere quale comprare e non sai se puoi fidarti delle valutazioni: della tal macchina parleranno bene perché è davvero buona o perché in quarta di copertina c’è la pubblicità?
    Vi sembra normale?
    Tutti che urlano indignati se Berlusconi da Sòfia dice che gli stanno sulle palle Biagi, Santoro e Luttazzi. E invece sembra tutto talmente naturale (“l’acqua calda”) se questo capita per meri interessi commerciali.

  15. Vis, il tuo criterio di giudizio è il medesimo
    che ha relegato per anni Totò tra i figli di un
    dio minore, ti posso assicurare che il settimanale Grazia tanto per citarne uno ma ce ne sono altri, hanno nella materia che trattano
    la stessa autorevolezza di un grande quotidiano.
    Per la pubblicità si tratta sempre di un difficile equilibrio alcuni lo infrangono altri no.

  16. Che post ridicolo.
    E’ solo lo sfogo di una giornalista frustata.
    Viviamo in una società C-O-M-M-E-R-C-I-A-L-E-!
    Tutto gira intorno ai soldi
    Chi ha soldi detta le leggi del mercato
    Giusto qualche sera fa ho discusso della stessa cosa con il direttore generale di un famoso portale, il quale asseriva che Google morirà presto visti gli accordi presi con la Cina.
    NO
    Non è vero.
    Google, come tutte le società commerciali ha preso accordi, commerciali appunto, per potersi espandere anche nei paesi in cui, peraltro, tutto il mondo sta investendo.
    Perche avrebbero dovuto precludersi la possibilità di sbarcare in Cina??

    Non si vive d’aria, porca miseria.
    E se non l’avete ancora capito, siete degli idioti

    Ma tornando alle cazzate scritte dalla Anonima qui sopra.

    Se compri un giornale di moda, tu lettore che lo compri, sai che lì troverai l’ultimo prodotto lanciato sul mercato da Armani o dalla Yomo.
    Se voglio sapere l’età di chi ha confezionato quel particolare cappotto di Armani o se voglio avere maggiori informazioni sulle proprietà cancerogene dello Yogurt, che mi spara in corpo non so quanti migliaia di fermenti lattici vivi, NON LEGGO UNA RIVISTA DI MODA!

    E se pretendessi di trovare lì questa informazione, su UNA RIVISTA DI MODA, sarei un’idiota.
    Se vuoi scrivere un articolo confrontando le caratteristiche delle dieci acque più bevute, chiedi a Altroconsumo di pubblicartelo.
    Perche quello e’ il giusto posto dove pubblicare questo tipo di articolo.
    Perche se te lo lasciassero pubblicare sulla rivista di moda, io che leggo le riviste di moda manderei una lettera infuocata al direttore editoriale mandandolo vaffanculo.
    Sulla rivista di moda pretendo di vedere la nuova bottiglietta dell’acqua Voss con una descrizione talmente accattivante che mi faccia fare “ooooohhhhh”.
    L’unica informazione che voglio leggere sulla rivista di moda è quella dello stilista che ha concepito una cosi bella bottiglietta.
    Pretendo che mi venga detto che è stata disegnata da l’ ex direttore creativo di Calvin Klein e Ralph Lauren
    Chissenefrega se l’acqua e’ la più pura al mondo.
    Tanto la comprerei comunque!

    Voglio che il redattore della rivista di moda mi convinca ad andare in profumeria a comprare il cubo di Dior, facendomi spendere un capitale.
    Uscendo passerò in edicola e comprerò un’altra rivista di moda per vedere se c’è qualcos’altro che mi sto perdendo.
    Non me ne frega un cazzo che il Cubo lo abbia confezionato un filippino di 6 anni sottopagato.
    Anzi.
    Me ne frega, ma non voglio che me lo dica una rivista di moda.
    Uscendo dalla profumeria col mio meraviglioso Cubo andrò dal mio ragazzo che mi manderà a cagare perche compro tutto ciò che mi consigliano le riviste di moda e mi racconterà la rava e la fava di quel Cubo.
    MA NEL FRATTEMPO CE L’AVRO’ GIA’.
    Se si invertissero le parti, se fossero le riviste di moda a parlare male degli ultimi lanci sui mercati o se le queste riviste non dessero abbastanza spazio ai prodotti delle grandi aziende (che sostanzialmente TI STANNO PAGANDO LO STIPENDIO) non esisterebbe la MIA libertà di informazione.
    Io che compro una rivista di moda, PRETENDO di leggere solo ciò che attualmente va di moda
    E cioè.
    I prodotti migliori delle grandi aziende. Quelle che sostanzialmente decidono la moda del momento.

    Se hai tutta sta voglia di esprimere le tue perplessità sui prodotti che investono nel tuo giornale (DI MODA!!!!!!) cambia settore.
    Vai a lavorare per un’altra rivista.

    Su Novella3000 non voglio trovare il pensiero politico di Brad Pitt.
    Voglio vederlo in costume!
    Ogni rivista ha un motivo per esistere.
    Quelle di moda servono a parlare bene, solo BENE, di tutte quelle cose inutili di cui una come me vive!

    Vera Censura?
    Ma hai idea di cosa sia la vera censura?

  17. Quand’e’ l’ultima volta che su una rivista qualsiasi avete letto ‘questo prodotto fa schifo’?

  18. L’italiano è importante, se i giornalisti lo sapessero. Perchè scrivere hanno con l’acca quando ti riferisci all’anno(2005 ecc..) non è errore di battitura, ma qualcosa di più grave.

  19. Bravo Achille, diglielo al Facci che a quarant’anni suonati non sa che “anno” si scrive senz’acca.
    Bravo. La prossima volta che vuoi fare di un errore di battitura un appiglio per una critica stupida, però, vedi di scrivere bene quell’accento su “perché”, eh?

  20. A me questo svelare l’assoluta inaffidabilità della stampa sembra sempre più grasso che cola su internet , in generale, ed in particolare sui blog…

  21. Tempo fa parlava con una mia amica giornalista proprio di questo e del rapporto conflittuale tra giornalista e addetto stampa.

    Se il suo scopo è raccontare avvenimenti e fatti che ritiene interessanti per i suoi lettori, il mio è quello di far sì che ciò che lei racconta aiuti la società per cui lavoro a raggiungere i propri obiettivi.

    Esempio: mettiamo che io lavori per una società che commercializza acqua minerale. Io, in quanto addetto stampa della Acquafresca spa, avrò tutto l’interesse che lei scriva un articolo su quanto faccia bene l’acqua minerale in estate e su quanto sia importante berne tutti i giorni, magari portandosi sempre dietro una bottiglietta. Starà quindi a me stimolarla affinché lei scriva quell’articolo, magari attraverso alcuni comunicati stampa in cui l’università dell’Oklahoma dimostra che bere un tot di acqua minerale Acquafresca allunga la vita, diminuisce il colesterolo, aumenta la libido eccetera. Lei scriverà l’articolo, la gente acquisterà le bottigliette di Acquafresca e il mio Am.Del. sarà ancora più ricco. Detta così sembrerebbe manipolazione, vero? Beh, lo è, anche se nessun addetto stampa lo ammetterà mai.
    Ora, questo è quello che accade nel 90% dei casi. Ci sono i giornalisti che accettano tranquillamente questo rapporto di “collaborazione” (anche perché loro devono pur scrivere per campare e sono pagati un tot a cartella), i giornalisti che non se ne rendono nemmeno conto e quelli che odiano gli addetti stampa – giustamente, aggiungo io – ma che in fondo sanno di non poterne fare a meno.

    A volte accade però che questa relazione “indispensabile” tra i due diventi problematica. Per esempio quando il giornalista vuole scrivere un articolo che può danneggiare gli interessi della società per cui lavora l’addetto stampa. Succede dunque che l’addetto stampa non aiuta più il giornalista, bensì si mette a ostacolarlo con ogni mezzo: fuorviandolo attraverso informazioni parziali o solo verosimili, ritardando le notizie e intervenendo sul diretto superiore o sull’editore per evitare la pubblicazione dell’articolo o per modificarne i contenuti. L’addetto stampa la spunta, quasi sempre.

  22. “Ricordatevi che io scrivo col braccio ingessato.
    Inviato da: f.f. , 24.02.06 11:11”

    Ah… Ecco spiegati non uno ma due pezzi imbarazzanti, uno dietro l’altro, sulla libertà d’espressione ai tempi di F.F. (Feltri/Facci). Dannati effetti collaterali.

    Dacia

  23. Facci, non avrei mai detto che potevi scrivere un pezzo che avrei apprezzato…sul mondo dell’editoria della moda si dovrebbe leggere un romanzo, “Slab Rat” di Ted Heller (il figlio di Joseph, quello di Comma 22), ed. Minimum Fax

  24. Non è un articolo molto coraggioso.
    “Una grossa azienda”, “Una nota marca”, ma non si fa neanche un nome.

  25. Al (p)reciso Joe Tempesta, oltre a far notare che io non sono un giornalista, ribadisco che:
    1 – Perchè lo scrivo così perchè non ho voglia di usare lo shift, e
    2 – mettere l’acca, che nella tastiera è ben lontana dalla lettera a, non è errore di battitura.
    Ti è chiaro ora?
    Dopo di che io non sono entrato nel merito del post, che condivido pure, ma se si volgiono fare critiche autorevoli, bisogna essere inattaccabili, soprattutto quando si è del mestiere. Io che non lo sono ho fatto notare un errore quindi gravissimo.

    Ma cosa perdo tempo a spiegarmi poi……

  26. Al (p)reciso Joe Tempesta, oltre a far notare che io non sono un giornalista, ribadisco che:
    1 – Perchè lo scrivo così perchè non ho voglia di usare lo shift, e
    2 – mettere l’acca, che nella tastiera è ben lontana dalla lettera a, non è errore di battitura.
    Ti è chiaro ora?
    Dopo di che io non sono entrato nel merito del post, che condivido pure, ma se si vogliono fare critiche autorevoli, bisogna essere inattaccabili, soprattutto quando si è del mestiere. Io che non lo sono ho fatto notare un errore quindi gravissimo.

    Ma cosa perdo tempo a spiegarmi poi……

  27. Qule che dice Facci sul giornalismo si sa da moltissimo tempo, vale per molte forme di informazione.
    Per esempio le pagine economiche del Giornale sono chiaramente molto influenzate dal rapporto abbastanza stretto tra il proprietario e la banca Mediolanum con i suoi fondi di investimento.
    Si sa, non ci trovo niente di male, se una persona è cosi stupida da investire i propri risparmi seguendo un qualsiasi articolo di giornale, fosse pure del Sole24Ore se poi ci rimette dei soldi è solo causa della sua stupidità.
    Io non ho mai avuto il minimo interesse per il mestiere del giornalista, equando vedo queste cose sono contento di avere un lavoro vero.
    Il giornalismo, mi è sempre sembrato una forma di prostituzione intellettuale.

  28. Achille: un sacco di chiacchiere. Il fatto è che sbagli gli accenti, non sai quanti debbono essere i puntini di sospensione e ti permetti di criticare un errore di battitura. Ma giusto, non sei del mestiere.
    E fai supposizioni sugli errori di battitura tipiche di uno che non scrive (ma si vede, non ti perder tempo a giustificare anche questo).
    Achille, quando si fa una cappella, è meglio stare zitti, che tentare di arrampicarsi sugli specchi.
    Ormai stavolta è andata, sarà per la prossima.

  29. Il post e la relativa intervista mi sembrano etremamente interessanti. E non mi pare tanto bello dire “che si è scoperta l’acqua calda”. Certo, non saranno cose che non ci si aspettavano, ma sentirle dichiarare con tale forza e precisione da una persona del settore fa impressione. Se ci si abitua tutto ciò è solo un brutto segnale.

    Condivido gli interventi di Joe tempesta, anche su chi si ferma a sottolineare gli errori. Quando l’uomo punta la luna, c’è sempre quello che guarda il dito.

  30. In effetti sembra anche a me che alcuni commentatori (non solo quelli dei refusi e degli errori grammaticali), stiano spostando il tema del discorso. Che, purtoppo, non riguarda solo le riviste di moda.

  31. Egine, premesso che Totò non mi è mai piaciuto come non mi vergogno a dirti che lo stesso Benigni non mi entusisma, l’autorevolezza in materia di anticellulite se è trattato da una rivista che parlando di anticellulite non si prende mai la briga di approfondire il problema, è un tipo di autorevolezza che può far presa solo su un pubblico ben predisposto a farsi ingannare.
    Anche Vanna Marchi con i suoi amuleti ha fatto presa su un gran numero di persone, ma questo non significa che sia una persona autorevole.

  32. Sono d’accordo con Filippo Facci e mi sembra francamente incredibile…
    Intendiamoci, non è questione di sapere o meno chi comanda e con che mezzo (lo sappiamo mediocremente bene e chi pensa di saperlo DAVVERO bene è il primo a non aver capito nulla), il fatto è che penso ci sia una differenza fondamentale tra gli articoli redazionali e la pubblicità di un prodotto. Chi scrive un articolo redazionale con l’intento di pubblicizzare un prodotto specifico è semplicemente un truffatore. Credo che Facci volesse far passare questo non scontato messaggio, che personalmente trovo stia a valle della consapevolezza di come gira il fumo. Viene dopo.
    Se un giornalista scrive in un pezzo redazionale che un prodotto specifico è perfetto per una tal funzione senza citarne altri, chi compra il giornale e legge l’articolo comprerà di preferenza quel prodotto. Che magari fa cagare e non serve ma intanto tu hai speso i tuoi soldi e la casa produttrice li ha intascati, permettendosi di spendere sempre più soldi per rifare il giochino. E via così.
    Ecco quello che penso. Saluti.

  33. Non ho nessuna voglia di entrare nella polemica.
    Dico soltanto che è per questo (e per molto altro) che ho deciso di accantonare l’idea di una carriera giornalistica.
    E che ogni volta che leggo cose di questo genere,l’accantono sempre di più.

  34. Che noia i cinici, ‘gli uomini vissuti’ che ancora ci vengono a dire che ‘il reale è razionale’ e che abbiam scoperto l’acqua calda. Lo scandalo c’è eccome. e il fatto che sia ben noto e di antica data non lo rende meno grave.
    Le riviste specialistiche non nascono ahimé per rispondere all’interesse di un pubblico di lettori, ma per profilare meglio i vari target e permettere agli inserzionisti di raggiungere i loro consumatori in modo più preciso e con meno dispersione.
    Così i programmi televisivi, così i programmi politici. Cosa nota, vecchia, risaputa: ma pur sempre scandalosa.

    (Oh, e Facci? Ieri ho molto apprezzato la tazza di Wagner per gli spazzolini da denti…)

  35. Vis, che non ti piacciono Totò o Begnini, non mi
    sembra il punto, per quanto riguarda la cellulite
    o altro ti posso assicurare come addetto ai lavori che tali temi quando trattati lo sono
    con obbiettività e senza creare false speranze,
    semmai dando dei suggerimenti ragionevoli. Se una pubblicità promette miracoli con una data
    crema sta a noi darle il giusto peso, il paragone
    poi con vanna marchi è a dir poco una vera stronzata scusa il termine, ma far credere che puoi dare i numeri del lotto vincenti e a seguire
    richedere del denaro con minacce sulla tua futura salute è cosa da tribunali che difatti se ne occupano.

  36. Egine, non ho difficoltà ad immaginare che miei gusti cinefili non ti interessino, ma Totò lo hai citato tu piazzandolo tra un anticellulite e un rassodante per chiappa.:-)
    Comuqnue comincio a perdere un po’ il filo del discorso: nel tuo primo intervento mi dici che un giornale come Grazia ha nella materia che tratta la stessa autorevolezza di un quotidiano, ora mi dici che sta a noi valutare l’efficiacia di un prodotto (immagino trattato da una rivista come Grazia altrimenti di che stiamo parlando?). E allora, non è quello che dico io? le riviste femminili ti propongono con i loro articoli l’efficacia di prodotti che poi tocca a noi testare. La domanda resta, come si può parlare di autorevolezza sei poi non ti puoi fidare?

  37. Vis, leggi bene quello che scrivo e cioè “se una pagina pubblicitaria ecc. ecc.” non un articolo redazionale che ha il dovere di essere il più obbiettivo possibile. Spero di essermi spiegato,
    tengo a precisare che non lavoro a Grazia non ho
    parenti in quel giornale, solo che nel tempo
    lavorando nel settore ho imparato a rispettarlo
    quello e altri. Ti auguro una buona domenica

  38. Ma come mai tutti criticano stò Facci? In realtà si dovrebbe elogiare questa giornalista (di cui purtroppo non si viene a conoscenza del nome) che rifiuta i regali delle grandi aziende per “donare” ai lettori un’informazione libera.

  39. Hai ragione Stone, dopo aver cazziato Della Valle perchè produce in Cina si è potuto leggere sul Giornale una puntuta critica al suo editore per il Garelli cinese e i suoi interessi in Amstrad (leggasi Cina)….:)

  40. E poi qualcuno dice che l’ordine dei giornalisti serve per tutelare l’integrità e l’indipendenza della stampa.

  41. Come tu scrissi in un recente articolo sul Giornale, il sig. Mills non e’ uno che si sporca le mani per 600.000 dollari.
    Appunto, disse Tessa Jowell, dopo aver letto l’articolo.

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