Lo specchietto per le allodole
10 Giu
Ho seguito con molta tenerezza a partecipazione le dichiarazioni del dopo-elezioni amministrative. Tenerezza e partecipazione che ho distribuito in modo equo tra il dramma della destra (essersi fidati di elettori borghesucci che sono corsi al mare appena chiuse le scuole) e quello della sinistra (aver interpretato il voto come una vittoria, inneggiando agli stessi movimenti e girotondi che pochi mesi fa hanno ridicolizzato in piazza - e senza alcuna eccezione - i poco credibili leader dell’opposizione). Leggo invece su Repubblica che saremmo stati spettatori di una “riscossa del centrosinistra”, di un “ritorno dell’Ulivo“ (nel corsivo di Massimo Giannini) e - parole di Rutelli e Fassino - di “un’inversione di tendenza”. In buona sostanza, dopo aver platealmente perso le passate elezioni, l’aver riconquistato Verona, Piacenza, Gorizia, Asti, Alessandria, Cuneo, Carrara, Gorizia, Frosinone, Cosenza e, addirittura, l’intera provincia di Campobasso, autorizzerebbe gli elettori di sinistra ad organizzare caroselli di macchine con squilli di clacson e sventolii di bandiere per essere riusciti a rispondere con una puzzetta alla tracimazione delle fogne. La medesima obiettività si riscontra nella parte avversa, con Silvio Berlusconi convinto che «non c’è nessuna inversione di tendenza: il risultato delle amministrative nel complesso non è affatto negativo. Non si è trattato di un giudizio sul governo» e «insomma, che sarà mai successo? Non scherziamo: Verona non è l’Italia e queste non sono le politiche!». Dichiarazioni che equivalgono all’affermazione: mi spiace, ho il raffreddore, non ho sentito la puzzetta e, comunque, se anche l’aveste mollata, ricordatevi che la gara di rutti dello scorso anno l’ho vinta io.
7 Giu
Il mio teleschermo è popolato di poltergeist, entità di cui non riesco a spiegare la presenza. Ad esempio: perché la Premiata Ditta ha un suo programma in prima serata? Perché Rossella Brescia balla? È scientificamente possibile che il ballerino Garrison (ex “Brian & Garrison“) sia ancora vivo? Come mai tanta grazia per l’ex velina Roberta Lanfranchi, promossa dalla Rai dopo il flop de La 7? Pino Insegno è un comico? Un attore? Come si spiega la comparsa di suo fratello? Perché Enrico Brignano, che in “Un medico in famiglia” recitava in un ruolo da tappezzeria, oggi trionfa al Parioli? Perché l’ex segretaria di un presentatore conduce ben tre programmi tv, di cui uno impunemente copiato da un format straniero? Era vero che si spupazzava la Barale? E che lui guardava? Sommando tutti i fattori ho trovato l’evidente comune denominatore: Maurizio Costanzo. Provo a ricostruire il trenino dell’amore: Roberta Lanfranchi è la moglie di Pino Insegno, che fa parte della Premiata Ditta (che conduce “Telematti” su Italia 1) ed è amico di Enrico Brignano e fratello di Claudio Insegno, docente di recitazione di “Saranno Famosi” assieme all’insegnante di danza Garrison, che risulta essere il nuovo compagno di Gianni Sperti, ex marito di Paola Barale, che lasciò “Buona Domenica” per dissidi con il regista Roberto Cenci, marito della prima ballerina Rossella Brescia, affettuosa postina della conduttrice di “C’è posta per te” Maria De Filippi, moglie di Maurizio Costanzo, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo, che al mercato mio padre comprò.
6 Giu
È la fine. Il momento più temuto da chi per anni ha campato di satira è inesorabilmente giunto. Il clan dei comici, come successe anni fa tra i lavavetri, con gli albanesi che ebbero la meglio sui polacchi, sta per essere rimpiazzato da un temibile concorrente: l’economista. Bando alle speranze, la resistenza è inutile: l’invasione è ormai silenziosamente e irrimediabilmente iniziata con la pubblicazione di un testo comico criptato sull’edizione di Milano del Corriere della Sera, a firma dello studioso di economia politica Geminello Alvi. Per il vostro bene ne riporto una sintesi: allenatevi da subito a comprendere il nuovo corso dell’umorismo. Se non vi fa ridere smettetela di pensare in modalità “no global”, attaccati alle provinciali tradizioni terrestri, e spaziate oltre i confini della vostra mente: sappiate che nei dintorni della costellazione di Betelgeuse per i testi comici di Alvi si sganasciano dalle risate. Dalla rubrica “Diario d’autore”, “lettera semiseria dalla metropoli da Boris Petrovic, poeta post-sovietico a Milano, ai suoi nel Caucaso”: “Caro Dimitri, qui a Milano sono tutti contenti delle mie lettere, ed Alvi mi ci dà la percentuale. Allora ho comprato a Marina un ombrellone con aria condizionata, così sulla Paullese la notte lavora meglio. Poi me ne sono andato subito vicino a Bergamo, per licenziarmi da cameriere, anche se al ritorno mi hanno sparato. Ma non mi hanno preso, perché alla stazione un rottweiler ha cominciato ad abbaiare e perciò lo hanno fatto prigioniero. Però lui seguitava a guardarmi e io ho pianto. Sono cascato in terra in mezzo a un pacco di vecchi giornali, e lì c’era la notizia che Totti non vuole più il suo sommergibile e lo ha mandato a Cremona”. Non posso competere: vogliate con la presente accettare le mie immediate dimissioni.
5 Giu
Dovrei parlare dei mondiali, me ne rendo conto. E lo farei, davvero, se fossi riuscito a vedere anche solo una partita. A mia discolpa posso dire di averci messo tutte le migliori intenzioni, e di essermi adeguatamente preparato. In occasione del primo incontro dell’Italia stavo partecipando ad un’importante riunione, interrotta per consentire ai convenuti di poter assistere alla partita. Al fischio d’inizio, sullo schermo gigante, là dove dovevano apparire i volti della beota gioventù azzurra con letterine a carico che ci rappresenta in Giappone, buio. Eppure eravamo muniti di tutto l’occorrente: proiettore, decoder satellitare e, in spregio alla miseria, regolare abbonamento non pirata. Regolare sarà pure stato regolare, ma di certo era quello sbagliato. Perché, nel frattempo, malgrado la partita fosse trasmessa dalla Rai, metà nazione si stava godendo le prodezze di Totti e Vieri perfettamente in chiaro sul satellite, utilizzando il GoldBox di Tele+. Brancolava nel buio solo chi, come noi, si era affidato al tostapane che Stream spaccia per decoder. La Rai, infatti, ha acquistato i diritti di trasmissione degli incontri del mondiale solo per il territorio italiano, e oscurare il satellite è l’unico modo possibile per far sì che il segnale non valichi i confini. È una regola ferrea che la tv di stato non può violare. A meno che non si tratti di coccolare gli utenti di Tele+, che, a voler essere maliziosi, ha in concessione tutti i canali tematici a pagamento della Rai. Occhio per occhio, dente per dente: 600.000 abbonati a Stream, colpevole di rifornirsi presso Mediaset, hanno da oggi un legittimo motivo per desiderare di essere iniziati alle gioie della pirateria e dell’evasione del canone.
4 Giu
Malfidenti che non siete altro: la perizia disposta dal pm Silvio Franz sull’uccisione di Carlo Giuliani ha finalmente chiarito la dinamica della vicenda più grave avvenuta durante gli scontri del G8 di Genova. Il proiettile esploso dalla pistola d’ordinanza del carabiniere Mario Placanica sarebbe stato sparato verso l’alto, rimbalzato sull’estintore e finito dritto dritto in faccia a Giuliani. I periti, a sostegno della validità dell’accertamento, hanno ribattuto a chi parlava di “tesi da fantascienza”, sostenendo di aver riprodotto l’ambientazione come in un set cinematografico, riuscendo così a provare non solo le cause della morte del manifestante, ma anche la macchina del tempo, il teletrasporto e il rapimento della sorella di Mulder da parte degli alieni. Le indagini portano quindi ad un unico colpevole: la legge di gravità, un fenomeno criminale che debuttò colpendo alla testa uno scienziato utilizzando una mela e si è evoluto nel corso degli anni, sostituendo alla frutta i proiettili. Mario Placanica, la cui posizione si sarebbe fatta meno grave in seguito delle anticipazioni sulle conclusioni della perizia, ha avuto ben poche ore per tirare un sospiro di sollievo. In serata è infatti giunta la notizia della denuncia per omicidio volontario da parte della famiglia dell’estintore. «Non è giusto addossare tutte le responsabilità al sottoscritto. - ha dichiarato il carabiniere alla stampa - L’ordine, del resto, era quello di sparare a qualsiasi rosso. Quell’estintore mi si è parato davanti, ed io ho solo eseguito alla lettera». Nuove indiscrezioni danno per imminente un’ulteriore perizia, secondo la quale la causa del decesso di Carlo Giuliani sarebbe da attribuire a cedimento strutturale.
3 Giu
Alé, ci risiamo: qualche genio della comunicazione ha deciso di far sperimentare ad un genere inesistente come la sit-com “all’italiana” l’ennesimo annunciato fallimento. Il format ispiratore ha origine a Barcellona e si intitola “Piatti sporchi“: gag, storie di amicizia e amore tra alcuni amici all’interno di un appartamento. Ovvero: gli italiani copiano gli spagnoli, che copiano “Friends“. Dal momento che nessuno li ha visti, non risulta affatto difficile dimenticare i flop dei tentativi precedenti: “Via Zanardi 33“, innanzitutto, poi “Vicini di casa“, “I cinque del quinto piano“, “Chiara e gli altri” e, non ultimo, il malsano filone dei “Ragazzi della terza C“. Questa volta, a dire degli autori, sarà diverso: le puntate saranno registrate alla presenza di un pubblico, quindi le risate risulteranno reali. Esattamente come si usa fare da sempre negli Usa e in Inghilterra. Il messaggio è chiaro: copiamo sì, ma questa volta, forse, dal compito giusto. Per “Piatti sporchi” sono stati assoldati, tra gli altri, Valerio Mastrandrea e Caterina Guzzanti. Sono giovani e vagamente apprezzati, perché sottoporli all’inevitabile gogna della cancellazione della serie? Siamo italiani: confezionare sit-com di successo è uno di quei mestieri per cui siamo portati. Ci mancano (e non avremo mai) il ritmo giusto, la capacità di costruire la battuta, studiare i personaggi, concepire l’idea di base, e le palle per sfoderare un cast di sconosciuti. Facciamo un bel bagno di realtà: non saremo mai artefici di versioni nostrane de “I Jefferson“, “Casa Keaton“, “Dream On“, “Ally Mc Beal“, “Will & Grace“, o di splendide produzioni inglesi come “The New Statesman” o “Father Ted“: a noi viene bene la pizza.
1 Giu
Se le malattie potessero andare al cinema, per loro Alien non si svolgerebbe su un pianeta di una lontana galassia, ma su Francesco Cossiga. Non c’è prostatite o ragade al mondo che non compatisca la sfortunata vitiligine che è afflitta dal Picconatore. Del resto, la stessa disperazione patologica colpisce non solo le malattie, ma tutti gli italiani: non esiste antidoto contro un sardo ipocondriaco che è riuscito ad elevare un killer gobbo alla carica di senatore a vita. Cossiga non è uomo, poiché vive soltanto un’esistenza. L’ex presidente sembra più simile al concetto induista dell’universo: una storia di dolore, morte e devastazione che prosegue per lunghi cicli e, quando la dai per morta, ritorna. Infatti Cossiga è tornato. Lo ha fatto trattando da ragazzini idioti i magistrati che l’hanno intercettato nell’ambito delle inchieste sull’Inail. Non che abbia del tutto torto ad arrabbiarsi: è coinvolto in un’indagine che parte dalla Basilicata, condotta da un clone del cantante dei Simply Red di nome Henry Woodcock. Sembra X-Files, dal momento che nell’inchiesta è implicato persino un alieno, i cui poteri sono oggetto di osservazione da parte della NASA: si chiama Nicola Mancino, ed è capace di risultare fino a 700 volte più pesante dell’uranio arricchito. Cossiga si lamenta di essere stato spiato al telefono. Viene da dire: chi la fa l’aspetti. È una ben misera nemesi per uno che ha fatto rapire un suo amico d’infanzia e, quando è stato abbattuto un DC9 italiano, ha detto che volare è pericoloso. E che è stato tanto crudele da costringere la sua vitiligine a sfregarsi intensivamente su Federica Sciarelli.
31 Mag
I nostri news-magazine, un po’ come i vescovi statunitensi, adorano i giovani. Non si spiegherebbe altrimenti l’ostinazione morbosa nello sbattere in copertina, un mese sì e un mese no, una nuova, sensazionale ricerca sulle abitudini di pre e post adolescenti. L’ultima è andata in stampa questa settimana con l’Espresso, supportata dalla canonica definizione di turno (“Now generation”) a corredo dell’immagine di una diciottenne con due birillini da biliardo per capezzoli. Erano necessari lo Iard, il suo quinto rapporto sulla condizione giovanile, e 150 rilevatori su un campione rappresentativo di 3000 intervistati per arrivare alle seguenti inaspettate conclusioni: “I giovani italiani mostrano un’identità territoriale imperniata sulla dimensione urbana e municipale, riassunta dalla cornice nazionale, proiettata in senso cosmopolita e, soprattutto, in chiave europea”. Traduco io in italiano: “Inaspettatamente, il giovane d’oggi capisce la differenza tra città, province, regioni, nazioni e continenti. Inoltre, malgrado tutte quelle pasticche di Extasy, si dimostra conscio di vivere sul pianeta Terra”. Alessandro Cavalli, sociologo presso l’Università di Pavia e direttore della rivista il Mulino, azzarda una lettura dei risultati ancora più ardita: “A sinistra si sente ancora il richiamo dell’impegno sociale, mentre i giovani che si identificano con posizioni di destra sentono molto più forte il richiamo del privato”. Un esperto si scomoda per rivelarci che, contro ogni previsione, i giovani di sinistra pensano cose di sinistra e che, sconcerto e stupore, quelli di destra hanno idee di destra. Per quanto esauriente, il rapporto lascia irrisolti alcuni interrogativi. Ad esempio: dove cazzo ero io quando regalavano lauree ad honoris causa in sociologia nei pacchetti di Fonzies?
30 Mag
Devo confessare che in determinate occasioni provo un’infinita tenerezza per Silvio Berlusconi. È più forte di me: non so se c’è o ci fa, ma non riesco a non rimanere coinvolto nel dramma di una persona che è sempre inconsapevolmente fuori contesto, ovunque la metti. Esiste in tutte le compagnie un elemento tollerato, perennemente sopra le righe, che ti tocca il braccio mentre ti parla, che interviene con battute idiote e se le ride; un “Filini” con la vocazione all’organizzazione e all’ossessiva ricerca di approvazione. Ho letto la cronaca dell’incontro tra capi di stato a Pratica di Mare: “Berlusconi chiama per nome Tony, Vladimir e Georgedabliu: fa una battuta e Bush ride, si china verso Blair, ride anche lui… Berlusconi dà a Bush una pacca e l’altro gliela rende, mettono in mezzo Putin, che oppone una lieve russa resistenza… Il tedesco Schroeder sta rigido, scansa un cazzotto di Berlusconi sulla spalla… Berlusconi chiama Robertson mister Robinson, come la canzone, e questo ride. Berlusconi racconta della nascita di «Romolo e Remolo», poi dà un pugno sul braccio al lussemburghese Juncker, tutti ridono. Alla firma Berlusconi fa partire l’applauso che da solo non sarebbe venuto. Poi fa abbracciare Georgedabliu e Vladimir”. Tutto bene, insomma, a parte i lividi sulle braccia di tutti i capi di stato, dovuti ai cazzotti e alle pacche di Berlusconi. Che poi io me lo vedo uno come Schroeder pensare: «Se questo nano mi tocca ancora una volta lo alzo di 20 centimetri con montante sotto il mento». Mancava solo che il Cavaliere, come ai bei tempi, cantasse Aznavour accompagnato al piano da Confalonieri. Peccato averlo fatto Presidente del Consiglio: avrebbe potuto dare il meglio di sé come animatore della Costa Crociere.
29 Mag
Che le migliori idee vengano al cesso è un fatto risaputo. Nella mia personale classifica, però, il cesso è solo al secondo posto. Al primo ci metto le pagine web del Gruppo Espresso. Devo ammetterlo: cazzeggiare senza meta sulla rete mi è spesso d’aiuto nella ricerca della Grande Idiozia Del Giorno, ma volte dimentico di avere a portata di mano una miniera di spunti come Kataweb e siti correlati. L’ultimo, trovato per puro caso, viene dal forum attraverso il quale la scrittrice Isabella Santacroce risponde ai propri lettori, ospitato dalla sezione “Cultura” de l’Espresso online. La starlette dell’editoria italiana ammalia gli adepti con frasi brevi, categoriche, visionarie, ossequiose della grammatica italiana quanto un calcio nelle palle a Zingarelli, Devoto e Oli. Qualche esempio: “Leggo le vostre composizioni alfabetiche con insana curiosità. Non riesco a rispondere a tutti. Veramente dispiace”; “La femmina multipla e penetrabile. Fottere il poetico e partorire nuovi mostri”; “Certo ricordo. In memoria. Non ho mai vissuto. Solo ricordato”; “Capovolta realtà modificata addolori le madri ordinarie in cerca di straordinaria partorita quiete”; “Non sono io. Ci abito dentro. puoi vedermi riflessa. Specchiata. Quel doppio. Nient’altro”; “Risvegliare mostri. Sentirne la voce. Quella da sempre nascosta. Resa muta. Amo tirare sassi nel buio. Raccogliere spaventi”; “Quando passeggi osservando il fianco dei passanti insorti declama te stessa. Non sono nuvola. Negata tempesta”. Fossimo a teatro, mi verrebbe da chiedere se c’è un medico in sala. Dal sito apprendo che la Santacroce è l’autrice delle parole dell’album “Aria” di Gianna Nannini. Ma, a giudicare da quel che ho letto, io so chi, a sua volta, scrive i testi per la Santacroce: il maestro Yoda di Guerre Stellari. È lui, sono sicuro.
28 Mag
Non perdete, su Panorama di questa settimana, l’articolo “Rai, la fantastica guerra di Silvio”, dedicato all’uscita del nuovo libro di Bruno Vespa. Il magazine di Mondadori offre l’imperdibile opportunità di leggere in anteprima il capitolo nel quale è riportato un colloquio immaginario tra due organi di Silvio Berlusconi: la pancia e il cervello. A renderlo immaginario è, in particolare, la presenza di quest’ultimo. Riporto pari pari: “Pancia: «Silvio, adesso che comandi, devi finalmente cacciare tutti comunisti della Rai. Biagi, Luttazzi, Santoro. Via tutti. E anche a quel Vespa, tagliagli le unghie». Cervello: «Vespa? Comunista anche lui?». Pancia: «Non è comunista, ma è troppo autonomo. Invita a Porta a Porta troppa gente di sinistra, e non ci chiede in anticipo chi vogliamo mandare noi. E poi l’anno scorso ti ha tagliato una volta diciassette minuti e un’altra venti per metterti alla pari con quell’anima bella di Rutelli. E non dimenticare che non ha accettato che portassi le tue cartine in studio»”. Propongo una standing ovation: Vespa, aprendo al giornalismo frontiere oltre le quali neanche l’Enterprise è mai stata, è riuscito a condensare in poche righe riverenza per il potere e autocertificazione di autonomia; asservimento all’“editore di riferimento” ed emancipazione dalle posizioni del leader del Governo; riprovazione della censura e scherno per i giornalisti censurati. A corredo del pezzo solo una minuscola foto dell’autore, per evitare la gaffe compiuta dalla Settimana Enigmistica. Mesi fa, infatti, la rivista che vanta “innumerevoli tentativi d’imitazione” scelse l’immagine del conduttore di Porta a Porta per il cruciverba in copertina: parecchi lettori furono tratti in inganno e unirono, senza alcun risultato, i punti neri da 1 a 23.
27 Mag
«Sempre con questa storia del conflitto d’interessi! Adesso basta! Chiedo scusa, ma dico: se tutti gli interessi sono miei… Il conflitto dov’è?». È una battuta di Fiorello, recitata imitando Berlusconi, che potrebbe realisticamente essere scambiata per una seria boutade dell’originale. Sbaglia (o è in malafede) chi minimizza il problema, così come chi lo porta all’estero ad esempio della gestione macchiettistica della politica da parte del governo italiano. Il problema del conflitto d’interessi è che non ha confini, perché riguarda il commercio. E l’inarrestabile mutazione genetica che quest’ultimo ha subito lo fa somigliare alla politica più di un’elezione, di un parlamento, di un movimento, della destra e della sinistra. Wal-Mart, la più grande catena di magazzini degli Stati Uniti, si è rifiutata di vendere sui propri scaffali il nuovo album di Sheryl Crow. Perché Wal-Mart vende più dischi di qualsiasi catena di negozi di musica, ma anche pistole. E negli ultimi quattro anni è stata oggetto di tre cause per avere venduto armi utilizzate per atti criminosi, compreso un omicidio compiuto da due minorenni. Alla cantante è sembrato un ottimo spunto per la canzone “Love is a good thing”: “Watch out sister/Watch out brother/Watch our children as they kill each other/with a gun they bought at the Wal-Mart discount stores”. Wal-Mart, in sostanza, ha fatto sapere a Sheryl Crow: rompici i coglioni ancora una volta, che non ti distribuiamo neanche il prossimo. Per lo stesso motivo non troverò i libri di Marco Travaglio in vendita in un magazzino di proprietà dell’attuale capo del Governo. Il che rende la mia scelta tra un Blockbuster e una modesta libreria una decisione politica. Mentre io vorrei solo comprare un libro.
24 Mag
Attenzione, sto per dirla grossa. È che nel corso degli ultimi giorni mi sono convinto che, se il fine è quello di avere l’opportunità di sentire (seppur a fine di nepotismo) l’ex ministro Filippo Mancuso apostrofare il rottweiler Previti come «uno la cui fama di bandito è meritata ed è al di sotto della realtà», forse vale la pena avere la destra al governo. Sul serio, non ci ha pensato nessuno: probabilmente il modo migliore per contrapporsi al malgoverno è non avere un’opposizione. Lo dimostra il conflitto civile in corso all’interno della destra (gli Urbani contro gli Sgarbi, i Fini contro i Le Pen): gli attuali governanti sono assolutamente in grado di fare implodere la Casa delle Libertà da soli, senza la necessità di un avversario. Sono come i Beatles: alla lunga non reggono il successo. Come Lennon e soci, però, in alcuni casi guadagnano un posto nella storia: Mancuso, ad esempio, togliendosi uno sfizio di sinistra e sfanculando Previti in piena faccia senza finire a rinforzo di un pilone della Messina-Palermo. In pratica, in mancanza di una sinistra istituzionale, si annientano a vicenda come non sarebbero capaci neanche i predatori dei documentari del Discovery Channel. L’appello ha risvolti quasi umanitari: tempo due mesi e, se non troviamo un degno antagonista, si estingueranno come i velociraptor. Ma istantaneamente e spontaneamente, senza bisogno né del meteorite, né dell’era glaciale. In questo momento, al di là delle opposte vedute e degli schieramenti, hanno bisogno di tutta la nostra solidarietà e comprensione: avere la maggioranza praticamente in assenza di opposizione e non riuscire a neanche a governare sé stessi è come ammazzarsi di masturbazione.
24 Mag
Dopo decenni di incontrastata supremazia, la Walt Disney per la prima volta è minacciata da un avversario che può metterla al tappeto. La più grande azienda di intrattenimento per bambini, la forgiatrice dell’immaginario infantile di almeno quattro generazioni, la firma più prestigiosa nel campo del cinema d’animazione, oggi ha un terribile nemico: se stessa. In quasi un secolo di attività, essa non ha mai realmente temuto di essere seconda a nessuno, in quello che meglio sapeva fare: creare personaggi memorabili e farli vivere in storie di celluloide capaci di creare affezione anche nelle più sperdute contrade del nostro pianeta. La forza della Disney, anche in periodi di difficile navigazione economica, è sempre stata la consapevolezza di possedere un’identità universalmente rispettata, dovuta alla qualità dei gioielli del proprio scrigno. I mitici lungometraggi a cartoni animati, quelli che un tempo riapparivano nelle sale cinematografiche una volta ogni quattro-cinque anni, venivano trattati come membri di una famiglia reale: esposti ai devoti sudditi, adorati, e riposti nelle segrete stanze. Le effigi di Topolino o Biancaneve venivano difese ferocemente dagli avvocati più implacabili, oppure concesse per fini commerciali dietro strettissima sorveglianza. Oggi, ovviamente, il VHS e il DVD hanno appannato la mitologia. Potremmo dire, irrispettosamente, che la “Carica dei 101” o “la Sirenetta” hanno la stessa funzione di un potente tranquillante farmaceutico: una dose al giorno (ma a volte, ahimè, ben di più) fanno cadere il minore in uno stato di catalessi con mandibola pendula davanti alla tv. Potremmo persino comprendere la triste gestione genitoriale di tali piccoli capolavori di fantasia. Ok, via l’aura magica, via il rito della sala buia a Natale, eccetera. Ma come possiamo accettare che la Walt Disney stessa, in un accesso di furore iconoclasta, produca “Cenerentola 2“? Ma come, come può esistere qualcosa dopo “e vissero felici e contenti”? Il principe e la ragazza, radiosi, salutano e stop, titoli di coda, musica celestiale. Quello che viene dopo è pornografia dell’immaginario collettivo. Non è più fiaba, e non è più “pezzo unico”. È la tristezza della serialità… Ed infatti, questi prodotti sono pensati e realizzati per le poche pretese del mercato televisivo. Tremate: gli zombi spaventosi di “Peter Pan 2“, “Dumbo 2“, “Il Libro della Jungla 2” eccetera, stanno strisciando verso di noi, si ciberanno dei nostri ricordi di piccoli spettatori cresciuti, e mangeranno anche quelli freschi freschi dei nostri bimbi. Giustamente, la Disney si misura col mercato: i maggiori introiti vengono dalla tv e dalla vendita delle cassette. Ma la multinazionale non può non considerare che, cannibalizzando senza pietà la propria produzione migliore, fa vacillare il proprio prestigio mondiale. Unica consolazione degli attuali dirigenti può risiedere nel fatto che, cattivi come sono, andranno all’inferno, che è sorte migliore di quella che toccherebbe loro se invece incontrassero, in paradiso, un certo incazzatissimo Walt.
21 Mag
Devo ammetterlo, inutile cincischiare: sto affrontando un periodo in cui riesco a stento a stare al passo con le uscite quotidiane di questa rubrica. Succede spesso, purtroppo, che il tempo da dedicare a queste poche ma terapeutiche righe, a questo necessario drenaggio notturno di tutto il pensato e non detto, venga sottratto da obblighi non procastinabili: mangiare, dormire, la famiglia, il lavoro, le repliche di Star Trek, in ordine crescente di importanza. Mi sono interrogato per giorni, vi confesso, su come poter riempire questo spazio. Avevo bisogno un’escamotage, di un qualcosa che servisse ad arrivare a fine pagina. Mi serviva lo scoop. È così che gli elementi dello stratagemma a cui ricorrere si sono assemblati alla perfezione nella mia mente come mattoncini di Lego. Altro che le liste di Gelli sequestrate a Castiglion Fibocchi: avrei pubblicato il segretissimo elenco di una delle organizzazioni occulte che da anni operano clandestinamente sul suolo italiano, più pericolosa di Gladio, un po’ meno dei salesiani: i R.U.T.S., i Rincoglioniti Un Tempo Stimabili. In senso artistico, s’intende. Sto rischiando, è vero, ma sono compiti di cui, in un paese civile, qualcuno si deve fare carico. Ecco quindi in esclusiva il registro dei membri, riportati in ordine sparso, senza distinzione tra quelli che hanno fatto domanda d’iscrizione, e quelli che l’hanno ottenuta ad honorem: Stefano Benni (perché se in Italia esistesse un editore serio, impedirebbe ad uno che ha scritto “Terra” e “Comici spaventati guerrieri” di propinarci “Baol” e “La Compagnia dei Celestini”); Michele Serra (da ben prima che Cuore chiudesse, e comunque quando si dilunga oltre la cartella); Serena Dandini (da quando ha iniziato a ritenersi una conduttrice, piuttosto che un’ottima autrice e spalla); Fabio Fazio (che ricordiamo quasi con commozione animare i pianobar di Vittorio Bonetti, mentre oggi ci tocca vederlo ciondolare attorno al piano a coda di Claudio Baglioni); Vauro (dal giorno in cui, per puro caso, la sua vignetta sul manifesto risultò uguale a quella di Forattini su Repubblica); Vincino (da quando ha assunto l’aspetto di uno che non ha più bisogno della legge Bacchelli); Stefano Disegni (dal giorno in cui, per risparmiare tempo, ha scoperto che, cambiando la battuta, poteva disegnare i box delle strip tutti uguali); Gregorio Paolini (da quando è passato alla Rai pensando che Target si potesse rifare anche senza le riprese dall’alto di Gaia De Laurentiis, e perché, comunque, qualcuno deve pur pagare per un programma come Convescion); Michele Santoro (da subito dopo Samarcanda, escluse alcune memorabili puntate di Sciuscià in cui non appariva in video); Piero Chiambretti (da quando ha abbandonato la domenica pomeriggio di RaiTre); Bruno Voglino (che quella rete l’ha inventata, per non essersi accorto che c’è uno con la stessa faccia che fa il preside della scuola di Saranno Famosi); Lello Arena (da quando ha abbandonato la smorfia: sia quella della faccia, sia il gruppo di cabaret); Teo Teocoli (per essersi ritenuto in grado di scrivere i propri testi; per l’insistenza con cui propone un improbabile sdoganamento di Massimo Boldi; e perché non se ne può più, francamente, della macchietta di turno che si mette a ballare); Paolo Rossi (da quando ha preso a sopravvalutarsi e credersi Dario Fo); Dario Fo (da quando ha cominciato a sminuirsi e credersi Paolo Rossi); Sabrina Ferilli (per essere stata grande una sola volta, ne “La bella vita” di Virzì, l’unico film in cui non recitava in romanesco, e qualcosa vorrà pur dire); Francesco Nuti (per aver scelto di sopravvivere artisticamente allo scioglimento dei “Giancattivi”); Carlo Verdone (perché nella vita si è un sacco belli una volta sola, poi si cresce); Gabriele Salvatores (non saprei dire se già prima di “Mediterraneo” o dopo “Sud”); Diego Abatantuono (non saprei dire se dopo “Eccezzziunale Veramente” o prima di “Mediterraneo”); Paolo Villaggio (quando non si presenta nei panni di Fantozzi, credendosi Paolo Villaggio); Edoardo Bennato (a partire da “Ok Italia”, ma forse anche prima); Jovanotti (per aver insegnato a tutti che la nascita di un figlio ti cambia, ma mica sempre in meglio); Francesco Baccini (che, dal momento che in giro non si sente più il suo, ha smesso di fare altri nomi e cognomi); Francesco De Gregori (da “Catcher in the sky”, il primo dei 6 album live - spesso doppi, qualche volta tripli - che ha pubblicato); Eugenio Finardi (da “Dolce Italia” compreso, perché uno che cantava “Musica Ribelle” non può permettersi di scrivere versi come “Mia dolcissima piccola fragola / vorrei raccontarti una favola…”); Antonello Venditti (da sempre). In più permettetemi con ben poca modestia, in considerazione dei personaggi che popolano la lista, di aggiungere me stesso, da quando ho iniziato a scrivere cose per tappare i buchi.
Mi accade spesso di svegliarmi di notte e cominciare a pensare a una serie di gravi problemi e decidere di parlarne col Papa. Poi mi sveglio completamente e mi ricordo che Io sono il Papa!
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