Interrogatorio Moro /4: I finaziamenti alla D.C.

(COMM. MORO, 164; COMM. STRAGI, II 275-276; NUMERAZIONE TEMATICA 4)

Il memoriale Aldo MoroLa risposta è positiva. I finanziamenti alla D.C. (ma non solo ad essa) sono venuti, oltre che da sinceri estimatori ed amici, anche esercenti attività economiche, in genere dall’attività economicamente più prospera, quella industriale. Nei primi tempi del dopoguerra Costa soleva sovvenire senza mistero attraverso le risorse dell’industria privata. Egli dava a De Gasperi come capo di coalizioni di governo ed egli distribuiva agli altri secondo un rapporto fiduciario che corrispondeva ai vincoli ed all’esigenza della collaborazione politica. Poi i rapporti si sono fatti più sofisticati e meno personalizzati. Pare evidente dalle cronache che vi abbia parte, secondo i suoi compiti, il segretario amministrativo. Non credo entrino spesso in gioco altre persone, anche se ovviamente ce ne sono. Dopo il voto della legge sul finanziamento dei partiti, la situazione si è fatta ovviamente più stretta. Gli elargitori sanno che vi è una chiara qualifica d’illiceità e sono più cauti. Credo che la Cia abbia avuto una parte soprattutto in passato, in un contesto politico più semplice sia in Italia sia in America. Non mi risulta che oggi ciò avvenga ancora. Il Presidente americano dovrebbe pensarci bene. Per quel che mi risulta anche il viaggio dell’On. Pisanu in Usa non aveva finalità di finanziamento, ma di allacciamento di rapporti, per lanciare anche in America Zaccagnini come uomo nuovo. Credo che offerte possano essere venute dalla Germania, ma sono state congelate, tra l’altro, dagli sviluppi politici. Per le correnti tutto è molto più fluido. Immagino che, se qualcosa ancora avviene (ma si deve tenere presente la decadenza delle correnti), avviene con i rispettivi dirigenti. Son convinto però che oggi, se qualcuno vuol dare qualcosa, lo dà al partito, non alla corrente, priva ormai di ogni vigore, salvo che la persona non sia in condizione di trattare questioni economiche di rilievo.


(COMM. MORO, 127-128; COMM. STRAGI, II 170-173; NUMERAZIONE TEMATICA 4)

I finanziamenti alla D.C., come ad altri partiti provenivano dall’interno della Confindustria, allora impersonata da Costa, uomo rude, schietto e di poche parole. Era considerata questa una cosa naturale. De Gasperi, capo del governo e in certo senso capo dei partiti della maggioranza, riceveva la sovvenzione e la distribuiva secondo equità. Dall’esterno, bisogna dirlo francamente, in molteplicità di rivoli, affluivano per un certo numero di anni gli aiuti della Cia, finalizzati ad una auspicata omogeneità della politica interna ed estera italiana ed americana. Francamente bisogna dire che non è questo un bel modo, un modo dignitoso, di armonizzare le proprie politiche. Perché quando ciò, per una qualche ragione è bene che avvenga, deve avvenire in libertà, per autentica convinzione, al di fuori di ogni condizionamento. E invece qui si ha un brutale do ut des. Ti do questo denaro, perché faccia questa politica. E questo, anche se è accaduto, è vergognoso e inammissibile. Tanto inammissibile che gli americani stessi quando sono usciti da questo momento più grossolano e, francamente, indegno della loro politica, si sono fermati, hanno cominciato le loro inchieste, ci hanno ripensato su. Hanno trovato che non era una cosa che gli americani, oggi potessero fare. Il Presidente Carter non lo farebbe più, si vergognerebbe di farlo. E anche noi, francamente, dovremmo fare in modo che tutto questo, che non ci serve, che non ci giova, scomparisca dal nostro orizzonte. Resta certo il problema delle esigenze di partito, esigenze molteplici. Il finanziamento pubblico, tenuto conto che non riguarda molte ed importanti elezioni, non può bastare a tutti, quale che sia la cosmetica cui si ricorre per formulare i bilanci dei partiti. Le entità economiche indicate nelle domande rispondono al vero. Si aggiungano innumerevoli imprese, in opera, per lo più, sul piano locale, ma anche in grandi dimensioni. Si aggiunga il campo inesauribile dell’edilizia e dell’urbanistica. dei quali sono già ora più ricche le cronache giudiziarie. E lo sconcio dell’Italcasse? E le banche lasciate per anni senza guida qualificata, con la possibilità, anche perciò, di esposizioni indebite, delle quali non si sa quando ritorneranno ed anzi se ritorneranno. E’ un intreccio inestricabile nel quale si deve operare con la scure. Senza parlare delle concessioni che vengono date (e talvolta da finanziarie pubbliche), non già perché il provvedimento sia illecito, ma perché anche un provvedimento giustificato è occasione di una regalia, di una festa in famiglia. E qui vorrei fare delle osservazioni. E ora i giovani con ragione non sono più indulgenti per queste cose. Per essi non vale più, come per il passato, una legge di necessità cui soggiacere. E parlo anche dei giovani e dei parlamentari meno anziani della D.C. E’ un segno dei tempi, di cui bisogna tenere conto. Il secondo punto è che anche per lo stato e quindi a maggior ragione per il partito bisogna fare economia. Non attendere nuove entrate, nel lecito, impossibili o quasi, ma diminuire le spese. Quando sento dire che il Popolo costa sette miliardi e mezzo l’anno, per quanta ammirazione si possa avere per il “Popolo”, bisogna dire che si spende troppo, se non in assoluto, per quelle che sono le nostre limitate ed anelastiche possibilità. Ed a proposito d’Italcasse, o, come si è detto, grande elemosiniere della D.C., è pur vero che la trattativa in nome dei pubblici poteri per la scelta del successore dell’On. Arcaini è stata fatta da un privato, proprio l’interessato Caltagirone, che ha tutto sistemato e sistemato in famiglia . E per quanto riguarda i rapporti d’importanti uomini politici con il banchiere Sindona è pur vero, per quanto mi è stato detto con comprensibile emozione dall’onesto Avv. Vittorino Veronese, Presidente del Banco di Roma, che la nomina del funzionario Barone ad Amministratore Delegato fu voluta, all’epoca difficile del Referendum, tra Piazza del Gesù e Palazzo Chigi come premio inderogabile per quel prestito di due miliardi che la conduzione del Referendum rendeva, con tutte le sue implicazioni politiche, necessario. E sempre a proposito di indebite amicizie di legami pericolosi tra finanza e politica, non posso non ricordare un episodio, per sé minimo, ma, sopratutto alla luce delle cose che sono accadute poi, pieno di significato. Essendo io Ministro degli Esteri tra il 71 e il 72, l’On. Andreotti, allora Presidente del Gruppo democristiano alla Camera, desiderava fare un viaggio negli Stati Uniti e mi chiedeva una qualche investitura ufficiale. Io gli offersi quella modesta di rappresentante in una importante Commissione dell’Onu, ma l’offerta fu rifiutata. Venne fuori, poi, il discorso di un banchetto ufficiale che avrebbe dovuto qualificare la visita. Poiché all’epoca Sindona era per me uno sconosciuto, fu l’Amb. Egidio Ortona a saltar su (17 anni di carriera in America) per spiegare e deprecare questo accoppiamento. Ma il consiglio dell’Ambasciatore e quello mio, modestissimo, che vi si aggiunse, non furono tenuti in conto ed il banchetto si fece come previsto. Forse non fu un gran giorno per la D.C. E poi ancora, da ultimo, un fatto probabilmente minimo, ma che assume significato in questo quadro, nel quale s’inseriscono, in linea generale, comportamenti, i quali, anche se assunti in buona fede, l’opinione pubblica considera severamente. L’Amb. Luciano Conti, fino a poco tempo fa capo missione Ocse a Parigi (l’organismo cioè di coordinamento economico finanziario internazionale con preminente partecipazione statunitense), aveva da Parigi intrecciato relazioni estremamente amichevoli con eminenti personalità Saudite, tra le quali i defunti Re Feisal e Ministro degli Esteri Saquf. Per questo tramite, e nella speranza (o illusione) di far progredire i rapporti economici italo-sauditi era stata improvvisata una visita a Roma, cui seguì a tempo debito la restituzione del nostro Presidente. In questo salotto parigino, cui non mancava partecipare il Prof. Antonio Lefebvre D’Ovidio, si pensava che a sviluppare i rapporti tra i due paesi, uno dei quali a struttura quasi privatistica, convenissero frequenti rapporti personali. Si pensava così ad un viaggio esplorativo, per assicurare, nella crisi petrolifera, buoni rifornimenti e buoni prezzi. Al viaggio, secondo il convinto suggerimento del Presidente della Repubblica, avrebbero dovuto partecipare questi amici privati della parte saudita. Il mio Ministero pensava invece ad un normale viaggio di funzionari con un rappresentante dell’Eni, ritenendo oltre tutto, che queste eccezionali possibilità non esistessero. Dovetti chiamare io il Prof. Lefebvre, per dissuaderlo, il che egli fece, probabilmente persuadendo anche chi insisteva in senso contrario. Il viaggio si fece con risultati, come previsto, modesti, anche perché la congiuntura cambiava rapidamente. L’Amb. Gaja e l’Amb. Guazzaroni furono soddisfatti che non si fosse alimentato un ingiusto sospetto. E dev’esser ben chiaro per la D.C. che non si devono alimentare, giusti o ingiusti sospetti, e forse le cose, non sempre si fanno nel modo più normale e cristallino.

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