Il pane degli Angeli

Sono esilarato: non da Facci, ma dalla ricomparsa di Penitenziàgite. La rievocazione di Gianluca (nella foto, a sinistra, io sto a destra, in mezzo Amanda Lear), una sorta di nuovo verismo iperrealista ed emotivo, è perfetta: io ho vissuto una storia patafisica, a Clarence, e vorrei testimoniare il non testimoniabile. Se non vi interessa, non continuate: faccio una controstoria di Clarence, una sorta di ennoio di quanto è capitato in anni esaltanti, irrinunciabilmente formativi: nel senso che hanno formato una sorta di idiozia perenne del sottoscritto, prima soltanto potenziale, ora attualizzata.
Comincio con il reclutamento, perché vorrei farvi comprendere bene chi è il nostro ospite, qui su GNUeconomy. Allora: invio un curriculum demenziale a questa mail di Clarence. È un brutto periodo: sono disoccupato. Mi arriva la risposta: si presenti alla tal ora in tal luogo. Vado. Il tal luogo è l’Enterprise costruita in legno da Renzo Piano: sono gli uffici di Icom. Chiedo del tizio che mi ha convocato: tal Gianluca Neri. È pieno di fighe. Mi indicano una sagoma curva e oscura, intenta dietro un video. Mi avvicino. È un tarro: un golf color topo, l’orecchino pseudomosessuale, il sorriso di chi è contento perché sta facendo delle cose su pc. Che poi sono: un banner (mi pare dell’Alitalia). Alza lo sguardo, mi chiede chi io sia, mi batte una pacca sulla spalla, mi dice: “Ok, sei dei nostri, se vuoi. Si comincia a giugno”. 42 secondi netti: il colloquio di lavoro più breve che abbia sostenuto. Esco e mi dico: ok, Genna, finalmente hai trovato dei matti che ti fanno lavorare. Non sapevo quanto matti fossero…
Gianluca Neri scompare nelle nebbie di maggio. Per settimane non lo sento. Inizio a preoccuparmi. Un giorno mi chiama, mi convoca al Tempio d’Oro: locale tarrissimo dietro viale Monza, che conoscevo per averne insidiato una cameriera (ottenendone, ovviamente, un picche). Vado. C’è Gianluca al tavolo, mi siedo, ha il golfino grigio. Ok, dico: allora, stabiliamo l’alberatura del portale? Sì, mi dice Gianluca. E, mi dice, a proposito, che cosa sai tu di Ustica? Tre ore di conversazione su Ustica. Per la prima volta trovo una persona che mi sente parlare di complotti e non mi dà del fascista (erano tempi così, allora). Poi mi parla di BBS. Poi mi fa l’elenco degli investitori su Clarence. Poi ci salutiamo. Poi scompare.
Scompare e non riappare mai più. Nemmeno il primo giorno di lavoro. Io arrivo dove mi fu detto, scendo in uno scantinato: una sala vuota, con una sedia al centro. Non c’è nessuno. Sembra di stare ad aspettare Gola Profonda nel parcheggio deserto di Tutti gli uomini del presidente. Gola Profonda arriva: è una trentenne che è vestita con fogli B4 ripassati all’evidenziatore Tratto. Mi saluta, è Cristina Babetto, inizia dicendo che è cubana. Di lì a pochi giorni è la prima direttrice di Clarence. Gianluca Neri arriva a pomeriggio inoltrato. Il giorno dopo, arriva Giovanna, che lavorava in Germania alla Mercedes. Mah…


È cominciata così. ed è continuata in questo modo. Per annoiarvi, leggete l’ennoio. Ecco cosa ho visto e vissuto, tra le molte altre cose, a Clarence:

  • il Mac di Roberto Grassilli, che si accendeva, caricava il sistema operativo, e tu nel frattempo avevi corso la maratona di New York, ti eri abbattuto essendo arrivato ultimo, avevi fatto una psicoterapia completa, ti eri ripreso, avevi parlato con un nano che si occupava di Wap al piano superiore, eri sceso, avevi fatto canestro con un tre passi, avevi telefonato alla nonna Tea, avevi aspettato Gianluca e, finalmente, avevi accesso al Mac di Roberto Grassilli.
  • Papini. Avrei detto tutto. Papini era così concepito: accento friulano, capelli rosso Anna dai capelli rossi, faccia da sosia di Ralph Malph (io sono il sosia di Potsie Weber, posso ben dirlo), lavoro precedente a Oracle, moglie sempre lontanissima mai vista e leggendaria, parentado sorrentino che premeva in mitologia (poi sarebbe esploso: ne parlo qui di seguito), battute che nemmeno Gino Bramieri in depressione, pacche sulle spalle che nemmeno Adriano Pappalardo, altezza 1.52, vestiti in pendant con quelli di Primo Carnera. Papini, uno dei soci di Clarence, era il socio tecnico. Dico soltanto una cosa, per farne capire la statura: quando sono entrati nottetempo i ladri, ci hanno rubato tutti i computer – tranne il server di Papini e il mac di Grassilli. Qualcosa vorrà pure dire.
  • Il quarto socio, Mazzeschi, era anche lui alto 1.52, e lo è tuttora. Quest’uomo leggendario, vestito secondo i dettami di Flavio Briatore, era il venditore di pubblicità. Se tra il Dottor Male e Mini-Me ci fosse una terza misura, sarebbe Mazzeschi. È l’Alighiero Noschese dei commerciali: la sua imitazione di Peppino Prisco anticipò quella di Teocoli e la stracciò in fedeltà all’originale. Gigi Mazzeschi non si nutre di cibo, ma di aperitivi. L’unica volta che, a memoria umana, ha acquistato del cibo, essendo un commerciale, l’ha preso da Peck, improbabile negozio di qualità gastronomica. Gli hanno fottuto centomila lire per una zuppa di fagioli. Poi uno si chiede perché Clarence non possa mantenere una redazione.
  • Roberto Grassilli, durante una trattativa con gli svedesi, inventò un animale di fantasia: lo Zpikko. Decidemmo che zpikko.com sarebbe stato il sito successore di Clarence. Sto aspettando.
  • Roberto Grassilli e io ci sfidammo, via mail, sulle competenze del trash nostalgico. Persi, ma riuscii a rievocare il formaggio in vetro Dover e lo scandalo della tossicità tumorale degli After Eight. Caddi in piedi. Battere Grassilli su queste cose è impossibile.
  • Grassilli inventò l’Ismizia, landa nordica in cui cresceva, abbondava e veniva impiegato in ogni ramo manifatturiero il leggendario “pino peloso”.
  • Gianluca Neri fece un viaggio nel corpo umano, come il film, come Piero Angela, ma a differenza dei predecessori lo fece nel corpo di Luisa Corna.
  • Arrivò la redazione. Maurizio Pluda si presentò al colloquio vestito come Miriam Makeba.
  • Io e Stefano Porro, vestiti come due diffusori della Torre di Guardia dei testimoni di geova, entrammo nella sede milanese di Confindustria, dove assistemmo a una risata di Fedele Confalonieri che suonava identica a quel cartone animato in cui un pazzo urlava: “Il mondo è mio!”.
  • Un’altra volta, sempre alla Confindustria (già, perché eravamo continuamente in Confindustria?), io e Porro intervistammo Umberto Eco. L’intervista iniziò così: “Umberto Eco: Baudolino, perché?”. Sconcerto di Eco, che poi risponde: “Perché, sì”. Ok, intervista finita.
  • Una volta Clarence titola doppio: a sinistra c’è Moana Pozzi, a destra il poeta Andrea Zanzotto.
  • Io e Gianmarco Neri assistiamo inebetiti, via satellite, alla predica di TBNE, il canale di Cuck e Nora, teleimbonitori religiosi millenaristi che, dall’America, hanno aperto una stazione televisiva in una villa del Varesotto.
  • Dopo una settimana, Chuck e Nora stanno assolvendo una richiesta di preghiera giunta in redazione: pregano in diretta, insieme a un gruppo di vecchiette, per la salute del redattore di Clarence Igino Domanin.
  • Nel momento di massima espanzione della New Economy, surfando sulla bolla speculativa, Clarence raggiunge la cifra record di 60 assunti. A Kataweb sono 600. Cristina Babetto, dopo un rito di santeria, torna da Cuba vestita di bianco: per un anno vestirà in quel modo e doverosamente si asterrà dal baciare qualunque essere umano, dandogli semplicemente la mano. Per frenare la frana umana clarenciana, viene inaugurato un nuovo sistema metrico antropologico: è il bolsometro, che misura il grado di bolsaggine in funzione dell’arrivo di nuovi assunti.
  • Il bolsometro impazzisce con l’arrivo di Penitenziàgite. Quest’uomo è un qualche anello mancante di qualche catena evolutiva, ma non di quella umana. Fisicamente è un incrocio tra Lou Ferrigno e il gorilla albino di Barcellona, Fiocco di neve, quello che sta morendo in questi giorni. Mi prospetta il lancio di una città virtuale in cui gli utenti possono entrare nelle case virtuali degli altri e vedere cosa c’è nel frigorifero virtuale: il contenuto dovrà corrispondere al contenuto effettivo dei frigoriferi reali. Perché? Non pago, Penitenziàgite mi propone l’acquisizione di una quota societaria di un consorzio satellitare che ha rilevato satelliti dell’ex Unione Sovietica. Non pago, Penitenziàgite mi fa una telefonata di mezz’ora che comincia con “Sensgi, Sgiusgèpe” e finisce con un “asgigheransgiansgi”. Tutto questo è vero.
  • Il bolsometro, a un certo punto, ruota a loop su se stesso. Sono infatti compresenti a Clarence: un pusher cubista di discoteca; un amante di Israele con le basette di Chuck Berry e sempre in bermuda; un giocatore di basket vessato dalla fidanzata che si occupa di una cosa misteriosa (Grassilli ancora non ha capito di cosa si tratti) che si chiama ISP (tutti noi parliamo di ISP come se sapessimo cos’è, nessuno ha la più pallida idea); un tecnico russo che equivale al mostro di Rostov e a cui nessuno si azzarda a chiedere alcunché per paura; uno scaricatore, non di porto ma di mp3, che il sabato va a Clarence, non per lavorare ma per scaricare mp3; la sosia di lady Chatterly, il cui unico neurone urla di solitudine dal centro della scatola cranica; un tapis-rulant di pelle e peli; vari svedesi con passaporto svedese.
  • Il bolsometro si vaporizza con l’arrivo di Anders. Anders è un tecnico svedese che viene dalla Germania e non parla una parola di nessuna lingua, ma si presenta con quella che ci dice essere sua moglie: una ashanti che sembra uscita da Il colore viola di Spielberg. Anders, per mesi, non si sa cosa faccia. Un giorno arrivano le tre figlie di Anders: io non sono pedofilo, ma lì quasi lo divento. Inquietante il fatto che le tre figlie di Anders siano tre sosia di Gwyneth paltrow. Quando mi azzardo a dire che non somigliano per niente alla mamma centrafricana, Anders, a borborigmi, chiarisce che sono figlie della sua prima moglie. Aperta questa crepa esistenziale, inizia il sisma Anders. Anders sparisce. Un giorno arriva una telefonata a Papini, il suo supposto responsabile: è Anders, è in carcere in Germania, dice che ha la facoltà di effettuare una sola telefonata, come nei film americani, chiede se Papini gli trova un avvocato. Un mese dopo, Anders torna a Clarence e continua a non parlare inglese. Poi sparisce di nuovo. Nuova telefonata, questa volta dalla Svezia, questa volta da una vecchietta che abita fuori Malmoe: è la madre di Anders, dice che il figlio ha tentato il suicidio. Di Anders si perdono definitivamente le tracce.
  • Io, Gianluca e Porro, devastantemente ubriachi, ci ritroviamo, senza sapere perché, ai piedi (nudi) di Amanda Lear. È la serata più memorabile della mia vita clarenciana. Un ispirato Gianluca Neri, vedendo che io sono messo alle corde dalla proprietaria del locale in cui ci troviamo, una sorta di velona alta 92 centimetri, la battezza Happy Meal. Davanti ai quadri di Amanda Lear, che li sta esponendo come se fosse davvero una pittrice, commento che sono dei Bacon, ma quello che si frigge con le uova. Porro è talmente ubriaco che devo guidare io la sua auto. Lo porto a casa mia a ritrovare il senno. A tal fine, gli faccio vedere una cassetta dei miei servizi giornalistici quando lavoravo a TeleReporter: davanti a una mia demenziale intervista all’ex calciatore svedese Nordhal, in un delirio di metalivelli, Porro ritrova il senno e se ne va.
  • Parte GennaCam. Per mesi sono sotto l’occhio del Web che, per l’appunto essendo un occhio, si volta dall’altra parte per lo schifo.
  • Parte l’euro, nuova moneta. Entro in una crisi cognitiva. Sono l’Uomo-Lira. Muoio quando la lira esce definitivamente fuori corso.
  • Gianluca mi censura (un unicum) un portale irrazionale che dedico al regista Gilberto Squizzato e alla sua attrice protagonista. Gianluca non lo sa, ma l’attrice di Squizzato è la Biancaneve della pubblicità di Clarence.
  • Igino Domanin viene hackerato dalla redazione di Clarence, che lo getta in un incubo: qualunque tasto del suo pc mette in atto la cancellazione automatica di Virgilio. Igino minaccia segni inquietanti di arresto cardiaco. Lo scherzo viene svelato, la circolazione sanguigna di Igino riprende.
  • Durante la cronaca radioweb dei Mondiali di calcio in Francia, Igino azzecca parola per parola il titolo del tema di maturità che verrà dato l’indomani. Il giorno successivo indovina che la versione di latino sarà da Seneca. Rischiamo la denuncia da parte del Ministero dell’istruzione.
  • Con la Duna di Igino, io Igino Porro e altri ci rechiamo a Piacenza, per essere ospitati in diretta a Quelli che il calcio. Igino, a ristorante, mangia una roba che si chiama Piccola di cavallo. Il giorno dopo, Simona Ventura, che si è accorta di cosa significa invitare Clarence in diretta, telefona per dirci che siamo cancellati, che è tanto se non denuncia.
  • Incontriamo, tutti assieme, James Ellroy.
  • Morte e risurrezione del Dottor Sprash, il massimo esperto di schifo inumano sulla Rete.
  • Clarence inizia a parlare fiorentino: come Dante o come Pacciani, dipende dai punti di vista.
  • Alla morte di Gianni Agnelli, Gianluca Neri inventa il titolo più geniale che io abbia mai letto: Questa volta la cassa non è d’integrazione.

Ho tralasciato, a beneficio di chi fosse per caso giunto fino a qui, il restante 97% dei miei ricordi clarenciani, che non sono meno devastantemente gratuiti e personalmente irrinunciabili. Un’unica menzione: la zia Iole. La zia Iole, sorella della mamma di Papini, è una veggente pranoterapeuta sorrentina o salernitana che, durante la cena più grottesca di tutta la mia esistenza, ha costretto uno stremato Gianluca Neri ha fare nei miei confronti una cosa che nessuno aveva mai fatto prima: mentre mi voltavo dall’altra parte, metteva le polpette in umido dal suo piatto nel mio.
Per questo lo ringrazio. Ringrazio tutti anche io. Non mi capiterà più? Col cavolo. Sto lavorando alacremente perché mi capiti ancora…

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9 Comments

  1. La zia Iole, sorella della mamma di Papini… ha costretto uno stremato Gianluca Neri “ha” fare nei miei confronti … MAGISTRALE. A volte li rileggi i pezzi che scrivi o verso la fine sei stremato e inizi a delirare?

  2. Ma quelli che segnalano gli errori grammaticali inevitabilmente sparsi in ogni blog della terra… mi chiedo… no, voglio dire… nella vita di tutti i giorni… non è per farmi i cavoli loro, no… ma cosa mangiano?

  3. o mio dio, m’hai ricordato la Babetto … feci con lei una riunione a via torino per una partenrship … ci credi che avevo paura ?!?! L’aspetto, ma anche il modo di parlare… la Babetto … non ci dormirò stanotte…

  4. Best in Show di questo Mese

    grandioso, ma manca l’operazione militare BIG BROTHER

    e BIG BROTHER2 con tanto di “talpa”

  5. Clarence… ci son stato pure io. Disoccupato da 15 giorni, avendo testè finito di raccontare rapide fregnacce a una annoiatissima commissione di laurea. Mando una manciata di mail a vari risorseumane@nontiassumeremomai.it.
    Invece Gufo, grande vecchio del portale, mi risponde: si vede che gli sto simpatico, o che quel mattino si è svegliato bene, o che ho avuto culo. Mi chiama, filo a Milano. Colloquio col direttore. Orco can, aveva sì e no la mia età ma giuravi la sapesse lunga come Paolo Mieli. Non gli piaccio troppo. Sarà stato l’accento savoiardo? Eventualmente ti faremo sapere. Sì, vabbè. Invece mi richiamano: si erano peraltro scordati di dirmi che non è carino essere presi, anche solo come stagisti, senza nemmeno farlo sapere al padrùn. Risalgo sul treno: Alessandria, Tortona Voghera, Pontecurone, Pavia, Certosa, Rogoredo. Eppoi Porto di mare, Corvetto, Brenta, Lodi tibb (ma che cazzo vuol dire tibb non l’ho mai capito né voluto scoprire ) blablabla, Missori, pezzo a piedi, via torino, campanello, portiere filippino, clarence al secondo piano. E’ permesso?
    Uff, arrivato. Sigaretta fugace con segretaria e poi a rapporto.
    Scopro che il padrùn, pure lui di apparente stato post puberale, mi fa tornare a udienza solo per accertarsi che non fossi un duplicato fabbricato dalla Cia (trascrizione fedele del colloquio, durata 16 secondi, vinco su Genna di 26: “Ah, sei tu, Stefano mi ha detto, allora occhei, in sti giorni non dormo un cazzo, dov’è finito il mio accendino? Ciao”). Lì per lì volevo chiedergli indietro le 26.300 lire di interregionale a/r Asti-Milano ma non sarebbe stato un bel modo di iniziare, eppoi il padrone comanda. Da allora non l’ho praticamente visto più: si vede che aveva risolto le difficoltà nell’abbandonarsi all’abbraccio di Orfeo e mi ricordavo della sua esistenza solo quando, una decina di volte al dì, il telefono del suo ufficio squillava a vuoto.
    Ah, no, ricordo pure le e-mail alla redazione tutta, che invitavano ad astenersi dall’uso del giallo 100 e ricordavano la lista delle sfumature di grigio non sottoposte a censura.
    In quei quattro mesi qualcosa ho visto. E non ho dimenticato le esegesi sulla battitura della moneta per fini esoterici del Genna, ingrassato di una decina di chili da quel dicembre al giorno del mio addio alle idi di marzo, Genna cui ho consigliato (e me ne vanto) il manifesto di Emanuela Orlandi come simbolo del lounge.
    Un giorno, per dissuadermi dal trovare casa alla Bovisa (casa: una tripla a 600 carte in stanza con due comaschi avvinazzati), e lo facevo per risparmiare, mi confidò di aver sognato Fabio Capello in veste di padrone di uno scantinato che, discutendo con la mia ragazza, una certa Marianna, non si metteva d’accordo sull’affitto da farci pagare: voleva 10 pali al mese. Non ho mai capito se mi stesse prendendo per i fondelli, o se fossi l’unico a non averlo capito, ma alla fine alla Bovisa ho fatto un giro e aveva ragione lui: ti intristisci, a vivere lì.
    Non ho scordato nemmeno le tette della prof di inglese, un bonus aziendale, anzi due, andata via coi bei tempi del Web: era un lusso che non ci si poteva più permettere, così come la macchinetta del caffè gratis (mattino, tastiera di sinistra: caffè, caffè macchiato, cappuccino, cappuccino con cacao. Pomeriggio, tastiera di destra: thè al limone, cioccolata, ciolat, latte, solo bicchiere tanto per scialare. Sera: tappa forzata al cesso).
    E poi il socio del padrùn, una specie di edizione italiana del protagonista di Toy story, che si vestiva come nemmeno potevo osare alle medie pur essendo io venuto su in piena era paninara e potendo quindi vantare mise agghiaccianti et fotograficamente documentate (piumino Moncler, felpa triplo strato Best Company, cintura con fibbia El Charro, jeans Valentino con risvolto fino al polpaccio, Barlington e Timberland).
    Ricordo lo scherzo a Igino, cui ho procurato una specie di ischemia fingendomi il commissario Basettoni che lo cercava come contumace nel processo intentatogli da Johnny Dorelli.
    Provincialotto e pivello, non ero il Nash della penna ma neppure un maniscalco, eppure risultavo un po’ intimidito dalla deriva intellettual-trash-snob che aleggiava in redasciùn; come pizzicotto per riportarmi alla realtà osservavo l’unico redattore che si prendeva sul serio, uno che rispondeva sempre “Eccolo!” al telefono e che, forse, era convinto di pubblicare i suoi pezzi sul Corsera. Però qualcosa l’ho imparato.
    Per esempio che la gnu economy stava andando in vacca: a Firenze, dicembre 2001, invitati ai preparativi del nostro funerale a casa di Dada, un tizio stravolto e palesemente alticcio saltava sul palco ululando “Dal free al fee!” scoppiando con le mani palloncini che recavano scritte tipo “I love this company” ed estraendo dalle tasche un paio di “device”, lui diceva, che ci avrebbero garantito fama e danaro. Distratto dal sottogonna di una commerciale della Factory, un ente ameboide mai meglio classificato – almeno alle mie orecchie – non ci feci troppo caso. Mi hanno poi detto che, di lì a un anno, sarebbe diventato il medico personale di Clarence. Considerata la data del decesso dell’angelo poteva andare molto peggio.
    Ci son rimasto affezionato, a Clarence, anche oggi che ho rivisto tre quarti della (ex) redazione e uno non ne vuol più sapere, l’altro è in partenza per chissà dove, l’altro ancora usciva da un colloquio vestito come Don Johnson in Miami Vice.
    Da quello che ho capito la passata di gaussian blur è finita per sbaglio sul cervello di qualche kapò vecchio e nuovo, ecco perché siamo passati dalla sezione compleanni a quella necrologi.

  6. Eccola, “la” Babetto! Non più vestita di bianco, ormai fuori dalla Rete (in tutti i sensi) ma ancora legata a buona parte dei ricordi che Genna ha riportato a galla.
    Giuse’ (ormai posso permettermi l’accento romano) ma lo scambio delirante di mail pre-clarenciane lo abbiamo dimenticato?
    Io ne conservo ancora qualcuna… non so bene perche’.
    Un’altra cosa….. ma chi sei tu che non hai dormito al mio semplice ricordo? Che cosa ti ho fatto durante quella riunione in via torino? Ci terrei a saperlo perche’ potrebbe servirmi in futuro…

  7. Gianluca Neri: il Romanzo che non t’aspetti (tu; io, sì)

    Conosco da anni Gianluca Neri. E’ stato il creatore di Clarence e mi ha assunto mentre già sciavo non tanto allegramente sulle pareti del baratro della disoccupazione (primo periodo postmondadoriano). Sia detto per inciso: spero con tutte le mie forze…

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