In morte di un povero cristo

Se la pietà verso quel corpo riverso sull’asfalto non offuscasse il giudizio, ci sarebbe da pensare che con l’omicidio dell’economista Marco Biagi sfuma la possibilità di una civile discussione sulle modifiche all’articolo 18. Non è indubbiamente questione da poco: lo diventa messa a contrasto con la morte di un povero cristo, di un’inconsapevole pedina di secondo piano che faceva gioco un po’ a tutti avere fuori della scacchiera. Sarebbe persino lecito pensar male, se Luca Casarini, il portavoce delle “tute bianche” che si vanta di non bere Coca-Cola e tuttavia non raggiunge il quoziente di intelligenza della relativa lattina, non avesse vanificato anche questo perseverando ad evitare di tacere. Perché, diciamolo: le fondamenta dei palazzi del potere non tremano per la voce grossa dell’opposizione istituzionale, ma per quella corale delle migliaia di persone che, malgrado l’assenza di un leader credibile, portano in piazza un comune sentire, una collegiale protesta. Considerando che i “black block” non amano i girotondi e i PalaVobis, le parole del Presidente del Consiglio («Il senso di responsabilità, in un momento come questo impone a tutti di interrompere la catena dell’odio e della menzogna, perché è di questo che si nutre l’inumana ideologia che muove la mano degli assassini») non possono che suonare strumentali e un filo sospette. Ed era pure una dichiarazione a freddo. Quella a caldo, a chi per primo gli ha riportato la notizia, è stata: «Cribbio, io non intendevo “quel” Biagi.

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