Non rimandare a Domanin quel che potresti imparare oggi

ico-domaninipertesto.jpgSi fa un gran parlare, mi sembra, del nuovo libro di Igino Domanin, Filosofia dell’ipertesto, scritto assieme a Paolo D’Alessandro.
Mantellini e Sofri non si lasciano sfuggire l’occasione per prenderlo per i fodelli, come solitamente accade da qualche anno a questa parte. E, del resto, non sono stati mica loro a mandare alle stampe questa introduzione:

Ci si chiede, però, non tanto se si possa comunicare il pensiero, mediante il “contenitore”? elettronico-digitale, quanto piuttosto se si possa elaborare pensiero con il nuovo medium della scrittura elettronica. Insomma, s’intende portare l’attenzione e la critica teoretica all’utilizzo del medium nelle sue specifiche caratteristiche e non semplicemente quale simulatore e riproduttore di scrittura alfabetica.

Succede l’impensabile: che qualcuno prende a difendere il buon Igino.
Nei commenti al post di Mantellini, per dire, Alessandro Longo scrive: “Beh, scrive in modo involuto, ma comuqnue comprensibile a chi ha studi filosofici alle spalle. Ci sono libri di filosofia scritti in modo molto più complesso, per esempio Deleuze e Guattari”, dando per scontato che la Filosofia debba essere incomprensibile ai non iniziati; alle timide critiche poste alla precedente affermazione risponde bgeorg: “Se leggi un testo di fisica atomica e poi un testo sul concetto di potenza in aristotele tu li capisci al primo colpo. non so se invidarti o preoccuparmi per te”; la chiosa è di Shangri-La: “Se uno studente di filosofia di primo pelo e fresco di liceo allargasse le braccia sconsolato di fronte a questo semplice testo, potrebbe allegramente far fagotto seduta stante e andare a fare altro, nella vita. L’unica cosa che distingue quello studentello da voi è che lui deve muovere il culo, far funzionare il cerebro e non stare troppo a far lagne, se vuol passare l’esame. Invece voi, complice il gusto di sbertucciare Domanin, mollate il colpo al primo paragrafo. Tutto qui. (Per la cronaca: D’Alessandro è il docente preferito degli studenti meno dotati e i suoi libri sono tra i più semplici che uno possa trovarsi a leggere durante il corso di studi)”.

Dico la mia, per quel che può valere (e non me voglia Igino, che è un amico).
C’è in giro questa credenza che scrivere semplice rappresenti un’abiezione. Ora, Alberoni a parte, semplice non è affatto sinonimo di banale, come molti sembrano credere.
E dico che non è un problema di filosofia o di fisica atomica, ma di scrittura.
E poi, oltre che di scrittura, di comprensibilità.
A questo aggiungo che una frase che non si sappia fare comprendere, in qualsiasi campo; una frase che contenga un codice massonico da iniziati; una frase che faccia le capriole su sé stessa solo per il gusto di farlo, di spiazzare il lettore, di farlo sentire ignorante, non è una frase, ma masturbazione.

Per dire: arrivo io, prendo una bomboletta di vernice spray e scrivo su un muro La Grande Risposta A Tutte Le Domande. Problema: ho una calligrafia incomprensibile e, per quanto mi sforzi di far capire che quel concetto è la panacea per tutti i mali, la gente attorno a me non riesce a leggerlo, e lo ignora.
Ora, chi è l’idiota: loro che non riescono a decifrare ciò che ho scritto, o io che l’ho scritto male?

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50 Comments

  1. Solo che la semplicità non é un valore assoluto. Semplicemente: dipende da quello che devi dire o devi scrivere.. a volte funziona, a volte no.
    Quella frase di Domanin poteva essere incredibilmente semplificata.. non avrebbe perso niente (peraltro: non é difficile ed era palesemente un modo per prenderlo per il culo).
    Pensa invece a stendere col mattarello certe cose masturbatorie del Genna (parlo sempre di critica) o di Ghezzi o di altri.. si perde tutto!

  2. Bravo Gianluca, e’ un po’ che ti leggo (un annetto o giu’ di li’), sono nuovo dei blog, io sono abituato a usenet e alle regole dei newsgroup, ma siccome oggi hai detto una cosa che trovo bella, semplice e (credo) comprensibile a molti (non dico a tutti), volevo fartelo sapere. Ulimamente ti hanno tacciato di “scarsa presenza”, ma se la lontananza produce queste “perle”, parti per la Siberia seduta stante :-)
    Grazie.

  3. Sullo specifico sono d’accordo con te : la frase incriminata esprime un concetto banale con un arzigogolo autocompiaciuto e farraginoso.
    Però esistono libri di difficile accesso per i non addetti ai lavori e non per questo “sbagliati”. Si rivolgono ad un target diverso.
    Voglio dire, tra “Panta rei” di De Crescenzo e un testo filosofico c’è un differente spessore letterario, ed è vero che il testo filosofico può arrotolarsi su se stesso, può intersecare le “categorie” (platonicamente parlando) della filosofia e risultare a volte un enigma da sciogliere. A volte sono però i dettagli a distinguere un Bignami ben realizzato (e comprensibilissimo) da un testo di critica.
    In sostanza, è stridente leggere un concetto banale (e da Bignami), come quello di Domanin, scritto in quel modo. Sembra quasi voglia impedire all’impaziente di comprendere la banalità dell’assunto.

  4. La scrittura – ogni scrittura – è essenzialmente un fatto di stile. Ho sempre contestato l’idea che esistano testi facili e testi difficili. Riesco soltanto a discriminare la buona dalla cattiva scrittura. Quando, leggendo, mi capita di pensare: ” questo concetto non avrebbe potuto essere espresso in modo migliore”, ecco, lì ritrovo la “buona scrittura”: in sostanza, uno stile.

  5. La seconda che hai detto, Gianluca. La scrittura in un saggio dovrebbe essere funzionale a trasmettere un messaggio, non a fare sfoggio di prosa rococò riservata a poche persone pazienti. Perché poi è pazienza che serve, qui: pazienza di rileggersi la frase un paio di volte con attenzione e decifrarla. Non contiene concetti complessi, è solo formulata in modo complesso, come spesso si ritiene (a torto) debbano essere scritti i saggi.

    Questo è vero soprattutto della saggistica italiana, mentre quella americana (anche in virtù della minore elasticità della sintassi inglese) diventa ostica solo in presenza di termini tecnici.

  6. posto. Tale è l’involuzione della nostra (vostra?) capacità linguistica? Forse succede un po’ come nella musica: oggi l’ascoltatore medio non riesce ad andare oltre allo schema medio della canzone. E poi chi è quel fesso che osa dire che D’Alessandro sarebbe un mediocre? E’ uno dei pochi pensatori veri della Statale!

  7. Mah, sono d’accordo a metà. Dunque, hai detto che una frase è masturbatoria quando viene scritta soltanto per il gusto di spiazzare un lettore che si senta ignorante nel leggerla. Ma…davvero questo è sempre lo scopo? Sì, forse c’è gente che scrive con finalità del genere; ci sarà anche chi, però, sa già che la sua opera non è per tutti, non è per quelli “ignoranti” in cotal senso.

  8. La frase in questione è, come tanti hanno già detto, inutilmente arzigogolata. questo, però, non significa che sia “complessa”: ovvero, a una persona di media capacità di comprensione e proprietà di linguaggio (quale si suppone essere, al minimo, il destinatario del testo) risulta facilmente comprensibile, e lo è anche a chi, pur spiazzato magari da un approccio “impreparato”, tenti di farlo con interesse.
    Ora, io, visibilmente, scrivo a malapena un italiano corretto, figuriamoci le pretese artistiche o comunicative. Trovo però che la “semplicità” della comunicazione sia uno dei grandi inganni della nostra epoca. Con semplicità si comunicano slogan, non concetti. Con la semplicità non si fanno ragionamenti corretti (se non banali).
    Il linguaggio necessita di complessità, di proprietà; la neolingua orwelliana era semplicissima, ed è quello il rischio che si corre…

  9. Tutto giusto, dottor Neri. Il problema e’ che ci sono cose che non si possono spiegare con una sola frase. Tipo la fisica atomica, appunto.

  10. gianluca, giulia, vorrei che mi scriveste qui il titolo di un libro di filosofia da voi letto (e non sto parlando di De Crescenzo o di Hermann Hesse, intendo filosofia) che non vi abbia richiesto uno sforzo di lettura, o se non ve l’ha richiesto, di cui siate certi di aver capito davvero contenuto, intenzioni e conseguenze. Già che ci siete, anche il titolo di un libro di filosofia scritto da un anglosassone e da voi letto che abbia le stesse caratteristiche. Vietato guardare su google.

    Poi vi propongo un paio di esercizi:
    posto che scrivere semplice non è certo un delitto e in molti campi è anzi richiesto come premessa (ad esempio se devi vendere più copie, oppure se vuoi “rispettare il lettore” col prenderlo per un cerebroleso), ne deriva logicamente che è sempre possibile scrivere semplice in tutti i campi?
    Poi:
    posto che alcuni saperi contengono tecnicismi anche molto complessi ed elaborati (fidatevi, è così) con cui, alle volte attraverso parole comuni usate secondo un codice specifico, sintetizzano lunghe serie di affermazioni, se un non tecnico al leggere una frase tecnica (un paio di volte, certo) dice: “Cavoli, questo l’ho capito anch’io, vuol dire questo e questo”, quante possibilità ci sono che il non tecnico in realtà non abbia capito proprio una mazza, né potrebbe dato che per comprenderla appieno dovrebbe essere al corrente di tutta la serie di affermazioni che ci sta dietro?
    Se poi voi siete contrari ai saperi tecnici, ok, cercate di pensare alle possibili conseguenze. E cominciate con lo spegnere il computer, che da tali saperi è prodotto.
    (ultima domanda, giulia: cosa significa che, secondo gli autori, questa che stiamo usando non è propriamente scrittura alfabetica? E cosa potrebbe significare secondo te per la filosofia usare mezzi diversi dalla scrittura alfabetica? – non stiamo parlando di diffusione dei contenuti, se pensi a quello -. O meglio, dato che la questione cui allude la citazione è questa, che rapporto c’è tra scrittura alfabetica e logica?)

  11. Visto che ci sono. Premesso che ormai si è capito che la discussione ha abbandonato il testo di Domanin e si è allargata, vi invito (qualcuno accennava già a qualcosa del genere) a muovere battaglia anche a tutti quei dischi che “non li apprezzi mai al primo ascolto ma poi” e a tutti quei film che comunicano qualcosa ma in maniera simbolica e con linguaggi e con i silenzi e con la poesia e dico io ma non potremmo cambiare canale e guardare arma letale 6 o tutti pazzi per Ben Stiller?

    “Nella semplicità si nasconde la divinità”

    (questa l’ho letta su un libro di Fabio Volo)

  12. b.george, il fatto è che quello che dici suona un po come “lettore occasionale, è inutile che rosichi, tanto non ne capiresti comunque un cazzo”.
    Pienamente legittimo certamente, ma sarebbe un po come se noi ‘addetti ai lavori’ dicessimo “Navigatore medio, spegni il computer che tanto non ne capisci un cazzo”. Personalmente non trovo corretto neanche pensarla una cosa simile.
    Sul discorso della difficoltà tecnica di un testo, per carità, sono pienamente d’accordo. Pero’ mi suona male l’aria di difficoltà implicita che gli si *deve* attribuire

  13. Beh, scusate, è un libro di filosofia, ha un particolare target, io non ho mai studiato filosofia e quindi non ho gli strumenti per giudicare quel testo. Non ci capisco granché, ma mica perché è scritto male (dal punto di vista della forma, anzi, mi sembra molto semplice: periodi corti, poche incise), è solo che “dell’argomento” non ci capisco granché. Che poi in Italia esista anche un filone di autori che scrivono testi (di livello universitario) in forme volutamente complesse è un altro paio di maniche, ma ripeto, non mi permetto di giudicare un libro di filosofia.
    “So di non sapere una sega”.

  14. Io penso che più semplifichi e più sei lontano dalla realtà, ma vicino al sogno.
    D’altra parte, più sei involuto e più sei lontano dalla realtà, ma vicino all’incubo.

  15. La vera arte consiste nello spiegare con parole semplici concetti difficili.
    Il contrario è solo una forma di autocompiacimento dello stupido acculturato.

  16. non ho capito niente di questo post. Potreste rispiegare la cosa con parole più semplici? sembra interessante.

  17. Toh, il controsnobismo avanza vittorioso.

    Vis, credo che la vera “arte” (come la definisci tu; io userei termini diversi, ma tant’è) sia quella di farsi capire al volo dalla categoria di lettori alla quale, volontariamente o involontariamente (ma necessariamente), ci si rivolge. Il resto, lo spiegare con parole semplici “a chiunque” (questo mi sembra di cogliere nel tuo intervento) dei concetti difficili “per alcuni” (questo lo aggiungo io) è una pietosa illusione.

    A proposito: Neri, mi spiegherebbe il significato di “Se Google si è visto sputtanare il suo algoritmo del PageRank dallo spam, non per questo ci devono rimettere i blog”. E’ scritto in un suo post di ieri, e francamente ne capisco ancora meno che dell’introduzione di Domanin, nonostante io sia convinto che in fondo la sua affermazione racchiuda un concetto semplice semplice.

  18. Scrivere in maniera semplice e comprensibile non significa necessariamente “semplificare”.
    Ma si può spiegare in tale maniera un argomento complesso e “difficile” solo se lo si è compreso molto bene.
    Ho già espresso il mio parere nei commenti del Manteblog, con tanto di esempio.
    Ma dopo aver letto i commenti del buon B.Georg, qui e là, mi permetto una chiosa: occorre distinguere tra semplicità del linguaggio, che è uno strumento della comunicazione, e semplicità o meno dell’argomento trattato, che è un valore soggettivo e non intrinseco.
    E circa la domanda espressa, dopo aver diligentemente e mentalmente eseguito gli esercizi proposti a Gianluca e Giulia, la risposta è si: è sempre possibile scrivere anche di argomenti estremamente complessi con un linguaggio relativamente semplice e sufficientemente comprensibile. Ed è un buon metro della bravura dell’autore. Comunque è anche vero che uno dei miei migliori maestri ci disse una volta: “Posso trasmettervi forse gran parte della mia conoscenza, ma nemmeno un briciolo della mia comprensione; quella deve venire da voi.”

    Cordialmente,

  19. M.B, spiegare in parole semplici un trattato di fisica nucleare alla signora Rosa (che posso essere tanquillamente io) non è solo una perdita di tempo per le limitate capacità culturali della signora Rosa, ma lo è soprattutto perchè alla signora Rosa, piccola pedina di una società multiforme, sono affidate altre mansioni che non richiedono una simile conoscenza.
    Ma qui si scende nel tecnico e le pietose illusioni non le coltivi tu ma neanche io.
    Altro, invece, (chiamale pure semplici capacità) è spiegare con parole semplici concetti difficili che però dovrebbero essere alla portata di tutti.
    La filosofia, tanto per rimanere in tema, è un argomento che anche involontariamente ciascuno di noi applica alla propria esistena e in quest’ottica, insegnare con parole semplici a dare forma ad una parte del nostro essere, mi pare una buona prospettiva più che una pietosa illusione.
    Poi possiamo anche rimanercene qui io e te a filosofeggiare sul senso di un vasetto di yogurt vuoto escludendo gli altri dalle nostre fantastiche elucubrazioni al riguardo, ma certo il rischio di diventare ridicoli è forte!

  20. Secca un po’ dover rientrare in blackout quando la discussione si fa interessante (e per una volta non si parla delle storie d’amore di qualcuno), però vorrei dire una cosa: b.georg, la frase non nega l’utilizzo della scrittura alfabetica, né dice che non ne viene fatto uso. Parla del mezzo come “simulatore e riproduttore” della stessa. Non fa menzione di scritture alternative.

  21. La comprensione letterale di un testo non comporta la comprensione della somma dei suoi significati. La semplificazione dei concetti è spesso impossibile, così come ne è difficile la comprensione senza adeguata preparazione.
    Ora, anche in filosofia le parole-concetto assumono significato in base al cammino che verso quel concetto è stato fatto in precedenza. Quando Lenin parla di Stato, può farlo perchè il concetto di Stato è già stato (scusate il gioco di parole) raggiunto ed esplicitato da Hegel, che a sua volta…
    Ora, se la signora Rosa o chi per lei prende in mano il terminale di un esperienza conoscitiva durata secoli, difficilmente, se è del tutto digiuna dei precedenti, ne comprenderà la somma dei significati, per quanto semplice possa essere il linguaggio con cui è scritto.

  22. La signora Rosa di solito si occupa di ricette di cucina ben sapendo che preparare un ragù come si deve, richiede impegno, conoscenza e una certa dimestichezza.
    Mai si sognerebbe di insegnare al Sig. Olindo la preparazione del ragù come lo fa lei, però la signora Rosa, il risultato del suo lavoro, lo condivide volentieri con il sig. Olindo che magari non sarà di palato fine ma le cose buone le sa riconoscere.
    Ostinari a mangiare il ragù da sola perche Olindo non sarebbe in grado di apprezzare la sfumatura di scalogno che lo accompagna, sarebbe un operazione inutile che non aiuterebbe mai il sig. Olindo a raffinare il proprio palato.

  23. il problema non riguarda il modo: il problema e’ se si concepisce la filosofia come scienza oppure come discorso non specilistico. nel primo caso, e’ ovvio che tu non capisca quello che scrive uno studioso: la sua scrittura presuppone conoscenze che non tutti hanno (chi si avvicinerebbe ad un libro sulla relativita’ generale senza conoscere la matematica). “la verita’ raramente e’pura e mai semplice”

  24. Di più, caro Andrea, la verità assoluta non esiste, e il concetto stesso di verità, come quelli di bene e di male e tutto il pensiero duale, è solo un antropomorfismo. cfr: Piergiorgio Odifreddi, Le menzogne di Ulisse, scheda di presentazione già linkata da Sua Eccellenza Massimo Mantellini, comunque eccola: http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?isbn=8830420441

    Un buon esempio di come si possa affrontare con un linguaggio semplice argomenti anche molto complessi. E renderli comprensibili. Anche alla signora Rosa, che per quel che ne potete sapere, oltre a fare un ottimo ragù, in gioventù magari a queste cose s’appassionava e se le avessero consentito di studiare sarebbe stata un’ottima scienziata. E vi posso assicurare che Margherita Hack cucina niente male, tuttora :o) Cieli Sereni a tutti,

  25. Tutti i concetti possono essere semplici, ed espressi con parole semplici, quando li si è compresi. Questo compatibilmente con i livelli di approfondimento e di rappresentazione dei temi trattati. La semplicità è proprio questo: è il valore aggiunto derivante dalla soluzione, completa o parziale, di problemi complessi. Cosa diversa dalla semplicità è la semplificazione, che, spesso, risulta essere una scorciatoia, un salto logico, rispetto al faticoso lavoro della speculazione.

  26. Sottoscrivo quanto detto da Slowhand.
    Alcune discipline richiedono inevitabilmente degli strumenti di decodificazione validi. E’ vero : a grandi linee si può far capire di cosa si sta parlando anche ad un bambino analfabetizzato. Ma il senso profondo, il senso più proprio, la sfumatura che anche un solo specifico vocabolo può disegnare ? E’ questo dettaglio che fa evolvere le scienze e le conoscenze.
    Allora, chi non capisce legga un compendio semplificato, ma la criminalizzazione del perfezionismo tecnico (letterario, scientifico, ecc.) mi sembra controproducente.

  27. pienamente d’accordo con giulia. ma la filosofia di cosa tratta. non credo nè penso possa essere argomento solo per professori universitari, se involontariamente ne facciamo tutti i giorni. che poi si voglia applicare un linguaggio pieno di tecnicismi è possibili, sempre tenendo conto che non si tratta di cotruire un aereo

  28. D’accordo con Slow, Enzo e Federico. Ci sono discorsi specifici che non possono essere fatti in termini semplici, ne perderebbero e non è giusto per tutti coloro che sono in grado di comprenderli.
    Diverso il caso di coloro che scrivendo di argomenti semplici riescono a renderli incomprensebili, solo per poter continuare a gestire il potere che la cultura concede.

    Ma con quello che mettono a disposizione i motori di ricerca davvero chiunque può imparare tutto di tutto. Ogni filosofo è spiegato in maniera elementare.
    E inoltre, per esempio, c’è tutto Platone on line. Però quanti di quelli che si sentono esclusi, leggerebbero una sola pagina di Platone che pure è scrive in maniera semplice?

  29. Pochi Rina, perchè anche a leggere e a studiare bisogna imparare.
    Comunque, scusate se insisto, avete tutti ragione ma qui non si parlava di semplificare concetti difficili ma esattamente dell’opposto ovvero di complicare concetti semplici.
    A mio avviso, ripeto, per una forma di vanità intellettuale deplorevole.

  30. Vis, beh dopo la prima elementare abbiamo imparato a leggere. Dopo, da soli, se vogliamo, impariamo a studiare. Non possiamo pretendere sempre maestri e padri e madri.

    Siamo d’accordo che molti autori rendono difficili cose facili. L’Italia è piena di gente che ama coltivarsi le sue cose e non spartirle con gli altri, cultura compresa. Non so se sia il caso del libro di cui si sta qui parlando, perché non l’ho letto.

  31. Si chiama educazione Rina, in questo caso educazione allo studio, e non sempre l’educazione esaurisce il suo ciclo con quello delle scuole elementari.
    Imparare a leggere non basta e siccome anche il nostro paese è formato da quattro blogger e da milioni di signora Rosa e sig. Olindo, non sarebbe una cattiva idea smetterla di arroccarsi su una presunta superiorità intellettuale e utilizzare un linguaggio che aiuti tutti a comprendere il significato di certi concetti.
    Ripeto, non parlo di temi tecnici ma talvolta si leggono delle cattedrali gotiche della parola che all’interno non contengon niente.

  32. aldo, un po’ sopra:

    non ho detto ovviamente che devi rosicare se non sai una cosa. ho detto che certe cose richiedono fatica, ma in genere ripagano per la fatica che richiedono (in genere, non sempre, e nel caso di questo libro non saprei dirtelo, non l’ho letto)
    (Il tuo esempio del computer – del mezzo tecnico da usare – non è calzante: a un interruttore si richiede di presentare un’alternativa secca “si no” a chi lo deve premere. A un testo di filosofia un numero di alternative un poco superiore. Il che non esclude che un sacco di testi scritti presentino un numero di alternative di comprensione e utilizzo paurosamente simile a quelle di un interruttore. Il che può essere un bene o un male, dipende: se è un testo che mi dice “caduta massi” è un bene, in altri casi mi si prende per idiota – peraltro anche il cartello presuppone un sacco di cose che diamo per scontate, ma tant’è).
    Infine non ho detto affatto che un testo tecnico “deve” essere difficile, ma che “si deve” conoscerne il linguaggio tecnico, operazione che può essere più o meno difficile, dipende dai casi (se si vuole capirlo del tutto, il che non è peraltro obbligatorio. Anche considerato che la filosofia non si occupa affatto di “cose applicabili alla vita di ognuno”, come qualcuno dice sopra. Proprio per nulla, direi, e quindi sconoscerla non è così grave).

    Giulia, un po’ sopra:

    da quello che dici che la frase non dice, temo che tu sia piuttosto fuori strada…
    ma se vuoi ne riparliamo altrove, non credo che qui ognuno debba dire cosa significa quella frase. Altrimenti ci sarebbe piuttosto da ridere, temo

    [per dire: avete chiaro, immagino, che la frase nella sua completezza, come compare da sofri, presuppone la consapevolezza di un problema – e un paradosso logico – analogo a quello che emerge dai quadri di Escher, ossia “c’è qualcosa che produce il pensiero grazie a cui lo faccio, mentre lo faccio; cioè “io sono il prodotto dei miei prodotti” (e non nel senso che mi influenzano o modificano) – e come può mai essere, se devo averli prodotti io perché mi producano? E che tale paradosso è posto implicitamente dagli autori alla base dei processi di conoscenza, compreso quello del libro in questione che circolarmente pretenderebbe di dirlo? Naturalmente lo sapevate. E’ una frase banale, infatti. Auguri]

  33. I colpi di genio sono talmente rari che val la pena rivederli.

    A proposito: Neri, mi spiegherebbe il significato di “Se Google si è visto sputtanare il suo algoritmo del PageRank dallo spam, non per questo ci devono rimettere i blog”. E’ scritto in un suo post di ieri, e francamente ne capisco ancora meno che dell’introduzione di Domanin, nonostante io sia convinto che in fondo la sua affermazione racchiuda un concetto semplice semplice.

  34. Vis, tutto non può essere fatto da tutti. Nella vita si fanno delle scelte. Uomini e donne, anche umili, se si appassionano di filosofia, possono approfondire. Ma non è indispensabile farlo. Ci sono alternative altrettanto valide e meno impegnative.

  35. Rina, adesso parlavo in generale.
    Filosofia libera per tutti, è effettivamente un slogan che mi sentieri di appoggiare.

  36. “Se l’ipotiposi del sentimento personale prostergando i prologomeni della subcoscienza fosse capace di reintegrare il proprio soggettivismo alla genesi delle concomitanze allora io rappresenterei l’autoprasi della sintomatica contemporanea che non sarebbe altro che la trasmificazione sopolomaniaca!”

    Secondo i fautori della complessità esplicativa, questo famoso pezzo di Petrolini si poteva spiegare più semplicemente o no?

    La responsabilità della comprensione non è sempre del discente, l’onere della prova deve essere anche del docente. Durante le scuole mi sono capitati degli insegnanti che rendevano facili all’apprendimento anche cose difficili e me le facevano amare. Questo non mi risparmiava dal compito di studiare, anche pesantemente, se volevo apprezzarle nel loro intimo, e goderne il valore dei contenuti, oppure prendere semplicemente un bel voto. Tutt’altro. Altre volte, invece, non dovevo superare solo l’intrinseca difficoltà delle cose, ma anche sobbarcarmi la constorsione mentale, l’incapacità o la supponenza del mio professore.

  37. Però non sono d’accordo che il tempo e la voglia siano sufficienti per studiare.
    Spesso l’ambiente in cui avviene la nostra formazione, influisce pesantemente anche sulle capacità di studiare da soli.
    Cazzo! oggi sono più tignosa di un buldog attaccato a un polpaccio!

  38. scusate, ma ne ho copiancollato uno con molti errori. Di alcune parole le diciture corrette sono queste: ipotiposi, …. prolegomeni, … subiettivismo, … esopolomaniaca

  39. Non difendo Domanin né altri. Ognuno risponda per sé. Sono intervenuta in risposta a quella che m’è suonata come un’implicita chiamata di correità perché spesso e volentieri mi è stato mosso analogo rimprovero. Né mi interessa sprecare il fiato per difendere me stessa. Poiché scrivo solo a “casa mia” e non è fatto obbligo a nessuno né di leggere né di apprezzare quel che dico e come lo dico, poiché non vado più in cerca di interlocutori riottosi (tant’è vero che sul mio account di Macchianera crescono ormai le ragnatele), non capisco cosa questi ultimi vogliano da me quando sprecano del tempo prezioso per lamentarsi sui loro blog della mia prosa. Né capisco cosa vogliate da Domanin o dal titolare di cattedra D’Alessandro quando scrivono un testo diretto ai loro studenti, abbordabile per gli stessi e lontano dallo stile involuto del presunto estensore (non so chi abbia materialmente scritto la presentazione). Ribadisco quanto da te citato, Gianluca: i signori ventenni ancora brufolosi che vogliano cavarsi dagli impicci dell’esame di Teoretica senza troppo sforzo, DEVONO capire quel che si dice in quella prefazione e nel relativo testo. E lo capiscono, tranquillo. Centinaia di studenti sanno che questo è un bicchiere d’acqua fresca a confronto di bel altri cimenti che affronteranno nel corso della loro carriera universitaria. Inutile dire che nella comprensione di un qualsiasi testo giocano ruoli fondamentali l’interesse, la passione, l’urgenza di capire, l’ambizione di un bel voto e in sostanza tutta una dimensione emotivo-intellettuale non trascurabile. Perciò i piagnistei di gente che a priori sbuffa alla sola parola “filosofia” o che è legittimamente disinteressata ai temi in oggetto proprio non li capisco. Comunque: la tua frase “c’è in giro questa credenza che scrivere semplice rappresenti un’abiezione” ribalta abilmente la frittata. C’è in giro la credenza opposta, invece, cioè che tutto ciò che è complesso rappresenti un’abiezione. Naturalmente i rivoltosi che tu qui chiami alle armi contro l’ampollosa e vuota verbosità del Domanin di turno, ma potrei essere io stessa o bgeorg o chi per lui, avanzerebbero subito un’obiezione, che è poi quella che citi alla fine del post: “eh no, cari, il vostro problema non è che siete complessi, è che usate la penna come una zappa e proprio non ci sapete fare. O al limite il vostro problema è che ve la tirate troppo e volete fare gli intelligentoni quando in realtà siete solo dei poveri idioti”. Ora io lo vedo benissimo, caro Gianluca, che questa è una trappoletta per topi, non un tema di discussione serio, perché il messaggio subliminale “sei un idiota del cazzo che non sa scrivere e ti credi pure chissà chi” fa scattare subito la tagliola e solo una fessa dichiarata come la sottoscritta può consapevolmente metterci le zampe. Nondimeno ce le metto. Entro a pieno titolo, insomma, nella parte dell’idiota e procedo. Intanto, diciamo subito una cosa e usciamo da questa ipocrita idolatria dello scriver semplice (dando per buono che sia scontato cosa meriti o no d’esser definito semplice e chiaro): io non so se ti sono mai capitati in mano testi di Hegel, di Husserl o, chessò, di Heidegger. Ecco, definirli complessi, visto che la vostra misura del “difficile” è il testicolo di Domanin (mi scusi Igino se cito qui le sue parti basse senza permesso), è semplicemente riduttivo. Eppure vorrei vedere qual è la testolina a ogiva che si alza in piedi a dare dell’idiota ai succitati. Quindi c’è una complessità e financo un’intraducibilità tollerate e una complessità di cui fare zerbino per le proprie scarpe inzaccherate. Benissimo. “Eh, ma qui ci parli di geni, mica di saputelli vuoti come voi”, potrebbe dire qualcuno. Ah, sarebbe bello che il problema fosse solo questo. Senonché i contemporanei han fatto fettine del povero Heidegger e mica per questioni legate al nazismo, no. Proprio per lo stile di scrittura del suo pensiero (che poi Heidegger direbbe che scrittura e pensiero in lui sono tutt’uno e che è una boiata dire che c’è un pensiero e poi uno stile di scrittura). Comunque, soprassediamo. Arrivo a quel che voglio dire. Il vero nocciolo della questione è che la complessità non si perdona a chi cammina tra noi, a chi sta con noi gomito a gomito in un ufficio, a chi scrive su un blog e puoi incontrare a un aperitivo e dire, come quando si vedono le Piramidi da vicino, “‘però, non pensavo fossero così piccole”. Chi ci è prossimo, è uno da menare un po’ in giro e da spegnere immediatamente con un idrante se comincia a “parlar difficile”, uno da impallinare se si mette in testa di volare un po’ più alto del tacchino. Precisamente su questo si fonda buona parte della fortuna dei blog. Perché lì non devo sorridere alla collega che mi guarda come una merdina, capito?, né devo indossare uno sguardo stupefatto mentre il mio superiore mi racconta qualche fesseria. Io arrivo sulla mia bella paginetta e ti sparo un pippone filosofico che o ti stende o riesci a capirlo e magari mi rispondi a tono. Così inizia una conversazione interessante ed entrambi usciamo dal nostro grigiore quotidiano. Poi c’è il coretto di quelli che gridano “scemi, scemi!”, ma noi ce ne fottiamo perché abbiamo avuto la nostra soddisfazione e ci siamo arricchiti entrambi. Ché per quelli che son soliti liberarsi la vescica sull’uscio altrui, ci siam dotati di comoda vaschetta con sabbia, pronta alla bisogna. Vorrei ripetere qui idee già espresse presso Mantellini, nei commenti. La faccenda di fondo che non deglutisco è questo spacciar per democratico il sapere, non già nel senso di “accessibile a tutti” senza filtro di censo. Ma nel senso demagogico di “alla portata di tutti”, cioè facile e senza fatica. Trattasi di palese minchiata, utile tuttavia a suonare il piffero per chiamare a raccolta tutte quelle lavandaie che, abituate a pisciare a ogni lampione commenti epocali del genere “mettetevi la maglia che fa freddo, ragazzi”, saranno felici di poter alzare qui il ditino qui contro quelli che non scrivono come loro. Cioè, sciacquatura di piatti. Concludo, per i fedeli di lingua slovena. Il testo incriminato dice: nel contesto dei nuovi media si fa un’esperienza culturale che qui si cerca di interpretare filosoficamente. Il pensiero si manifesta grazie al mezzo tecnico. In quali modalità questo mezzo tecnico retroagisce sul pensiero? E’ lo stesso problema che ci si pone quando ci si interroga sulla genealogia della filosofia indagando il senso delle tecniche di lettura e di scrittura che consentono il filosofare. (La tesi inespressa cui si fa riferimento è quella di Sini: non si può far filosofia se non attraverso la lettura e la scrittura. Entrambe queste tecniche “mettono in ordine” il mondo. Ossia, il loro procedere in senso orizzontale, una lettera dopo l’altra, sono responsabili di quello schematismo trascendentale del tempo che è a tutti comune, cioè il tempo dunque come successione di momenti puntuali su una linea retta, che è uno schematismo logico, fondamento di ogni pensare). Le tecniche comunicative svolgono quindi una funzione costitutiva – e non meramente di trascrizione – rispetto al pensare: in questo testo si indaga in particolare la relazione tra i new media e l’eventuale strutturarsi inedito del pensiero in relazione alle nuove tecnologie.

  40. Mi sembra che sei d’accordo con me, Vis! Perché io sono assolutamente d’accordo con te! :)

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