Legittimi impediti

Il nuovo provvedimento salva-processi, meglio noto come “Legittimo Impedimento”, sta per essere varato dal Governo con la speranza di un’approvazione lampo presso i due rami del Parlamento. In base al legittimo impedimento non saranno processabili il Premier e tutti i membri del Consiglio dei Ministri secondo il principio che dovendo provvedere al bene del Paese questi personaggi non abbiano tempo di difendersi, partecipando alle udienze in tribunale.

Sorprendentemente l’impedimento è asimmetrico, nel senso che vale solo per i processi nei quali si è imputati perché nel caso si fosse parte lesa (ad esempio per diffamazione) si avrebbe tutto il diritto, da parte del politico, di intervenire a propria tutela anche in aula, forzando l’agenda governativa (perché sono necessarie poche testimonianze, è la tesi del legislatore in questione).

Non so se il legittimo impedimento di per sé sia anticostituzionale, anche solo per 18 mesi. Di certo esso introduce un concetto aberrante che più che contro la Costituzione va contro il buonsenso: che i politici del governo siano gli unici a non averci il tempo da andare ai processi, che, in poche parole, siano gli unici a lavorare. Stefania Prestigiacomo più impegnata di Sergio Marchionne, Giorgia Meloni più occupata di Mario Draghi.

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12 Comments

  1. bellissima asimmetria diritti/doveri, in perfetta sintonia con tutto il resto cui assistiamo. Dove si paventa un risarcimento … non ci sono impegni in agenda, anzi nemmeno l’agenda!.

  2. @gilgamesh,

    corretto, grazie. chissà chi è Barbara. Giorgia è talmente anonima che è difficile ricordarsene il nome e non chiamarla semplicemente “La Meloni”

  3. giorgia meloni ossia la “ministronza”?
    quella che il bandana chiamò ” dov’è la piccola…la zoccola…”
    come ha fatto a diventare ministro,con quel curriculum falsificato???
    povera italia.

  4. approposito di legittimo impedimento e processo breve : è dal 1998 che aspetto giustizia in un processo civile,DIO CANE!!!!!

  5. L’articolo è, come sempre, interessante, sia per ciò che attiene al tema trattato, sia in relazione alle riflessioni svolte su quel tema.

    Mi permetto, rispetto ad esse, di muovere qualche critica.

    Ad un certo punto, Jonkind scrive: “…nel caso (il politico, nda) fosse parte lesa…avrebbe tutto il diritto…di intervenire a propria tutela anche in aula, forzando l’agenda governativa (perché sono necessarie poche testimonianze, è la tesi del legislatore in questione).”

    Ora, “la tesi del legislatore” non mi pare così assurda, per quanto politicamente faziosa: la parte lesa, così come chi si costituisce parte civile, ha oggettivamente “meno da fare” nel corso dell’intero procedimento rispetto ad un indagato (prima) e imputato (poi). Ed è, dunque, proprio in virtù di questo minor tempo necessario alla tutela giudiziale che si giustifica, almeno formalmente, non tanto – come dice Jonkind – il “diritto” ad intervenire, quanto appunto l’impiego del (poco) “tempo”, inteso nell’accezione di bene pubblico che la collettività presta al politico. Cioè: se si prende per buono (e non è affatto detto debba essere così) il principio secondo il quale il politico non va processato, nell’arco del suo mandato elettorale, perché in quel periodo deve lavorare per il Paese per la maggior parte del tempo a sua disposizione, nemmeno si può pretendere che giorno e notte egli non si occupi d’altro che delle sorti della nazione. Quindi: l’ “intervento a propria tutela” non comporterebbe la forzatura dell’ “agenda governativa”, giusto perché le ore sottratte ai predetti fini istituzionali non sarebbero molte, a differenza di quelle che dovrebbero venire spese per una difesa in qualità di imputato. Certo, in linea puramente concettuale non cambia nulla, trattandosi comunque di tempo occupato per esigenze giudiziarie, ma molto diverso è l’aspetto quantitativo, che diviene una variabile determinante in un caso e non nell’altro.

    Dall’applicazione di questa disciplina emergerebbe, poi, sempre secondo Jonkind, che “i politici del governo siano gli unici a non avere il tempo di andare ai processi, che, in poche parole, siano gli unici a lavorare. Stefania Prestigiacomo più impegnata di Sergio Marchionne, Giorgia Meloni più occupata di Mario Draghi”.

    Be’, no. Mi pare, invece, le cose possano essere eventualmente così semplificate: Marchionne lavora per la Fiat, la Prestigiacomo, almeno teoricamente, lavora per noi. In altre parole: il primo offre la propria produttività agli interessi specifici di un’azienda; la seconda, sempre in teoria, presta i propri servigi per tutti. Pertanto, il valore del loro tempo non è uguale, in riferimento all’interesse generale dei consociati.

  6. ma perchè non aboliscono per legge la Magistatura e lasciano in piedi solo quella militare sottoposta al governo ?

  7. Alessandra, vada per il fatto che la FIAT è un’istituzione privata ma mi pare ben più importante del minuscolo contributo della Prestigiacomo alla vita pubblica di questo paese.

    Ma anche volendo cogliere l’obiezione. Draghi è il Governatore della Banca d’Italia, quindi un funzionario pubblico, non ha diritto anche lui di non essere disturbato dai giudici?

  8. ….direi di sì, Jonkind, ce l’ha eccome quel diritto. Ma, spero tu colga l’ironia, l’osservazione che poni si incastra perfettamente nel possibile sviluppo del ragionamento sotteso al mio precedente commento: anzichè escludere il legittimo impedimento ai ministri, estendiamolo anche ad altri soggetti che hanno un ruolo pubblico di rilevo. Nota, poi, un profilo che è, insieme, il più interessante e il più ambiguo della tua considerazione: Banca d’Italia è sì un istituto di dritto pubblico; tuttavia, le quote di partecipazione al suo capitale sociale sono quasi esclusivamente private. Dimostrazione, questa, che la differenza (nel senso di contrapposizione) tra pubblico e privato è molto più sfumata di quanto frequentemente non si immagini.

    Inoltre, per quanto riguarda il diverso spessore del contributo offerto da Sergio rispetto a Stefania, ti invito a riflettere sul fatto che quell’innegabile diversità risulta essere tale per via dei personalissimi tratti distintivi dei soggetti in causa e non, invece, in ragione della maggiore o minore importanza strategica rinvenibile da una comparazione tra le istituzioni che quei soggetti sono adibiti a rappresentare. In altri termini: non necessariamente la Fiat conta, per la vita del Paese, più del Ministero dell’Ambiente; viceversa, a me pare evidente che Marchionne sia di tutt’altra pasta rispetto alla Prestigiacomo. Ma, allora, le differenze del contributo fornito sono tutte umane, unicamente parametrabili sulla tanto vituperata meritocrazia, con buona pace dei diversi ruoli sociali dei due. Per continuare (e completare) la provocazione: se invertissimo le funzioni, probabilmente il risultato non muterebbe. Cioè: non mi stupirei se, mettendo l’uno al posto dell’altra, accadesse che la Fiat andrebbe a…diciamo gambe all’aria e il Ministero dell’Ambiente inizierebbe a funzionare meglio. Intendiamoci: non credo all’ultima cosa che ho scritto; è solo per farti capire in che senso ritengo più apprezzabile il lavoro dell’AD di Fiat rispetto a quello del Ministro.

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