Caro Bettino / 3

Nani, ballerine, intellettuali e qualche statista: c’è davvero ogni umanità tra i mittenti delle lettere spedite a Bettino Craxi. Alcune riguardano scaramucce politiche e caratteriali di un certo di livello.
Per esempio: potrebbe essere in questa lettera scritta da Sandro Pertini il 7 gennaio 1980 che sia stata usata per la prima volta la sua celebre espressione «a brigante, brigante e mezzo»; la carta era quella intestata della Presidenza della Repubblica: «Caro Craxi, mi stupisce che tu abbia confidato a un mio collaboratore e non a me direttamente la “prava” intenzione di dar vita al Corriere e alla Stampa ad una aspra polemica contro di me per costringermi a dimettermi e a lasciare, quindi, che Andreotti occupi la poltrona che attualmente occupo io… se per ipotesi la notizia avesse un fondamento, saprei reagire, credimi, adeguatamente: a brigante, brigante e mezzo… Venga dunque, se è vero quanto mi è stato riferito, la polemica. non sarò certo io a lasciarci le penne e questa poltrona: siv manebo optime. Con cordialità. Tuo Sandro Pertini».

Andreotti era regolarmente al centro di ogni complotto vero o falso che fosse. Così si difendeva il 27 febbraio 1982: «Caro Craxi, poiché scripta manent, desidero ripeterti quello che ti ho detto iersera al ricevimento di Mitterand: è totalmente falso che io ad Orte abbia detto di te che ti occupi di problemi “tra un safari e l’altro”. Ancora una volta qualche cialtrone si inventa motivi di dissenso addirittura sul piano personale… Io non sono certo un tuo ammiratore a tempo pieno, ma riscontro con rammarico che, come ai tempi del governo di solidarietà nazionale, vi è un certo numero di seminatori di zizzania e di calunnie che dovremmo operare per mettere fuori gioco. Cordiali saluti».
Scendendo appena di livello, c’è poi una lunga lettera scritta dirattamente in carcere da Mario Chiesa – parliamo del primo arrestato per Mani pulite – il quale smonta un luogo comune caro alla stessa inchiesta: che sia scoppiata, cioè, anche e soprattutto perché Craxi lo aveva definito pubblicamente «mariuolo». Sarebbe stato da allora, vuole la leggenda, che il dirigente socialista cominciò a parlare. Ma gli atti dicono il contrario. E Mario Chiesa, il 13 aprile 1992, pure: «Caro Bettino, trovo solo ora il coraggio di scriverti dopo 45 g. di cella di isolamento e poi gli arresti domiciliari e dopo che il voto a Milano ha quantificato in termini elettorali il “Caso Chiesa” e il Psi. A te chiedo scusa dal profondo del cuore perché ho sacrificato in parte il tuo lavoro politico. Ti ringrazio anche per le dichiarazioni rilasciate nelle tue interviste sul “Caso Chiesa”. Di censura, ma non infamanti. Tengo a dirti che la stampa disinformata ha cercato di farmi passare per un pentito. Nulla di più falso. Chiesa non ha fatto nomi… Altri hanno parlato. Quelli che dicono di finanziare il Partito e non lo fanno, quelli che danno i soldi agli amministratori e tre giorni dopo il mio arresto mi hanno denunciato per concussione. Affronterò le mie colpe senza chiedere sconti, né protezioni del resto improbabili… L’espulsione dal Psi, dopo l’arresto sotto le elezioni, la capisco ed è giusta… Ti ringrazio per le opportunità che tu mi hai dato di fare politica a Milano. Ti chiedo ancora scusa per ciò che ho fatto e per i guasti elettorali che ho provocato». Mario Chiesa era un socialista, un signore delle tessere che voleva fare l’assessore ai Lavori Pubblici. Invece l’ex sindaco Carlo Tognoli l’aveva messo al Pio Albergo Trivulzio. Il suo arresto segnò l’inizio di Mani pulite, ma nessuno dapprima l’aveva capito. In quei giorni il procuratore capo Francesco Saverio Borrelli si dichiarava addolorato: «Chiesa aveva fatto cose molto belle per la città». Mario Chiesa decise di “parlare” alle ore 10 del 23 marzo 1992. Era politicamente finito, non aveva più un lavoro né una moglie, suo figlio non gli scriveva da un mese e la sua nuova compagna era incinta da sette. Per questo parlò: per null’altro. Il 30 marzo i cronisti si appostarono con l’orecchio vicino alla stanza 254, dove Chiesa era sottoposto a interrogatorio, e annotarono un urlo: «M’avete rotto i coglioni con quel nome».

Si passa decisamente d’argomento ed eccoci a Sandra Milo e acioè alla Rai. Nell’azienda di Stato cambiano i nomi ma non le dinamiche. Scriveva l’attrice il 24 settembre 1990: «Caro Bettino… Sodano mi ha esclusa da tutti i programmi di Rai2… mi aveva assegnato “Piccoli Fans”… Licenziata così senza neppure il preavviso. Che devo fare? Io avrei una buona idea, ma Sodano ascolta solo Francesco Salvi che è il protettore della Carrà, tu puoi aiutarmi? Sinceramente ne avrei bisogno, forse Berlusconi potrebbe ascoltare la mia proposta. Se puoi aiutami, sarebbe bello. A parte ciò, resto in attesa di un appuntamento». Va detto che «Sandrocchia» Milo, negli anni, dimostrerà una lealtà e una coerenza sconosciute a moltissimi che, come lei, affollavano le concitate Assemblee nazionali del Psi. Politicamente incapace di tradire, è fisicamente capacissima di tradire e non l’ha mai nascosto: ha raccolto in un libro le avventure e disavventure erotiche vissute in compagnia di mezzo stato maggiore socialista.
Restando in ambiente Rai, tra le lettere ne spunta una addirittura de I Gufi (storico gruppo dialettale e cabarettistico milanese composto da Roberto Brivio, Lino Patruno e Nanni Svampa) che il 25 ottobre 1981 scriveva così: «Caro Bettino, dopo la telefonata con Nanni non abbiamo più avuto riunioni operative in Rai. E’ previsto un incontro per questa settimana, e speriamo vivamente che tu abbia parlato con Minoli… per quanto riguarda il tuo consiglio di prevedere la presenza nel gruppo di una donna diversa per ogni puntata, ci stiamo parlando e ne parleremo con gli autori…».
Una lettera del 30 maggio 1988 scritta da Walter Pedullà – intellettuale poi divenuto Presidente della Rai il 19 febbraio 1992 – offre impressionanti spaccati di certi meccanismi dell’azienda di Stato: «Caro Craxi… su 21 capiredattori regionali (veri e propri direttori di giornali locali) 16 sono democristiani, 4 sono comunisti e uno è repubblicano. In altri termini nessun caporedattore regionale è socialista.  E’ un’eredità di Zavoli ma dopo un anno e mezzo di presidenza Manca ha ottenuto da Agnes solo promesse…. su 12 dirigenti coordinatori della terza Rete 11 sono comunisti, con esclusione di nostri valorosi compagni… poi ho appreso da Agnes che il presidente aveva concordato tutto con i dc e con i comunisti dal marzo 1987, quando al Pci è andato l’intero III canale, cioè Tg3 e Terza Rete Tv. Alla Dc serve che qualcun altro (ad esempio il servizievole Pci) attacchi il Psi. Non è il solito “modello Biagi” scatenato contro di noi da anni?… Raidue, per essere una rete socialista (che non è un monocolore mentre lo sono Raiuno e Raitre) è assediata, intimidita, scoraggiata a tentare il nuovo, invitata con le buone e con le cattive a non “dirazzare” dal modello politico-culturale della Rai tradizionale e tradizionalista… troppe cose non mi vengono dette prima che si debba votarle (magari mezz’ora prima del voto, come nel caso della nomina di Luca Giurato al Gr1».

Poi ci sarebbero degli intellettuali veri e propri, per quanto ufficialmente legati alla sinistra storica e cioè al Pci. Per esempio Norberto Bobbio, senatore a vita, professore emerito di Filosofia a Torino, guru  della sinistra italiana, personaggio che sostenne tutte le dispute ideologiche e culturali del primo Psi di Craxi e che fu membro del Comitato centrale del Partito fino alla fine degli anni ’70. Bobbio figurava tra gli animatori di  Mondo Operaio accanto a Lucio Colletti, Giuliano Amato, Giorgio Ruffolo, Paolo Flores D’Arcais, Ernesto Galli Della Loggia e parecchi altri che presto o tardi, chi prima chi dopo Mani pulite, avrebbero abbandonato il segretario socialista. Scriveva il professor Bobbio il 23 ottobre 1989: «Caro Craxi, ti sono grato degli auguri che mi hai rivolto per il mio ottantesimo compleanno…. avrei desiderato trovare il pretesto per dare le dimissioni da senatore a vita, sia perché non sono più venuto a Roma, sia perchè sono totalmente refrattario alla vita parlamentare. Mi hanno detto, a cominciare dall’amico Fabbri, per non parlare dello stesso Spadolini, che non si può. Ma, come puoi capire, questa parte di senatore in letargo, non mi piace. Sono grato a Sandro Pertini che mi ha scelto tra molti (e ce n’erano di più degni di me), ma la sua scelta forse non è stata del tutto felice. Me ne sto appartato anche perché da qualche tempo, come avrai notato, preferisco far parte per me stesso, sia perché troppo spesso sono stato in disaccordo con la politica del partito… agli ultimi tentativi di attirare dalla propria parte i cattolici, come se dopo il numeroso esercito di democristiani e i catto-comunisti, si sentisse il bisogno anche di un bel gruppetto di catto-socialisti… Ma non volevo tediarti con le mie recriminazioni, che del resto tu conosci benissimo. Desideravo essenzialmente dirti che i tuoi auguri mi sono giunti graditi». Un altro guru della sinistra italiana, il professor Gianfranco Pasquino, scriveva a Craxi il 31 gennaio 1989: «Ho il piacere di farti avere, su suggerimento di alcuni amici, la voce “Bettino Craxi” che ho preparato per la Storia del Parlamento italiano. Spero che ti interesserà. Ringraziandoti dell’attenzione, ti invio i miei migliori saluti». Dal 1992 in poi, però, la Storia verrà sostituita dai faldoni giudiziari.

Gli storici degli Anni Novanta avranno davvero di che divertirsi nel visionare le lettere spedite a Craxi: perché, tra un’ipocrisia e l’altra, rivelano che nulla era come sembrava. Si torna per esempio al maggio 1992, con Mani pulite scalpitante e il Paese ancora scosso dalla strage di Capaci. C’era da nominare il Presidente della Repubblica, per cominciare, dopo un interminabile gioco di fumate nere e veti e contro-veti. Il 25 maggio sarebbe stato eletto un Oscar Luigi Scalfaro sponsorizzato da Marco Pannella e Bettino Craxi – uno dei più spettacolari errori della loro vita – anche se fino al giorno prima, per il Pds, il candidato era un altro: il giurista Giovanni Conso. Il segretario della Quercia scriveva a Craxi il 24 maggio: «Caro Craxi… Noi crediamo che sia più che mai necessaria, per il Quirinale, una soluzione forte, di garanzia, che esprima innovazione, che indichi una forte capacità di reazione, una netta assunzione di responsabilità da parte delle forze democratiche e, in particolare, da parte delle forze della sinistra. Crediamo di aver individuato nel nome di Giovanni Conso una risposta convincente. Ti invito a considerarla con la massima attenzione e con spirito aperto».

I primi di giugno, dopo l’elezione di Scalfaro e quelle non meno tormentate di Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini alla Camera e al Senato, anche la corsa per palazzo Chigi s’avviava a conclusione: «Craxi», sussurravano tutti. Ma la sera del 3 giugno la notizia era un’altra: «C’è anche il nome di Craxi nell’inchiesta sulle tangenti» disse il Tg1 Maurizio Losa, già allora in eccellenti rapporti con Antonio Di Pietro. A capo del governo andò dunque il craxiano Giuliano Amato, che ufficialmente però non fece altro che prendere le distanze dal leader socialista. Tutta una finta, stando alla seguente lettera del 9 febbraio 1993 che prefigurava una sorta di progettato «Lodo Amato»: Caro Segretario… vorrei chiederti di avere fiducia in quello che sto cercando di fare. Occorre certo che passi qualche giorno, che la situazione delle imprese, e non solo quella politica, appaia (come del resto già è) insostenibile. E’ inoltre realisticamente utile che la macchia d’olio si allarghi. Neppure a quel punto credo che sarà possibile estinguere reati di codice. Ma credo che l’estensione per essi del patteggiamento e delle sospensioni condizionali sia una strada percorribile. Sto conquistando su questo preziosi consensi. E ritengo che si ottengano così procedure non massacranti, che evitano la pubblicità devastanti dei dibattimenti e fornisco pubblicità di uscita».
E’ anche vero che un problema poteva rappresentarlo il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, che da ex prediletto era passato a una campagna durissima contro Craxi «per restituire l’onore ai socialisti». Tuttavia, scriveva Amato, «Claudio mi pare ormai in pericolo. Apprendo che, se ci fosse un riscontro a ciò che ha detto Larini (cassiere socialista, ndr), già sarebbe partito un avviso per concorso in bancarotta fraudolenta». Che pè proprio ciò che avvenne esattamente il giorno dopo la scrittura di questa lettera: talché Martelli, alla Giustizia, fu sostituito proprio da quel Giovanni Conso che il postcomunista Achille occhetto, nella lettera precedente, indicava come «una soluzione forte, di garanzia, che esprima innovazione». Giusto? Sbagliato. Giovanni Conso infatti sarà oggetto di una durissima campagna operata proprio e soprattutto da sinistra: precisamente quando cercherà – il 5 marzo 1993 – di far approvare un decreto sulla depenalizzazione del finanziamento illecito ai partiti. Neanche troppo permissiva, come legge: chi l’avesse violata doveva restituire il triplo del maltolto e tuttavia evitava il carcere. Eventualità  inconcepibile, in quegli anni. Il 7 marzo 1993, infatti, il Procuratore capo Francesco Saverio Borrelli si affacciò alle telecamere e lesse un comunicato paventando «totale paralisi delle indagini», e i giornali gli diedero corda facendo  fuoco e fiamme. Dirà dieci anni dopo Antonio Polito – ai tempi caporedattore di Repubblica – in un’intervista al Foglio: «Certo, Conso era specchiato, l’oggetto era tentatore e l’idea nemmeno campata in aria… Però decidemmo insieme di ostacolare quel decreto, di ostacolare la soluzione politica, di lasciare che i giudici andassero fino in fondo. E non fu difficile. In quel clima ci bastava scrivere “decreto salvaladri” e il gioco era fatto. Non c’era potere politico che potesse contrastarci».


Il potere di Bettino oltretutto era già finito da tempo, e le infinite lettere e letterine e telegrammi e bigliettini sono perlopiù riferibili a periodi precedenti. Ecco il sociologo Francesco Alberoni nel Natale 1991: «Caro Craxi… tanti affettuosi auguri… e per il prossimo anno tante vittorie. Sono sempre al tuo fianco, sinceramente». Negli stessi giorni, Don Antonio Mazzi del Gruppo Exodus: «Caro Bettino,
due righe per ringraziarti della tua, seppur breve, partecipazione la notte di Natale in Stazione Centrale. Verrò ancora a disturbarti, perché dobbiamo lavorare insieme».

Nel più triste Natale 1992, invece, fresco del primo avviso di garanzia, Craxi riceve molte meno lettere; e molte, tra queste, palesano una fedeltà politica e umana che però è spesso subordinata a una parziale disoccupazione: «Caro Bettino», gli scrive Cesare Lanza l’8 dicembre 1992, «ti scrivo perché desidero dirti con chiarezza, prima di questo turno elettorale, che ti sarò vicino comunque, indipendentemente dal risultato… Per quanto mi riguarda, ti ripeto la mia disponibilità per il settimanale (”ABC”), che hai in mente; non penso che si possano fare passi avanti senza un tuo intervento diretto oppure senza la tua autorizzazione, nei miei confronti, a tentare di  comporre un quadro editoriale/pubblicitario. Debbo parlare con Intini?… Per il resto, penso che bisognerebbe recuperare la disponibilità de “La Notte” (potrei scrivere dei fondi) e di “Teleombardia”, dove sono presente in posizione emarginata. Se hai bisogno, considerami disponibile per l’Avanti! e – comunque – per qualsiasi posizione che strategicamente possa interessarti». Cioè tutte.
La successione casuale delle lettere esaminate da Libero ha talvolta un effetto demenziale. Spuntano temi serissimi come da questa missiva dell’oncologo Umberto Veronesi: «Caro Bettino… Sono appena rientrato da Bruxelles e desidero informarti rapidamente sugli sviluppi (purtroppo non molto positivi) del piano europeo contro il cancro che tu giustamente avevi tanto sostenuto assieme a Mitterand… Se tu potessi usare la tua influenza per convincere la signora Thatcher…». Poi, di seguito, un bigliettino della carissima amica Caterina Caselli per un’altra questione fondamentale per le sorti del Pianeta: «Ti allego l’atto di querela per l’illecita riproduzione della musicassetta di Adriano Celentano… troverai inoltre incluso il nominativo del tribunale che dovrà occuparsene». Incredibile. Si chiedevano raccomandazioni a Craxi per faccende di tribunali.

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8 Comments

  1. Facci, ma gli auguri di Natale, quelli del compleanno, la lottizzazione della RAI, le manovre di Andreotti.
    Anche con queste lettere che ci vuoi dire? Che Craxi era un presidente del Consiglio negli anni ’80, e tutti adulavano. E cadde in disgrazia negli anni ’90, e tutti lo evitavano. E Capirai. Mi sembra un po’ la stessa cosa che dissero i brigatisti quando commentarono il contenuto delle borse di Moro. Lettere e lettere di raccomandazione. Chiamasi Italia.
    La questione politica e penale di Craxi è un’altra. E per capirla servirebbero le lettere che scriveva lui, non quelle che gli mandavano gli altri a Natale.

  2. Quei maledetti giustizialisti che vogliono arrestare i ladri, i corrotti e i tangentisti sono talmente accaniti da chiamare delinquente perfino Garibaldi, che si era solo auto-esiliato per stare in pace, e non aveva sentenze pendenti sul collo. E io ne approfitto per dire che Craxi è come Garibaldi.

    Noi furbetti da quattro soldi che crediamo nei grandi furbacchioni più che nello stato di diritto non possiamo mai stare tranquilli: oltre a combattere frontalmente la sinistra giustizialista, adesso dobbiamo anche proteggerci le spalle dalla destra legalitaria, e stare attenti perfino a quello che scrivono sul giornale della Fiat, dove quel fesso di Gramellini ci rompe le scatole da destra dicendo che è meglio ricordare una grande artista che un grande ladro. Ma allora è davvero una persecuzione!

  3. L’intendo di tutta la marchetta mi pare chiaro.

    “Che significa che quello è stato condannato? Anche Bettino… eppure..gli han fatto le strade”

    “Visto che se vogliono i magistrati ti rovinano per davvero? Il povero Bettino, ha pagato lui per tutti”

    In Italia non c’è gusto ad essere intelligenti.

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