Il 13 ottobre sarà nelle librerie «Di Pietro, la vera storia» di Filippo Facci (Mondadori, 21 euro), biografia di 528 pagine e circa un milione e 300 mila battute. Ecco un’altra parte presa abbastanza a caso. Occhio che contiene possibili refusi (è la stesura originale) e i numerini delle note, che ovviamente qui non ci sono

Piazza Navona I

Un Di Pietro nervoso, era buio, sul palco faceva anche freddo. Massimo D’Alema, tanto, era glaciale comunque, passava di colloquio in colloquio, Francesco Rutelli pure, Piero Fassino svettava e circolava, serafico. Avevano già parlato tutti. Intanto il professor Francesco Pardi detto «Pancho» gridava al microfono, ma gridava davvero. Era un docente universitario di Analisi del territorio che due settimane prima aveva trascinato qualche migliaio di fiorentini i un corteo a favore della libertà d’informazione, in pratica contro Berlusconi. Così, a quella manifestazione ulivista sulla giustizia, lì in Piazza Navona, avevano invitato anche lui: e ora gridava, aveva esaurito il tempo a disposizione ma era dannatamente carico, era il primo comizio della sua vita e sentiva che il pubblico lo seguiva, mica studenti, e neppure claque congressuali a comando, ad ascoltarlo c’era una borghesia media fatta di pensionati, insegnanti, statali, un pezzo d’Italia poco militante ma vera, gente che regalava pochissimo. Stavano applaudendo lui, lui più degli altri, anche più di Di Pietro, e annuivano per la sua rabbia contro il conflitto d’interessi, contro la ventilata idea di una nuova legge per fingere di regolarlo, contro gli inciuci, contro la Bicamerale, insomma contro D’Alema che intanto chiacchierava e se ne fregava. Di Pietro, invece, era nervoso perché quello lì, Pancho, gli aveva fregato non tanto gli argomenti quanto il volume, i registri, la veemenza, ora per risuperarlo avrebbe dovuto spaccare gli amplificatori o ripiegare sul positivo, genere uniti si vince, queste cose. La tanto scena famosa è un’altra, l’ultima della manifestazione: quella del regista Nanni Moretti che si avvicina al microfono, sopra un brusio dapprima indifferente che va scemando, e poi:

«Avendo ascoltato gli interventi di Fassino e Rutelli, devo dire che anche questa serata è stata inutile. Il problema del centrosinistra è: per vincere bisogna saltare due tre o quattro generazioni? Sono contento di aver visto nascere il nuovo leader dell’Ulivo, il professore di Firenze, il geografo. Però dico: negli ultimi interventi di Fassino e di Rutelli che scarso rispetto per le opinioni delle elettrici e degli elettori… Nei precedenti interventi si chiedeva un minimo di autocritica rispetto alle scelte degli ultimi anni, rispetto alla timidezza, rispetto ala moderazione, rispetto a questo non saper parlare alla testa, all’anima, al cuore delle persone. Mentre invece la burocrazia che sta alle mie spalle non ha capito nulla di questa serata, mi spiace dirlo, ma con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai»

Era il 2 febbraio 2002. Di Pietro inceppato. Si avvicinò al microfono e urlò qualcosa di cui ci sono almeno tre versioni:

«Se continuiamo a spararci così addosso non andiamo da nessuna parte!» (2)
«Se continuiamo a spararci addosso da soli sulle palle non andiamo da nessuna parte!» (3)
«Massì, spariamoci nelle palle!» (4)

La versione effettiva pare essere la seconda – urlata in ogni caso – e il dato interessante non è solo la reazione in contropiede di uno abituato a sparare a palle incatenate contro tutti, alleati o meno, ma che i due tizi che «non andiamo da nessuna parte» entro venti minuti sarebbero stati i suoi nuovi punti di riferimento: Antonio Di Pietro stava per intrupparsi ufficialmente nel fuoco di paglia dei girotondi. Nasceva una nuova occasione di gioia e di festa indirizzata allo schiattamento politico del Cavaliere, con tanto di girotondologa ufficiale: la giornalista della Repubblica Concita De Gregorio, futura direttrice de «l’Unità».

I girotondi

C’è chi descriverà quella di Tonino una svolta politica di un certo rilievo. Il parlamentare dell’Italia de Valori Pino Pisicchio, sorta di storico-politologo del partito, la metterà molto seriosamente:
«Sul fronte del raccordo con l’area “movimentista”, la condivisione della prima manifestazione dei “girotondi”, tenutasi a piazza Navona nel 2002, rappresentò per l’IdV solo la prima di una serie di occasioni di mobilitazione e di fiancheggiamento dell’associazionismo civile e di movimenti spontanei che in quel contesto politico andava oggettivamente a giocare un ruolo di aspra critica e di “concorrenza” politica alla sinistra riformista» (5)

Alla fine non è che Di Pietro farà tutti questi girotondi. La successiva manifestazione del 23 febbraio, al Palavobis di Milano, era prevista da un pezzo e si ritrovò girotondina honoris causa: Micromega l’aveva organizzata per il decimo anniversario di Mani pulite – quello che a Tonino non interessava festeggiare – e se ci andarono venti o quarantamila persone non importa, anche se il Palavobis ha una capienza di dodicimila: fu un grande successo comunque, c’era la gente fuori, riapparve uno scatenato Pancho Pardi e poi Sabina Guzzanti, il verde Alfonso Pecoraro Scanio, Oliviero Diliberto e Marco Rizzo del Pdci, i diessini Giovanni Berlinguer e Fabio Mussi e Pietro Folena e Vincenzo Vita, Dario Fo tutto frizzi e lazzi, l’organizzatore Paolo Flores D’Arcais, il freschissimo ex presidente della Rai Roberto Zaccaria – che definì il suo sostituto, appena nominato, «un sodale di Previti» – e un sacco di ospiti tutti entusiasti. Diliberto sorrideva felice: «Mi sento più giovane di vent’anni, è un momento molto importante». Il mondo, là fuori, soprattutto l’Ulivo, non sapeva che cosa stava succedendo: «Il tema della legalità è sentitissimo, l’Ulivo avrebbe dovuto essere tutto qui» diceva Pecoraro Scanio mentre vicino a lui caricava l’arma l’unico segretario di partito presente: un Antonio Di Pietro che, dopo quel nervoso «Massì, spariamci nelle palle», aveva deciso di imbracciare una mitragliatrice. La prima scarica:

«C’è una dirigenza dell’Ulivo chiusa e ottusa che oggi se n’è andata al mare. Dove sei Fassino? Dove sei Rutelli? E dove sono Violante, Parisi, tutta la Margherita?»

Magari non proprio al mare – era febbraio – ma non erano certo lì, e fu l’ennesima spaccatura. Stava formandosi l’embrione del pupo che sarebbe cresciuto sano e forte sino al 2007, quando salterà il fosso e, tra politica a satira, passerà lo scettro direttamente a Beppe Grillo.
Ma la marea girotondina del 2002, nell’attesa, doveva ancora salire: Nanni Moretti, che al Palavobis non c’era neppure venuto, il 10 marzo successivo rimediò con grandioso girotondo – proprio un girotondo: mano nella mano, migliaia di persone – attorno a tutte le sedi Rai del Paese; la novità fu la presenza di Piero Fassino che in pratica si ritrovava a contestare gli organigrammi della Rai che aveva appena contribuito a nominare: due consiglieri del consiglio di amministrazione, infatti, erano andati al centrosinistra come da copione. Più fiacco e svogliato fu già il girotondo del 13 aprile, con molta meno gente: ma la stagione dei girotondi, prima di morire nei freddi invernali, vivrà un ultimo paio di fantastiche giornate di solleone. La prima il 31 luglio, attorno al Senato, ma soprattutto il 14 settembre in Piazza San Giovanni, con un oceano di persone – centottantamila secondo la Questura, un milione secondo Paolo Flores D’Arcais – che acclamò Nanni Moretti e il suo «non perdiamoci di vista». Sotto il palco, dove sarebbero rimasti per tutto il tempo senza intervenire, ancora Fassino, ma anche Fausto Bertinotti, Francesco Rutelli, Sergio Cofferati, Pierluigi Castagnetti. E Di Pietro. E tutt’intorno un festival catodico-chic coi vari Carlo Freccero, Monica Guerritore, Serena Dandini, Fabio Fazio, Michele Santoro digiuno di folle ormai da anni, Gino strada di Emergency, di tutto. Il discorso di Moretti di pubblicato integrale su Repubblica come se fosse un grande prologo e invece fu un epilogo.
Antonio Di Pietro era già stufo da un pezzo. La corriera del girotondismo l’aveva preso a bordo – lui aveva presa al volo – ma non gli avevano ceduto il volante nemmeno per un momento. Alla vigilia del raduno oceanico di Piazza San Giovanni gli avevano addirittura preannunciato che non l’avrebbero fatto parlare, né lui né altri politici. Politico a lui. Uno sfregio definitivo. La reazione, sempre quella:

«Io che ho fatto Mani Pulite devo sentirmi dire che non posso parlare di giustizia con i cittadini perché non mi spetta. Tenetevelo il vostro palco, non vogliamo essere condizionati da una nuova nomenclatura dei girotondi»

Lui che ha fattto Mani pulite. La nomenclatura dei girotondi.
Poi in piazza c’era andato lo stesso, chissà mai. Tanto, dopo quel giorno, tutti giù per terra.

Uniti si perde

Ad Antonio Di Pietro l’esperienza movimentista servirà almeno ad accelerare un praticantato fatto di suole consumate, piazze battute, comizi e comizietti, roba che si impara nell’età in cui Tonino sorvegliava ditte di armamenti. Mai avrebbe pensato di dover fare quelle cose, lui che aveva il Quirinale a portata di manetta. Ma nessun problema, inquieto e sgobbone lo era sempre stato, si alzava alle cinque del mattino ancora dai tempi delle mucche di Montenero. Ma raccattare firme contro il Lodo Schifani (6) sotto quel sole era davvero una rottura e ogni minuto malediva chi non fosse lì con lui: «L’Italia dei Valori prende atto che la Margherita di Marini e Rutelli e compagnia bella è a favore del Lodo Berlusconi e non vuole il referendum… l’Ulivo scelga se appoggiare cinquecentomila cittadini o ignorare la volontà popolare».(7) Ma la Margherita e compagnia bella aveva già scelto di attendere il responso della Corte Costituzionale e ne aveva ogni ragione: la Consulta rispedirà il Lodo al mittente e la vittoria come al solito avrà mille padri, compreso Di Pietro coi suoi ottanta scatoloni di firme da buttare.
Per ragioni che rendono la vita irripetibile, dal 2003 Di Pietro aveva guadagnato un neosodale: Achille Occhetto, l’ex segretario del Pds che da Mani pulite in poi era andato politicamente degradando. Fu lui a suggerìre che l’Ulivo riaccogliesse l’Italia dei valori tra le sue fila: l’impegno sulla legalità era una risorsa per tutti, disse. Occupati a festeggiare, dall’altra non risposero neanche. Tonino li aveva attaccati per tutta l’estate uno dopo l’altro e qualche risentimento galleggiava. Francesco Rutelli per esempio non aveva scordato d’esser stato squalificato per « totale assenza, afasia e mancanza di carisma» (8). Naturalmente erano attacchi che avevano il duplice scopo di blandire una parte dell’elettorato e bussare forsennatamente alla porta dell’attaccato: già si parlicchiava di un listone del centrosinistra per le Europee e qualche corteggiamento Tonino l’avrebbe anche gradito, ma non ce n’era l’ombra. Anzi: i socialisti e l’esacerbato Arturo Parisi non ne volevano proprio sapere: «Sei fuori dall’Ulivo» gli dicevano. Di Pietro spediva ambasciate a mezzo Achille Occhetto, ma seguiva il silenzio.
Di Pietro non contemplava che qualcuno potesse mandarlo seriamente al diavolo anziché controllargli il cartellino del prezzo. Una dote politica che nel suo caso corrispondeva a un’italianità da suk portata all’ennesima potenza. Se Silvio Berlusconi era un venditore, lui era compratore: pianti greci, baruffe chiozzotte, addii verdiani, tutto si poteva aggiustare, niente era irrecuperabile. Per lui era tutto fumo anche se c’era l’incendio.
Ne era divampato uno per esempio sullo Statuto dei lavoratori e sulla proposta referendaria di estendere l’articolo 18 anche alle aziende con meno di quindici dipendenti: ma non c’era il suo cappello sopra, che gli importava. Cosicché il Di Pietro uno, in aprile, si era atteggiato a riformista responsabile:

«L’estensione dell’articolo 18 produce condizioni di non governabilità. La consultazione provocherà più danni che benefici. Rivendichiamo diritti per tutti i lavoratori, ma tutto questo si dovrà ottenere attraverso le leggi e non tramite il maglio referendario» (9)

Il Di Pietro due, a fine maggio, diventato un picchettaro di Mirafiori:

«Voterò sì. Oggi il quesito si pone così: stai dalla parte dei lavoratori o dei padroni? Io, Antonio Di Pietro, sono sempre stato dalla parte dei più deboli. I più forti hanno da soli gli strumenti per difendersi»(10)

Se è vero che solo i cretini non cambiano idea, il Di Pietro movimentista/ di sinistra era intelligentissimo. Lo dimostra, a proposito di picchettari, la sua posizione sugli scioperi. Ma non tutti gli scioperi, che in termini socio-culturali, dato il suo conservatorismo naturale, preferiva lasciar deflagrare all’interno di mondi che un filo di schifo continuavano a farglielo: ma almeno gli scioperi della magistratura, categoria che bastava nominare per ringalluzzirlo. Prima di Mani pulite, a pensarci, Di Pietro era assurto alle cronache nazionali proprio per uno sciopero, o meglio perché non vi aveva aderito il 2 dicembre 1991 quando le toghe protestavano in massa contro le esternazioni di Francesco Cossiga. La sua posizione sul tema non era cambiata neppure nell’ aprile 2002, quando i magistrati annunciavano astensioni contro la riforma della giustizia annunciata dal governo Berlusconi:

«Lo sciopero, nelle mani dell’ordine giudiziario, è un’arma impropria… mi pare una cosa irrazionale. Essendo la magistratura un organo dello Stato, non mi sembra proponibile un’astensione dal lavoro, sarebbe come se scioperasse il governo o il Parlamento». (11)

Il Di Pietro uno era restato su questa posizione per undici anni. Il Di Pietro due la capovolse in tre mesi:

«I magistrati hanno il diritto di fare sciopero per far capire ai cittadini il grave danno che questi provvedimenti possono arrecare ai cittadini» (12)

Consoliderà giust’appunto nel suo 2004/2005 movimentista/di sinistra:

«Quando lo Stato di diritto viene attaccato, anche il diritto allo sciopero diventa un dovere, i magistrati fanno bene a scioperare perché questa riforma dell’ordinamento giudiziario è solo una vendetta contro di loro». (13)

La metamorfosi, notare, non riguardava un suo rapportarsi gli scioperi volta per volta, decidendo secondo i casi come sarebbe normale: riguardava la legittimità di un magistrato a poter scioperare in generale. Il guardasigilli Roberto Castelli, nel 2006, avanzerà dubbi dello stesso tipo – quelli che avanzava Di Pietro sino al 2002 – e perciò annuncerà approfondimenti. Il ministro delle Riforme Roberto Calderoli rovinerà tutto paventando eventuali denunce contro gli scioperanti. Figurarsi:

DI PIETRO A CALDEROLI, DENUNCIAMO NOI A TE (sic)
(ANSA) – ROMA, 8 lug – Se Calderoli denuncia i magistrati in sciopero il 14 luglio, l’Italia dei Valori denuncera’ lui per calunnia e abuso d’ufficio. Lo annuncia Antonio Di Pietro, leader dell’Idv.

La tranvata del 2004

Le elezioni europee si avvicinavano e la Casa delle Libertà era reduce da ripetute sconfitte alle amministrative: c’era nell’aria un altro calo di consensi e Tonino non voleva perderseli. Romano Prodi, Da Bruxelles, scaldava i motori per riaffacciarsi sulla scena politica italiana: da qui l’improvviso appello per un solo grande simbolo a sinistra, «Uniti nell’Ulivo». A Di Pietro non parve vero: il professore non si poteva discutere, pensava. Fu discusso. Anzi, i socialisti dello Sdi ribadirono che Di Pietro non lo volevano punto e basta. Non ci fu verso.
Il compromesso fu un capolavoro prodiano del genere scontenta-tutti. Dopo una riunione nacque l’idea di una costituente aperta a «girotondi, movimenti e società civile» per coagulare partitini e listarelle rimaste fuori dal listone: a gennaio 2004 nacque la «Lista Società Civile, Di Pietro-Occhetto, Italia dei Valori» che però si sarebbe rivelata una totale sciagura politica.
Di battute sulla «strana coppia» Di Pietro-Occhetto ne furono dette anche troppe, così da trascurare che le altre punte di diamante erano nientemeno che Tana De Zulueta, Giulietto Chiesa, Pancho Pardi, Pino Arlacchi e un redivivo Elio Veltri. Tonino tentò subito la furbata: nel simbolo infilò la scritta «Per il Nuovo Ulivo» coronata da un ramoscello partecipativo, idea che piacque tiepidamente a Prodi e dispiacque decisamente a tutti gli altri. Dissero che poteva ingenerare confusione col «vero Ulivo» e mandarono Di Pietro ancora più in bestia. Da qui la sua decisione di «togliere autonomamente ogni riferimento all’Ulivo». (14) Era lui che aveva deciso.
Ripartì senza false modestie: rilasciò un’intervista titolata «La nuova sinistra la fonderò io» (15) in cui per annunciare «un nuovo inizio». Scese in campo anche la moglie, Susanna: Tonino la incoraggiava da anni, almeno l’avrebbe piantata di lamentarsi come faceva dal ‘92: «Antonio ha un grande cervello e un grande onestà e anche per questo lo adoro da venticinque anni». Erano meno di venti, ma ormai era entrata in politica anche lei. Nessun problema con Silvana Mura? «La stimo e ho fiducia in lei, non solo perché è donna, ma perché è una mamma». (16)
La campagna dell’impronunciabile «Lista Società Civile, Di Pietro-Occhetto, Italia dei Valori» soffrì di un leggero strabismo per via degli interessi non sempre convergenti dei suoi candidati. La questione morale andava bene: non mancò una puntuale denuncia contro la consueta «estensione a macchia d’olio della corruzione politica» che ormai era come il Parmigiano. Andava bene anche puntare sulla delusione per il mancato taglio delle tasse da parte di Berlusconi, senz’altro. Per il resto c’era gente come Giulietto Chiesa che sotto una dissertazione sul quadro geo-politico internazionale non era disposta a scendere: da tre anni sosteneva che Bush era corresponsabile dell’abbattimento delle Twin Towers e parlava sempre di George Bush assieme a Tana De Zulueta e Pino Arlacchi e ormai anche Occhetto. Il fiancheggiarore Paolo Flores D’Arcais tentò di indicare la via: sulla copertina del suo «Micromega» piazzò Bush e Berlusconi che si stringevano la mano sullo sfondo di un iracheno torturato. In quel clima cosmopolita Tonino era atteso al varco. Il suo piccolo problema era che il 15 aprile 2003, quando il governo aveva deciso di inviare le truppe in Iraq, lui aveva votato a favore:

«L’Italia dei Valori condivide le ragioni per le quali il governo Berlusconi ha dichiarato che vuole inviare strutture assistenziali e militari in aiuto al popolo iracheno e si augura che la missione possa raggiungere gli obiettivi» (17)

Tonino era uno di quelli che sul balcone esponeva la bandiera arcobaleno della pace assieme a quella degli Stati Uniti. (18) LO raccontava anche. Dieci mesi dopo, il Di Pietro due:

«La guerra in Iraq va definita come un’occupazione… si metta fine alla nostra presenza in Iraq attraverso la richiesta del ritiro immediato delle nostre truppe». (19)

Usa o Iraq, Franza o Spagna. E Bush? E Saddam? Il Di Pietro uno è sempre del 2003: «Tra Bush e il rapinatore di democrazia Saddam non ho difficoltà a scegliere Bush». (20). Di Pietro due, ora, chiedeva le dimissioni di Bush. Vero che in mezzo c’erano state le rivelazioni sul carcere di Abu Ghraib e annesse torture, ma contavano sino a un certo punto:

«La grave macchia non sono solo le torture, ma la guerra che Bush ha mosso all’Iraq… Bush ha sporcato il valore degli americani, mi auguro che al più presto possa lasciare il governo di quel paese». (21)

Protagonista della scena era al tempo anche il leader palestinese Yasser Arafat: le truppe israeliane l’avevano praticamente sepolto vivo nella sede del Parlamento di Ramallah, a Gaza. Nel proporre conferenze di pace europee, un Di Pietro sempre più improbabile dava di «criminale» al premier israeliano Sharon e in novembre andrà al Cairo per partecipare ai funerali di Arafat. E se giudicarne i sentimenti pare brutto, è lecito almeno chiedersi che cosa l’avesse portato, solo l’anno precedente, a invocare una commissione d’inchiesta dell’Unine europea proprio su Arafat e sugli aiuti all’Olp palestinese: non bastasse, l’aveva sottoscritta (22) assieme a Marcello Dell’Utri, Francesco Speroni, Antonio Tajani e Claudio Martelli.
Dai manifesti elettorali intanto la coppia Di Pietro e Occhetto sorrideva poco convinta. La campagna era agli sgoccioli e l’aspettativa del duo non superava il tre o quattro per cento, quindi dicevano che avrebbero preso il cinque.
Poi ecco il sospirato voto del 12 e 13 giugno, l’ora della verità: il listone «Uniti nell’Ulivo» raccolse il 31,1 per cento e il centrosinistra vinse le elezioni con il 48,4; il centrodestra raccolse uno scarno 43,4 penalizzato dal crollo di Forza Italia che era calato al 21 per cento rispetto al 25,2 delle europee ‘99. Di Pietro e Occhetto, alias la complicata «Lista Società Civile, Di Pietro-Occhetto, Italia dei Valori», presero il 2,14 per cento: meno di Verdi, Comunisti e della Lista Bonino, circa un terzo di Rifondazione, come i maledetti socialisti.
L’esperimento aveva allontanato da Di Pietro anche gli elettori che credeva acquisiti. Achille Occhetto mollò la lista in trenta secondi e si tenne stretto il suo seggio al Senato mentre cedette quello europeo a Giulietto Chiesa coi suoi scenari geo-politici. Il professor «Pancho» Pardi dopo due anni smise di urlare. Tonino prese circa duecentomila preferenze e si ritrovò a Bruxelles nell’amata commissione per i rapporti col Sudafrica. Disse: «In queste elezioni l’Italia dei Valori ha dimostrato che il suo nocciolo duro ce l’ha, ma non c’è stata quell’onda lunga che ci aspettavamo». (23). Il divorzio da Occhetto era immediato e consensuale.
Seguirà furibonda lite sugli alimenti. La lista Di Pietro-Occhetto aveva ottenuto circa settecentomila voti pari a un rimborso di 5.510.203,60 euro: soldi che, dato il rapporto paritario tra le due componenti, all’apparenza andavano divisi equamente. Di Pietro non ci pensò neanche. La richiesta di Occhetto e Veltri, primo errore, fu fatta a nome dell’associazione «Il Cantiere» messa in piedi dopo la batosta elettorale senza che però avesse partecipato al voto. Di Pietro estrasse una carta in base alla quale era stata l’Italia dei Valori a depositare simbolo e liste, perciò le spettava la riscossione dei rimborsi. Secondo i legali del Cantiere, però, non c’era scritto da nessuna parte che Occhetto e Veltri dovessero regalare la loro quota a Di Pietro, sicché la discussione proseguì su terreno a Tonino più congeniale – il tribunale – e fu il secondo errore. Ma sarà anche l’occasione di una verifica definitiva della specie di partito che Tonino intanto aveva messo in piedi.
Le sentenze saranno due. Una è del giudice civile del Tribunale di Roma Francesco Oddi: il 22 luglio 2008 sancirà che tra i due soggetti – la Lista e il Cantiere – c’era continuità politica ma non giuridica: ricorso respinto, decreto ingiuntivo non eseguito, arrivederci. La seconda invece farà seguito alla richiesta del duo Occhetto-Veltri di nominare un liquidatore per l’Italia dei Valori: a loro dire il partito, inteso come la loro Lista, inteso come associazione non riconosciuta, era ormai privo della cosiddetta pluralità degli associati e quindi doveva sciogliersi per forza. Il 19 ottobre 2007 la richiesta sarà respinta stavolta dal giudice milanese Giuseppe Tarantola, lo stesso del Processo Cusani: in due parole spiegherà che da un lato non tutti i soci se n’erano andati, dall’altro che l’obiettivo dell’associazione non risultava perseguito ma che in teoria avrebbe ancora potuto esserlo, magari alle successive Europee.

Le colonnelle

La ricomparsa di Susanna Mazzoleni e il consolidamento di Silvana Mura non erano casuali. Di carattere chiassoso e personalità trascurabile, Tiziana Mura si era affacciata nel partito nel 1999 dopo la consueta sparizione di tutti i i personaggi femminili – e anche maschili – che nel tempo si erano affiancati a Tonino: oltre alla Gasparrini si erano eclissate la portavoce ex socialista Alessandra Paradisi, l’addetta stampa Sonia Mancini, l’ex assessore socialista Letizia Girardelli e anche la fidata Simona Stoppa che era stata la sua segretaria a Castellanza e poi a Busto Arsizio. Dopo di questo, l’orobico/cagliaritana Silvana Mura si era appalesata con la discrezione della sua Mercedes cabriolet argentata. Circa la sua conoscenza con Tonino farà un po’ di confusione: in un’intervista (24) al Corriere della Sera dirà di averlo conosciuto «quando è arrivato a Bergamo e faceva il magistrato, io avevo diciotto anni e lui dieci più di me». Dettagli a parte – gli anni di differenza sono otto – questo implicherebbe che Di Pietro fosse già magistrato a Bergamo nel 1976 quando invece vi giunse nel 1983, periodo in cui in effetti «stava affrontando il divorzio dalla prima moglie», come giustamente ricorda la Mura. Tanta puntigliosità è obbligata da un paio di querele riguardanti il grado di conoscenza tra lei e Di Pietro – sporte da entrambi – e dalle polemiche che sollevarono un paio di biografie pur autorizzate (25) che ebbero a sfiorare il delicato crocevia tra Tonino e le donne, tema che, messo nero su bianco, aveva già provocato la cacciata dell’ex magistrato per qualche tempo. (26) E’ comprensibile. E’ normale che i querelanti vogliano escludere che «esistano o siano esistiti rapporti di natura diversa da quelli politici e professionali o di semplice rispetto reciproco», o che possa esser stata solo «la procacità della Mura ad attirare il pm». (27) Lei era una giovane e appariscente indossatrice di biancheria intima e lui un giovane divorziando in carriera, ma questo non autorizza addizioni sbrigative. Silvana Mura dirà nella sua intervista: «Mi ha subito colpito la sua umanità, abbiamo stretto un’amicizia molto forte». (28) Altro non serve sapere.
Per il resto, «la zarina» o «la colonnella», come ebbero a chiamarla, si è doluta pubblicamente (29) si aver trascurato la crescita del figlio nato nel 1988 («non ho fatto bene il lavoro di mamma, è inutile che finga») e per quanto interessa qui fu trasformata di punto in bianco in assessore alle Attività commerciali del comune di Bologna, sindaco Cofferati. Questo appunto nel 2004.
Si sono sprecate malizie inutili anche sulla sua coesistenza con Susanna Mazzoleni. Le due si conobbero a loro volta a Bergamo, ma un differente ceto d’origine in una città assai provinciale – Susanna era rampolla di una nota famiglia di avvocati e di notai – non avrebbe impedito a Tonino di consumare un matrimonio con una e di mantenere «un’amicizia molto forte» con l’altra. Sicché, ora, Silvana Mura diventata tesoriera e assessore nello stesso mese, luglio, in cui partiva anche l’operazione assessorato per Susanna.
L’operazione fu a Bergamo, naturalmente. In città, un mese dopo le Europee e le amministrative, il posto di assessore al Commercio a dire il vero pareva già assegnato da un pezzo a Goffredo Cassader, coordinatore provinciale dell’Italia dei Valori e uomo che si era speso per il partito più di chiunque altro. Il neosindaco stava giusto per incaricarlo quando piovve il diktat: l’assessore doveva farlo la Mazzoleni, parola del responsabile regionale del partito Giorgio Calò. Sembrava uno scherzo. Quando Cassader si rese conto che non lo era, riavutosi, non le mandò a dire: «Questo è un sopruso bello e buono, se c’è un partito che dovrebbe osservare le regole è proprio il nostro. Gli organismi provinciali avevano indicato il mio nome, le scelte calate dall’alto sono inaccettabili». (30) Giorgio Calò gli rispose come neanche Tonino sarebbe riuscito: «A noi piacciono poco le persone che puntano alle poltrone, certe insistenze sono inopportune. Susanna Mazzoleni, invece, ho dovuto faticare a convincerla». Il giorno dopo Cassader sbattè la porta. Si dimise da coordinatore e anche dal partito: «Chi si richiama alle regole non può fare come ha fatto Di Pietro». (31) Il capolavoro si perfezionò quando il sindaco Roberto Bruni decise che la moglie calata dall’alto non piaceva neppure a lui. Così l’Italia dei Valori perse tutto: l’assessorato e il suo uomo più importante. Di Pietro certo non lo rincorse.
Poco male, comunque. Per Susanna era pronto un posto più importante.

L’Italia dei valori familiari

Negli stessi giorni, Antonio Di Pietro provvide a liberarsi dell’avvocato Mario Di Domenico, uno dei tre soci di quell’Italia dei valori che aveva rifondato nel 2000. Oggetto della disputa, come sempre, una questione di soldi. Il legale aveva preso a sospettare che Di Pietro distraesse il denaro del partito per fini personali, e su questa base, successivamente, presenterà anche un esposto per falso e truffa e appropriazione indebita: ma sarà tutto archiviato. (33)
L’avvocato Di Domenico, nel 2003, non da solo, si era limitato a chiedere uno statuto più trasparente. E Di Pietro, dapprima, aveva finto di accettare: il 5 novembre 2003 aveva preso atto delle dimissioni dei due soci – condizione per poter apporre una modifica statutaria, disse – ma poi non aveva fatto assolutamente nulla. Anzi: il 29 novembre aveva ritoccato il vecchio statuto ed era divenuto socio unico dell’associazione Italia dei valori.
Ora, 24 luglio 2004, senza fretta, riammise tra i soci Silvana Mura e sostituì Di Domenico con Susanna Mazzoleni: eccola lì. In pratica è il partito che c’è adesso. Meglio: è l’associazione che lo gestisce. Meglio: è l’associazione privata e familiare che già allora controllava il partito grazie alle decine di milioni di finanziamento pubblico elargito da una legge che Di Pietro in precedenza aveva contestato in tutte le sedi: Parlamento, tv, giornali e comizi. Denaro che ora gestiva come voleva, completamente da solo.
Parrebbe un labirinto, ma è un piccolo gioco di scatole molisane: in sostanza il partito Italia dei Valori era e resta affiancato da un’altra e diversa associazione costituita da Di Pietro (Presidente) e da Silvana Mura (tesoriera) e da Susanna Mazzoleni (segretaria) nel cui consiglio si poteva accedere solo con il consenso dello stesso Presidente (Di Pietro) il quale si intascava tutti i soldi e decideva come e quando usarli; solamente l’associazione era un soggetto giuridico con tanto di codice fiscale, il partito formalmente era e resta una scatola vuota con facoltà di gestire in termini amministrativi i soldi eventualmente calati dall’alto, ma senza poter dire una parola al riguardo.
Lo schema – va ripetuto – da allora non è cambiato. Il presidente del partito corrisponde al presidente dell’associazione – e viceversa – a vita, cioè «fino a sua rinuncia». Gli iscritti al partito non possono quindi sfiduciare il presidente e non esistono organi di controllo neppure sul bilancio, quindi su entrate e uscite per milioni di euro. Sino al mese di ottobre 2009 non sono mai stati fatti congressi nazionali – solo qualcosa a livello regionale, con delegati scelti dal Presidente – e la regola non scritta è che ciascuno n finanzi le proprie campagne elettorali e che sedi e affitti e bollette siano pagati coi soldi degli iscritti, con facoltà discrezionale del Presidente di rimborsare qua e là. Iscriversi al partito è facilissimo – anche via internet – ma non c’è collegamento diretto tra il partito e l’associazione che lo gestisce economicamente e politicamente: tranne nel fatto che Di Pietro è padrone di entrambi. Senza timor di esagerare, è qualcosa che non si mai visto in nessun paese del mondo.
Al primo che gli obiettò debolmente qualcosa, Franco Marini a Porta a porta dell’11 gennaio 1999, Di Pietro rispose che si trattava solo di «una norma transitoria per il 1999» (33). Ma le successive modifiche statutarie – 9 gennaio 2001, 21 marzo 2001, 5 novembre 2003 e 24 luglio 2004 – serviranno solo a blindarlo ancora di più.
Quando poi «Il Giornale» comincerà a martellare sulla questione, nel dicembre 2008, si creerà un circuito demenziale: il quotidiano scriveva, Di Pietro annunciava querele terribili – mai giunte – e poi rispondeva pacatamente: ma su Libero, il quotidiano di Vittorio Feltri. Proprio quest’ultimo, l’8 gennaio 2009, dopo aver elogiato il lavoro «a mio giudizio eccellente» dei giornalisti Gianmarco Chiocci, Andrea Bracalini, Massimo Malpica e altri ancora de «Il Giornale», si rivolse infine a Di Pietro: «La sollecito a darci prova della sua trasparenza e affidare i milioni del finanziamento a un collegio di ragionieri eletti nel suo partito».
Di Pietro rispose il giorno dopo:

«Caro direttore, mi pare proprio un buon consiglio, la ringrazio e mi attivo immediatamente. Ho oggi stesso disposto la modifica dello Statuto… Ho già preso appuntamento per domani da un notaio di Bergamo (che conosce pure Lei) per la relativa statura notarile. Appena sottoscritto Le invierò in anteprima copia del nuovo Statuto di Idv: se ha qualche ulteriore consiglio da darci le sarei davvero grato». (34)

Di Pietro, per oltre diec’anni, aveva gestito l’Italia dei Valori come Kim il Sung aveva gestito il Partito dei lavoratori in Corea del Nord: ma ecco che nell’arco di ventiquattr’ore, su «Libero» del 10 gennaio, spiegò che aveva sistemato tutto: Ho azzerato la partecipazione e il ruolo degli originari soci fondatori (e quindi anche di mia moglie, con cui mi devo davvero scusare per tutti i grattacapi che le ho procurato). Ho affidato ogni risorsa finanziaria (presente, passata e futura) a un organo collegiale di sette persone (l’ufficio di presidenza) affidando a loro i poteri finora spettanti solo ed esclusivamente agli organi del partito. Inoltre ho cancellato di sana pianta il tanto contestato art. 16 del vecchio statuto: quello che affidava a me transitoriamente i poteri statutari: anche questi sono stati rimessi totalmente agli organi del partito. Infine mi sono anche spogliato della possibilità di cambiare statuto e quindi mi sono messo in condizione anche di non poter più tornare indietro. L’Italia dei Valori è diventato un partito vero.
Ho azzerato, ho affidato, ho cancellato, mi sono spogliato. La prima persona singolare regnava indisturbata come sempre: aveva dunque fatto tutto da solo? Senza nessuna assemblea, nessun voto, nessuna dinamica banalmente democratica? Nessuno si pose troppe domande, da principio.
«Il Giornale» infatti tornò alla carica non l’indomani, ma quattro mesi e mezzo dopo:

«Aveva detto che avrebbe modificato lo statuto, e a un certo punto ha detto semplicemente che ok, l’aveva fatto: si potrebbe saperne di più? Si può vedere l’atto notarile con cui ha sancito la modifica statutaria? Chi l’ha firmato? Sua moglie c’è ancora? Chi l’ha approvato? L’ha approvato qualcuno del Partito, chessò, un’assemblea, o sempre i dioscuri dell’Associazione? Ci dimostri che le sue astuzie non sono servite solo a fare ciò per cui abbatté una Repubblica: usare il finanziamento pubblico dei partiti per fini che pubblici non sono per niente. Renda tutto pubblico. Ricordi che cosa gli dicevano tutti quei politici nella mitica stanza 254: li ho presi per il partito, dicevano. Ecco, non deve dimostrarci altro» (35)

Niente, silenzio. Poi, verso la fine di maggio, i cronisti de «Il Giornale» individuarono il notaio bergamasco cui era solito rivolgersi Di Pietro, Giovanni Vacirca, e chiesero lumi. Dopo giorni d’insistenze il notaio rispose che Di Pietro gli aveva espressamente proibito di dare documento al quotidiano. Era un atto pubblico che Di Pietro non voleva rendere pubblico, ma come tale spuntò fuori lo stesso assieme al documento più importante: il verbale di modifica.
La beffa era lì. Le modifiche allo statuto c’erano. Di Pietro le aveva effettuate proprio quel 9 gennaio come aveva detto. Nel nuovo statuto c’era scritto che spettava all’Ufficio di presidenza, non più solo al Presidente, il compito di «approvare annualmente il rendiconto economico finanziario… e il rendiconto con gli allegati previsti dalle leggi sulla contabilità dei partiti e sui rimborsi elettorali». Si intendevano, per ufficio di presidenza, ette persone «pro tempore» che Di Pietro aveva già indicato nella sua lettera (36) a Libero: il Presidente del partito (sempre lui), i capigruppo alla Camera e al Senato, il portavoce del partito, il Tesoriere (Silvana Mura), un rappresentante degli eletti nelle regioni e infine un contabile nominato dall’Ufficio di Presidenza stessa (Di Pietro) su proposta dell’Esecutivo nazionale del partito. Nient’altro, ma il problema non era lì. Il punto, semplificando, è che lo stesso statuto già in vogore, com’era normale, spiegava che ogni modifica per essere valida doveva aver corso durante un’assemblea regolare convocata dal rappresentante legale, e cioè da Silvana Mura; Di Pietro invece si era convocato da solo – e lui solo – e di deleghe del socio Susanna Mazzoleni e della Mura non c’era l’ombra. C’era solo la firma di Di Pietro. Non c’era traccia di una valida delibera assembleare e quindi la modifica non aveva nessun valore. Il testo era cambiato, ma solo sulla carta: alla prima occasione utile sarebbe bastato obiettare che l’assemblea era stata convocata irregolarmente e si sarebbe tornati alle regole dello statuto di sempre, blindato da undici anni.

L’Italia dei valori immobiliari

Se tutto questo è un po’ noioso, ora la fantasia potrà almeno galoppare. In uno sforzo di distinzione delle diverse spese, abbiamo quindi : 1) il pubblico partito dell’Italia dei Valori; 2) i pubblici affari dell’Italia dei Valori; 3) gli affari privati dell’associazione Italia dei Valori; 4) gli affari privatissimi di Antonio Di Pietro e della sua famiglia che a sua volta, con Cristiano e Susanna, milita rispettivamente nel partito e nell’associazione Italia dei Valori. Ecco: in questo intreccio si muove una quantità di affari immobiliari da conturbare un enigmista.
All’associazione blindata che gestisce i soldi, e al partito scatola vuota, infatti, Di Pietro ha pensato di aggiungere un terzo soggetto: la società An.To.Cri., una srl con a capo ovviamente se stesso e come socia sempre Silvana Mura, e però stavolta, come secondo socio, la novità: non sua moglie, ma il marito di Silvana Mura, o convivente che sia. Ragione sociale dell’associazione: acquisti immobiliari a raffica in un incrocio continuo col partito e con l’associazione.
Per capire di che cosa si sta parlando c’è solo da azzardare un riepilogo di tutta l’impressionante sequenza partitica e societaria e personale e familiare e immobiliare dell’uomo che seguita, ancor oggi, a sventolare il vessillo del conflitto d’interessi e della lotta tra le commistioni tra politica e affari. Il lavoro di ricostruzione catastale è stato curato in prima stesura da Giulio Sansevero. (37)
Segue cronologia.

- Antonio Di Pietro nel 1999 acquista due appartamenti tra loro a Busto Arsizio – diverranno uno solo – per 370 metri quadri in tutto. Costo: 845 milioni e 166.000 lire. Di Pietro ha sostenuto (38) di averli rivenduti nel 2004 per 655.533,46 euro.
- Antonio Di Pietro, nello stesso anno, nel 1999, acquista un bilocale a Bruxelles di 80 metri quadri. Costo: 204 milioni di lire.
- Antonio Di Pietro il 3 gennaio 2002 acquista un appartamento a Roma in Via Merulana di 180 metri quadri. Costo: circa 400mila euro circa. E’ dove vive durante i soggiorni romani. Il 18 novembre 2002 risulta emessa una fattura di 7mila e 200 euro relativa a «Lavori per vostro ordine e conto svolti nella sede sociale di via Merulana 99 Roma, imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica». La fattura non è intestata a Di Pietro, ma a «Italia dei valori, via Milano 14, Busto Arsizio, Varese». E’ la vecchia sede del partito. Di Pietro, nel replicare (39) a un’inchiesta del Giornale, Di Pietro ha sostenuto su Libero: «A Roma sono proprietario dell’appartamento di via Merulana ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L’ho comprato prima dei rimborsi elettorali, nel 2001 per 800 milioni di vecchie lire». Ma ha sbagliato l’anno: l’acquisto è del 2002, quando già percepiva gli odiati rimborsi elettorali.
- Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, il 19 marzo 2003 acquista o diviene proprietario con sua moglie Lara Di Pietro – è il cognome da nubile, si chiama Di Pietro anche lei – di un attico di 173 metri quadri a Montenero di Bisaccia. Costo: circa 200mila euro. Antonio Di Pietro ha sostenuto che suo figlio l’ha acquistato grazie alla vendita di un immobile posseduto a Curno, ma dell’operazione, così come descritta, non risulta traccia catastale.
- Antonio Di Pietro il 28 marzo 2003 acquista un appartamento a Bergamo in via dei Partigiani, in pieno centro, di 190 metri quadri. Nello stesso giorno la moglie Susanna Mazzoleni compra un monolocale di 48 metri situato sullo stesso piano. A ciò si aggiungono due cantine e un garage. Costo stimato: tra i 700 e gli 800mila euro.
- Antonio Di Pietro il 1° aprile 2003 costituisce la società srl An.To.Cri. – dalle iniziali dei suoi tre figli Anna, Tonino e Cristiano – con sede a Bergamo in via Ghislanzoni. Capitale versato: 50mila euro. Socio unico: Antonio Di Pietro. L’anno dopo, nel 2004, si aggiungeranno i consiglieri Silvana Mura e Claudio Belotti, uomo di lei. Obiettivo non dichiarato: gestione immobiliare. Di Pietro è quindi a capo dell’associazione privata Italia dei Valori, del partito Italia dei valori e di questa società di gestione immobiliare. Silvana Mura lo segue a ruota.
- Antonio Di Pietro il 24 luglio 2004 manda a casa il socio Mario Di Domenico dall’associazione privata Italia dei Valori e lo sostituisce con la moglie Susanna Mazzoleni. A gestire l’intero finanziamento pubblico del partito Italia dei Valori sono quindi i coniugi più Silvana Mura. Si parla di rimborsi per 250mila euro nel 2001, 2 milioni nel 2002, 400mila euro ogni anno dal 2001 al 2005 e 10.726.000 euro nel 2006. Quasi venti milioni di euro totali aggiornati all’anno 2007.
- La An.To.Cri – cioè Di Pietro, Mura e compagno – il 20 aprile 2004 acquista un appartamento a Milano in via Felice Casati di 188 metri quadri. Costo: 614.500 euro. Subito dopo l’acquisto, la società affitta l’appartamento al partito dell’Italia dei Valori per 2.800 euro al mese, cifra che va a coprire e superare la rata mensile del mutuo che intanto è stato accesso dalla stessa An.To.Cri. Antonio Di Pietro cioè affitta ad Antonio Di Pietro, Silvana Mura versa soldi a Silvana Mura: i soldi sono sempre quelli del finanziamento pubblico. In concreto significa che Di Pietro, cioè la An.To.Cri, con il denaro pubblico del partito, cioè dei contribuenti, compra casa per sè.
- La An.To.Cri Il 7 giugno 2005 acquista un appartamento a Roma in via Principe Eugenio di 235 metri quadri. Costo: 1.045.000 euro. Subito dopo la società ripete l’operazione milanese: affitta l’appartamento al partito per 54mila euro annui che coprono il mutuo acceso nel frattempo. Di Pietro acquista e affitta a se stesso: ma con soldi pubblici. A seguito di articoli di stampa e interpellanze parlamentari che scopriranno l’altarino, Di Pietro nel 2007 deciderà di vendere l’immobile a un milione e 115mila euro. Il giochino però continua tranquillamente per l’appartamento milanese di via Casati. A tutt’oggi.
- Susanna Mazzoleni il 23 dicembre 2005 acquista un appartamento di metratura imprecisata a Bergamo in via del Pradello, in centro. Nello stesso giorno e nella stessa città e nello stesso stabile acquista un appartamento di 90 metri. Costo complessivo: 400 o 500mila euro.
- Antonio Di Pietro il 16 marzo 2006 acquista un appartamento a Bergamo di 178 metri quadri a Bergamo, in centro, in via Antonio Locatelli. Costo: 261.661 euro, un incredibile affare regalato dalla cartolarizzazione degli immobili dell’Inail. L’acquisto in precedenza era stato condotto per conto di Di Pietro dal citato Claudio Belotti, compagno di Silvana Mura, e l’aggiudicazione era passata attraverso un ricorso al Tar e un altro al Consiglio di Stato. Anche qui si ripete il giochino: Di Pietro affitta l’appartamento al partito Italia dei Valori, cioè a se stesso, che lo ripaga con soldi pubblici.
- Antonio di Pietro il 6 aprile 2007 acquista una masseria a Montenero di Bisaccia posta di fronte a quella dov’è nato e che pure gli appartiene. Costo comprensivo di due ettari di terra: 70mila euro per l’acquisto e circa 150mila per la ristrutturazione. Gestisce l’operazione un’immobiliare del posto che si chiama Di Pietro: nessuna parentela, ma il proprietario è stato consigliere provinciale dell’Italia dei Valori.
- Antonio Di Pietro nel 2007 procede alla totale ristrutturazione della masseria di Montenero che il padre Giuseppe gli ha lasciato in eredità negli anni Ottanta. L’ampliamento, sino a 450 metri quadri, prevede una spesa non inferiore ai 300mila euro. Di Pietro tutt’intorno è proprietario di 33 «frazionamenti» pari a 16 ettari di proprietà ereditati o acquistati da parenti e familiari. I suoi terreni confinano inoltre con quelli che la sorella Concettina ebbe pure in eredità dalla famiglia. La recente iscrizione di Antonio Di Pietreo all’albo degli imprenditori agricoli gli consente di scalare le tasse, nelle transazioni immobiliari, scendendo sino all’1 per cento anziché il 20.
- Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, nel 2007 acquista due lotti di terreno totalmente edificabile di 700 metri quadri valutabili in una villa di 500 metri quadri posta su due livelli. Costo del terreno: 150mila euro.
- Antonio Di Pietro nel 2008 acquista un appartamento a Milano in Piazza Dergano a Milano di 60 metri quadri. Costo: da 250 a 350 mila euro.
- Susanna Mazzoleni, si ricorda per completezza, nel 1985 acquistò una casa con giardino a Curno (Bergamo) in via Lungobrembo. Costo del rudere prima di ristrutturarlo: 38 milioni di lire. (La storia del rudere è raccontata nel capitolo III, «Da poliziotto a magistrato» nel paragrafo «Due cuori e un capanno».)
- Antonio Di Pietro, nel 1989, proprio affianco e sempre a Curno in via Lungobrembo, nel 1989 acquistò una villetta a schiera dove visse per qualche tempo suo figlio Cristiano che in precedenza risultava locatario – irregolare, perché ogni forma di subaffitto era proibita – nella famosa casa milanese di via Andegari affittata dal Fondo pensioni Cariplo del socialista Radaelli. Nella citata lettera a Libero del 9 gennaio 2009, Di Pietro ha precisato che la citata villetta a schiera di via Lungobrembo è stata «acquistata alla fine degli anni ‘80 e quindi per definizione con soldi non del partito». E’ vero. I soldi erano di Giancarlo Gorrini e corrispondeva al famoso «prestito» di cento milioni a cui si aggiunsero i cento milioni prestati da Antonio D’Adamo al quale pure Di Pietro si era rivolto parlando dell’acquisto di una casa. Poiché Di Pietro non l’ha scritto, si indica anche il prezzo della villetta: 150 milioni di lire.

L’Italia dei valori suoi

I cosiddetti conti della serva andrebbero sempre evitati. Ci sarebbe da conoscere con maggior precisione i prezzi degli immobili, quelli delle ristrutturazioni, il giochino dei mutui e degli auto-affitti, senza contare ciò che non si conosce: gli acquisti immobiliari ammessi dall’ex magistrato nella citata lettera a Libero, per capirci, sono parziali, incompleti rispetto a quanto emerso successivamente e riportato in questa biografia. Ci poi sarebbe da sapere o da chiarire – perché Di Pietro non l’ha chiarito, non ritiene di doverlo fare, benché personaggio pubblico – il suo possibile ruolo di capofamiglia negli acquisti di case e di terreni da parte dei figli e della moglie. Susanna Mazzoleni è un avvocato benestante, ma il figlio Cristiano è un consigliere provinciale che cominciò a comprare case quando aveva lo stipendio di poliziotto. E comunque fare conti nelle tasche altrui comporterebbero anche il conoscere i tenori di vita di una nucleo complessivo che comprende una coppia, tre figli e un’ex moglie.
Pur generica, l’opinione di Di Pietro in merito è stata questa:

«Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse e altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho preferito e preferisco fare la formichina come mi hanno insegnato i miei genitori» (40)

L’opinione sarebbe ancora più interessante se Di Pietro, oltre a quelle figurate, conoscesse le reali caratteristiche (41) delle formiche. La si conosce almeno il 740 della formichina dal 1996 a oggi: ha guadagnato in tutto un milione di euro netti e ne ha dichiarati circa duecentomila l’anno. Al milione vanno aggiunti i circa settecentomila euro ottenuti dalle querele che ha sporto e vinto – il diffamato, in termini di resa esentasse, è per lui una seconda attività – e poi c’è un particolare sconcertante da sommare a quanto esposto sinora: dopodiché ciascuno farà valutazioni e calcoli suoi.

Il sogno della vedova

Il particolare è il caso dell’eredità Borletti, altro riflesso accecante di chi è davvero Antonio Di Pietro. La storia è stata raccontata dai giornali, ma molto confusamente.
Il 22 maggio 1995 la contessa Maria Virginia Borletti, detta Malvina, decise di donare il 20 per cento della sua cospicua eredità a Romano Prodi e ad Antonio Di Pietro. Il padre, Mario Borletti, era stato un mitico produttore di macchine per cucire e aveva accumulato capitali da favola. Perché proprio a loro? Perché erano gli unici – pensava l’anziana contessa dal suo osservatorio di Londra, dove viveva con figli e fratelli – che potevano risollevare le sorti del Paese:

«Riflettono la miglior parte degli italiani. Di Pietro, fra i magistrati di cui ho stima, è l’unico che ha lasciato la toga e quindi è diventato accessibile. Mi sembra un uomo molto libero da ogni vincolo politico e capace d’influenzare positivamente le masse» (42)

Non s’era mai visto niente di simile: rimarrà la più ingente donazione politica mai fatta in Italia. Donazione politica, si è detto: la contessa vedeva in Prodi un elemento che poteva «neutralizzare la schizofrenica veemenza di Forza Italia» e in Di Pietro la persona giusta per costruire «un centro che possa offrire un’assistenza legale, sia effettiva che preventiva, al cittadino più indifeso». (43) Prodi a quel tempo girava in pullman per arrivare sino a Palazzo Chigi, Di Pietro invece si avvoltolava in se stesso dopo aver lasciato la toga da pochi mesi: non erano ancora stati assieme al governo, non avevano ancora convissuto nell’Asinello dei Democratici. Malvina Borletti, da un lato, aveva visto lungo. Dall’altra, non aveva visto Di Pietro. E che disse lui di tanta grazia? Era macerato:

«Appena ne avrò l’occasione voglio approfondire le ragioni di questo gesto e cosa lei si aspetta da me. Non v’è alcuna ragione logica per cui una persona che non conosco mi debba regalare una somma così importante. Declinerò l’invito, se non ci vedrò chiaro» (44)

Gli venne la vista di un’aquila: perché non disse più nulla e comincerà a incassare, meglio, ad «approfondire». Ma non subito: il tribunale di Milano congelerà i soldi per via di comprensibili bisticci ereditari e li sbloccherà solo tre anni più tardi. Malvina Borletti – lo scrissero tutti, e a tutti sembrava logico – aveva detto che i soldi erano per attività politiche. A partire dal 15 settembre 1998 sembrò confermarlo anche Di Pietro: comunicò alle presidenze delle camere, come la legge prevedeva, che dal 15 giugno 1998 al 19 marzo 1999 aveva ricevuto tre bonifici dalla contessa. Sono gli atti della tesoreria della Camera a spiegare questi particolari: non certo le spiegazioni di Di Pietro, che sul tema rimase muto come un pescecane. «Io a quei tempi ero sempre con Di Pietro», dirà Elio Veltri, «e mai l’ho sentito dire che aveva incassato i soldi dalla contessa».
La stessa legge sul finanziamento pubblico consentiva di detrarre le donazioni ai partiti dalle tasse: ecco perché il commercialista Alessandro Manusardi, incaricato dalla famiglia Borletti affinché limitasse i danni, cominciò a chiedere qualche riscontro a Prodi e a Di Pietro circa l’uso che avessero fatto delle donazioni. Risposta: silenzio. Quando poi nel 2000 fu chiaro a tutti che l’Asinello di Prodi e il partito dipietrista stavano rompendo, fu la disperazione della Contessa e l’allarme definitivo della famiglia: Francesca e Federico, i figli della contessa, le ridissero che stava buttando i soldi. Intanto il commercialista, discretamente disperato, continuava a chiedere pezze d’appoggio ai due. Lo esaudì almeno il professore: documentò che 545 milioni che aveva ricevuto da un conto svizzero Ubs – esentasse, secondo la legge 346 del 1990 – li aveva spesi nella sua campagna elettorale bolognese come il suo commercialista, Fabrizio Zoli, spiegò con dovizia: sciorinò l’elenco di tutti gli stipendi che aveva pagato con quei soldi.
Antonio Di Pietro non fornì neanche uno scontrino. Mai: «Finora ho recuperato il documento del versamento fatto da Prodi al Movimento per l’Ulivo», disse il commercialista della famiglia, Manusardi, «ma da Di Pietro non ho ottenuto niente». (45) Molto distrattamente l’ex pm fece sapere di «attività politiche diversificate» e che gli erano rimasti «sessantadue milioni circa». (46). In pratica aveva speso tutto, cioè aveva fatto un sacco di attività politica. Sicuro? No, a giudicare da una frase che buttò lì a Panorama del 6 giugno 2000: «La donazione non era, nel mio caso, finalizzata ad attività politiche, ma all’uso che ne avrei ritenuto più opportuno». Ecco. E dove stava scritto? Perché chiunque altro aveva capito il contrario? Perché aveva denunciato dei versamenti alla Camera secondo la legge sul finanziamento ai partiti? Che altro uso «opportuno» poteva celarsi? Dov’era finito quel «centro di assistenza legale» di cui aveva parlato la contessa, quello che potesse aiutare in forma «effettiva e preventiva al cittadino più indifeso»?
Ogni dubbio si fece definitivo quando il tesoriere dell’Italia dei Valori, Renato Cambursano, disse che «l’Italia dei valori non ha avuto alcun contributo proveniente dalla donazione Borletti». Nel bilancio del partito di Tonino di quei soldi non c’era traccia: né ci sarà.
I figli alla fine riuscirono a bloccare ulteriori versamenti: lo stop fu il 13 giugno 2000. Non mancò un’interrogazione parlamentare:(47) la Lega chiedeva se la donazione fosse stata fatta a favore di un movimento o di una persona fisica. Non ci fu risposta, ma era questa: di una persona molto fisica. Dopodiché tutta la faccenda prese a scemare. Se ne riaccennò solo un anno più tardi, quando un’altra contessa, Anna Maria Colleoni, nel luglio 2001 decise di lasciare due miliardi e trecento milioni ad Alleanza nazionale. (48) Il Corriere della Sera rispolverò la questione e andò a vedere le cifre incassate da Tonino e le rivelò nell’indifferenza generale. Quello che Di Pietro voleva, forse.
Seguiva un buio di quasi dieci anni. A risollevare la questione, en passant, fu proprio Antonio Di Pietro il 9 gennaio 2009 nella famosa lettera che scrisse a Libero; in un passaggio in cui cercava di giustificare le sue disponibilità finanziarie, gli scappava:

«Devono aggiungersi ulteriori rinvenienze attive, tra cui una donazione mobiliare per circa 300 milioni di vecchie lire ricevuta nel 1996 dalla contessa Borletti. I fatti sono notori in quanto hanno riguardato come beneficiari altri personaggi pubblici»

I fatti erano notori un accidente. Da una vita Di Pietro liquidava come notorio ciò che aveva taciuto prima che lo si scoprisse: mai grazie a lui, e spesso fuori tempo massimo. Fu poi Panorama a rinfrescare com’era andata: anche se era già tutto scritto, come detto, in un vecchio articolo del Corriere della Sera del 3 luglio 2001. Ecco qua: divisi in tre versamenti, nelle tasche di Di Pietro si erano materalizzati 954 milioni e 317.014 lire. Un miliardo circa. Non 300 milioni. Che cosa ne aveva fatto, visto nel bilancio del partito non ce n’era traccia? Quali le «attività politiche diversificate?». Una domanda stupida: Di Pietro l’aveva appena spiegato nella sua lettera a Libero: operazioni immobiliari. Coi soldi della vecchia. Il commercialista dei Borletti, Alessandro Manusardi, dopo aver letto si limitò a dire questo: «Escludo nella maniera più assoluta che l’obiettivo della signora fosse il finanziamento di qualsivoglia acquisto immobiliare altrui». Sai che problema, per Di Pietro.

«Autostrade» paga il pedaggio

Di Pietro disse perciò una mezza verità e due bugie intere, in quella lettera, anche a proposito dei finanziamenti pubblici da lui incamerati:

«L’Italia dei Valori non riceve finanziamenti da imprenditori o sponsor… Riceveremo invece i finanziamenti pubblici previsti dalla legge… Essi vengono introitati da Idv tutti ed esclusivamente sui 2 conti correnti della tesoreria dell’Italia dei Valori» (49)

La mezza verità era appunto che dei finanziamenti da un imprenditore o sponsor, termine forse improprio per qualificare la contessa Borletti, l’Italia dei Valori in effetti non li aveva ricevuti: li aveva ricevuti lui. La prima bugia o imprecisione, poi, è l’aver dimenticato che i conti correnti erano almeno tre e non due: c’era anche quello della Banca nazionale del Lavoro di Roma (50) su cui la tesoriera aveva chiesto di versare i rimborsi per le europee del 2004, per esempio. Ma può darsi che non abbia granché rilevanza. Infine, sempre a proposito di soldi mai presi da finanziatori o sponsor, vedasi questo scambio tra Di Pietro e la giornalista Antonella Baccaro pubblicato sul Corriere della Sera del 10 maggio 2006:

«Sì, li abbiamo presi anche noi i finanziamenti»
Può dirmi quanto?
«Certo che glielo dico. E che problema c’è? Quanto abbiamo ricevuto? [chiede a Silvana Mura, la tesoriera, ndr]. Sì, ecco, ventimila euro. Abbiamo fatto la ricevuta? Sì abbiamo fatto la ricevuta»
Ha letto anche cosa ha detto a questo proposito il segretario della Cils, Raffaele Bonanni?
«No, che leggere: qui stiamo eleggendo il Presidente della Repubblica…»
Testualmente: «È un fatto di una gravità inaudita. Bisogna chiedersi perché costoro hanno dato soldi ai partiti perché i partiti li hanno presi»
«Noi abbiamo preso i soldi? Ma che abbiamo preso? Ma che soldi? Questo è un modo indecente e indegno di dire le cose!»
Le dica lei.
«Noi possiamo ricevere finanziamenti per il partito in base alla legge. Possiamo riceverne di pubblici e di privati. Io, ad esempio, sono finanziatore del mio partito. Tutto qui»
Quindi non li restituisce?
«Ripeto: il finanziamento di Autostrade è legittimo e trasparente»
C’è chi, per quanto legittimi, quei finanziamenti non li ha presi, come i Verdi e Prc.
«E io rispetto le scelte di tutti. Dopodiché nessuno si permetta di dire che ho preso soldi. È tutto a rigor di legge».
A parte il dato della legittimità, c’è anche quello dell’opportunità. Sono opportuni quei finanziamenti?
«Non ho capito il problema. Se li avesse offerti la P2, piuttosto che la ‘ndrangheta, ok, sarebbero da rifiutare. Ma questa è una società quotata, che c’azzecca?»
Secondo i Verdi, quei soldi in realtà vengono dai cittadini attraverso i pedaggi, per questo andrebbero rifiutati.
«Guardi, questa è una società a capitale misto, quotata, che ha deciso di fare un finanziamento. E lo ha fatto in modo trasparente. Come lo doveva fare?».
Poteva disporre di quei soldi diversamente.
«Io credo che abbia finanziato i partiti affinché possano esercitare la propria funzione nella società» (51)

La società Autostrade, quindi, ha finanziato Di Pietro o l’incorporato partito. Che cos’è Autostrade, imprenditore o sponsor? Forse chiromante: perché trentasette giorni dopo, il 17 giugno 2006, Di Pietro diventerà ufficialmente ministero delle Infrastrutture con competenza sulle autostrade, settore che alla società Autostrade interessava discretamente.