The Classifica 59 – I dischi del…

Vogliono soldi veri. E sapete, non “da Berlusconi”: da noi. Dite che non si accontenteranno della social card? No, loro no – ciccini. Beh, comunque vada a finire è bello vivere ai tempi della Grande Farsa – a proposito di Libertà, ho letto che dopo la conferenza Onu sulla droga, Giovanardi è tornato a rilanciare la “lotta senza quartiere”. Sapete, dato sì che funziona benone, eh. Sta anche studiando un modo per impedire le manifestazioni di controinformazione. Grande. E le Libertà? Ma piantatela – …no, non in quel senso. Anche perché io di mio, ve lo devo confessare, nei confronti della droga sono stalinista: volete drogarvi? Accomodatevi, ebeti: se fossi al Governo non potrei chiedere di meglio. (prego? Cosa dite? Vi ascolto) (“Ehi, giullare. Perché questo inizio? Sembri Max Stefani del Mucchio Selvaggio”. “No, sta imitando le guittate introduttive di Antonello Piroso”. “Nah, al massimo ricorda le overture di Pippo Franco al Bagaglino”) (carini che siete. Ok. Volete la verità?) (“No!”) (fa niente, ve la debbo) In verità vi dico: inizio così perché la top 10 di questa settimana non presenta novità, e perché mi tocca mantenere la promessa elettorale scorsa: parlare dei 10 dischi del decennio. (“Davvero?” “Wow” “Stavo già facendo zapping, mi hai tenuto qui per un pelo”) (lo so. Vi conosco). Di fatto, gli U2 sono sempre al n.1, e Venditti è al n.2, e Marco Carta al n.3, e i nomi della settimana passata permangono: dal n.4 di Annie Lennox al n.10 di Karima (però. Tiene. Chi l’avrebbe detto) (forse dovrei parlarne) (se non la considerassi insulsa). Quindi, cliccate qui, e sbrodoliamo un po’ sui dischi più venduti in Italia dal 2000 a oggi.

Premessine. 1) Il 2000 fa parte del decennio, ok? Come il 1980 non fa parte degli anni ’70. Ho deciso così e basta. (“Ma…”) (…e basta. Muti!). 2) I dati veri non ci sono – eh, quando mai. Siamo in Italia. Sicché devo interpretare le classifiche annuali della Fimi 3) Questo significa fare un sacco di tare. Nel mio taralleggiare, io sarei per ponderare i vantaggi dei dischi di inizio decennio: il fatto di aver avuto più anni per vendere rispetto a quelli recenti, e il fatto di essere usciti in un periodo in cui la gente comprava ancora un pochino i dischi. Fermo restando che Safari di Jovanotti ha venduto un botto. Okay, abbiamo iniziato. Uno dei 10 era Safari di Jovanotti. 4) le raccolte sarei per farle fuori tutte. Anche se è vero che il miticoLiga è da Lambrusco e Popcorn che fa raccolte – solo che le chiama “album”. Una di queste è Nomi e cognomi. Non so se ricordate, all’inizio quel disco non vendette tanto, poi il rocker dall’incazzosa purezza concesse un’Happy Hour a Muccino e Vodafone, e il disco dopo parecchi mesi tornò prepotente al n.1. Al che, il miticoVasco, scosso nella sua altrettanto incazzosa purezza, dichiarò alla stampa che LUI, le sue canzoni alla pubblicità non le avrebbe date più. Dopo che poco tempo prima la tv ogni dì aveva bombardato l’italiano di spot pubblicitari chiedendogli come staaaava, e se si distingueeeeva dall’uooomo comuuune. Già: Vodafone, Muccino, anche lui. E l’italiano, per distinguersi dall’uooomo comuuune, si era scaraventato a comprare Buoni e cattivi del miticoVasco, in modo da sentirsi davanti alla tv ovunque.

MiticoLiga, MiticoVasco, più il Jova: siamo a tre. Ora col prossimo nome vi sorprendo un po’. Gianna Nannini. E non grazie alla Meravigliosa creatura (spot Fiat) ma grazie a Grazie, quello con Sei nell’anima. Quello coi testi deliranti della Santacroce oltre al singolo scritto con Pacifico. Non siete sorpresi? Beh, io un po’ sì. Fossi uno di quelli che grondano sicumera (“Lo sei!”) (vabbè, un pochino, via) direi che il ritorno della Nannini tra Quelli Che Vendono Assai è dovuto anche al crescente peso nel mercato discografico delle acquirenti femmine non più giovanissime – quelle che hanno fatto della Giusy una star, e che mantengono la musicogerontocrazia del pop italiano. Secondo me i loro mariti hanno smesso di comprare dischi quando sono usciti dall’autogrill con Esco di rado e parlo ancora meno di Adriano Celentano, si sono accorti che era una ciofeca e si sono ripromessi di non comprare più i successivi. Ma il danno ormai era fatto.

(siamo a cinque dischi) (e dopo Nannini e Celentano è tempo di respirare un po’ di gioventù) (quindi)

Il 46enne Eros Ramazzotti. Con il disco: 9. Quello di Un’emozione per sempre. Un disco assai brutto. (“Come se ne avesse fatti di belli”) (e infatti, ne ha fatti: In ogni senso è uno dei momenti più impeccabili del pop italiano) (“Oh, questa poi”) (…gente, non fate gli spocchiosi con me. Non vi conviene) Credo che questo cd abbia venduto tanto perché all’epoca l’italiano solidarizzava con Eros-e esecrando la giovenca svizzera cui si era maritato. Poi Mediaset ha investito tantissimo nella giovenca, che ora è agli ordini di Antonio Ricci, l’uomo sulla cui lingua abbonda il lucido da scarpe di Berlusconi.

Certo, se è giovane Eros-e, lo è anche il suo coetaneo Biagio Antonacci, che ha furibondeggiato con Convivendo: una bilogia, nella quale salmodiava: “E’ un mondo di merda!”. E dovendolo includere in questa top ten, sarei tentato di condividere.

Però la c’è, la gente sotto i 40 anni. E sono ovviamente le nostre bandiere nazionali di campioni del mondo: Tiziano Ferro (con Centoundici) e Laura Pausini (Io canto). Dite, a questo punto non volete prendervi una pausa per qualche commento sul gusto nazionalPOPolare in questo decennio? Non avete l’impressione che siano consensi al personaggio piuttosto che al suo disco – alla fine, proprio come i voti in politica vanno al faccione e non al programma, che tanto chi lo capisce? Non volete indovinare l’ultimo nome? Avete notato che non ci sono stranieri? Ecco, appunto. Niente Coldplay, niente U2, niente Madonna o Eminem o Britney. Nemmeno si avvicinano alle vendite dei nostri. Però, nel ribadire che questa top ten non dispone di dati certi (perché FIMI e SIAE, anime belle, non ne forniscono), mi arrogo di evitare la completa autarchia. Il che penalizza sapete chi? I Negramaro. No, non Sharon Stone Baglioni, non Sgurlibù Dalla, non capireBattiato, non RalphMalph Pezzali, non Renato Fonopoli. Decido di sacrificarli anche se sono l’unico gruppo, anche se sono nuovi, sono rock (“Possiamo eccepire?”) (ahò, ve l’ho mai impedito?) (ma fatelo nei commenti, che ho quasi finito) pur di smentire che siamo gli esterofili più xenofobi del mondo. Il che mi porta a un ballottaggio tra due nomi.

Uno lo devo scartare anche se porta con sè il disco più venduto del decennio. Dati veri: è stato il più venduto nel mondo, il più venduto in America, il più venduto in Europa – forse da noi no, anche se risulta il più venduto nel 2000. Chiedete di chi si tratta? Chiedete chi erano i Beatles! Yes (terday): si tratta di 1, la raccolta uscita nel 2000, con tanto di Ballad of John and Yoko a carico. Lo scarto appunto perché è una raccolta: deinde, ammetto Back to Black di Amy Winehouse tra i cd più venduti in Italia in questo decennio tutto pizza, pummarola e miracolo italiano. Il decennio delle Libertà!

(…adesso vi spiegate un po’ di più l’introduzione?) (“…No” “No!” “No”) (che noiosi. Bah. Alla prossima)

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18 Comments

  1. Concordo su In Ogni senso, aggiungendoci chepperò le basi le aveva messe già giù con “In certi momenti” che, diGiamolo, bello era bello.

    Ché poi…pure Nuovi eroi…vogliamo buttarlo?

    E insomma, io ho sempre pensato che il punto di svolta della sua carriera (in negativo) sia stato proprio l’incontro con la giovenca.
    Da quel giorno ha scritto solo e soltanto che la ama che la perde che la perde e che la ama, una roba da martellarsi le palle mai vista che dura da anni e non da segni di esser destinata a cessare.

    Ci son uomini che non dovrebbero mai incontrare amori così giganti, ché mica è da tutti saper gestire la baracca.
    Ci son quelli che da soli sono felici felicissimi, poi incontrano l’amore della loro vita e cominciano a diventare triiiiiiiisti pure se l’amore va benissimo.
    Sono tristi così, di default, perché la passione è struggimento.

    Ecco, non l’avesse conosciuta, secondo me la sequenza degli album avrebbe proseguito il percorso in ascesa che aveva mostrato con i primi 4.
    Che erano praticamente uno più bello dell’altro.

  2. Questo post mi ha intristito.
    Di tutti gli album che hai menzionato ce ne fosse uno appena decente.
    E prendo il post di broono come un delizioso “scherzi a parte”, cui non abboccherò.
    E per concludere, aggiungendo emme alla emme, com’è possibile che non vi sia traccia di un qualche album di “velina” Zucchero?

  3. Scusate, debbo ricredermi.
    Quello della Gianna non fa così schifo, e neanche quello di Tiziano Ferro.
    Solo che prima di comprare quelli ci sarebbe una tonnellata di storia della musica da scaricare.

  4. “dedicato a tutti quelli che/venuti su con troppo vento/ quel vento gli è rimasto dentro”
    di Eros-e è un verso bellissimo, sebbene connotato da un certo meteorismo.

  5. In effetti nessuno dei dischi in questione pare una pietra miliare anche all’interno della produzione di quegli artisti. Tranne forse 111 di Ferro. E (sempre forse) Safari di Lorenzo. Gli altri sono prodotti ben fatti di premiate ditte dal consolidato nome.

  6. il Bersani (Samuele) del decennio precedente mi faceva sperare bene, invece negli anni ’00 non lo ricordo secernere pezzi memorabili.

    Per la Pausini, ero convinto di beccare in castagna il nostro caro Maddy, ma aveva ragione lui. Laura non è ancora Menopausini, è del 1974, anche se è sulla scena dai tempi di tangentopoli.

  7. Tranne Ferro e la Winehouse è tutta gente che non appartiene a questo decennio, ma almeno agli anni Novanta – se va bene. Grande rinnovamento, in questo paese. La gente ha proprio voglia di facce nuove.

  8. persino in quadri orridi e bui persistono flebili luci.Ma sono fuochi fatui,temo

    pockes.com/Musik/Los%20Bravos%20-%20Black%20Is%20Black.mp3

  9. Riba-disco (separo la parola per evidenziarne la componenente musicale) quello che ho scritto sul cinema qualche giorno fa e che mi pare valga anche per la musica.

    Per un certo periodo la musica (e il cinema) sono state attività a cavallo fra industria e arte. L’arte pagava forse un certo prezzo all’esigenza dell’investitore, ma nel mondo più artigianale di qualche decennio fa, l’aspetto economico non permeava la parte creativa dall’inizio alla fine.

    Oggi, sì, e l’esigenza totalizzante della produzione e della distribuzione, quella di non fare mai un salto nel buio, che potresti cadere su un materasso ma anche sulle rocce, ha stroncato tutti quegli ignobili tentativi dalla moltitudine dei quali nasce la genialata di dire altre cose, o dire le stesse cose in altro modo.

    E se poi non piace, è stato il criterio non solo principale, ma unico?

    Allora,

    a) si è creato un gigantesco, universale uniforme monopubblico, dai gusti standard, alquanto grossolani e che possano essere soddisfatti con serialità. Se uno lo abitui ad apprezzare De Andrè o Pink Floyd, come fai a vendergli qualcosa di quel livello tutte le stagioni? La roba d’alto livello non si fa mica su ordinazione come le piastrelle alla ceramica. La robetta invece sì.

    b) formato il pubblico, attraverso un bombardamento volto a legittimare come ottimo ciò che è medio (ben che vada) , si è cominciato a raccogliere il frutto della semina.

    Tale il cinema quale la musica.

    E poi, sullo sfondo, la stanchezza di una società occidentale che sembra aver toccato il suo limite, o quasi. Un mondo dove il logos, la parola, la ragione il confronto non ha più senso perchè scacciato dall’ossessione produttivistica ed economicistica ha come ricaduta anche l’inaridimento dei linguaggi artistici e creativi. La musica è andata forte nei decenni in cui c’era dialettica, scontro, gara fra diverse concezioni del mondo. Adesso, ne prevale una sola. E questa sola relega il cinema al rango di svago del sabato sera, con la panza piena di pessima pizza con finta mozzarella di bufala, e la musica al rango di sottofondo o come esplicito mezzo di arricchimento in un amen.

    Se basta un battito d’ali di una farfalla per provocare un disastro dall’altra parte del mondo, pensate quanti disastri il pensiero unico mercatistico, che non è esattamente un battito d’ali di farfalla, può aver indotto, a cascata (come l’IVA), ovunque.

    Amen.

  10. Sarà anche colpa di noi femmine nonpiùgiovanissime se la musicogerontocrazia del pop italiano è più arzilla che mai, ma se i gggiovani sono Marco Carta, uno al cui confronto Nicola Di Bari è avanguardia pura, o Karima, da te definita insulsa, è ovvio che le Gianne e i Vaschi (anche i maschi invecchiano, eh…) continuino a imperversare.
    Sì, compriamo CD anche noi (e magari anche non della Giusy o della Gianna, guarda un po’). Che dovremmo fare, passare il tempo tra una moc per l’osteoporosi e un’uscita col cane?
    The babbion

  11. Certo Paolo che anche te a volte fai delle uscite sulle donne che insomma….come si fa a non essere d’accordo?
    Con te, ovviamente.

  12. @DD: il disco di Zucchero che si è comportato meglio è Shake, quarto cd più venduto del 2001. Che il buon Sugar non tenti di esibirsi negli stadi non è un caso, veh.

    @Carla: generalizzare è il segreto di ogni brillante conversazione ma soprattutto del mio riverito mestiere. Non cercare di graffiarmi, che hai capito benissimo dove volevo andare a parare… E se vuoi, guarda qui sotto come generalizzo sui miei coetanei barra colleghi. Prendendone sdegnosamente le distanze, come fai tu con le tue coeve che comprano (oh, se li comprano) i dischi della Gianna e della Giusy. Che poi, l’ho detto: quello della Giusy lo avrei comprato anch’io.

    @Piti: non so, non so, non so. In parte ti condivido, ma non del tutto. Il tuo discorso comporterebbe una serie lunghissima di risposte! Ne sego una sul “medio spacciato per ottimo”, che ricordava come i Bee Gees nei 70 o i Depeche Mode negli 80 o i Metallica nei 90 erano ritenuti bassa macelleria, persino sotto quel “medio”.
    Ne sego un’altra sul monopubblico.
    Tengo solo la risposta che dopo un respirone si inabissa nel tema profondo della persistenza, anzi, il continuo rilancio del passato.

    Dunque: stando ai giornali musicali scritti da noi babbioni degli Ottanta (e dei Settanta, anche se sempre di meno, grazie a Dio), e stando alle radio che tengono i riflettori puntati sul passato (Virgin, Capital, 101 su tutte) ogni minuto un disco venuto un po’ così o un gruppo di sfigati assurge a mito, a classico, a momento seminale per una generazione! E sempre più spesso io alzo la testa e dico: “Eh, no. O babbioni, voi qui mi siete disonesti. Perché io ero piccolo ma mi ricordo. E me lo ricordo che quei miti le generazioni se li inculavano (pardon) ben poco, e che la gente ascoltava i Bee Gees e Umberto Tozzi, Rick Astley o Luca Barbarossa. E faceva bene, peraltro”.

    E poi, sullo scenario attuale: io sono persuaso che in questo decennio siano state scritte moltissime canzoni straordinarie. Non molte: moltissime. Solo che, ecco cosa succede: Virgin Radio annuncia un classico del rock’n’roll, e di cosa si tratta? Di Communication Breakdown dei Led Zeppelin.

    Ora, anche se ero davvero troppo piccolo e i Led Zeppelin me li sono fondamentalmente persi, li venero abbastanza da sapere che “Communication breakdown” NON E’ un “classico del rock”.
    Eppure viene spacciato per tale, perché vecchio uguale mitico.

    Insomma, siamo talmente convinti (e veniamo convinti) che l’età dell’oro sia perduta, che non guardiamo intorno a noi per vedere se inciampiamo in una pepita e dietro l’angolo c’è una miniera. Nel contempo, quell’oro che tanto rifulge, forse non lo era (…come Communication breakdown), o forse all’epoca non era considerato tale (per non ricitare i Depeche Mode, rigiro il discorso: se potete dimostrarmi che i mitici seminali fondamentali Joy Division in tutta Italia hanno venduto più di tremila copie mentre Ian Curtis era in vita, io sono pronto a mangiarmi un gerbillo).

  13. Esatto, mio giovine Madeddu, non c’è niente di più palloso della celebrazione del passato. A che serve rendere culto al seme seminale se si inveisce contro l’albero del presente dal quale pendiamo come frutta matura che il prossimo soffio di vento potrà staccare dal ramo spappolandola al suolo?

    La qualità media della musica pop(olare) si è di molto elevata, provate a fare un paragone tra il Sanremo 2009 e 1979, e vedrete.
    Ed è vero che vengono scritte molte belle canzoni, ma è veramente difficile che abbiano l’impatto che avevano le canzoni di qualche decennio fa semplicemente perché la musica (come altre cose, l’arte in genere diciamo) ha smesso di essere fenomeno sociale da un bel pezzo. Non vedremo più cose come la Beatlemania, il Punk etc. perché la nostra società è differente da quella del passato e il modo di consumare musica pure.

  14. Io provengo da Mediatrek di Assante, e vi giuro che ogni topic, ogni giorno, ogni volta si ripropone la stessa annosa questione: musica di ieri vs. musica di oggi.
    Sono state sviscerate negli anni innumerevoli motivazioni che non vi riporto manco per scherzo che altrimenti a Paolo gli si addormenta l’audience.
    Io penso che Pepporno di base abbia ragione (il fatto che la musica oggi non sia più espressione di un qualche fenomeno sociale).
    Di mio aggiungerei che mentre prima si “progettava” fondamentalmente un album (al cui interno magari c’era qualche filler ma nel complesso si cercava di portare avanti un gruppo di canzoni legate da qualcosa, fosse solo la produzione sonora) adesso si progettano fondamentalmente un paio di singoli e poi si fa uscire un CD pieno di filler, b-sides, rarities, out takes, interviste a telenorba e cazzi e mazzi.
    Con questo cosa voglio dire.
    Che la memoria storica dei dischi del passato rimanda a un pool di sensazioni (l’album, il concerto, il quid sociale, il perchè era uscito un certo disco).
    La memoria storica dei dischi attuali (quando sarà storica) rimanderà a un paio di canzoni ben riuscite e rizzati.

  15. grazie, Madeddu, mi hai fornito una risposta che vale un post. Una cortesia squisita, oltre al consueto sciorinio di ottime idee in ottime scrittura.

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