Obama lava più bianco

In termini di marketing, un candidato alla presidenza degli Stati Uniti, non è molto diverso da un detersivo: deve riuscire a vendersi alle masse, conquistare la fiducia di milioni di persone, incarnare determinati valori e impegnarsi a rispettarli. Un futuro Presidente deve distinguersi dai propri avversari (unique selling proposition) mettendo in luce i propri aspetti migliori (plus). Deve fare agli elettori una promessa forte (main promise), spiegarne i vantaggi (benefit) e motivarli (reason why). Una volta eletto, il Presidente avrà a disposizione quattro anni per mantenere le proprie promesse e se ci riuscirà, potrà sperare di essere riconfermato, altrimenti dovrà farsi da parte e lasciare spazio a qualcun altro più democratico o più repubblicano, più giovane o più vecchio, più nero o più bianco. Purché nuovo e diverso.

Nuovo e diverso sono le due facce del cambiamento. Si comportano come i due poli di una calamita: il nuovo attrae, il diverso respinge. Barack Obama è senz’altro l’uomo nuovo che gli americani (e tutto il mondo) stava aspettando. E’ certamente diverso dal suo predecessore Bush, per le sue idee progressiste, per la sua età anagrafica e per una questione etnica che nemmeno i comici americani hanno osato sfiorare: the N-word (la parola che inizia per N, che in slang sta per nigger) è un tabù difficile da infrangere persino verbalmente.

La battuta infelice di Berlusconi, che lo ha definito “abbronzato” non fa assolutamente ridere, e nemmeno sorridere, una nazione in cui le minoranze etniche sono una maggioranza. All’inizio della campagna elettorale i repubblicani si sono chiesti se Barack Obama non fosse troppo “poco nero” per convincere gli afroamericani, come se la sua credibilità dipendesse dalla tonalità di un pigmento, come se l’appartenenza a un’etnia si misurasse in termini cromatici. Ma in un Paese etnicamente eterogeneo come gli USA, l’origine afroamericana di Barack Obama non ha respinto quel 43% di elettori bianchi che credono nelle sue idee.

Gli americani hanno bisogno di credere. Sui dollari americani compare la scritta “In God We Trust” perfino sulle monetine da un centesimo, il termine “Believe” ricorre negli slogan elettoriali come nei claim pubblicitari, è un assoluto, rinforza le promesse deboli, dà credibilità all’impensabile. “I’m asking you to believe” con cui Obama ha chiesto agli americani di credere in se stessi, passerà alla storia come un moderno “I have a dream”.

La campagna elettorale di Barack Obama centrata sul cambiamento avrebbe dovuto destabilizzare l’elettorato. Invece ha avuto un effetto rassicurante, perché stemperata da concetti come speranza e ottimismo. Reform, Prosperity & Peace di Mc Cain non hanno retto il confronto con Change, Hope, Yes we can proposte da Obama. Parole corte, veloci, fresche sorpassano parole vecchie, polverose. Gli imperativi democratici hanno campeggiato sugli striscioni, sulle magliette, sulle spille, sui poster accanto al viso di Obama stilizzato, su un fondo grafico essenziale. Mc Cain invece appare su uno sfondo fotografico nebuloso assieme a una formazione di aerei da guerra. Da una parte l’espressione fiera di Obama, dall’altra sguardo di Mc Cain perso nel nulla.

Tra i poster ufficiali della campagna democratica c’è quello commissionato al grafico americano Lance Wyman, un capolavoro di essenzialità. I democratici non sono nuovi a questo tipo di collaborazione con grafici e artisti. Già McGovern, negli anni Settanta, fece realizzare il proprio poster da Andy Wahrol. Se trent’anni fa erano i futuri presidenti a scomodare gli artisti, oggi sono gli artisti a sostenere la campagna elettorale dei propri favoriti.

Innumerevoli i contributi di artisti americani a Obama, alcuni dei quali hanno ricevuto lettere di gratitudine e approvazione da parte del futuro Presidente. L’opera più celebre è stata realizzata dall’artista Shepard Fairey, conosciuto con lo pseudonimo di Obey Giant. Ron English ritrae Obama con sembianze del Presidente Lincoln. Una macabra parodia del poster per la campagna elettorale di JF Kennedy del 1960, allude al tentato assassinio da parte di due giovani estremisti, sventato poche settimane prima dell’elezione.

Il tributo di cantanti, musicisti, attori e vari artisti del mondo dello spettacolo è una canzone ispirata alle parole pronunciate da Obama. Il brano “Yes, We Can” è diventato colonna sonora “morale” della una campagna elettorale virale che si è svolta su Internet. Il video su Youtube ha raggiunto milioni di giovani che sono andati a votare per la prima volta. Ha anche ispirato la parodia “No, you can’t” che riprende alcune infelici frasi di McCain.

Sulla base musicale si sente la voce di McCain che prouncia le parole: “You can’t do it, my friend!”, non puoi farlo, amico mio. Seguono frasi avvilenti, pronunciate durante i comizi elettoriali. C’è da chiedersi come possa una nazione accontentarsi di risposte negative da parte di un aspirante futuro Presidente. Una pubblicità di questo genere non ha sicuramente avvantaggiato McCain: al milione di persone che hanno visto “No, you can’t” si aggiungono circa 13 milioni per “Yes, we can”, cifre decisive che hanno fatto la differenza.

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Se andando a trovare i vostri nonni poteste cambiare il mondo, lo fareste? L’attrice comica Sarah Silverman, cittadina americana di religione ebraica, con il progetto The Great Shlep (il grande viaggio) si rivolge ai i nipoti di ebrei residenti in Florida, con questo appello: se avete nonni che abitano in Florida, convinceli a votare Obama. Perché la Florida è uno stato decisivo nelle elezioni americane (lo è stato 8 anni fa quando Al Gore ha perso contro Bush) e il voto dei moltissimi ebrei anziani che vivono lì può fare la differenza. Il sito ha raccolto più di 24.000 adesioni. Il 77% degli americani ebrei ha votato Obama e la Florida, incerta fino all’ultimo e segnata in grigio sulle mappe della previsione, si è rivelata uno Stato blu. Col senno di poi, nel discorso della vittoria ci ha pensato Obama a rendere metaforicamente superfluo ogni distinguo: “Non ci sono più Stati rossi o Stati blu, ma solo gli Stati Uniti d’America”.

Non votare, va tutto bene così com’è. E’ la provocazione di Dont’ vote: il mondo deve cambiare e tu puoi cambiarlo votando, vota e incoraggia gli altri a votare. Il sito mette a disposizione degli utenti poster ad alta risoluzione da scaricare, stampare e appendere non solo nella propria stanzetta, ma anche in giro per dare visibilità a questo messaggio importante. Che ha trovato riscontro nelle cifre assolute e nelle percentuali: dei 130 milioni di americani che hanno votato, il 70% è andato alle urne per la prima volta. Se non è un cambiamento questo.

Palin Presidente, che idea terrificante! In questa campagna pro-Obama, Sarah Palin appare seduta alla scrivania presidenziale la baseline rimanda all’esilarante sito Palinaspresident.us, dove è possibile interagire con gli arredi della Stanza Ovale. Portando il mouse sul mappamondo, questo inizia a ruotare e Palin dice “Oh, da qui vedo l’Alaska!”. Fuori dalla finestra passa un dinosauro e si intravedono le trivelle in azione (Drill, baby drill!” avrebbe detto McCain) e si sentono le urla del popolo inferocito. Il famigerato pittbull col rossetto è nascosto dentro un cassettone della scrivania presidenziale e nel cestino è finita una copia della rivista Science, una lettura forse troppo impegnata. Alle pareti è appesa una lista di nomi per un nascituro e il poster del film Maverick, in tributo al suo mentore McCain. A un certo punto il mitico telefono rosso squilla all’impazzata e la stanza esplode. Palin dice “Oh Oh!”. Un quadretto esilarante e sinistro allo stesso tempo. Adesso che il futuro ha preso una piega diversa, possiamo anche riderci sopra.

McCain di m***. Il californiano Greg Beauchamp ha creato un ambient media politicamente scorretto lungo la passeggiata di Venice Beach, infilzando gli escrementi di cane seminati con piccole bandierine anti-McCain montate su stuzzicadenti.

Go, Obama, go! Per trasformare i segnali stradali in manifesti elettorali, un’agenzia di ambient media del North Carolina ha creato uno stiker da applicare sul cerchio verde del semaforo. Gli adesivi sono stati distribuiti gratuitamente sul sito GObama.com

Black power.Durante il Super Thursday di New York e Chicago, Axe ha distribuito volantini dove appare Hillary Clinton con appuntata sul bavero della giacca la spilla di Obama. “Immagina il potere di Axe”, in linea con la comunicazione che punta sul potere seduttivo del prodotto.

Poster a supporto della campagna elettorale di Barack Obama realizzati da artisti americani. Da in alto a sinistra: Barack Obama prende le sembianze del Presidente Lincoln nel poster di Ron English; elaborazione grafica di un artista digitale; poster ufficiale; parodia del poster per la campagna elettorale di JF Kennedy del 1960; il più celebre poster non ufficiale a supporto della campagna elettorale di Barack Obama, realizzato dallo street artist Shepard Fairey, conosciuto con lo pseudonimo di Obey Giant; tributo dell’artista Ray Noland; ritratti di Obama realizzati da writer: Munk One, Sam Flores, The Mac; poster ufficiale firmato dal grafico americano Lance Wyman.

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14 Comments

  1. Hillary, in qualita’ di segretaria di stato, ombra di Obama?

    [IMG]http://images.corriere.it/Media/Foto/2008/11/15/hillary_b1.jpg[/IMG]

  2. Poi magari accadono tutti i casini già visti nella serie “24” di Kiefer Sutherland…

  3. Le elezioni americane confermano che, gli USA sono l’unico caso noto nella storia di un paese che riesce a conciliare al massimo grado possibile, esercizio della democrazia e assolvimento del ruolo di massimo responsabile della regolazione degli affari mondiali, nella situazione data.

    In futuro sarà da vedere se riuscirà a fare altrettanto la Cina.

  4. Il brutto di Facci è che non riesce a trattenersi quando ha l’occasione di dare dell’idiota a qualcuno. Forse è convinto che sia un sistema adatto ad elevare la sua immagine per differenza o forse è solo presunzione, ma non è un bel vedere uno così intelligente che infierisce sui meno dotati mentre invece si da alla fuga quando il ruolo del meno dotato tocca a lui.

    Comunque è un difetto che si può rimediare, basta lavorarci sopra un po’, magari con l’aiuto di qualche professionista, le legnate che prende non possono essere educative in questo senso.
    Prima c’è da lavorare parecchio sulla presunzione, solo poi potrà imparare anche dalle legnate e magari cambiare immagine, perchè poi non è che sia troppo adatto nemmeno a fare il cattivo, non mi sembra che ne abbia la stoffa.

    Dai Facci che a tutto c’è rimedio, basta un po’ di buona volontà.

  5. Bisognerebbe mandarlo a scuola da Montanelli, ma è troppo tardi. Ecco, magari un corso intensivo di un mese ad imparare da Travaglio come si fa il giornalista, potrebbe essere mano santa, per Facci.

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