Ma perché i cinesi se ne sbattono del beach volley? Forse non amano i culi? Come possiamo confrontarci con questa gente che rimane indifferente ai culi? Come possono svilupparsi una libera stampa e una libera opinione in un Paese così uncool (…buona questa, vero?). Come possiamo esportare la democrazia in tale assenza di affinità ideali? Come possono le nostre imprese trovare un mercato ricettivo? No, amici, è inutile girarci attorno: o noi, o loro. Non si accettano compromessi su queste cose. Approfittiamo delle Olimpiadi, che sono distratti (da tutti gli altri sport noiosi) e rolliamoli. Niente se e niente ma, sappiamo tutti che è in pericolo tutto quello per cui i nostri nonni hanno lottato. Stanno svanendo i punti di riferimento essenziali. Guardate quest’estate 2008. Siamo senza tormentone. Senza Giochi Senza Frontiere. Senza Festa dell’Unità.

(sì, ci sarà la Festa Democratica – con quel bel nome sexy, tutto una promessa. “Che si fa stasera?” “Si va alla Festa Democratica” “Vai, figata! Si becca sicuro”)

E senza Festivalbar. Le cui due raccolte, la blu e la rossa, affondano tristi nella classifica delle compilation, nella quale trionfa iMusic Summer Compilation 5. In vendita con Sorrisi & Canzoni, a 9,99 euri, con 30 euri di telefonate wind aggratis.

La blu e la rossa vengono precedute persino da Hot Party Summer e Hit Mania Estate.

(che titoloni fantasiosi le compilation, vero? Immagino ci sia un team di creativi che li partorisce dopo generose autosomministrazioni di sostanze ricreative)

Comunque, con il loro laconico quarto e quinto posto, la blu e la rossa salvano appena la faccia, cosa che non farebbero se conoscessero l’onta di finre dietro a Papeete Beach, alla tarrissima M20 Compilation e alla supercafona Supalova Club vol. 15.

Ora, anticipando la vostra muta domanda: SI’, mi sto occupando della classifica delle compilation perché quella degli album più vendute è sempre uguale, da tre settimane, e non so più cosa dire (…mi viene in mente l’unico guizzo realmente apprezzabile dei tifosi interisti nei loro 90 anni di vita lamentosa: lo striscione “Non so più come insultarvi” apparso a San Siro 4 anni fa) (ecco, io invece non so più come insultare la classifica degli album, perciò passo alle compilation).

Anticipo anche l’altra vostra muta domanda: NO, non sto per rifare l’elogio funebre del Festivalbar, gli ho già dedicato la The Classifica 20.

Avete altre mute domande da fare? Bene, perché quello che volevo far notare è una piccola cosa: che a boicottare la compilation rossa del Festivalbar, pubblicata dalla EMI, è la stessa EMI, che pubblica anche iMusic Summer eccetera. Le tracklist dei due cd coincidono per nove pezzi: dai fighetti Ting Tings alla cover-caciotta di Zucchero, dai “ragazzi da spingere” One Republic e Kooks al soprammobyle Moby, dall’immancabile MiticoVasco con Gioca con me a un successo ormai vecchio di Duffy. Per la iMusic la EMI ha persino osato quello che per il Festivalbar non aveva avuto il pelo sullo stomaco di fare: buttare dentro Love love love di Lenny Kravitz spacciandola come “successo”. Chi compra iMusic comunque tollera tutto, anche che si apra con il pezzo voluto dallo sponsor (Kelly Joyce, Rendez-vous, la fanfaronata similswing che accompagna gli spot di Aldo Giovanni & Giacomo), in cambio di un disco che 1) costa meno 2) che ha dentro il mellifluo Sam Sparro.

In ogni caso questa quasi sovrapponibilità di iMusic e Festivalbar è interessante, perché forse alla fine il mercato sta mandando un segnale preciso. Non sono le canzoni, in sé, a non piacere. Il problema è il marchio. Basta con “Festival”, termine che emana quell’odore di tomba che proviene da Sanremo. E basta con “bar”, che fa Italietta di provincia e vecchi ubriaconi. Casomai, Festivalpub. O Festivalpube, che poi la rete giovane di Mediaset si può gemellare. Oppure ci si può gemellare con gli schifosetti del canale accanto, e intitolarsi Total Request Beach – ma no, che sciocchezze: come per Alitalia, la cordata per salvare Festivalbar deve nascere dall’impulso dell’uomo che la manifestazione negli anni ha evocato a più riprese, facendo vincere brani dal titolo inequivocabile: Credi a me, Piccolo uomo, Il grande Baboomba e soprattutto l’assolutoria Che male c’è, niente di male – insomma proviamoci: chiamiamola Compilation delle Libertà e stiamo a vedere.