In alto i calici

Mi disse: “E adesso cosa ne faccio? mi tocca metterla tutta nel novello”

Gli dissi: “Non è mia. Fanne quello che vuoi. Voglio solo il prezzo pattuito”

Mi disse: “Non se ne parla proprio”

Gli dissi: “Vediamo”

E ci vedemmo nello studio del mio avvocato che gli fece passare sotto il naso la denuncia già pronta per truffa, falso, estorsione. Io avevo ventun anni, lui aveva un’azienda da dieci milioni di bottiglie piazzate in tutto il mondo. Ero alla mia prima vendemmia. Greco di Tufo. Non sapevo che la partita di uva andasse accompagnata in cantina fino alla consegna. Lo imparai in quei giorni. Perché di notte il trasportatore aveva deciso di sostituire la mia partita con quella di un altro. Marcia ovviamente, solo sistemata con uva fresca e bella in superficie. Il trasportatore però aveva dimenticato di farsi firmare la bolla di accompagnamento. Ebbi il prezzo pattutito all’inizio, non una lira di più, non una di meno. Anche perché il trasportatore era un cassintegrato di altra azienda che lavorava a nero.
Di quella giornata in cantina, tra i silos d’acciaio, la segatura e il fango, ricordo la puzza, il tanfo, il lezzo di uva marcia. Due mesi dopo il novello era già nei calici.
Enzo Vizzari, che aveva un blog sull’Espresso, bolla la copertina del settimanale cartaceo come cosa di cui vergognarsi. Il titolo “Velenitly” non lustra l’assonante rassegna (Vinitaly) che si svolge in contemporanea con l’uscita dell’inchiesta.
Facciamoci del male, pensa Vizzari. Dico: facciamocelo fino in fondo.
Di tanta inchiesta, quattordici sono le cantine italiane che hanno acquistato il vino sotto inchiesta. Comunque roba da avvocati con master in statistiche. Non conosco il numero preciso, ma credo che le cantine italiane siano migliaia.

Facciamoci del male: il problema non è l’inchiesta, ma la “censura” (c’entra sempre) che l’Espresso avrebbe applicato nei confronti del Vizzari. Sempre perché internet2.0 è libbbero, i bloggers2.0 sono libbberi, L’Espresso (se ci fosse un Ordine perfettamente funzionante Vizzari sarebbe finito di fronte al collegio dei probi viri) ha segato il buon giornalista che libbberamente aveva scritto la sua opinione.
Tra il vergognarsi sic et simpliciter e il fornire dati e cifre di una contro inchiesta mi pare ne corra un po’. Tra il “censurare” il lavoro dei colleghi, senza motivare, e cancellare un’ingiuria c’è l’abisso.

Facciamoci del male: non conosco Vizzari, se non per aver letto qualche volta il suo blog, qualche volta le sue guide. Conosco bene invece il panorama del giornalismo enogastronomicoturistico. Conosco i bagagliai delle auto che arrivano carichi di un trolley e ripartono carichi di casse e ceste. Conosco mogli di giornalisti che producono barrique in rovere, mentre i leggiadri consorti assegnano due, tre o quattro calici al cliente migliore. Conosco lo zoo dei presstour: giornalisti portati al pascolo nelle migliori aziende, rimpinzati, abbeverati e coccolati per scrivere che un rudere è un castello magico.
Lo so perché avevo cominciato, stanca di turarmi il naso per la puzza di sangue rappreso, a girare per borghi e paesi sconosciuti. Avevo anche comprato la macchina fotografica nuova. Ma prendevo l’auto, sceglievo un posto e andavo. Da sola e per i cazzi miei. Dopo qualche giro di questi pubblicati, qualcuno comincia a chiamare il giornale.
Ho cominciato la dieta, ho scoperto che la munnezza (dio quanta ne ho vista e ne vedo!) puzza un po’ meno di certe grandi cantine, rimpiango amaramente l’odore ferroso del sangue rappreso.

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