La Coop sono loro

Falce e CarrelloPremessa: adoro i supermercati Esselunga e odio da sempre i supermercati Coop, quelli che «la Coop sei tu» e invece sono loro, quelli che hanno quell’aura da mercato rionale & solidale e invece sono dei pescecani.
Dopodichè: la sottostante è una lunga intervista che Stefano Lorenzetto ha realizzato per Panorama a Bernardo Caprotti, fondatore dell’Esselunga e personaggio straordinario che peraltro ha appena pubblicato un linbo di complicata gestazione per Marsilio: «Falce e martello». Stra vendendo un casino.
Leggete l’intervista, almeno. Capirete tante cose.
Ultima cosa: se il post è lungo, senza rimando, è perchè Neri non si decide a spiegarmi come cazzo si faccia a fare il «Continua a leggere l’articolo». Scusate.


Alla fine di maggio dell’anno scorso, Bernardo Caprotti, il fondatore dell’Esselunga, mi fece sapere che avrebbe voluto conoscermi. Fu Carlo Rossella a preannunciarmi la telefonata dell’imprenditore che giusto 50 anni fa, con Nelson Rockefeller, portò in Italia i supermarket. «Potremmo vederci a colazione il 14 giugno?». Andai. Il giorno prima era diventato nonno per la quarta volta. Marina, l’ultima dei suoi tre figli, aveva messo al mondo Sofia.

Pranzammo nella mensa aziendale di Limito (Milano), dove ogni giorno Caprotti prende un vassoio e si mette in fila con operai, autisti, impiegati e dirigenti. Jamón iberico («Pata negra, senta che prosciutto»), pizza margherita, pennette pomodoro e basilico, «niente di diverso da quello che mangiano i nostri clienti, qui fuori abbiamo la più grande cucina per piatti pronti del continente, 28 mila metri quadrati». Disse proprio del continente, non d’Europa. Magari in Inghilterra ce n’è una più grande, chissà.


Dopo il caffè, Caprotti mi portò nella Sala della notifica, con tanto di targa ovale d’ottone all’ingresso, «così detta perché è qui che notifico i licenziamenti». Scherzava, ma io allora non potevo saperlo, anzi mi sembrò un’eccentricità congeniale al personaggio, da tutti descritto come burbero, in realtà un gran borghese di 82 anni dal tratto aristocratico, che non dà interviste (tranne quella concessa a Panorama nel marzo 2005, ndr) e ha smesso di partecipare alle assemblee dell’Assolombarda per non farsi fotografare, capace d’irruenza abrasiva solo se gli toccano la sua creatura, Esselunga. Più avanti avrei scoperto che la stanza si chiama in quel modo perché l’ha abbellita con mobili settecenteschi e vedute veneziane di Bernardo Bellotto e Michele Marieschi, scuola del Canaletto, tutte opere d’arte notificate dal ministero dei Beni culturali.

Trasse da una cartella un malloppo di fogli dattiloscritti. Allegato c’era un faldone di rogiti, planimetrie, delibere comunali, lettere, foto, ritagli di giornale. «Mi farebbe piacere se lei ci potesse dare una scorsa. Non ho fretta». Cominciai a leggere. Non credevo ai miei occhi: con prosa nervosa, in bilico fra Ottocento e Duemila, i verbi coniugati alla maniera di Ippolito Nievo e Carlo Emilio Gadda («ebbimo», «fecimo», «diedimo») e lo slang di chi ha imparato il mestiere fra Texas, Maine e Massachusetts, si dipanava un j’accuse implacabile, supportato da documenti inoppugnabili. In un paese normale avrebbe ingolosito anche il più scettico cronista di giudiziaria. Se non altro per la mole dell’imputata: la Lega delle cooperative. Una galassia da 50 miliardi di euro, che vale il 3 per cento del pil nazionale.

C’era il ministero dei Beni culturali, affidato alla diessina Giovanna Melandri, che impedisce l’apertura di un’Esselunga a Bologna, causa ritrovamento di ruderi etruschi durante i lavori di scavo delle fondamenta, mandando all’aria un investimento da 20 milioni, salvo stabilire, sei mesi dopo, che i reperti vanno trasferiti altrove e lì si può tirar su un supermercato Coop.

C’era Mario Zucchelli, il presidente della Coop Estense allargatosi da Ferrara fino alla Puglia, che attraverso una società di comodo strappa un terreno di 192 mila metri quadrati a una gentildonna milanese sopravvissuta alla Shoah, la quale lo aveva ricevuto in donazione nel 1942, dodicenne, prima d’essere deportata ad Auschwitz col padre e con i nonni. E per quest’area di edificabilità commerciale alla periferia di Modena, quindi di valore infinitamente più elevato del produttivo o del residenziale, indispensabile per la costruzione della Coop Grand’Emilia, paga alla signora ebrea appena 1,1 miliardi di lire quando per un pezzo di terra adiacente, due volte e mezzo meno esteso, è costretto a versare all’amministrazione comunale, seppure «amica», la bellezza di 10 miliardi. L’809 per cento in più.

C’era Turiddo Campaini, ascetico ex funzionario del Pci, presidente della Unicoop Firenze fin dai tempi in cui al Cremlino sedeva Leonid Breznev, che in tre anni riesce a fare ciò che l’Esselunga non era riuscita a fare in nove: aprire un supermercato dove prima sorgeva lo stabilimento Superpila, scucendo per la nuda area una cifra impossibile, 29 miliardi di lire. Oltre il triplo dei valori di mercato.

C’era, messa nero su bianco con il puntiglio calvinista di chi in vita sua non ha mai pagato tangenti, una cronistoria emblematica. Le insistenze di Carlo Olmini, dirigente comunista assurto ai vertici della Legacoop, affinché l’Esselunga facesse pubblicità sull’Unità. Gli scioperi a orologeria proclamati dalla Cgil nell’imminenza di Pasqua o di Natale. I picchetti, le occupazioni, i sabotaggi organizzati contro l’unica azienda della grande distribuzione che aveva concesso il lavoro a turni e accordato la riduzione dell’orario di lavoro settimanale da 40 ore a 37,5 a parità di retribuzione. Gli scontri fisici con i facinorosi «capeggiati da un certo Bulgari, un facchino che lavorava nel magazzino dei formaggi, il quale urlava come un ossesso: “Libertà è aderire alla maggioranza”». I micidiali chiodi tricuspidi, saldati in modo tale che almeno una delle punte rimanesse sempre rivolta verso l’alto, gettati per strada davanti al magazzino di Firenze per squarciare le gomme degli autotreni gialli con la «S» rossa dipinta sulla fiancata, che mandarono a schiantarsi contro il guardrail un camionista. L’aggressione al direttore dell’Argingrosso, sempre in Toscana, Gianfranco Vannini, circondato da un gruppo di sette sindacalisti scalmanati, spintonato, insultato, stramazzato a terra, colto da ictus e rovinato per il resto della vita.

La vicenda dei reperti etruschi spiegava meglio di cento esempi il modus operandi delle Coop in perfetta sincronia ieri con Pci e Pds, oggi con i Ds, «e domani col Pd» non si fa illusioni Caprotti «giacché sono tante le parrocchie, ma una sola è la chiesa, e una sola la cassa». Il 16 novembre 1999 il direttore generale del dicastero retto dalla Melandri appone il vincolo alle «fondazioni di un complesso rustico di età etrusca» venute alla luce nel cantiere aperto dall’Esselunga in via Costa a Bologna. Trattandosi della superficie un tempo occupata dalla premiata ditta Hatù, la parola d’ordine non può che essere una sola: preservare. Quindi divieto di collocare le vestigia in altro luogo protetto. Impossibilità di scavare i garage interrati. Obbligo di rendere visibili al pubblico i reperti archeologici mediante pavimenti di cristallo.

Dopo otto mesi di inutili trattative, nel febbraio 2000 lo stremato Caprotti getta la spugna. Passano appena 60 giorni e il 20 aprile l’area viene rilevata dalla Coop Adriatica presieduta da Pierluigi Stefanini, che di lì a sei anni, fallita la scalata a Bnl, prenderà il posto di Giovanni Consorte al vertice dell’Unipol. Passano altri 15 giorni e il 5 maggio accade un miracolo: il soprintendente ai beni archeologici dell’Emilia-Romagna comunica parere favorevole al «recupero, restauro, trasferimento e valorizzazione dei resti antichi in altra area». Oggi in via Costa a Bologna è operante un supermercato della Coop Adriatica, con i suoi parcheggi interrati e senza pavimenti di cristallo.

«In una gelida mattina di gennaio, sabato 21 per l’esattezza, sono andato di persona alla ricerca dei miei preziosissimi reperti etruschi» mi raccontò Caprotti. «Li ho trovati abbandonati in periferia, vicino al cimitero della Certosa. Dentro un recinto con la base in cemento, sovrastato da una squallida griglia zincata, stavano valorizzati, e coperti da una plastica nera in gran parte nascosta dalle erbacce, i segni di una perduta civiltà».

Sono infinite le astuzie messe in atto da almeno un trentennio pur di sbarrare il passo alla catena di 128 superstore che vanta le vendite più elevate per metro quadrato nell’area dell’euro, pur d’impedire a quel padrone delle ferriere che non le ha mai mandate a dire, che ha sempre difeso le proprie ragioni rivolgendosi direttamente alla clientela con inserzioni sui giornali, di penetrare con i suoi supermarket nelle regioni dove storicamente domina la sinistra. Bruno Cordazzo, presidente della Coop Liguria e consigliere d’amministrazione della Holmo (holding finanziaria guidata dall’onnipresente Zucchelli e posseduta al 100 per cento da 43 cooperative che, tramite la Finsoe, controllano l’Unipol), non si fa scrupolo di rivendicare l’abnorme privativa: «Quando si va in casa di altri, si deve chiedere permesso».

Una perentoria ingiunzione a bussare col cappello in mano. «Tanto, loro la porta non te la aprono» chiosò Caprotti. «Tanto, a pagare il conto sono i consumatori». E mi mostrò le tabelle con i prezzi rilevati da Panel international alla Coop Rivarolo e all’Ipercoop Aquilone di Genova, alla Coop di Sanremo e alla Coop di La Spezia, dove per fare la spesa i liguri devono sborsare fino al 14,9 per cento in più rispetto ai lombardi che si servono all’Esselunga di Milano e addirittura fino al 20,2 per cento in più rispetto ai toscani che si servono all’Esselunga di Firenze.

«Capisce bene che qui non si tratta più soltanto di una distorsione del mercato, bensì del territorio, e permanente» interruppe la mia lettura il presidente dell’Esselunga. «Ma io non sono che un droghiere. Lei, che è giornalista e scrittore, se la sentirebbe di denunciare questo scandalo in un libro? Le metto a disposizione le mie note».

Rifiutai. Ma fui lusingato per la fiducia. Proveniva da un droghiere che mi parlava della synopsis come tecnica irrinunciabile per un saggio del genere, «se vogliamo che anche il tassista capisca, non si può presentare questa roba come se fosse Guerra e pace, che ho letto solo due volte, purtroppo non in russo, perché il russo non lo so»; da un monsieur con i suoi ottant’anni di francese, settanta d’inglese, otto di latino e cinque di greco, abituato a gustarsi il Macbeth, Mark Twain, P.G. Wodehouse, Molière, Stendhal e Maupassant nelle lingue originali. A distanza di 15 mesi, Caprotti ricorda che quel 14 giugno gli dissi: «Questo è un libro che può scrivere soltanto lei, in prima persona. Dall’alto della sua età, del suo silenzio, e dei suoi soldi. Al massimo io riesco a trovarle un editore e un titolo».

È uscito. Falce e carrello, 192 pagine, 56 tavole fuori testo, 12,50 euro. Sottotitolo: Le mani sulla spesa degli italiani. Prefazione di Geminello Alvi. Gliel’ha pubblicato Marsilio. Ma se l’è fatto tutto da solo. Compresa la foto di copertina, che ha voluto realizzare in proprio riempiendo un carrello della spesa con mazzette nei sette diversi tagli dell’euro. «Un piccolo campione del “prestito sociale” delle Coop. Circa 12 miliardi di euro ovvero 24 mila miliardi di lire. Quattrini che le cooperative raccolgono dai soci consumatori, come fossero banche, applicando però sugli interessi la ritenuta di legge riservata ai titoli di Stato, il 12,5 per cento, anziché il 27 dei conti correnti. Una cassa enorme, liberamente spendibile». Con la quale è impossibile competere anche per un imprenditore che conta 4 milioni di clienti fidelizzati, dà lavoro a 17 mila dipendenti, fattura 5 miliardi l’anno e nel 2006 ha incrementato l’utile netto del 67,4 per cento.

Ad Aldo Soldi, presidente dell’Associazione nazionale cooperative di consumatori, Caprotti l’aveva cavallerescamente giurata nel 2006, esasperato dai continui attacchi delle Coop, come sempre rintuzzati a mezzo stampa con dispendiose campagne a pagamento. La lettera era datata 1º dicembre: «La verità è che due anni di indecente gazzarra da lei montata – a fini che a me son ben chiari – sulla nostra azienda e sul suo buon nome, hanno messo in allarme ministri, professori, presidenti… e anche Vecchioni (Federico Vecchioni, presidente nazionale della Confagricoltura, ndr). E noi abbiamo dovuto rispondere. La vostra capacità di mentire e di ribaltare la realtà è illimitata. A me spiace, mi spiace veramente che lei mi costringa a fare qualcosa che non avrei mai immaginato. Rivelerò a molti ingenui, a tante persone in buona fede, chi veramente siete. Lei, Soldi, mi ci avrà costretto.

«Questa è la ragione del mio scritto, questa è stata la mia promessa». Ha mantenuto la parola. Falce e carrello non serve solo a rimarcare come in Italia, a parità di utile lordo, la pressione fiscale sulle cooperative sia del 17 per cento contro il 43 delle società commerciali («Addirittura fino al 2001 questi signori pagavano appena il 10 per cento di tasse. Non è possibile una concorrenza leale in simili condizioni»). Serve anche a far comprendere come l’attacco concentrico contro l’Esselunga, scatenato mentre un Caprotti malato ingaggiava la più dura delle sue battaglie, quella per la sopravvivenza, abbia un regista occulto d’eccezione: Romano Prodi. «Un vecchio che deve lasciare, un seguito, si pensa, che non c’è: quale più facile preda? Ed ecco Prodi che inopinatamente, il 7 febbraio 2006, durante una puntata di Porta a porta, non richiesto enuncia in campagna elettorale l’obbligo per il governo di “mettere insieme” la Coop e l’Esselunga. In qualche modo: quale, non si sa. Disse così: “Abbiamo le Coop, c’è ancora l’Esselunga”. E, incalzato da Bruno Vespa, spiegò: il governo “le può mettere assieme, può aiutarle a fare una politica perché stiano assieme”. Parlava già da presidente del Consiglio. E si capiva già da che parte tirasse».

Uno dei casi denunciati nel libro, quello di Vignola e Spilamberto, località confinanti in provincia di Modena, è assai istruttivo su come si fa il business nelle regioni rosse. L’Esselunga chiede d’insediarsi in una zona prevista dal consiglio comunale di Vignola come «area con destinazione commerciale» e in cambio mette sul tavolo 2,5 milioni di euro per la costruzione di una scuola. Il 31 marzo 2005 la giunta approva l’offerta. «Tempo una settimana» specifica Caprotti «ed ecco che il 7 aprile la Coop Estense, a firma del solito Zucchelli, invia al sindaco di Vignola una lettera con cui lamenta l’insufficienza del locale supermercato Coop e dichiara la propria disponibilità a contribuire a iniziative di pubblica utilità. In particolare, guarda caso, alla realizzazione di un edificio scolastico. Il 7 aprile Zucchelli scrive. Il 7 aprile il sindaco riceve. E, prontissimo, si attiva».

L’8 aprile, con impressionante contestualità, accadono tre fatti. «Alle 17 la giunta di Vignola delibera di conferire mandato al sindaco di valutare l’intervenuta proposta della Coop Estense. Alle 20.30 il consiglio comunale rinvia ogni decisione sull’Esselunga a un’altra seduta fissata per l’11 aprile. Sempre alle 20.30 il consiglio di Spilamberto, senza indugi, adotta una variante al piano regolatore generale che consente alla Coop Estense di realizzare un nuovo supermercato».

Si arriva così all’11 aprile, quando il consiglio di Vignola, ritenuto che la proposta avanzata dalla Coop Estense rappresentasse «un fatto nuovo rispetto alla situazione che s’era sviluppata inizialmente», azzera senza alcuna motivazione l’accordo con Caprotti. «Fra l’ipotizzato insediamento dell’Esselunga a Vignola e la Coop a Spilamberto sono tre minuti d’auto. Il supermercato di Zucchelli avrebbe avuto vita dura con un nostro superstore tanto vicino».

Ma l’epilogo era di là da venire. «Stoppare l’iniziativa altrui non basta. Il 12 gennaio 2007 il “nostro” terreno di Vignola è stato venduto alla Monte Paschi Fiduciaria spa, con sede legale a Siena, società del Monte dei Paschi di Siena, la banca più democratica d’Italia. Consiglieri d’amministrazione della medesima sono Turiddo Campaini, presidente della Unicoop Firenze, e Pierluigi Stefanini, presidente dell’Unipol. Chi ci sia dietro questa fiduciaria è cosa che a noi non è dato sapere. Se ci sarà un magistrato che avrà voglia d’approfondire, forse ce lo dirà». E così, per la prima volta in Italia, un libro presentato alla stampa la mattina viene trasformato dall’autore in esposto e consegnato nel pomeriggio alla magistratura affinché indaghi.

È uscito, ma non doveva neppure uscire, Falce e carrello. Il proprietario dell’Esselunga ci ha lavorato esattamente un anno. Il tempo che la nipote Sofia spegnesse a Londra, lo scorso 13 giugno, la sua prima candelina sulla torta, con una cara amica dei genitori, Madonna, che le cantava Happy birthday tenendo per mano i propri figli. A me, che ho avuto il privilegio di leggere il testo in anteprima, cinque giorni dopo Caprotti ha scritto: «Mi creda, mi sono cimentato. Ero pronto a tutte le correzioni lessicali e grammaticali possibili. E anche a qualcuna di merito. Io firmo, firmavo. Ma io non sono e non voglio fare il giornalista. Basta. Torniamo con i piedi per terra. Anche se il signor Rovagnati, quello del prosciutto Gran Biscotto, l’altro giorno mi ha detto: “Sa, Caprotti, dobbiamo destreggiarci, Parmacotto, Ferrarini, io e gli altri, con quel che rimane del mercato”. Cosa?, ho replicato io, e perché? “Perché tutto il resto è in mano alle Coop”. Come? E non fate niente! E lei, Lorenzetto, che è giovane? Ma forse un foglio su cui scrivere, nel tempo, ancora lo troverà. Sennò le rimarrà sempre il Canton Ticino. Bellinzona è una bellissima città. Io ho chiuso. La prego caldamente di rimandarmi il materiale, scritti e fotografie. È roba mia, non deve rimanere in giro un rigo. Vedrò io se sbattere tutto nella pattumiera o tenere qualcosa in un cassetto, a futura memoria».

Caprotti che si rassegna a vivere in un paese avviato verso il monopolio del prosciutto? Gli ho risposto: «Un libro, quando è scritto, è scritto. Non può in alcun modo essere ricacciato dentro l’anima, né rinchiuso in un cassetto. Va lasciato libero di andare. Sta commettendo uno degli errori più grandi che un uomo della sua età e della sua esperienza possa fare: abbandona il campo. Non è da lei».

Non l’ha abbandonato.

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35 Comments

  1. Comunque credo proprio che tu sia stato fortunato ad avere davanti Di Pietro che viene dopotutto da un humus semplice (e pure ti è andata male), ma se c’era qualcuno come Gianroberto Casaleggio, che la rete la conosce di sicuro per bene, avresti fatto probabilmente una figura ancora peggiore..

    Cioè ma dico, vive o no in Italia un uomo che si stranisce tanto se la gente un giorno si sveglia e si accorge che i politici la stanno prendendo per il culo?

    Il problema è Grillo? Grillo è un’ingranaggio iniziale del cambiamento, poi, l’ha detto lui per primo e chiaramente, dalla politica si vuole tirare fuori.

    E poi non prendiamoci in giro, che il Times sbeffeggiava Fazio, tanto per fare un’esempio, almeno da quando lo faceva Grillo..e se vai in Germania non trovi gli stessi stipendi e privilegi assurdi per i politici che ci sono qua…ok in Inghilterra c’è la regina, che è comunque una tradizione e pure quella verso l’orlo del baratro.. e in ogni caso è pure regina del Canada, e la sua famiglia ha fondato, scusa se è poco, il Commonwealth.

    Diciamola tutta, secondo me probabilmente Filippo NON conosce la rete, la usa solo per sbatterci le sue idee a senso unico, per poi accusare gli altri (!) di essere di destra.. (ovviamente nell’accezione più negativa e vicina al nazifascismo a quanto mi è sembrato di capire)

    Ma sai magari in fondo non dicevi nemmeno sul serio.. forse era solo un’altra operazione di marketing ben pensata come il tuo blog di LexiAmberson….

    ai posteri l’ardua sentenza.

  2. ps: mi scuso ovviamente con gli admin per il commento off-topic e un pò troppo accaldato, se volete potete anche eliminarlo (anche se mi farebbe piacere un dialogo “one to one”) notte.

  3. ‘zzo c’entrano Grillo e Porta a Porta con ‘sto post è un’altra delle sentenze in mano ai posteri, forse persino più ardua dell’altra.

    Dicevamo.

    Lasciando perdere il motivo per il quale posti (leva la copia del post duplicato, altrimenti commentarli diventerà davvero impossibile) sei pagine, comunque interessanti e sicuramente rivelatrici, di argomentazioni che in maniera piramidale partono dall’orticello sotto casa e vanno su su su fino a Prodi e PD, vale la pena sottolineare che a sentire Lapo anche gli operai di mirafiori, grazie alla nuova 500 stanno un gran bene.

    Io di dipendenti SLunga ne ho conosciuti 4, non uniti da conoscenza reciproca.
    Certo non un campione rappresentativo, ma per il mio piccolo panel posso dire che il 100% dei miei intervistati decisamente non sottoscriverebbero questo racconto sull’azienda che ognuno vorrebbe nella propria vita perché mangi che manco da vissani e lavori dondolandoti su un’amaca mentre fuori orde di barbari rossi sparano alle gomme dei poveri muletti.

    Che questi due giganti si facciano guerre sporche nessuno lo mette in dubbio, ma nel ricordare che questo lungo brano esce dalla bocca del presidente capo unico di uno dei due, non si può che suggerirti di scrivere un post altrettanto lungo contenente interviste anonime ai suoi dipendenti.

    Così, giusto per far sì che in mezzo ai dati sicuramente veri forniti sulle battaglie tra attici non sia così semplice approfittarne per infilarci pure un opportunistico dipinto celestiale del paradiso dei lavoratori del sottoscala.

    Non prima, quantomeno, di aver sentito pure la loro campana, per amor di verità e serietà professionale.

    Ché se chiedevi al Megadirettoregenerale, pure Fantozzi doveva ringraziarlo ogni mattina per l’opportunità concessagli.
    Bella forza.

    Poi è ovvio che rispetto al senso più grande di questo post, i piccoli lavoratori contano poco, ma visto che di queste pagine una parte è stata dedicata al racconto di come sia bello lavorare lì, due righe due scritte da chi lì, appunto, ci lavora, forse sarebbe altrettanto carino leggerle.

    Immagino che Caprotti sarebbe il primo a trovarla un’idea geniale.

  4. Facci, nel menù, dopo aver cliccato “create entry”, subito sotto al titolo hai “Body” ed “Extended”. Quello che scrivi in “Body” si vede nel sito. Quello che scrivi in “Extended” va nella parte “Continua a leggere l’articolo”.

  5. Mah, io vivo a Bologna, di supermercati Esselunga ne conosco almeno 4, e non sono in dei campi abbandonati raggiungibili solo con strade sterrate o attraversando paludi… sono in quartieri residenziali animati e credo abbiano un discreto fatturato, come le varie Pam, Carrefour, Lidl, ecc. Non metto in dubbio che ci siano dei favoritismi, gruppi di potere, associazioni piu’ o meno a delinquere nell’assegnazione dei terreni, come in quasi tutti i settori pubblici italiani, purtroppo, ma i casi sono due: se non ci fosse stato questo “imponente” ostracismo verso Esselunga, ora tutti i supermercati italiani sarebbero suoi, oppure si tratta di casi circostanziati, piu’ che di un sistema

  6. Sticazzi, mi stavo perdendo la guerra dei supermercati! Non leggo l’articolo per intero perchè tanto di Filippo Fuffa Facci bastano solo 3 parole su 1000 servono al discorso.

    Comunque cosa succede? I boveri badroni dei supermercati hanno finito i prati da cementificare per costruire cubi di cemento? Mi risulta che ci sia ancora un bello spazio verde ad Arcore, perchè non provate li?

  7. Facci…..vai a dormire!
    sono dipendente Slunga e ti assicuro che Caprotti non è chi dice di essere!
    Iprezzi Slunga non più alti di quelli coop e la qualità è scadente!
    Finiscila!

  8. C’è un argomento sul quale Broono non ha da dire la sua? Per forza poi se ne esce con una statistica fatta con un campione di quattro persone: non ha tempo per informarsi davvero.

    Riposati, Broono, ché è meglio.

  9. Ci hai fatto una cronistoria noiosa di
    quanto possano essere disonesti i grandi
    gruppi industriali per la conquista di
    nuovi spazi operativi, però ci hai premiato
    alla fine con il commovente episodio di
    Madonna che canta happy birthday alla piccola Sofia,
    quanto ti piacciono i ricchi !

  10. A quelli che “le cooperative pagano meno tasse” direi: ok, va bene, d’ora in poi anche voi pagherete le stesse tasse. Pero’ dovete sottostare alla stessa disciplina delle coop. Voglio vedere se poi un Caprotti rimane *uno degli uomini piu’ ricchi d’Italia* (povera vittima, eh?)

  11. Cazzo! Caprotti ci rivela che le Coop non sono comuniste. Sono basito.
    E’ il mercato, baby.

  12. Cazzo! Caprotti ci rivela che le Coop non sono comuniste. Sono basito.
    E’ il mercato, baby.

  13. l’impressione generale è che le coop non abbiano niente da insegnare a nessuno, per lo meno in fatto di moralità. facciano i loro affari come li fanno tutti, ma perlomeno paghino le tasse. che poi caprotti faccia il martire fa un po’ ridere, ma di sicuro dal suo punto di vista non ha tutti i torti…

  14. fate cosi’ perche’ vi siete persi le puntate precedenti

    andatevi a leggere Facci che raccontava, in tempi non sospetti, cos’erano la Ciro, la Parmalat, la Enron, Unicredit ecc.

    andate andate

    non lo trovate?

    neanche io

  15. Premetto che sono architetto, lavoro a Milano e che per un breve periodo della mia vita mi sono occupato di centri commerciali e supermercati. Ho pure lavorato per Esselunga. Quindi posso dire che conosco benino la situazione.

    Ho letto velocemente il libro di Caprotti e le interviste date sui giornali. Molte delle cose riportate possono essere dette e sostenute in quel modo solo se si parla a un pubblico di non esperti del settore.

    Se si guardano i fatti con qualche informazione in più si scopre che il quadro è un pochino diverso, e che il libro racconta solo una mezza verità, quella che fa comodo al suo autore.

    Vorrei inserire la discussione all’interno di alcuni fatti chiave che potrebbero aiutare a capire di cosa stiamo parlando.

    In Italia per legge nessuno può aprire un supermercato dove vuole e quando vuole. Ci sono piani regolatori, normative e piani comunali del commercio. Bisogna sempre trattare con l’amministrazione comunale, l’urbanistica, l’ufficio di igiene, i pompieri, l’assessore al commercio, il sindaco e così via. A volte entra anche in gioco la Regione, la Provincia o la comunità montana del caso. In questo quadro deve essere chiaro a tutti che l’amministrazione pubblica ha sempre un discreto grado di discrezionalità nel decidere cosa permettere a quale operatore, chi può aprire, dove e quando. E questo è così per tutti gli operatori del settore da sempre e, piaccia o no, è lo stato di fatto da destra o da sinistra.

    Molti non sanno che la costruzione e apertura di un nuovo centro commerciale o supermercato è prima di tutto un’operazione immobiliare di importante valore, con un serio impatto urbanistico nel terrorio in cui si inserisce. Le motivazioni che portano al rilascio delle licenze sono sempre legate a opportunità e valutazioni ovviamente politiche. Siccome non c’è sempre posto per tutti i comuni a volte fanno delle scelte. Il diritto di concorrenza tra supermercati arriva fino a un certo punto: non si può devastare all’infinito il territorio aprendo quattro supermercati uno fianco all’altro, soltanto in nome della concorrenza (e dell’ICI che ingrassa le casse dei comuni).

    In conseguenza il processo che porta alla progettazione e all’apertura di un supermercato o un centro commerciale, sopratutto se di nuova costruzione è da sempre lungo, complesso e pieno di ostacoli, insidie e trattative più o meno pubbliche. Gli attori in gioco pubblici e privati e quindi gli interessi sono davvero tanti. Metterli d’accordo è davvero complicato. Mediamente per costuire in nuovo supermercato, centro commerciale o iper ci vogliono almeno 5/6 anni ma è normale che ce ne vogliano di più. Ci sono casi un cui ci sono voluti quasi 20 anni per aprire un nuovo supermercato.

    E’ vero che Esselunga in determinate aree ha fatto molta fatica a entrare, e che ha trovato una chiara opposizione dall’amministrazione locale la quale ha favorito o preferito le COOP. Riprorevole? Può darsi.

    Ma è altrettanto vero che succede normalmente anche il contrario: ci sono territori dove Esselunga domina, mentre tutti gli altri operatori, COOP compresa, sono tagliati fuori a priori. Non solo, ho potuto constatare che in quelle realtà Esselunga gode di contatti a livello politico che aprono delle corsie privilegiate che velocizzano molto le pratiche, cosa che ha rilevanti impatti economici.

    Il caso più eclatante tra tutti è proprio la città di Milano. Negli anni del governo Albertini in Milano città e provincia le nuove aperture sono state quasi una all’anno, portando praticamente al raddoppio dei negozi Esselunga in città. Questo è stato permesso solo a Esselunga, mentre tutti gli altri operatori SMA (gruppo Rinascente), PAM, GIESSE e ovviamente COOP sono rimasti fermi o quasi. COOP a Milano ha solo 3, e dico tre, supermercati (di cui uno soltanto aperto sotto Albertini, quello di Piazzale Lodi), mentre Esselunga ne ha ben 27.

    Il dato più eclatante è quello relativo alle nuove aperture nelle aree industriali recuperate: su 11 piani di recupero di aree industriali a Milano ben 9 sono andati a Esselunga. Siccome i piani di recupero sono delle operazioni amministrativamente complesse e delicate, che arrivano fino alla Regione Lombardia, una cosa del genere non può succedere per caso e per semplice “bravura” dell’operatore. C’è ovviamente altro.

    Come molti sanno Bernardo Caprotti è molto vicino al Polo e ha finanziato Forza Italia, Lega Lombarda e lo stesso Albertini. Forse tanta benevolenza verso l’Esselunga a Milano e Brianza non è proprio un caso.

    Oggi Caprotti scrive un libro dove si presenta come una vittima, si straccia le vesti e si indigna per le benevolenze ricevute dalla COOP in Emilia. Niente di nuovo sotto il sole. Quando scriverà un libro in cui racconterà di quelle che ha ricevuto lui e la sua azienda e come ha fatto ad aprire 9 nuovi iper in città in 10 anni?

    Magari questo libro potrebbe scriverlo un grande giornalista bene informato dei fatti come Filippo Facci.

    Non mi interessa affatto difendere la COOP, tanto meno di metterla in politca. Ma a me questa storia sembra la classica storia del bue che dà del cornuto all’asino.

  16. Wow, ma che bella apertura.
    No dico, ve lo immaginate Facci che pratica autoerotismo con un qualsiasi prodotto Esselunga (io no, per carità)? De gustibus, d’altronde.

    Bella scoperta dell’acqua calda, adesso aspettiamo la replica della controparte (o perlomeno l’opinione di qualcuno un po’ più in basso di Caprotti nella piramide aziendale, che peraltro pare sia già arrivata qua nei commenti).

  17. @Joe:

    Di preciso, in quale parte del tuo commento è celato il motivo per cui hai fornito un contributo alla discussione superiore a quello che attribuisci al mio?

    Ti leggo sempre e posso dire che quando di argomentare si tratta, non sono poche le volte che con piacere ti ascolto sentendo di aver imparato qualcosa.

    Ma quando scendi sul terreno delle antipatie personali mi spiace dirti che no, non è il tuo terreno, ci vuole intelligenza anche per contestare, non solo per esporre dati letti su quattro libri più uno, e se quella è la migliore che sei riuscito a tirar fuori mi spiace dirti che persino qui su MN risulti uno dei meno brillanti.
    Quindi lascia stare, non è roba tua.

    Al limite, se proprio vuoi dedicarmi tempo, spendilo per prendere un campione, chessò, di un mese di post e per contare sotto quanti di loro è comparso un mio commento.
    Così abbiamo una base di partenza per ragionare, e nel mio caso sicuramente imparare ancora da te, sull’importanza della statistica come base per separare le cazzate dalle argomentazioni.

    Se in un mese di post ne trovi meno di dieci ma nonostante questo ti rivolgi a me come uno che dilaga sotto ogni tema, significa i miei 4 dipendenti Slunga ai quali si è aggiunto il tizio sopra di me valgono più di tutto quanto letto da te fin’ora sul tema.

  18. a volte i Ds mi sono sembrati come il Benito Cereno di Melville(in una libera trasposizione in cui la coop è l’equipaggio).Forzare la mano con pressioni politiche è una peculiarità delle imprese.Quando si sconfina nell’illegalità dovrebbero esserci giudici a berlino capaci di operare valutazioni.Quando questo non succede può volere dire solo due cose:o il fatto non sussiste oppure…
    Comunque è vero che quando la scaltrezza proviene da chi non te l’aspetti ci rimani peggio.Ricordo una collega quando lavoravo in un ristorante gestito da una cooperativa.Aveva 40 anni e stava cercando di riprendersi una vita che l’aveva quasi portata via con un esaurimento scaturito da un matrimonio con l’americano sbagliato.Un giorno si era recata all’associazione di categoria cui la cooperativa apparteneva per chiedere delucidazioni sulla correttezza del comportamento tenuto dai gerenti. Beh,quando montò di turno per la cena il padrone di quel vapore teoricamente senza scopo di lucro l’apostrofò con degli epiteti irripetibili.Un molto scrupoloso operatore della confederazione si era premunito di avvisarlo su quanto la signora avesse chiesto.La stessa fu cacciata tra le infamie e rispedita nel mare delle lacrime senza nemmeno un fazzolettino.Fu così che imparai a diffidare dalle vaghe promesse di mutuo soccorso al punto da preferirgli le minacce(alle quali perlomeno so come reagire)

  19. Lo sai bene, caro Filippo, che noi comunisti non siamo tanto pratici di libero mercato.
    Più che altro scimmiottiamo le operazioni dei capitalisti puri, liberi e belli che sono così numerosi nella nostra bella Italia.

  20. L’architetto, lungi dal voler difendere la Coop, porta il discorso dove vuole lui, anche con un po’ di confusione.
    Che chiunque non possa aprire un punto vendita di grandi dimensioni dove vuole è fatto abbastanza noto. Meno chiaro è che l’amministrazione pubblica abbia discrezionalità nel concedere permessi per una nuova apertura. E che ne abusi in modo persino ridicolo. Gli episodi denunciati da Caprotti (che non ha mai fatto mistero della sua fede politica tanto quanto il suo concorrente), non possono essere rimbalzati con l’elenco di aperture di Esselunga a Milano sotto la gestione Albertini a svantaggio di Coop (per quanto riguarda PAM e Giesse, sarebbe forse il caso di valutarne prima le capacità finaziarie per sostenere gli stessi investimenti, oltre che il dimensionamento medio della loro rete distributiva, con le annesse definizioni del punto di vendita in base a metratura e categorie merceologiche poste in vendita).
    A fronte delle 9 aperture su aree industriali, chiederei all’architetto quanti centri commerciali contenenti quasi sempre ipermercati COOP siano stati aperti nello stesso periodo e nella stessa zona.
    Se non vuol metterla in politica, la metta allora in economia e prenda in considerazione il regime fiscale favorevole di cui beneficiano le COOP, che ha permesso loro di tentare operazioni nel settore del lusso e nella grande finanza, assai lontane dal mitico spirito cooperativo.
    Che paghino allora le stesse tasse del concorrente e si privino di antichi privilegi che ormai non hanno più ragion d’essere.
    E pratichino politiche di prezzo più trasparenti.
    Poi invito l’architetto a raccontarci episodi di sua conoscenza perpetrati da Esselunga ai danni delle Coop come la perla dei ruderi etruschi narrata da Caprotti. E magari questa inchiesta potrebbe scriverla anche Gian Antonio Stella.
    E provi pure a fare la spesa all’Esselunga, che è fantastica. Fisicamente (magari non di sabato) oppure via internet.

  21. Ma è vero che da tutta questa mole di accuse l’unica cosa appurata è che c’è stata una condanna per alcuni responsabili acquisti dell’Esselunga ai danni proprio della Coop?

    http://tinyurl.com/2xy6y7

    interessante anche scoprire la presenza di Coop e Esselunga nelle varie regioni.

    Toscana vi sono 27 (VENTISETTE) supermercati Esselunga
    in Emilia ve ne sono 9 (NOVE)
    Sicilia ve ne sono 0 (ZERO
    Veneto ve ne sono 2 (DUE)

    Come mai non ci sono supermercati esselunga in Sicilia? E Veneto solo due? E se non sbaglio niente anche in Puglia, fortino di cdx fino a qualche tempo fa ?Comunisti ostruzionisti pure lì? A me Caprotti sembra un caso da chiagni e fotti.

  22. Io faccio da sempre la spesa all’Esselunga, e non mi sono mai fatto problemi. Spero che il rancido della politica non mi rovini anche un comune gesto quotidiano.

    La discrezionalità dell’amministrazione pubblica nella gestione delle licenze commerciali e del territorio esiste ed è normalmente prevista dalla legge. Il territorio non è una risora infinita e va gestito.

    Il mio commento non parla di COOP di cui mi importa davvero poco. Parla di Caprotti che ora fa la vittima, quando anche lui è totalmente parte di quel sistema. Certo, con amici diversi in comuni diversi.

    I 9 ipermercati su 11 aree industriali a Milano all’interno di un Piano di Recupero (PdR) sono un dato semplicemente clamoroso, che la dice molto lunga (basta capire di cosa si parla). Si vada a studiare cos’è e come si fa un PdR e poi discuteremo volentieri insieme.

    Non credo che COOP non avrebbe avuto la capacità finanziaria per aprire a Milano (infatti quando ha potuto l’hanno fatto).

    Per la cronaca un cantiere di un Esselunga (viale Umbria), qualche anno fa ha provocato il crollo parziale di una casa adiacente con la morte di una persona. Se fosse stato un cantiere mio sarebbe ancora sotto sequestro e il mio cliente sarebbe andato fallito. Con Esselunga dopo poche settimane era tutto tornato al lavoro normalmente.

    Dunque torno alla mia tesi: gli “abusi” ci sono stati sia a favore di COOP sia a favore di Esselunga. Sono ridicoli, anzi indecenti, e sono totalmente d’accordo.

    Ma che sia proprio Caprotti a fare la vittima e a presentarsi come il gistiziere indignato è ancora più ridicolo.

  23. Cazzo e questo dovrebbe essere il profondo conoscitore della rete e dei blog e poi non sa nemmeno come tagliare una news……….me cojo
    Facci vergognati va.

  24. Demolito integralmente sto articolo, nel giro di una decina di commenti informati. Pensa a quei pirloni che hanno avuto bisogno di un appello per contestare Facci.

  25. Urgh. E’ saltata una parte del mio commento. Mancava la motivazione della condanna. La frase giusta era

    ” c’è stata una condanna per alcuni responsabili acquisti dell’Esselunga per CONCORRENZA SLEALE ai danni proprio della Coop?”

    Ma penso che Caprotti, questo indomito lottatore per la libertà e per il rispetto della concorrenza leale, appena saputo della condanna avrà licenziato questi suoi dipendenti così sleali e scorretti.

  26. Broono, d’esser brillante o meno non è che mi faccia un cruccio, sai.
    Nel merito, non ho letto il libro di Caprotti: per motivi personali mangio pane e Esselunga da quando sono nato (letteralmente), con gente che Caprotti lo conosce personalmente. Le cose di cui parla per me non sono una novità (come non lo sono per l’architetto Lowres).
    Sempre in modo indiretto, ma sempre qualcosina di più di quattro chiacchiere con quattro anonimi dipendenti. Però sarebbero comunque parziali e quindi, io mi astengo.
    Umiltà e riservatezza, diciamo, o forse senso delle proporzioni.

    P.S. Figurati, non mi stai nemmeno antipatico.

  27. Se ci fossero, a riguardo delle vicende come questa, più commenti da parte di chi veramente le tratta ed ha un punto di vista oggettivo e non esaltato (Lowres), ci sarebbe meno spazio per i risentimenti personali e gli sporoloqui qualunquisti.

  28. Non so voi, ma io mi sono fermato a leggere alla descrizione dell’imprenditore in coda in mensa con i suoi dipendenti.

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