La storia si racconta con le sentenze

La questione si è trascinata per un decennio, in piena media italiana. Ed era una questione di quelle scottanti. Nel 1996 il Giornale propose una rilettura dell’attentato di Via Rasella, l’azione partigiana che scatenò la rappresaglia delle Fosse Ardeatine, nella quale fece tutta una serie di analisi errate; gli errori glieli hanno trovati i giudici di primo e secondo grado e di Cassazione.
Oggi Belpietro ci torna su e ammette alcune “inesattezze”, per poi lanciarsi in tutta una serie di distinguo: i tedeschi uccisi erano alto-atesini, non propriamente tedeschi, anzi erano artigiani e contadini prima di mettere la divisa (cavolo, allora Hitler era solo un pittore), non erano “quasi certamente” volontari (le virgolette sono mie), non erano SS. Dall’altra parte i partigiani che facevano la guerra non convenzionale, come potevano e con i mezzi che potevano, di fronte ad un esercito invasore.
Termina il nostro con una frase da far raggelare:

Ma fu almeno militarmente utile l’attentato di via Rasella? Non credo. Gli americani erano alle porte e i tedeschi in difficoltà e quella strage non cambiò certo né le sorti di Roma né quelle dell’Italia.

L’attentato e tutta l’epopea partigiana non solo fu utile militamente, come riconosciuto dagli stessi alleati, ma fu utile per ricostruire l’orgoglio di una nazione. Chiedete all’altro paese europeo che con noi iniziò la tremenda parabola del nazifascismo, e che non ebbe la guerra partigiana. Guardate con che differenza si parla della storia. Noi abbiamo sbagliato, ma dopo abbiamo capito e ci siamo ribellati. E il ribellarsi ci ha reso orgogliosi di essere italiani.
PS: sul titolo stendiamo un velo pietoso. Proprio con la seconda guerra mondiale si è stabilito il principio che la storia passa attraverso le aule giudiziarie, come Norimberga, come il caso Eichmann, come tutta l’azione del centro Wiesenthal. Le sentenze, stabilite nell’alveo del diritto e non con tribunali farsa, hanno fatto la differenza tra la storia come si raccontava prima e come si racconta oggi.

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28 Comments

  1. A causa del suo prognatismo, a BelPietro piovono continuamente in bocca un mucchio di cazzate. Quando va bene.

  2. di fronte al male assoluto ci si deve spendere con generosità.Soprattutto quando si chiama nazismo e per una serie di circostanze risulta fortissimo(parliamoci chiaro,sparare alle spalle quei pazzi criminali era un atto di giustizia.Secondo me,almeno finchè continuavano a professare quelle ragioni spaventose).E intanto mi piacerebbe sapere con che spirito vengono acquistate le enciclopedie a fascicoli su Hitler e compagni di merende(sempre per un interesse meramente storiografico?bah..)

  3. No Fabrizio, via, da te una frase come questa “Noi abbiamo sbagliato, ma dopo abbiamo capito e ci siamo ribellati. E il ribellarsi ci ha reso orgogliosi di essere italiani” non la posso leggere.
    Probabilmente non ci sarebbe stato altro modo per uscire dalla sciagura della dittatura, ma che la guerra partigiana abbia tout-court fatto bene all’orgoglio nazionale, è un’affermazione quantomento avventata.
    Abbiamo avuto due anni di guerra civile, italiani contro italiani, abbiamo avuto due concezioni differenti di amor patrio che si sono scontrate sanguinosamente, abbiamo avuto scontri che si sono protratti ben oltre la fine della guerra, abbiamo avuto gruppi partigiani eterodiretti da potenze straniere con interessi e fini contrastanti, non sempre limitati alla “liberazione” dell’Italia.
    Sono passati più di sessant’anni dalla fine della guerra e ancora non abbiamo superato il trauma.
    Non so come i tedeschi parlino della loro storia, ma bisogna tenere conto di due cose importanti: loro la guerra l’hanno combattuta dallo stesso lato fino alla fine, perdendo rovinosamente. E subito dopo la Germania è stata divisa in due per oltre cinquant’anni, con una delle due parti sotto il giogo di una di quelle potenze che da noi per molto tempo sono state viste come “liberatrici”.

    Credo che bisognerebbe cercare di essere un po’ più distaccati e obiettivi quando si parla di tragedie come la nostra guerra civile (che ha lasciato ferite simili a quelle della guerra spagnola): sono argomenti che non possono essere affrontati né alla Belpietro né alla Bocca.

  4. Forse a Belpietro bisognerebbe dire che ormai anche a West Point si studiano come tattica militare non solo le grandi manovre dei battaglioni, ma anche le azioni di guerriglia, la cui logica militare non si risolve nella singola azione – come hanno imparato gli americani dal Vietnam fino all’Iraq. tra le ultime strategie studiate quelle degli indiani di Geronimo.

    Per il resto concordo con Darwin e dico solo che è ben triste il paese che non ha una coscienza forte tanto da permette che una campagna mediatica strumentale a fini politici diventi una verità storica – l’orgoglio nazionale mostrato con la resistenza evidentemente era minoritario, dato che nessuno ha opposto resistenza al montare della polemica, anzi, dire che “i partigiani erano solo terroristi assassini” è diventata vox populi.

    Anche gli episodi raccontati da Pansa dicono di episodi, non dicono del complesso della lotta partigiana, il cui “difetto” fu forse di essere come in passato e fino a Tangentopoli un’azione di liberazione nazionale operata da una minoranza illuminata.

    Mi verrebbe da dire che l’Italia diffusa è sempre quella cantata da Mercantini nella “spigolatrice di Sapri” – i 300 che muoiono per la reazione del popolo che stavano andando a liberare dai Borboni – ma spero che anche quello sia solo un episodio e alla fine questo paese è migliore dei suoi Belpietro.

  5. Pero’ tra noi e i tedeschi c’e’ ancora una fondamentale differenza che hai trascurato. I tedeschi sono uniti nella condanna del loro passato, anche se, come dici tu, non si sono ancora riappropriati (forse) dell’orgoglio di essere nazione. Gli italiani invece, come dimostra Belpietro, continuano a dividersi sul proprio passato, dall’indulgenza di Belpietro e di buona parte della nostra classe politica fino ad arrivare ad un’esplicita apologia del fascismo (“in fondo l’unico errore e’ stato l’alleanza con i tedeschi” si sente spesso dire).
    Ognuno si tiene la storia che ha avuto, pero’ io invidio tremendamente la maturita’ con cui il popolo tedesco ha saputo crearsi una coscienza storica che a noi italiani, secondo me, manca completamente.

  6. Joe, “Abbiamo avuto due anni di guerra civile…”. Ma no ti viene da dire che la ragione stava da una parte, e cioè dalla parte degli alleati e dei partigiani? Non è che sono due posizioni equidistanti, non è tifare per l’Inter o il Milan. E non puoi buttare lì il discorso dell’eterodirezione e quindi mischiare gli scopi post-guerra e quelli della guerra di liberazione.
    Via Rasella così come tanti avvenimenti della guerra di liberazione, come Cassino e Piazzale Loreto, fanno parte di un processo di liberazione e di unità nazionale. Ci ha fatto ben volere dagli alleati e ci ha risparmiato la completa distruzione di tutte le città più importanti, come invece è avvenuto a Giappone e Germania.
    Che hanno subito quel trattamento non perchè sono rimasti dalla stessa parte a combattere, ma, archivi alla mano, precisamente per fiaccare la popolazione nel loro credo.

  7. Fabrizio, abbi pazienza ma non è questione di chi avesse ragione, perché se è vero che dal tuo e mio punto di vista la ragione stava dalla parte degli alleati e dei partigiani, dal punto di vista dei fascisti la ragione stava dalla loro. Tra l’altro non è nemmeno quello che ti stavo contestando.
    Ciò su cui non sono d’accordo, e sui cui non sono d’accordo la maggior parte degli storici, è che la guerra partigiana ci abbia ridato l’orgoglio nazionale. Non c’è niente di cui andare orgogliosi nel combattere i propri connazionali, e infatti la guerra civile è finita il 25 aprile (e poi con lo scempio di piazzale loreto) ma ha lasciato nel carattere nazionale una ferita per cui ci vorranno anni prima di rimarginarsi. E’ ciò che le guerre civili da sempre lasciano, nel carattere di tutte le nazioni che le hanno dovute subire.
    L’orgoglio nazionale come mi par di capire lo intendi tu lo forma una resistenza come quella della Gran Bretagna ai continui bombardamenti tedeschi.
    Il farsi benvolere dagli alleati non capisco cosa significhi, visto che la ricostruzione sia del Giappone sia della Germania è stata aiutata dagli Stati Uniti quanto quella dell’Italia.
    Con questo – lo ripeto – non intendo sminuire gli effetti positivi della guerra di resistenza (che di certo ci ha risparmiato veder rase al suolo le città italiane diversamente da una Dresda o da una Nagasaki). Solo metto in dubbio che sparare al vicino di casa (perché fascista o perché partigiano, è indifferente) possa in qualche modo farci sentire più orgogliosi dei tedeschi.

  8. Joe, nello scorso luglio qui in Germania hanno festeggiato l’attentato del 1944, quello a cui baffetto sfuggì.
    Ora seguendo il tuo sofismo, anche lì c’erano le ragioni dei nazisti da una parte e quella dei cospiratori dall’altra. Lo stesso sofismo lo puoi applicare ai rivoluzionari americani e a quelli francesi.
    Dov’è il problema se, in alcuni momenti della storia, si combatte anche contro il proprio vicino, se il proprio vicino è uno che ha cominciato una guerra sanguinosa.
    Non ci sono le ragioni di tutti. C’è da una parte chi aveva ragione, storicamente e giudiziariamente provato, e dall’altra chi aveva torto. Tutt’e due con lo stesso passaporto.

  9. Ho la sensazione che i tedeschi, avendo sbagliato collettivamente, chi attivamente e chi semplicemente per ignavia, siano stati messi di fronte alla necessità di inginocchiarsi davanti all’orrore che avevano contribuito a compiere. Gli italiani – popolo storicamente diviso e variegato, abituato alle invasioni e a pensare ognuno per sé – si sono sentiti tali per l’ultima volta solo quando hanno sconfitto il fascismo. Anno dopo anno, sono ripiombati nei soliti particolarismi, regionalismi e settarismi. Come si fa a parlare di “italiani”, quando al governo c’è stato un partito che propaganda la superiorità delle regioni del nord rispetto a quelle del sud?

    Detto questo, il fascismo è il male assoluto. Non c’è revisionista che me lo possa levare dalla testa. Leggi razziali, repressione, controllo della stampa e dell’opinione, confino e torture per gli intellettuali sono il MALE. (E in questo, intendiamoci, Italia, Germania, Cina e Grande Madre Russia sono uguali: è il totalitarismo il male, cambia la marca ma il succo è sempre quello.) Trovo piuttosto vergognoso che ci sia chi cerca di resuscitare lo spettro di un passato così buio cavalcando il sentimento popolare di terrore nei confronti del cambiamento.

  10. “L’attentato e tutta l’epopea partigiana non solo fu utile militamente, come riconosciuto dagli stessi alleati, ma fu utile per ricostruire l’orgoglio di una nazione”. Non è così, e nessun tribunale potrà farci nulla.

  11. Fabrizio, chi fa del sofismo mi pare sia tu: non ho contestato le ragioni dei partigiani, né i metodi, né il fatto che possa capitare che nella storia un popolo si trovi a combattere contro se stesso per motivi più o meno validi.
    Ho contestato che la guerra civile abbia (ri?)dato a questa nazione un orgoglio nazionale. Non l’aveva prima, tranne quello drogato di retorica degli anni del fascismo, e non l’ha avuto dopo. Siamo comunisti, berlusconiani, lombardi, siciliani, pisani, livornesi. Ma italiani solo quando la nazionale vince o quando 17 tra carabinieri e militari vengono uccisi in una missione all’estero. E in entrambi i casi dura poco.
    Questo tanto per mantenerci all’attualità, ma potremmo andare indietro fino al 26 aprile 1945, il giorno dopo la fine della guerra, per trovare numerosi esempi di come in questo paese l’orgoglio nazionale non solo non esista, ma venga anche visto come un pericolo.

  12. >> Le sentenze, stabilite nell’alveo del diritto e non con tribunali farsa (…)

    Strano: ero convinto che il diritto, quello nato in Occidente nel solco dalla sua cultura democratica millenaria, fosse il male estremo dalla cui “esportazione” guardarsi bene. E che invece fossero le culture locali degli stati sovrani a dover dirimere le questioni interne, soprattutto quando queste consistono in dittature sanguinose di pazzi furiosi. La verità sta come sempre nel mezzo: ma è assurdo e non ha nulla a che fare con la ricerca storica assumere nei confronti delle guerre e dei loro strascichi umani e giudiziari un atteggiamento moralistico e di parte, a meno di non volersi occupare di politica o giornalismo d’accatto anziché della storia stessa: le guerre, o meglio la storia, semplicemente accadono e vanno considerate nella loro tragica complessità di evento passato e a volte anche presente, con il loro carico di orrori, ingiustizie e rese dei conti.

    Non esiste una storiografia scritta dalle sentenze semplicemente perché la storia è molto più di tutti gli articoli inclini all’una o all’altra ideologia e di tutte le sentenze messe insieme, che queste siano o meno l’esito di processi sommari sulla cui legittimità è altrettanto inutile pontificare, a meno di non perdere rigore nell’analisi. Perché sentenze e articoli, ma anche molto meno, fanno parte di una storia che va accettata in toto, per evitare il rischio di operare tagli e selezioni funzionali agli interessi di bottega, ovvero di sostituirla con l’ideologia e la politica, che (dagli) con la vera ricerca storica non hanno nulla a che fare. Tutto ciò è terribilmente cinico e disumano perché non tiene conto dei drammi del presente, ma disgraziatamente non è compito della storiografia farsene carico. La storia è fatta di viscere e sangue, intreccio, contraddizione e cambiamento, e la storiografia deve prenderne atto evitando le crociate. Altrimenti diventa politica o, peggio, chiacchiera da bar. Se “la storia come la si racconta oggi” lo fa, significa che viene raccontata solo a se stessi.

    >> Come si fa a parlare di “italiani”, quando al governo c’è stato un partito che propaganda la superiorità delle regioni del nord rispetto a quelle del sud?

    Complimenti. Su che blog lo hai letto?

  13. @Slow (ci metto la chiocciolina, così non mi sbaglio), io invece penso che la storia passa anche per i tribunali, e non mi sono vergognato di difendere il metodo, anche nel caso dell’Iraq. Non accetto la pena capitale, ma i tribunali dopo le guerre ci stanno tutti. E l’analisi “nell’alveo del diritto” sviscera tutta una serie di dati, fonti e prove che hanno valenza storica. Vale per la seconda guerra mondiale come per il terrorismo.
    Ti vorrei far notare l’errore logico in cui sei caduto: Belpietro ha negato che la storia si scrive con le sentenze; tu (a me sembra) dici che la storia si scrive anche con le sentenze, usandone le prove, le testimonianze, i metodi.
    Che è quello che dico anch’io. Io non ho affermato che la storia si scrive SOLO con le sentenze. Ma che le sentenze sono, con la storia del diritto che abbiamo, parte della storia.
    O mi vuoi negare che nel giudizio storico del nazismo non pesano le tonnellate di atti di Norimberga?

  14. Fabrizio (fa asilo), di più: io nego che la storia debba esprimere “giudizi”, almeno intesi in senso strettamente giudiziario, perché il metodo storiografico presuppone un distacco e un’oggettività che neanche il processo contempla. Figurarsi l’indomani di una guerra. La storia, credo, deve limitarsi a gettare luce e, semmai, spiegare (con molte cautele): vale anche per il Nazismo. Il che naturalmente non esclude affatto che gli atti dei tribunali possano costituire una sontuosa fonte storica, anzi. Quanto alla logica, mi sembra che tu, Belpietro ed stiamo dicendo cose diverse l’uno dagli altri (forse tutti in errore). Comunque a me era parso che nel riferimento ai tribunali farsa e alla storia come si scrive oggi ci fosse una netta critica al processo a Saddam e a tutto l’occidente filoamericano di oggi. In contrapposizione alla difesa di quelli di ieri.

  15. Ora mi chiedo : Come cazzo si fa a scrivere una frase di questo genere :
    “L’attentato e tutta l’epopea partigiana non solo fu utile militamente, come riconosciuto dagli stessi alleati, ma fu utile per ricostruire l’orgoglio di una nazione.”

    fu sicuramente utile a quelli che, nell’attentato utile, ci sono utilmente morti, per altrui utilita’.
    Su questo non si discute.

    Gente utile.
    Degli utili.
    Come i dividendi, le rimanenze a decorso, i pacchetti azionari, i prestiti a fondo garantiti.
    Utili nella vita a chi ne fa uso.

  16. I partigiani hanno combattuto – e tanti sono morti a vent’anni- per permettere a tutti noi di dire tutte le cazzate che passano per la nostra testa ingrata.

  17. Invece che menarcela con queste revisioni provocatorie Belpietro,visto che abbiamo capito che gli interessano i conflitti,potrebbe raccontarci,almeno per incuriosirci,i focolai di guerra che rimasero accesi per molti anni dopo la fine ufficiale delle ostilità. Nel 56 si combatteva ancora al confine tra Polonia e Ungheria(ma forse è una cazzata anche questa)

  18. Quindi, la storia si racconta con le sentenze che sceglie Carletto Darwin. Interessante.

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