Interrogatorio Moro /2: Strategia della tensione e Piazza Fontana

(COMM. MORO, 161; COMM. STRAGI, II 256-257; NUMERAZIONE TEMATICA ASSENTE)

Il memoriale Aldo MoroMi rendo conto delle accuse rivoltemi. Per quanto riguarda la strategia della tensione, che per anni ha insanguinato l’Italia, pur senza conseguire i suoi obiettivi politici, non possono non rilevarsi, accanto a responsabilità che si collocano fuori dell’Italia, indulgenze e connivenze di organi dello Stato e della Democrazia Cristiana in alcuni suoi settori. Benché fossi in quegli anni prevalentemente all’estero per il Ministero che ricoprivo, mi ha fatto molta impressione il c.d. caso Giannettini, la rivelazione improvvisa ed inusitata per la forma dell’intervista del nome del collaboratore fascista del Sid che, collegata con presumibili insistenze dell’On. Mancini e con la difesa strenua fatta dal parlamentare socialista del Gen. Maletti, insistentemente accusato al processo di Catanzaro, dà al caso il significato invece che di un primo atto liberatorio fatto dall’On. Andreotti di ogni inquinamento del Sid, di una probabile risposta a qualche cosa di precedente, di un elemento di un intreccio certo più complicato, che occupa ora i giudici di Catanzaro e Milano.

(COMM. MORO, 161-162; COMM STRAGI, II 254-255; NUMERAZIONE TEMATICA 2)

Certo è un intrigo difficile da districare e le cui chiavi presumibilmente si trovano in qualche organizzazione specializzata probabilmente di là del confine. Si tratta di vedere in quale misura nostri uomini politici possano averne avuto parte e con quale grado di conoscenza e d’iniziativa. Ma, guardando al tipo di personale di cui si tratta, Fanfani è da moltissimi anni lontano da responsabilità governative ed è stato, pur con qualche estrosità, sempre lineare. Forlani è stato sul terreno politico e non amministrativo. Rumor, destinatario egli stesso dell’attentato Bertoli, è uomo intelligente, ma incostante e di scarsa attitudine realizzativa; Colombo è egli pure con poco mordente e poi con convinzioni democratiche solide. Andreotti è stato al potere, ha origini piuttosto a destra (corrente Primavera), si è, a suo tempo, abbracciato e conciliato con Graziani, ha presieduto con indifferenza il governo con i liberali prima di quello coi comunisti. Ora poi tiene la linea dura nei rapporti con le Brigate Rosse, con il proposito di sacrificare senza scrupolo quegli che è stato il patrono ed il realizzatore degli attuali accordi di governo.


(COMM. MORO, 126 FINO A: “TEMPO DOPO I FATTI DI PIAZZA FONTANA, L’AMICO ON. SALVI”; COMM STRAGI, II, 384-391; NUMERAZIONE TEMATICA 2)

La c.d. strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo. Si può presumere che Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati a un certo indirizzo vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi d’informazioni. Su significative presenze della Grecia e della Spagna fascista non può esservi dubbio e lo stesso servizio italiano per avvenimenti venuti poi largamente in luce e per altri precedenti (presenza accertata in casa Sid di molteplici deputati missini, inchiesta di Padova, persecuzioni contro la consorte dell'[ambasciatore] Ducci, falsamente accusata di essere spia polacca) può essere considerato uno di quegli apparati italiani sui quali grava maggiormente il sospetto di complicità, del resto accennato in una sentenza incidentale del Processo di Catanzaro ed in via di accertamento, finalmente serio, a Catanzaro stessa ed a Milano.
Fautori ne erano in generale coloro che nella nostra storia si trovano periodicamente, e cioè ad ogni buona occasione che si presenti, dalla parte di [chi] respinge le novità scomode e vorrebbe tornare all’antico. Tra essi erano anche elettori e simpatizzanti della D.C., che, del resto, non erano nemmeno riusciti a pagare il prezzo non eccessivo della nazionalizzazione elettrica, senza far registrare alla D.C. una rilevante perdita di voti. E così ora, non soli, ma certo con altri, lamentavano l’insostenibilità economica dell’autunno caldo, la necessità di arretrare nella via delle riforme e magari di dare un giro di vite anche sul terreno politico.
Debbo dire che in quell’epoca ero Ministro degli esteri e quasi continuamente fuori d’Italia, come si potrebbe documentare dal calendario degli impegni internazionali. Fui colto proprio a Parigi, al Consiglio d’Europa, dall’orribile notizia di Piazza Fontana. Le notizie che ancora a Parigi, e dopo, mi furono date dal Segr. Gen. Pres. Rep. Picella, di fonte Vicari, erano per la pista Rossa, cosa cui non ho creduto nemmeno per un minuto. La pista era vistosamente nera, come si è poi rapidamente riconosciuto. Fino a questo momento non è stato compiutamente definito a Catanzaro il ruolo (preminente) del Sid e quello (pure esistente) delle forze di Polizia. Ma che questa implicazione ci sia non c’è dubbio. Bisogna dire che, anche se con chiaroscuri non ben definiti, mancò alla D.C. di allora ed ai suoi uomini più responsabili sia sul piano politico sia sul piano amministrativo un atteggiamento talmente lontano da connivenze e tolleranze da mettere il Partito al di sopra di ogni sospetto. Risulta invece, mi pare soprattutto dopo la strage di Brescia, un atteggiamento di folla fortemente critico e ostile proprio nei confronti di esponenti e personalità di questo orientamento politico, anche se non di essi soli.
Dislocato, come può essere asserito e dimostrato, prevalentemente all’estero, non ebbi occasione né di partecipare a riunioni né di fare distesi colloqui. Ricordo una viva raccomandazione fatta al Ministro dell’Interno On. Rumor (egli stesso fatto oggetto di attentato) di lavorare per la pista nera. Ricordo un episodio che mi colpì, anche se mi lasciò piuttosto incredulo. Uscendo dalla Camera tempo dopo i fatti di Piazza Fontana, l’amico on. Salvi, antifascista militante e uomo di grande rettitudine (cugino di una persona morta e di altre ferite nella strage, di nome Trebeschi, già appartenente a mondo cattolico) mi comunicò che in ambienti giudiziari di Brescia si parlava di connivenze ed indulgenze deprecabili della D.C. e accennava all’On. Fanfani come promotore, sia pure da lontano, della strategia della tensione. Io ebbi francamente una reazione d’incredulità e il Salvi stesso aggiunse che la voce non era stata comprovata né aveva avuto seguito.
Per quanto riguarda l’On. Rumor, che [era] sia Presidente del Consiglio sia Ministro dell’interno all’epoca e fatto oggetto di attacco del Bertoli, si può fare riferimento al processo di Catanzaro, dove il Guardasigilli Zagari ha asserito di avere portato in udienza la richiesta del Magistrato circa Giannettini e di averne investito il Presidente del Consiglio. Quest’ultimo dichiara di non ricordare, ma di non voler mettere in dubbio la parola del Collega. Anche alla luce delle dichiarazioni dei rispettivi Capi di Gabinetto si può ritenere che il documento sia stato presentato e letto o ricostruito. Risulta poi che esso non fu lasciato alla Presidenza né fatto oggetto di nota formale. Potrebbe quindi parlarsi di una di quelle deprecabili forme di trascuranza che pesano sul Partito della D.C.
Sta poi a sé il caso Giannettini, riferibile all’On. Andreotti, il quale di tale rivelazione fece materia d’intervista di stampa, appena rientrato alla Difesa dopo la guida del Governo con i liberali. Il fatto in sé è ineccepibile. Restano non pochi interrogativi, tenuto conto della stranezza della forma adoperata e cioè la stampa e non una dichiarazione amministrativa o parlamentare. Fu forse solo esibizionismo dopo il ritiro dall’esperienza con i liberali? Fu fatto su richiesta di Mancini? E perché? Per riannodare tra i due Partiti? C’era un qualche rapporto tra l’imputato Maletti (amico dell’On. Mancini) e il Giannettini? Le valutazioni e interpretazioni sono molteplici. Dell’On. Andreotti si può dire che diresse più a lungo di chiunque altro i servizi segreti, sia dalla Difesa, sia, poi, dalla Presidenza del Consiglio con i liberali. Si muoveva molto agevolmente nei rapporti con i colleghi della Cia (oltre che sul terreno diplomatico), tanto che poté essere informato di rapporti confidenziali fatti dagli organi italiani a quelli americani. E’ doveroso alla fine rilevare che quello della strategia della tensione fu un periodo di autentica ed alta pericolosità, con il rischio di una deviazione costituzionale che la vigilanza delle masse popolari fortunatamente non permise. Ed invece, come abbiamo detto, se vi furono settori del Partito immuni da ogni accusa (es. On. Salvi) vi furono però settori, ambienti, organi che non si collocarono di fronte a questo fenomeno con la necessaria limpidezza e fermezza. E’ quella commistione, di cui dianzi dicevo, della D.C., per la quale, perseguendo una politica di egemonia politica, non è talvolta abbastanza attenta a selezionare e rischiare d’inquinare con pericolose intrusioni quelle masse popolari, d’ispirazione cattolica, le quali debbono essere preservate da inquinamenti totalitari ed essere strumento efficace di democrazia. Questa considerazione è di particolare attualità e valore, per mettere fuori discussione l’antifascismo della D.C. in qualsiasi contingenza politica.

(COMM. MORO, 159-161; COMM STRAGI, II, 258-269; NUMERAZIONE TEMATICA 2)

I gravi fatti di Piazza Fontana a Milano, che dettero inizio a quella che è stata chiamata la strategia della tensione, ebbero un precedente, se mal non ricordo, di minore gravità in occasione della Fiera di Milano. Ero quel giorno a Milano, proprio per la Fiera, e vidi le tracce della devastazione. Ma i fatti di P.za Fontana furono certo di gran lunga più importanti. Io ne fui informato, attonito, a Parigi dove ero, insieme con i miei collaboratori, in occasione di una seduta importante dell’Assemblea del Consiglio d’Europa, che, per ragioni di turno, io mi trovavo a presiedere. Seduta importante certo, ma non di grandi riflessi politici. Essa si concluse con la sospensione della Grecia per violazione dei diritti umani. Proprio sul finire della seduta mattutina ci venne tra le mani il terribile comunicato di agenzia, il quale ci dette la sensazione che qualche cosa di inaudita gravità stesse maturando nel nostro Paese. Le telefonate, intrecciatesi tra Parigi e Roma nelle ore successive, non potettero darci nessun chiarimento, ma solo la sensazione che qualche cosa, almeno al momento, di oscuro e d’imprevedibile, si fosse messo in moto. Mi confermò in questa angosciosa convinzione il fatto che il mio vecchio amico Dott. Tullio Ancora, allora alto funzionario della Camera dei Deputati e da tempo mio normale organo d’informazione e di collegamento con il Partito Comunista, mi telefonò in ambasciata a Parigi, per dire con qualche circonlocuzione che non ci si vedeva chiaro e che i suoi amici (Comunisti) consigliavano qualche accorgimento sull’ora di partenza, sul percorso, sull’arrivo e sul trasferimento di ritorno. Si trattava, si precisava, di una pura precauzione, non legata a qualche fatto specifico e di sicuro accertamento. Io ritenni, poiché ne avevo la possibilità, di adottare le consigliate precauzioni e rientrai a Roma non privo di apprensione. Intanto le indagini cominciavano a snodarsi, in tono assai concitato e con inevitabili polemiche. Io cercai di sapere qualche cosa, rivolgendomi subito, per il tramite del su citato consigliere Ancora al Presidente Picella, allora Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, uomo molto posato, centro di molte informazioni (ovviamente, ad altissimo livello), ma non con canali d’informazioni propri. I suoi erano i canali dello Stato. Alla mia domanda sulla qualifica politica dei fatti, la risposta fu che si trattava di gente appartenente al mondo anarchico. Il che evidentemente rifletteva la pista che si andava dipanando e di cui emerse poi, mano a mano, tutta la fallacia. Certo ci si trovava di fronte ad una costruzione giudiziaria elaborata, ma che nel complesso non appariva molto persuasiva. Io non ho, per parte mia, alcun elemento di solida contraddizione, perché, come ho detto, ero in altro dicastero che mi obbligava ad una quasi continua assenza dall’Italia e dallo stesso Consiglio dei Ministri. Io però, personalmente ed intuitivamente, non ebbi mai dubbi e continuai a ritenere (e manifestare) almeno come solida ipotesi che questi ed altri fatti che si andavano sgranando fossero di chiara matrice di destra ed avessero l’obiettivo di scatenare un’offensiva di terrore indiscriminato (tale proprio la caratteristica della reazione di destra), allo scopo di bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall’autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, ad una gestione moderata del potere.
Di questa mia convinzione feci cenno, nel periodo in cui non ero al Governo, ma ricoprivo la carica di Presidente della Commissione Esteri, con reiterati interrogativi ai miei colleghi di governo ed in specie al titolare dell’Interno, On. Rumor, che nel corso di queste vicende venne fatto oggetto a Milano, nell’anniversario della morte del commissario Calabresi, di un attentato (Bertoli) che per poco non risultò mortale. In verità in nessuno dei miei interlocutori trovai una solida opposta convinzione all’idea delle trame nere che io prospettavo, ma, nell’obiettiva incertezza, la convinzione che l’ipotesi fosse ragionevole e che su di essa si dovesse riflettere ed indagare. Del che si ha un segno nell’inversione di rotta delle indagini sui fatti di P.za Fontana e nella convinzione, successivamente diffusasi, che in queste circostanze la destra fosse in opera per fare arretrare di anni gli sviluppi politici italiani. A questo punto devo ricordare una singolare dichiarazione, fatta, mi pare, nel corso di una campagna elettorale, dall’allora Segretario Politico della D.C. On. Forlani e cioè (ricordo a memoria) che non si poteva escludere l’ipotesi d’interferenze esterne. Alla polemica che ne seguì l’On. Forlani, guardandosi bene dallo smentire, dette un’interpretazione leggermente riduttiva. Ma, da uomo franco qual’era, mantenne in piedi, anche pungolato da altri partiti, questa ipotesi. Ricordo che vi furono insistenti richieste di chiarimento da parte comunista. Ma non è difficile immaginare che intanto un riferimento dovesse essere fatto a Spagna e Grecia, nei quali Paesi la robusta presenza di militanti fascisti è stata chiaramente confermata al cadere della dittatura, quando queste persone rimasero scoperte e furono largamente estradate per le loro malefatte. Si può domandare, se gli appoggi venivano solo da quella parte o se altri servizi segreti del mondo occidentale vi fossero comunque implicati. La tecnica di lavoro di queste centrali rende molto difficile, anche a chi fosse abbastanza addentro alle cose, di aver prova di certe connivenze. Non si può né affermare né escludere. La presenza straniera, a mio avviso, c’era. Guardando ai risultati si può rilevare, come effetto di queste azioni, la grave destabilizzazione del nostro Paese, da me più volte rilevata anche in sede parlamentare. Quindi si può dire che risultati negativi per l’Italia sono stati conseguiti. Ma altrettanto si può dire però per quanto riguarda la linea politica e l’orientamento generale dell’opinione pubblica. Se si pensa che proprio in questo periodo, nel susseguirsi di molteplici fatti gravi e gravissimi, le forze di sinistra sono andate avanti e s’è registrata la vittoria nel referendum sul divorzio, si deve dire che l’opinione pubblica ha reagito con molta maturità, ricercando nelle forze popolari un presidio all’insicurezza che gli strateghi della tensione andavano diffondendo a piene mani. Questo nulla toglie naturalmente alla pesante condanna che un agire così grave ed ingiusto merita senza alcuna attenuante.
Circa i possibili ispiratori o favoreggiatori italiani niente in coscienza si può dire, viste le molteplici inchieste giudiziarie rimaste non concluse (ma anche non esaurite) relative sia alle singole persone sia agli organi dello Stato. Significative sono le indagini che si vanno svolgendo a Milano (come del resto a Catanzaro) con tutto il necessario rigore. E’ mia convinzione però, anche se non posso portare il suffragio di alcuna prova, che l’interesse e l’intervento fossero più esteri che nazionali. Il che naturalmente non vuol dire che anche italiani non possano essere implicati. A questo stato delle cose, che peraltro vede fortunatamente debellata la strategia della tensione, ritengo solo doveroso fare un riferimento storico ed esso riguarda il modo di essere del Sid all’epoca nella quale io l’ho conosciuto nel corso della mia attività quale ministro degli Esteri. Ho già detto altrove che, per quanto riguardava i fini istituzionali del mio Ministero, quell’organismo si comportò bene, tutelando tra l’altro, i rilevanti interessi italiani in Libia e mantenendo proficui contatti con i vari movimenti di liberazione. Si notava però in quell’epoca una certa polarizzazione a destra che, per esempio, induceva a valorizzare alcune operazioni di controspionaggio che per ragioni di politica internazionale avrebbero potuto essere trattate con maggiore discrezione o almeno con più opportuna scelta dei tempi. Se si faceva perciò un accertamento, che avrebbe potuto avere un seguito discreto o in momenti più appropriati, si domandava da parte dell’autorità competente (Esteri) di avere questo senso di opportunità, ci si trovava, si può dire, sempre dinanzi ad un’indiscrezione, proveniente da destra, e destinata a mettere in disagio di fronte ai Paesi dell’Est europeo. Da dove veniva la notizia? Presumibilmente dall’interno ed in modo incontrollato. C’era qualcuno che intendeva usare il Sid in senso politico e in una certa direzione politica. Così fu fatto osservare più volte ma senza successo. Vi fu poi un altro episodio sintomatico, concernente l’ingiusto e spiacevole riaffiorare di voci di presunte attività spionistiche a favore dell’Est, concernenti la distinta consorte del Direttore Generale degli Affari Pubblici al Ministero degli esteri, di origine polacca. A questa notizia, che era stata discretamente segnalata dal Sid, corrispose una reiterata interrogazione parlamentare dell’on. Caradonna, evidentemente bene a giorno e di prima mattina di quanto era emerso (o riemerso) in un’attività dell’organo d’informazione, fino a farne materia di speculazione parlamentare del Movimento Sociale. Ricollegandomi a quanto è stato detto al processo di Catanzaro circa la progressiva accresciuta immissione di informatori fascisti, ed avendo presente l’episodio ora citato, se ne deduce che ad un certo livello erano di casa persone interessate a dare un certo tono politico alla propria attività. Anche [per] questo abuso, di cui era difficile valutare la portata, trattandosi di organi di altro ministero, furono fatti vibrati rilievi e, almeno in quella forma, l’inconveniente non ebbe più a ripetersi. Ecco come possono però entrare nell’organizzazione i Giannettini ed altri uomini del genere. Quanto a responsabilità di personalità politiche per i fatti della strategia della tensione non ho seriamente alcun indizio. Posso credere più a casi di omissione per incapacità e non perspicace valutazione delle cose. Ritengo più fondato fare riferimento ad alcuni settori del servizio di sicurezza (ovviamente collegato all’estero), come incoraggia a credere qualche risultato delle indagini di Piazza Fontana nel processo di Catanzaro.

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