Sessantotto e mezzo

Venerdì scorso scorreva l’ennesima puntata di Sessantotto e mezzo ­ come dovrebbe ribattezzarsi, su La7, la meravigliosa trasmissione di Giuliano Ferrara ­ e in me spettatore tornava ad affacciarsi l’eterno interrogativo: quanto ci metterà, la mia generazione di trenta-quarantenni, a prendersi il potere che le spetta? Quanto ci metterà, ancora, a sciogliere il calcare sessantottino che incrosta il fisiologico fluire del tempo, la sua ordinaria e distaccata elaborazione? Riusciranno i miei coetanei a scongelarsi anche solo per un momento dai loro prevalenti e giustificatissimi interessi ­ internet, la tecnologia, l’esterofilia, i fatti propri – e insomma a non seguitare a dividersi tra chi bada a lavorare, solamente, e chi invece dei sessantottini non cerca che l’accondiscendenza?
Baluginava sullo schermo, Sessantotto e mezzo, facendosi via via surreale.
Il tema era la violenza negli anni Settanta, e c’era Lanfranco Pace, ex dirigente di Potere Operaio e persona molto intelligente, che perlomeno aveva gli occhi sinceramente sofferenti di chi non aveva alcuno spontaneo desiderio di rivisitare le proprie viscere: laddove, probabilmente, lutto ed elaborazione e rimozione stavano in lui facendo a cazzotti ora come allora.
Non sembrava aver voglia, Pace, di farsi gestire come Giuliano Ferrara stava cercando tipicamente di fare: prima facendogli scrivere una sforzatissima paginata sul Foglio, poi, appunto, organizzando una puntata in cui l’ex sessantottino Ferrara, e l’ex sessantottino Pace, e l’ex sessantottino Pierluigi Battista – proponente un’amnistia per i sessantottini su mandato dell’ex sessantottino Paolo Mieli ­ discutevano, chiaro, di Sessantotto, e lo facevano con altri ex sessantottini (di destra) in un programma che andava avvitandosi minuto dopo minuto – meno male che a un certo punto è finito ­ nell’ennesimo e rinnovato arroccamento di ciascuno nelle posizioni di sempre: noi eravamo comunisti ma voi eravate fascisti. E viceversa. C’era un conduttore, Ferrara, che a correggeva un ospite, Lanfranco Pace, giacchè in una determinata circostanza “c’era anche lui”; c’era un altro ospite, Battista, a dover ricordare che lui tanto imparziale non poteva forse essere perché a sua volta fu schierato come altri (a sinistra) e insomma: c’era una discussione magari anche interessante ma che al solito era perfettamente trasferibile in una qualsiasi trattoria romana laddove un gruppo di amici, legittimamente, possa magari parlarsi addosso, parlar da medici anche se sono i pazienti, parlar da giudici anche se sono ­ non l’hanno capito – gli imputati. E’ così, e lo sappiamo: anche se la mia generazione finge di non vedere che ci sono le seconde linee del Sessantotto, in pratica, che stanno meramente chiedendo un’amnistia per le prime, e indirettamente per se stessi; ci sono degli ex allucinati – incapaci di precipitare completamente nella voragine della loro allucinazione ­ che ora cercano utopicamente di autogestire la loro storia seduti sulle stesse poltrone che spesso ebbero a combattere. Questo perché, in mancanza d’altro, sono i migliori. L’ex lottacontinuista Andrea Marcenaro, altra cara e intelligente persona, sul Foglio di qualche giorno fa l’ha detto fantasticamente: “Il dramma degli anni Settanta ­ ha scritto – non è che a sinistra si fosse peggiori, è che ci sentivamo senza discussione i migliori. La farsa del duemila è che quel sentimento perdura”.


Ironia? Fa poca differenza, laddove tutto è ironia: da intendersi come anticamera di un cinismo che a sua volta è anticamera dell’evidente letargia morale dei sessantottini, i quali, se da una parte sono chiaramente reticenti e indisponibili ossia ad autocritiche, d’altra parte è anche vero che si ritrovano spesso a fronteggiare pretese di ravvedimento e pentimento financo eccessive: ma basterebbe, in fondo, che raccontassero tutta la verità. Ma non lo faranno, e sappiamo anche questo: sappiamo perciò che non si pacificheranno mai, come mai lo fecero gli ex partigiani e gli repubblichini, impermeabili a ravvedimenti che potessero sconfessare la loro vita e quindi la loro ­ come ciascuno ha la sua ­ migliore gioventù.
La generazione che fisiologicamente dovrebbe poter raccontare gli anni del Sessantotto, teoricamente, sarebbe la mia: generazione che ­ lo so, generazione è una parola orrenda: ma non ce n’è un’altra ­ in fondo è priva di abbagli giovanili dei quali pentirsi, e ha il solo torto d’esser stata dalla parte giusta in anni di riflusso: forse è per questo che si attarda e che pare sospesa tra il mendicare insegnamenti e carriere a chi nella vita ha sbagliato tutto, come detto, e il restare indifferente perché semplicemente impegnata a lavorare come fecero altre generazioni del Dopoguerra: anche se rischio, orrendo, fosse di ritrovarsi schiacciata, come un prodotto spurio, di mezzo, tra la generazione di Paolo Mieli e quella di Pierluigi Diaco.
Sabato mattina, dopo il Sessantotto e mezzo di venerdì sera, eccoti tuttavia un fulmine a ciel di piombo, un cosiddetto motivo di ottimismo: una pagina intera e bellissima – documentata, non acrimoniosa ­ scritta da un redattore del Foglio che si chiama Alessandro Giuli e che ha 29 anni. Un estraneo – al Sessantotto – a cui il Sessantotto non è stato estraneo: perché come tantissimi, nel suo caso da destra, ha patito gli strascichi civili e politici ereditati dalla meglio gioventù precedente: “Qualche porta di casa ­ ha scritto nella sua requisitoria – bruciava ancora fino a dieci anni fa, quando i nostri fratelli maggiori, apparentemente disarmati, tenevano per mano i poco più che trentenni di oggi. Che fare? Giustizia al dettaglio o soluzione politica all’ingrosso? Intanto ­ scriveva ancora ­ è bene ricordare che l’indulgenza è figlia della conoscenza dei fatti e della responsabilità assunta dagli uomini e dalle donne che di quei fatti furono protagonisti a vario titolo: non si condona ciò che non si è decifrato appieno […] Occorre ammettere che la resa dei conti postbellica è durata troppo a lungo, che molti eredi dei vincitori hanno dilapidato la dote di superiorità ma ancora si concedono il lusso di guardarsi dentro come se niente fosse. Prima c’è questa verità, la verità che rende liberi di giudicare. Poi, forse, la pace. Il perdono è un affare privato”.
Morale, i vertici del Foglio hanno liquidato e sottotitolato l’intera pagina in questo modo: “Fascista di trent’anni contro la memoria selettiva”. Resta al tuo posto, ragazzo.

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44 Comments

  1. Io credo che la generazione di trenta-quarantenni, la mia generazione alla fine visto che ho 34 anni, passerà la mano e non accederà mai al “potere”. È una convinzione che mi sono fatto negli ultimi tempi, guardando la vita sociale ma anche e soprattutto le vite personali di gente che conosco bene e stimo, ma che comunque non riesce a venire a capo di vite perse tra piccoli hobby di ritorno e già nostalgici (i cartoni giapponesi, la musica degli anni ’80), disastri sentimentali, dubbi politici.

    Senza un’ideologia, o senza una mancanza di ideologia, si vive sempre così, alla giornata. _Talkin’ about my generation_.

  2. Generazione di fenomeni. Parastatali

    C’è un bellissimo post di Filippo Facci su Macchianera, e mi ricordo che – da qualche parte, forse su Leonardo ce ne fu un altro, più succinto ma egualmente chiaro. Il concetto base è “Il ’68 ci ha rotto i…

  3. Pesarsi l’anima

    Incuriosito da questo post di Filippo Facci, sono andato a leggermi questo articolo di Alessandro Giuli sul Foglio di sabato. Merita un’attenta lettura. P.S. Non c’entra niente, ma perchè con Firefox non riesco ad aprire files pdf?…

  4. la morale di otto e mezzo di venerdì è stata: i fascisti picchiavano i comunisti perchè questi ultimi non volevano parlare con loro e quindi si sentivano tanto soli, poverini.

  5. Leggevo stamane questo pezzo e pensavo appunto alla piovra dei sessantottini, al loro aver occupato quasi tutto l’occupabile, ai vecchi baroni universitari cacciati via semplicemente per prenderne il posto, diventando dei novelli Manfred Von Richtofen.
    E alla necessità per le nuove leve, io classe ’77, di attaccarsi ancora, attivamente o passivamente, a quel carro.

  6. e ci tocca prendere certi voli con compagnie aeree esotiche che offrono margarita e bus di prima classe in Chiapas con film su lcd… oppure ci si deve fare degli amici attempati nei servizi per rendersi conto che di seconda mano le cose son sciapette.
    Tutto per avere qualcosa di politicamente pittoresco da raccontare ai nostri figli un giorno.
    quanto stress,
    era meglio se nascevo vulcaniana.

    bambolescente di ultima generazione

  7. Mi sa che ancora dopo vengo io. Non capisco se faccio parte della (de)generazione Diaco o di una che lo segue e promette d’essere peggiore.

  8. Filippo Facci si è però dimenticato di segnalare anche queste parole, contenute sempre nell’articolo di Giuli:
    “Certo che c’era pure la violenza di destra. A destra transitò di tutto. Golpisti anticomunisti, bombaroli, spie, fan di colonnelli greci o generali spagnoli e sudamericani,
    nazimaoisti, terzaforzisti. Non sempre casi isolati. Ma lo spontaneismo armato attecchì
    davvero soltanto dopo un’altra strage, 7 gennaio 1978, nella sezione missina di Acca Larentia a Roma (tre militanti morti in pochi muniti, Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti
    uccisi dai Nuclei armati per il contropotere territoriale, Stefano Recchioni
    freddato da un agente).
    Da quel momento, per molti, non si trattò più di sublimare la gogna quotidiana in orgoglio violento e tirare avanti. A quel punto la peggio gioventù nera scivolò negli anni di piombo. Un po’ tirata per i capelli, un po’ per vocazione nichilista e propensione alla follia.”
    Allora, se è vero che la sinistra continua a credersi la mejio cosa che c’è, è anche vero che la destra è fin troppo autoindulgente e vittimista quando sottovaluta le azioni criminali commesse dai suoi e identifica Acca Laurentia come responsabile dello spontaneismo armato (si veda A mano armata di Biaconi sulla storia di Mambro e Fioravanti e lo spontaneismo armato).
    Quindi se si vuole “decifrare” si “decifri” tutto.

  9. Acuta riflessione su una generazione che non ha ancora potuto o saputo commettere il necessario parricidio senza il quale non si diventa adulti. A noi mancano il coraggio e la freddezza. A loro – tutti, fondamentalmente, latitanti di lusso – fa difetto la generosità di offrire il petto.

  10. Lanfranco Pace: «Il semplice sospetto che alcuni militanti di Potere Operaio potessero essere coinvolti in una tragedia come la morte dei fratelli Mattei, i giovani fascisti bruciati vivi nella loro casa di Primavalle, fu insostenibile.» Uno di quelli che Pace chiama giovani fascisti aveva 8 anni. Ora, questi bravi ragazzi hanno preso il potere? Buon per loro, ma mi si risparmi – visto che l’ipocrisia merdosa della gente come Pace ci ammorba da decenni in tv e sui giornali – almeno il dibattito sulla stagione violenta del ’68. Che, se uno si fa furbo, poi impara la lezione e diventa come Casarini, in attesa di essere assunto ai vertici del primo giornale di regime o, mal che vada, portavoce del partito “dei padroni”.

  11. “..è bene ricordare che l’indulgenza è figlia della conoscenza dei fatti..”

    sarebbe la prima volta.

    per il resto, io di anni ne ho 34 e in effetti mi chiedo: ma quanti cazzo erano questi di Lotta Continua? anche se quello del mancato ricambio generazionale è un problema che non riguarda solo gli ex 68. questo è un Paese vecchio per definizione. anagraficamente, mentalmente, storicamente.

    i posti di potere non sono solo quelli nell’informazione e tutti sono in mano dei soliti da decenni. e non sembrano esserci nuove strade alternative per scalarli. una volta c’erano gli Agnelli, i Romiti, i Barilla, i Pirelli. adesso ci sono sempre loro.

    non saprei. forse è colpa nostra. fondamentalmente siamo una generazione di scazzati ed egoisti . l’obbiettivo non è la scalata sociale ma la fuga esotica. farci i cazzi nostri e non mischiarci con questa gente.

  12. Non condivido l’ottimismo finale di Filippo: l’articolo di Giuli è una lunga premessa che quando (finalmente) sfocia nelle conclusioni sostiene questa tesi: “Lo spontaneismo armato attecchì davvero soltanto dopo un’altra strage, il 7 gennaio 1978 nella sezione missina di Acca Larentia a Roma (tre militanti morti in pochi minuti (…). A quel punto la peggio gioventù nera scivolò negli anni di piombo. Un po’ tirata per i capelli, un po’ per vocazione nichilista e propensione alla follia.”
    Il fascista trentenne è la terza linea mandata avanti – sperando che non gli rompano troppo le ossa – per cercare di capire che aria tira, per vedere se è possibile iniziare a captare un po’ di benevolentia anche per i quei camerati – un po’ pazzi, un po’ nichilisti ma soprattutto con le palle piene di prendere mazzate dai rossi – che hanno sì sbagliato a mettere le bombe nelle banche, sui treni e nelle stazioni, ma che in fondo, in quelle vicende, c’erano stati tirati per i capelli. Dai rossi.
    Ora, io credo che le prime e le seconde linee di entrambi gli schieramenti avrebbero davvero la possibilità di chiudere seriamente i conti con la storia. Del resto, tra di loro, la storia non ha messo in mezzo ostacoli difficilmente valicabili tipo torture, fucilazioni, deportazioni di massa in campi di sterminio, oppure ancora peggiori tipo Marzabotto o Fosse Ardeatine (come aveva fatto tra partigiani e repubblichini).
    Ma se vogliono davvero arrivare alla chiusura dei conti, a mio avviso dovrebbero evitare di mandare avanti le mascotte per vedere l’effetto che fa.

    Perché penso che finchè si cercherà di attribuire la stessa valenza (in senso letterale ed anche morale, se vuoi) ad una bottiglia molotov in un appartamento e ad una bomba in una stazione ferroviaria alle 11 di un sabato mattina di inizio Agosto, non vedo moltissime possibilità.
    E, con tutto il dovuto rispetto per vittime e famigliari, le possibilità non aumentano nemmeno ipotizzando il reato di strage per i 2 morti. Perché allora in un’aula processiamo pure Potere Operaio per strage; però in quella a fianco dobbiamo richiamare Fioravanti e la Mambro, stavolta per rispondere di sterminio di massa.

  13. Il mio ottimismo non è legato a una condivisione totale di quanto scritto da Giuli – che pure condivido molto – ma al fatto che un 29enne abbia scritto con un linguaggio e un’apparente maturità che non avevo sentito in tanti reduci che da una vita scrivono ed elaborano. Mi ha riacceso la speranza che possa essere la mia generazione (o dintorni, perchè Giuli è più giovane di me) ad avere la severa sobrietà che i farfuglioni ex sessantottini non sanno avere tra un’omissione e l’altra. Ciò per cui gli ex sessantottini avranno guardato Giuli con sufficienza è la stessa ragione per cui Giuli è titolato, e noi con loro, a poter valutare assai più serenamente di quanti seguitano ad occupare le stanze del potere perchè null’altro concepiscono. Quale che sia la mia gioventù, la sento migliore della maggioranza di loro.

  14. Non è che tu non dica cose interessanti, ma è la continua pubblicità che fai ad ogni tuo intervento, ad inibire ogni mio commento.
    Si lo so già, frega un cazzo e via dicendo, ma trovandomi al limite di quella generazione che stenta a trovare una sua identità ben precisa, mi areno immediatamente di fronte ai tuoi successi professionali e provo il singolare istinto di commentare facendo riferimento alla mia taglia di reggiseno piuttosto che al premio vinto dal mio esemplare di cane corso.
    Capirai, degna rappresentante di questa generazione alla deriva, anche io annaspo nei surrogati del potere rappresentati dai propri impercettibili successi.

  15. filippo – non so bene perché, ma secondo me legare il proprio ottimismo al fatto che un quasi-trentenne sappia scrivere e descrivere qualcosa con “severa sobrietà”, a prescindere dai contenuti (tu dici che condividi molto anche quelli, io un po’ meno, ma vabbè.) ha un che di labile. insomma, un po’ una posatezza da “young fogey” – non ci costruirei sopra una speranza per il futuro, ecco (ovviamente tutto ciò sempre secondo me.).

  16. C’era stata in Italia l’occasione di chiudere con la vecchia guardia sessantottina. E’ stata la stagione di mani pulite che aveva in sè veramente la capacità di cambiare definitivamente il quadro di riferimento. Ma purtroppo l’abbiamo buttata via

  17. L’opinione di Ceratti, per esempio, mi sembra follia pura, tuttavia debbo complimentarmi anche con lui – dati i nostri trascorsi su altro sito – per la sobrietà con cui ha commentato. Sinceramente non hai mai visto tanta sobrietà circa un post scritto da me, dunque l’assenza dignitosa dei battutisti cretini e anonimi mi aveva colpito. Poco tempo fa avevo scritto che quando io scrivo un articolo (qui) metà commenta me e metà l’articolo: è per questo che non posso perdonare a Vis, stavolta, di essersi voluta assolutamente intestare la palma dell’intervento scemo e quel che peggio scemo consapevolmente, intriso di minimalismo poveraccista: che cazzo vuol dire “la continua pubblicità che fai ad ogni tuo intervento inibisce ogni mio commento”? Da che cosa si evincono, che cosa c’entrano i “miei successi professionali” nella scrittura di questo post? Non avrebbe potuto scriverlo chiunque di voi? Non ho forse chiesto a Gianluca Neri cortesemente di postarmelo proprio perchè ho giudicato essere questo troiaio di un sito comunque un crocevia trasversalmente interessante – non sono proprio tutti deficienti – per un confronto più focalizzato, per certi aspetti, di quanto lo sia la prima pagina del Giornale su cui lo stesso articolo oggi è stampato? Era forse un articolo per addetti ai lavori? Non lo era, e la maggior parte dei commenti, anche interessanti, secondo me, lo dimostra. La tua taglia di reggiseno, Vis, piuttosto che il premio vinto dal tuo cane corso (donne e cani, i migliori amici dell’uomo) non è detto che siano una contrapposizione di ripiego rispetto a un post che bene o malissimo cercava di parlare di una generazione: e siccome in definitiva è stravero che la mia cazzo di generazione in defintiva predilige in effetti parlare di reggiseni e cani, dubito che la ragione di questo sia legata a una mera contrapposizione ai post di Filippo Facci. Vuoi fare la tua parte, Vis? Falla. Parlaci dei tuoi reggiseni e dei tuoi cani, spiegaci per quale ragione – anche legittima – posano esser divenuti l’orizzonte civile appunto di una cazzo di generazione: ciascuno coi reggiseni e i cani suoi. In alternativa – perdonami – statti zitta e porta pazienza, che per chattare basta saltare al post successivo.

  18. Di solito apprezzo e condivido il Ceratti pensiero in altri spazi. Qui però mi trovo in disaccordo. Ho 23 anni e del sessantotto mi arrivano solo echi lontani. Mani pulite ha forse amplificato quel bipolarismo che è linfa vitale per l’odio verso l’altro. Oggi come allora, in molti giovani, almeno in quelli che si elevano dallo stato di protozoi, la scelta di campo è un aut aut, che forse si interpreta più che vivere. Tuttavia resta sempre un discorso di destra-sinistra, rossi e neri, con un odio diverso, senza sangue. Forse in quegli anni uno scontro (almeno politico) bipolare aveva senso, oggi no. Forse si inizierà ad andare oltre, a cambiare, quando si uscirà da questo ridicolo sistema a due poli, in cui fare discorsi costruttivi è quasi un’utopia, in cui se uno dice A l’altro per forza, per natura, deve dire B.

  19. Articolo fondamentale. Se posso vorrei aggiungere una cosa. Tra quelli del ’68 non ci sono soltanto i giulianiferrara e i liguori. Ci sono anche i mariorossi che non occupano un cazzo di posto o di potere. E mi fanno ridere tanto. Un tale che conosco adesso si è un po’ tranquillizato e fa il farmacista. Bella casa, bella moglie, un matrimonio a puttane e molto glamour. Insomma è uno di quelli che non fa politica, non è lerner o liguori, non lavora nello stato o nel parastato. E’ uno che ha fatto la sua strada e adesso sta bene. Ad una cena – tra un discorso innocente e un altro – fa: guarda che io ho fatto il ’68! Ma che cazzo vuol dire “io ha fatto il ’68?” eh? E’ questa melassa, questa storia-comune, questi “farfugliamenti” postprandiali che non vanno per niente.
    Ecco, credo che questi 55enni (quasi 60enni) abbiano un po’ rotto i coglioni. Il reducismo purtroppo non c’è soltanto in tv.

  20. Com’era prevedibile, il pezzo ha colpito nel segno:

    “Dio ci guardi dall’entrare nel merito. Se Filippo Facci ha pensato bene di intervenire sul Giornale per dire che non ha fatto il Sessantotto perché era troppo giovane, né il Novantotto perché era troppo vecchio, avrà avuto le sue ragioni. Se si dispiace che i suoi coetanei si dividano tra chi coltiva soltanto gli “interessi prevalenti come Internet, la tecnologia, i fatti propri, insomma, che bada a lavorare”, e coloro che altro non cercano se non l’accondiscendenza dei vecchi sessantottini, conosce così a fondo i coetanei suoi da saper quel che dice. Se poi Facci insiste, indicando la sua generazione come quella che, “teoricamente, dovrebbe poter raccontare gli anni del Sessantotto perché in fondo è priva di abbagli giovanili dei quali pentirsi e ha il solo torto di essere stata dalla parte giusta in anni di riflusso”, niente da dire. E ancor meno quando spiega: “Forse è per questo che si attarda tra il mendicare insegnamenti e carriere a chi nella vita ha sbagliato tutto e il restare indifferente perché semplicemente impegnata a lavorare”. Sarà. Solo, conoscendo Facci, il termine “lavorare” sembra un po’ eccessivo”.

    Andrea Marcenaro 22/02/2005

  21. La mia Facci, parlo dei quarantenni, è una generazione che è venuta su all’ombra di quella dei nostri fratelli maggiori che hanno fatto il sesantotto, dei nostri genitori che hanno fatto la guerra e dei nostri nonni che hanno fatto la fame.
    Troppo piccoli per vivere l’entusiasmo del boom economico, troppo vecchi per credere nel sogno Berlusconiano, siamo cresciuta nell’era degli accomadementi in cui nessuno si è occupato di noi.
    C’erano da sistemare gli strascichi del 68 e le conseguenze dell’ultimo conflitto mondiale, tutti protesi a guardare indietro perché avanti non c’era niente di cui preoccuparsi, ci hanno sfamato a carne tutti i giorni e ci hanno insegnato che il posto fisso era il nostro vero obbiettivo esistenziale.
    Si sono scordati di insegnarci a sognare e quando è arrivato il nostro turno per costruire un presente, non avevamo niente su cui costruire.
    Non sappiamo sognare Facci e i successi professionali altrui ci creano quel lieve disagio che l’accidia che ci contraddistingue, non può fare a meno di esprimere con quell’amara ironia con cui portiamo avanti le nostre vite.
    Sei troppo focoso per me Facci, non sai esprimere le tue opinioni con quell’inedia che appartiene a me e a tanti della mia generazione, indugi troppo spesso su te stesso e questo mi costringe a prese di coscienza che avevo scientificamente sotterrato sotto a valanghe di reggiseni e cani da concorso.
    Sei fastidioso Facci, perché insisti, non so quanto consapevolmente, a metterci di fronte alle nostre responsabilità tirandoti fuori con il tuo atteggiamento grintoso, da quel torpore che ormai ci appartiene.
    La nostra non è una generazione da primi della classe e il tuo fiocchetto rosso appuntato lì sul grembiulino delle scuola, istiga lo scherno.
    Ho vuotato la mia bic Facci e la uso come una cerbottana mentre tu stai lì alla lavagna a tenere la tua lezioncina di storia.

  22. E allora io difendo F.F. perchè ha scritto un bel pezzo, perchè si è riferito a due articoli de Il Foglio che dovrebbero essere inseriti nei libri di storia, perchè ha parlato di un periodo storico i cui strascichi ce li portiamo ancora dietro, perchè cara vis, se rispondi a prescindere dal contenuto fai una pessima figura e perdonami, ma ‘sticazzi della tua generazione, se rispondi con gli insulti ti li prendi pure, hai perso una buona occasione per dire la tua.

  23. Veramente ho colto un’ottima occasione per dire la mia e infatti l’ho detta.
    Veramente ho premesso fin dal mio primo intervento che Facci scrive sempre cose interessanti.
    Veramente non ho mai insultato il Facci e non ne sono stata insultata.
    Veramente non hai capito proprio un bel niente.

  24. Ti ho “insultato” io, se non te ne sei accorta.
    La tua l’hai detta in funzione di Facci in quanto personaggio, invece hai perso un’occasione per dire la tua sul contenuto dell’articolo, come sto facendo io rispondendoti. Leggi e leggiti meglio next time.

  25. Zanna io ho detto la mia sulla mia generazione ovvero sull’argomento introdotto dal Facci che appartenendo anche lui alla mia generazione (anche se più giovane) parla indirettamente anche di se.
    Non è che siamo a scuola e si rischia il fuori tema di una maestra ottusa se per affrontare il tema si passa un attimo dal proprio vissuto, magari concentrarsi sui contenuti piuttosto che sulla maestra, può essere un buon modo per affrontare un percorso didattico soddisfaciente.

    Comunque la tua l’hai detta, ora se la Maestra Facci rientra in classe, si accorgerà di quanto sei stato solerte nel difenderlo da quella discola in ultima fila che gli tira pezzettini di carta con la cerbottana.

    Anche sulle offese puoi fare di meglio, con quel panegirico di lodi per il Facci, che mi volevi dire?

  26. Credo che ci sia un fraintendimento: l’articolo di Facci non parla astrattamente di generazioni, ma di giornalisti. Non parla di noi. Per dirla in altra maniera , io, che faccio l’ingegnere e ho un anno più di FF, non sto tra Mieli e Diaco, che sono giornalisti (beh, oddio, chiamare Diaco giornalista… vabbè). FF commenta una cosa che è sotto gli occhi di tutti, l’occupazione del potere mediatico degli ex 68ini. I giornalisti sessantottini, tra l’altro hanno pure la pretesa di pensare di essere stati l’unica espressione di quel tempo. Come se LC o potop fossero l’espressione più genuina dell’Italia. Ma chi l’ha detto? Loro, i giornalisti di potop e lc che ora sono direttori di giornali e televisioni. FF quando reclama pari opportunità per la sua generazione, lo fa per se stesso e per i suoi colleghi giornalisti, mica per me per VIS o Zanna.
    Un’altro errore nel quale si cade frequentemente è considerare la propria esperienza personale – amici compresi – come indicativa di qualcosa di universale. Uno delle più brutte canzoni di Gaber si intitola “la mia generazione ha perso”. Gaber, che era uomo di grande intelligenza e sensibilità, confonde la propria disillusione con una sconfitta generazionale che non c’è mai stata.

  27. Giovanni, il mio primo intervento sul post del Facci era un’amara riflessione personale su alcune sconfitte che io vivo come significative della mia generazione.
    Poco attinente al post del Facci ma comunque scaturite da quello.
    Poi il Facci interviene esortandomi con i suoi sistemi piuttosto rozzi a parlare dei miei reggiseni e dei miei cani:
    “Vis? Falla. Parlaci dei tuoi reggiseni e dei tuoi cani, spiegaci per quale ragione – anche legittima – posano esser divenuti l’orizzonte civile appunto di una cazzo di generazione: ciascuno coi reggiseni e i cani suoi. In alternativa – perdonami – statti zitta e porta pazienza, che per chattare basta saltare al post successivo.”
    Non so quanto le sue esortazioni fossero dettate da un sincero interesse, ma io l’ho fatto perchè lo stesso tema può essere affrontato da diversi punti di vista e io ho scelto il mio.

  28. VIS, questo l’ho capito. Ugualmente “rivendico” (tanto per restare in tema) l’autonomia della mia esistenza e di quella di quanti ho conosciuto rispetto alla battaglia di potere tra i giornalisti. Di più: credo che buona parte di loro, forse le firme più celebri, quelle di maggior successo, siano completamente incapaci di raccontare alcunchè della loro generazione, assorbiti come erano e sono nella gestione del proprio potere. Quando dico che Casarin sarà il prossimo perfetto quadro di Forza Italia (mettici il partito che vuoi, io punto su questo) è perchè quando ho letto quel che scrive non solo non ho capito un cazzo, ma perchè, come allora, parla di se e del proprio potere. Il 68 è stato per una parte della borghesia italiana un’ottima palestra politica. Oggi giovani giornalisti e giovani parlamentari vorrebbero che questa gente si facesse da parte. Francamente, per l’opinione che ho della stragrande maggioranza dei giornalisti italiani, me ne infischio. Ferrara, detto tra di noi, non vale un cazzo e con lui Rossella, Marcenaro, Battista e Mieli.

  29. Si riparla di 68 e di anni 70, di meglio e peggio gioventù, ma com’è che nessuno si interroga sul fatto che in quello spezzone di generazione, così motivato sul sociale e nell’impegno politico, solo poche mosche bianche siano state “sdoganate” a sinistra nel mentre, a destra, gli iscritti del Fuan fanno i ministri e, faccio un esempio personale, uno di questi, che negli anni 70 insieme a due suoi compari me le suonò all’ora di ricreazione, ora fa l’assessore regionale al Turismo?
    Il mondo non va con i “se”, però credo che in quella gioventù, sia a destra che a sinistra, ci fossero, con tutti i limiti dell’ideologia, anche dei buoni e motivati quadri capaci di amministrare, ivi compreso il mio assessore sia chiaro.
    Qualche risposta sul perché la nemesi sia avvenuta solo a favore della gioventù di destra arricchirebbe il dibattito.

  30. Per Vitale: solo poche mosche bianche sono state sdoganate a sinistra, dici? Ma che, sei impazzito? Ma dove vivi?
    Per Giovanni: non è assolutamente vero che quanto ho scritto sia solo rappresentativo di un mondo di giornalisti. Quello è un altro discorso. Il vacare della mia generazione (dio come odio quest’espressione) è percepibile in chiunque sia quantomeno classe minimamente informata, parte prevalente del tessuto che economicamente questo paese lo tiene in piedi e tuttavia se ne disinteressa: se non ostentando un neo-qualunquismo bipolare orribilmente privo di sfumature, una generazione (rieccoci) che prima del ’68 pensava che la politica fosse una cosa sporca e che ora più semplicemente che sia una cosa altra, che non lo riguardi veramente. Nello specifico io sto a casa mia, frequento pochissimo o per nulla giornalisti, e il mio presumere di conoscere assai meglio le persone “normali” rispetto ai giornalisti mi isola assai di più tra i giornalisti che non tra le persone “normali”. Passserei tutti i pranzi della mia vita, per dire, con qualche amico del Foglio, ma guai a uscirci a cena o – prospettiva da incubo – passarci una vacanza. Preferisco il mondo alla sua mediatica e sfalsata rappresentazione.

  31. stavo ripensando alla faccenda della sobrietà del linguaggio, estranea ai “tanti reduci che da una vita scrivono ed elaborano”. forse più che scrivere ed elaborare è il rimuginare troppo che fa perdere di vista il nocciolo della questione, e, quindi, la sobrietà del racconto. magari, se avessero perso meno tempo a rimuginare sul loro passato tentando di giustificare la loro condizione di ex-qualcosa, forse anche la loro prosa risulterebbe più sobria. ma, forse, ipotizzando un distacco obiettivo da parte degli ex-qualcosa, entriamo nell’ambito della fantascienza…probabilmente è proprio il loro auto-categorizzarsi (sessantottini prima, ex-sessantottini poi, eccetera) che li fa impantanare in una lettura storica da cui escono solo con il revisionismo storico, o, in alternativa, facendo finta che basti aggiungere un “ex-” e tirare avanti facendo un po’ come se non fosse successo niente.

    vis – “Si sono scordati di insegnarci a sognare e quando è arrivato il nostro turno per costruire un presente, non avevamo niente su cui costruire.”: scusami, ma non ci credo. nessuno “insegna” a sognare, o, se proprio hai bisogno di qualcuno che te lo insegni, non necessariamente devono essere quelli della generazione immediatamente precedente alla tua. penso non si possa riversare su una fantomatica inedia generazionale la colpa dei travasi di bile dei quarantenni invidiosi dei “successi professionali altrui”. oltretutto proprio quello che dici è un controsenso: se un quarantenne, o un trentenne, o quello che ti pare, prova invidia per i successi di un altro quarantenne o trentenne o quello che è, vuol dire che comunque esistono sono i quarantenni e i trentenni eccetera che hanno saputo sognare e costruire qualcosa e nei confronti dei quali si può provare invidia, quindi non facciamone una questione generazionale, per favore. è piuttosto una questione di reazione personale ai successi altrui – che ti devo dire, ad esempio in me non scatta l’invidia rosicona, semmai scatta il tentativo di emulazione e superamento. poi, se ci riesco o meno è un altro discorso, ma almeno ci provo, non rimango lì a rosicare e basta.

    > non sono proprio tutti deficienti

    grazie.

    > Io mi sono spostato, ma voi non volete vedere il film.

    ma no, è solo che “shining” l’hanno già visto tutti, jack.

  32. Giorgia, non ho parlato di invidia, per noi accidiosi l’invidia è un sentimento troppo faticoso che richiede troppe energie.
    Parlavo del disincanto della mia generazione compressa tra ideali che non ci appartengono.

  33. > per noi accidiosi l’invidia è un sentimento troppo faticoso che richiede troppe energie.

    benissimo, ma allora per il fatto che “i successi professionali altrui ci creano quel lieve disagio” (e perdonami se ho tradotto ciò con “invidia”) da’ la colpa alla tua pigrizia, non al fatto che fai parte della generazione (vabbè) dei quarantenni o quello che è. insomma, l’età in questo caso non c’entra niente.

  34. > questione di punti di vista.

    ambè, certo, ci mancherebbe altro – si chiamano “commenti” mica per niente…

  35. che c’entra rossella marcenaro in questo contesto??
    Avete fatto un errore di pubblicazione

    da Rossella Marcenaro

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