Cinque anni, signora mia

Tanto per abbaiareEh già. ‘Sta roba che state leggendo vi perseguita ormai da cinque anni. Dice che è giornalismo. Ma esiste ancora, il giornalismo? E chi lo fa? E l’internet? E noialtri? Chi siamo, da dove veniamo, qual è il nostro posto nell’universo? (Quarantadue, avrebbe detto Gianluca…)

• Ehi. Con oggi fanno cinque anni, che ci sentiamo. Cinque anni sono una cosa seria, quasi come Avvenimenti o i Siciliani. Dico quasi perché io in realtà sono abituato – la cosa in cui credo più profondamente – a non lavorare da solo. Un giornale è un’opera collettiva. Da solo puoi fare un romanzo, un’opera d’arte, una cosa da scrittore – non giornalismo e non un giornale (per noi giornalisti, gli scrittori sono più che altro dei fighetti simpatici, degli intel-sorriso-let-tua-li. Non dei marinai e macchinisti come noialtri. D’altronde gli ingegneri disprezzano un po’ gli architetti e quelli della fanteria i cavalieri: è sempre stato così. Parentesi chiusa).

Mi sono sentito autorizzato a fare questa cosa da solo semplicemente perché non avevo alternative. Ti tagliano fuori da tutto, tu ti senti più giornalista di prima e allora, alla faccia di tutto!, scrivi. Ma è cominciata così, come una testimonianza. Non è stato uno scandalo per nessuno, quando mi hanno imbavagliato. Non per il mio sindacato, non per i giornali di sinistra, non per i colleghi. Ho voluto dimostrare che continuavo ad esserci. In siciliano, si dice “nun dari saziu”.

Ma così sarebbe andata avanti un paio di mesi. In realtà, dai due mesi in poi, non sono stato solo. C’è quello che ti scrive, che ti rimanda la palla. C’è quello che si organizza, da duro “tecnico”, e ti sviluppa il software apposta (senza shining vi mancherebbero quattro anni e otto mesi della catena) per farti circolare. C’è quello che ti ospita per stanotte o per una settimana o che ti presta il computer o ti procura il collegamento. C’è quello che diventa la tua famiglia – in tutti i sensi – addirittura per anni. Tutte questi miei amici sono qua dentro, nessuno escluso. Sono stati quasi tutti indispensabili, non so se a permettermi di scrivere o di scrivere così o semplicemente di vivere e basta. Comunque ci sono, e questo è tutto.

Così, la redazione-corporation-struttura della Catena in realtà è stata qualcosa di gigantesco. Alla fine, semplicemente alla fine, la palla arrivava qui e io la giocavo. Niente da paragonare con le modeste risorse di Repubblica o del Corriere. A me hanno dato le risorse per fare giornalismo nuovo a livello adeguato. Magari io non le ho sapute utilizzare bene. Ma le risorse c’erano, ci sono ancora, ci sono oggi per me e sempre più ci saranno – per chi proverà in avvenire – al momento giusto.


Ci sono moltissimi bravi colleghi “dilettanti” in giro. Nel senso che si dilettano a fare il loro mestiere, lo fanno con affetto e bene e scrivono e mandano in onda delle bellissime cose. Non c’è però più nessun giornale professionale, né c’è più alcuna televisione. Io conosco colleghi bravissimi, capaci di andare all’inferno e ritorno per misurarne l’esatta temperatura. Ma non hanno giornali su cui scriver, o televisioni da cui trasmettere. O meglio: i giornali e le tivvù ci sono, e pubblicano i loro pezzi (beh, diciamo: di solito) senza molta censura. Ma sono inattendibili in sè, in quanto contenitori, per cui le verità faticosamente acquisite finiscono mescolate con tutte le altre nel mare del news-enterteinment generale.


Non so: se oggi fa caldo a Catania, e Repubblica scrive “oggi a Catania trenta gradi”, la notizia tecnicamente è vera. Però io, alla parola di Repubblica, mica ci credo. Perché so benissimo quanti e quali interessi il gruppo editoriale di Repubblica abbia a Catania, e con chi. Trenta gradi a Catania! Può essere che Ciancio abbia messo su una fabbrica di ventilatori, e che Caracciolo ci stia al venticinque per cento. Per cui: cittadini, fa caldo. Oppure può essere che faccia caldo davvero, e che però il gruppo rivale abbia una fabbrica di caminetti. Perciò quelli diffondono che a Catania fa freddo per fregare loro, e questi si affrettano a dire (magari giustamente) che fa caldo, ma sempre per i loro sporchi interessi.

A chi posso credere? L’unica è prendere il telefono e telefonare. “Lucio! Che tempo fa, a Catania? Ah! Bene! Però… senti… sei sicuro che non sta nevicando, ora? No, non sto male… era così per sapere, sai, alle volte…”.

Insomma, sul circuito ufficiale – sui media, anzi, mi voglio rovinare sui midia – può arrivarti, e frequentemente ti arriva, una verità. Ma non le verità. Una verità mescolata, che certo esiste ma che purtroppo, in mezzo al mare delle non-verità, non sai quale sia. Forse esiste ancora il giornalismo, e quasi sicuramente i giornalisti ci sono ancora. I giornali, sono quelli che non esistono più.


Quello che stai leggendo, tecnicamente, è un giornale. Non ti formalizzare, adesso, perché non vedi le foto e i titoli e la testata. Voglio vedere se ti capitava davanti la e-zine di Addison. Un giornale è semplicemente una cosa abbastanza credibile da poter comunicare dei contenuti senza che su di essi prevalgano – nella mente del lettore – dei filtri esterni. Magari in realtà io sono pagato dal sultano del Brunei per fargli propaganda. Ma tu non lo sai – o meglio, non è che non lo sai, è che non ti sembra probabile. Perché? Perché io sono simpatico. E perché? Non ne hai idea. E nemmeno io. Però per conquistarci questa “simpatia” (ai dibattiti, per farci belli, la chiamiamo credibilità, autorevolezza, rapporto di fiducia col lettore: ma sempre una faccenda emotiva) noi giornalisti ci facciamo un mazzo così da duecento anni.

E perché non ti stanno simpatici (cioè perché non credi alla loro neutralità) Repubblica o Canale Cinque o il Corriere? Perché ti accorgi che lì, il complesso del prodotto, non lo gestiscono affatto dei giornalisti ma dei manager. I quali, bravissime persone da ogni punto di vista, hanno tuttavia degli interessi fisiologici che non coincidono affatto col tuo interessa all’informazione. Capisci che non stai leggendo affatto il Corriere ma l’azienda editoriale (e anche non-editoriale) Rcs, la quale per avventura ti si materializza sotto forma di “giornale” ma è sempre e inequivocabilmente un’azienda.


Va bene. Come faresti un giornale allora, tu che sei tanto bravo?
Lo farei giornale. Vale a dire, ci metterei tanta carta quanta ne possano pagare i lettori e non di più. Magari con un venticinque per cento di pubblicità. Così sarebbero i lettori a pagarmi, a comprarmi, a leggermi e infine a valutarmi. Risponderei a loro, sarei dunque un prodotto di mercato: se non funziona, via. Se funziona, avanti.

Ma così ti verrebbe un giornale di otto pagine!
Sissignore. I giornali sono di quattro, otto o al massimo sedici pagine. Di più, saranno magari bellissimi ma sono – sul piano dell’economia strutturale – un’altra cosa. Alla fine, sei costretto ad accluderci un “omaggio” -che però costa più del giornale. Non vendi il giornale con l’oggetto accluso, vendi l’oggetto con accluso un giornale. Ma come puoi pretendere di essere credibile, a questo punto? Nessun venditore di accendisigari, ombrelli, strumenti musicali, enciclopedie, ha mai preteso di essere credibile di per sè. L’unico modo di essere credibili è di vendere notizie, verificabili e con un valore proprio. Ma oggi, notizie e basta non ne può vendere, per elefantiasi, più nessuno.


In America, “la grande informazione è schierata per Kerry. O per Bush. Fa lo stesso. Non è più un fatto determinante. In America (come dappertutto) la grande informazione è voltata, semplicemente, dall’altra parte. Con l’unica eccezione delle tribune politiche vere e proprie, l’unico media che sta concretamente influendo (in bene o in male) sulle elezioni sembra essere il cinema. Ieri Cronkite, l’altro ieri Pulitzer. Oggi Moore. E, naturalmente, l’internet.

Lo scandalo Parmalat – che non è stato una patologia, uno scandalo, ma un comparto significativo dell’economia italiana – ha attraversato cinque diversi governi, è durato più di dieci anni ed era da un punto di vista cronistico-investigativo abbastanza facile da scoprire. Eppure, non l’ha scoperto nessuno. Tutti complici? No. E’ che il giornalismo economico – in questo caso – è ormai tanto embedded da non essere più significativo come giornalismo.

Il giornalismo più popolare, e anche forse il migliore qualitativamente, in Italia è quello sportivo. Nel calcio non è avvenuto qualche scandalo. A un certo punto, semplicemente, s’è scoperto che i campionati di serie A e B sono, semplicemente, una pastetta. Roba da assalto ai forni, in Italia, molto più che Mani Pulite. Non è successo niente. Il giornalismo sportivo, compatto, ha semplicemente deciso d’ignorare l’accaduto. Imperturbabilmente, parla con tutta serietà di campionati e di partite. Corrotti? No. Semplicemente, dipendenti da un’industria in cui l’enterteinment, il gioco, è ormai molto più importante – e redditizio – dell’informazione. Per cui, facciamo finta che il campionato di calcio esista ancora, che le società servano a gestire le squadre di calcio, e così via.


Le torture in Iraq, non le ha affatto tirate fuori la Cnn. Sono venute a galla grazie ai videofonini dei semplici soldati. Il dibattito politico, negli Stati Uniti, ormai è quasi interamente sull’internet. Fuori dall’internet ci sono pastoni sui quotidiani, più o meno del livello del Resto del Carlino: le guerre di civiltà e i signora mia. I dati, le analisi serie, ormai i professionisti le cercano sui siti.

Su Business Week, e più parzialmente sul WSJ, è uscita una notizia enorme – per l’Italia – che è la seguente: una delle principali famiglie dell’imprenditoria collusa siciliana anni Ottanta – la Famiglia Rendo – si è trasferita armi e bagagli in America, si è riciclata in qualche modo e adesso è fra le imprese di fiducia della Presidenza. Tanto che, al momento di assegnare la vigilanza e sicurezza dei venti principali aeroporti americani, la scelta è caduta (autoritariamente, in base al Patriot Act) su di essa.
Perché questa notizia in Italia è stata data solo qui, sulla Catena? Perché non è stata la cover dell’Espresso, la prima pagina del Corriere? Corruzione? No. Poco giornalismo.

Va bene. Adesso ci spiega che c’entrano tutte queste nobili cose con queste quattro righe che stiamo leggendo?
Come no. Queste quattro righe sono uno degli ultimi prodotti giornalistici rimasti in Italia. Dico questo perché oggi mi sento particolarmente umile e modesto, e ho il senso dei miei limiti. Il mio, è ancora vecchio giornalismo, perché ho cinquant’anni. Non sono Gutenberg, io: sono solo un vecchio amanuense che ogni tanto ricalca i caratteri, che non crede più nelle miniature dorate e così via. Ma sempre a mano scrivo. Se invece di cinquant’anni ne avessi trenta, allora questa non sarebbe più una disperata difesa del vecchio giornalismo: sarebbe un primo passo, un passo rozzo ed esile ma un passo, verso il giornalismo nuovo.
Questo però tocca a voi.

Nocera Gigi wrote:

Egregio R., ti posso dare un consiglio? La tua Catena è troppo lunga: le prime righe interessano e si leggono bene, poi ci si stufa. Quindi taglia e non farla troppo lunga.

Toti D. wrote:

E’ da tempo che non leggo qui notizie su Catania (appalti, Scapagnini, Bianco, mafia, prossime elezioni). Perchè?

AntonellaConsoli wrote:

Cipressando

Inutili le frasi,
altissimo il cipresso.
Ondeggiando scommette sulle stelle.
È ancora molto lontana la primavera.

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