Esistono vari motivi per cui una persona può confessare qualcosa. Il mio è che il segreto non è affatto in mani sicure: dei fatti che vado a raccontarvi è a conoscenza una persona cui devo ancora inviare il DVD della puntata del Jay Leno registrata al Central Perk con tutti gli attori di Friends come ospiti e che, non vedendolo arrivare, potrebbe optare per la rappresaglia. Prevenzione, in pratica.
Ebbene, giungo al dunque e inizio col meno peggio: io odio i villaggi turistici. Li odio per una ragione: che ci sono gli animatori. Più che gli animatori dei villaggi turistici odio solo i commessi, quelli che ti chiedono “Desidera?” (certo che desidero qualcosa, testa di cazzo: sono entrato, un motivo devo pur avercelo).
Orbene, si dà il caso – anche se probabilmente lo saprete già, dal momento che ne ho accennato qualche tempo fa – che nelle immediate vicinanze del luogo un tempo pacifico e quasi irraggiungibile presso cui trascorro le vacanze sia nato un villaggio turistico. Di quelli con gli animatori. Di quelli che alle nove del mattino pompano “le sigle”: roba molto Club Med tipo “Follow the leada” o altre puttanate latine con dentro la parola “Fiesta”. Di quelli con il braccialetto d’ordinanza, i corsi di spinning, il risveglio muscolare, la ginnastica acquatica, le gare di canoa, di tiro con l’arco e di windsurf. Di quelli, insomma.

Col tempo ho imparato prima a sopportare poi addirittura ad apprezzare questa vicinanza, e ho scoperto che gli animatori sono in fondo dei poveracci sottopagati che si fanno un mazzo tanto dalle sette del mattino alle due di notte per sollazzare annoiati vacanzieri nordici e con prole dal pannolino smerdato a carico (al primo che mi parla di crescita zero lo strozzo con un Pampers: mai visti tanti neonati tutti assieme; il futuro del turismo di massa sta nella mente di chi creerà una catena chiamata “Villaggi Erode”) che nemmeno si accorgono che l’attenzione che viene loro dedicata, tutta quella simpatia e quei sorrisi a palate, sono finti. Sono a pagamento. Sono una meritatissima presa per i fondelli.
Dicevo, insomma, che ho imparato ad apprezzare la vicinanza del villaggio vacanze: in fondo è comodo avere a 50 metri un tabaccaio, una piscina, un minimarket, un ristorante e un bar dove portare sul tardi gli amici che ti vengono a trovare per andare a bere qualcosa quando, prima, il primo esercizio commerciale era a tre chilometri di distanza. Dopo una strada sterrata. E non era nemmeno detto che fosse aperto.
Vengo al dunque e alla prima ammissione: sollecitato dalla quasi noveenne a carico e dalla di lei madre che si erano iscritte ad una squadra partecipante alle olimpiadi del villaggio, ho scritto un testo comico per uno sketch che è stato recitato nel corso dello show della serata finale. Considerando l’audience media, ho utilizzato il più trito dei canovacci e i più insopportabili luoghi comuni. E’ piaciuto. Alcuni degli animatori l’hanno fotocopiato per usarlo in altri villaggi, i prossimi anni. Per questo, come protagonista, ho messo il nome di una persona che mi sta sulle palle.
In ogni caso siamo arrivati secondi: il canovaccio e i luoghi comuni di quelli che sono arrivati primi erano ancora più triti e insopportabili. E Battisti (quello che se ne è già andato, non quello che non torna) mi perdonerà se ho usato come spunto “Pensieri e Parole”.
Ora viene il peggio: qualche giorno dopo, pregato da un’animatrice cui era stato consigliato di non perdersi la scena, ho partecipato – fuori gara, sia chiaro, a premiazioni fatte e quando la maggior parte della gente se ne era già andata – al Karaoke. Credo ci siano in giro anche delle foto che testimoniano la cosa. Comunque: ho cantato “Autogrill”. Io avevo proposto “Io vagabondo”: mica per altro, solo mi sembrava facesse più karaoke, ma il tastierista si era stufato di suonarla e ha fatto partire a tradimento una tra le mie canzoni preferite.
Mi conforta solo un fatto: si narra che qualche anno fa, in un bar di Alassio, Francesco Guccini, implorato dalla figlia allora ancora minorenne, sia stato costretto ad intonare in pubblico, tutta intera, “Pensiero” dei Pooh.
Ecco, sto meglio. Mi sono tolto un peso.