La foto di una generazione

Tanto per abbaiareCome Falcone e Borsellino dieci anni fa, così le volontarie pacifiste di oggi rappresentano in un certo senso l’ideale di una generazione. Non è vero che il mondo stia fermo. Il senso comune cambia e cambiano – sempre più umanamente – le persone


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• La foto delle due ragazze – un primissimo piano dei due visi, uno verso l’altro, due sorrisi – ricalca esattamente quella famosa di Falcone e Borsellino. E, come quella, è ormai un’icona popolare: le facce normali, l’ironia, l’amicizia, l’essere in due – tutto parla esattamente come allora. Nel caso dei due amici giudici, c’era la maturità di due quarantenni, due uomini come da ragazzi si vorrebbe diventare. Sconfitti sul piano immediato (tradita l’antimafia, rinvigliacchito il popolo siciliano) essi però vinsero sul piano della storia profonda. Tutta una generazione, in un certo senso, si formò su quella foto; se non tutta, nella sua parte egemone e civile. Molti trentenni che oggi s’incontrano nei movimenti, nella società civile o semplicemente nelle professioni, *sono* Falcone e Borsellino; non sarebbero mai nati, senza quella foto. E questo fu il punto d’arrivo di dieci anni, dall’83 in poi, in cui da una società apparentemente normalizzata e rifluita sgorgò improvvisamente il movimento antimafia, la prima contestazione civile di massa dopo il Sessantotto.

Così, questa foto tranquilla, di due ragazze qualunque – bisogna leggere la didascalia per sapere di che si tratta – è in realtà il punto di coagulo di un processo lungo e profondo. Come il “common sense” antimafioso, anche il pacifismo di ora non è affatto improvvisato. Comprende valori antichi, a volte contadini (Placido Rizzotto, don Milani) e trend postmoderni, da seconda urbanizzazione e nuova borghesia. Si traduce alla fine in visi comunissimi, “banali”, in cui la medietà delle emozioni è però a un livello alto e nuovo, e segna uno spartiacque fra il dopo e il prima. La pace, ma anche la novità delle donne che hanno completato il percorso e sono a pieno titolo in prima fila. Rassicuranti e solide, persone da imitare e seguire, esattamente come i due quarantenni coi baffi della generazione prima.

Io ho incontrato Falcone e Borsellino parecchie volte, in questi anni. In Veneto, in Sicilia, a Bologna, a Roma – quanti giovani uomini ho visto che lo erano, senza saperlo. E chi è più fresco di me e ha gli occhi aperti ora non avrà difficoltà a riconoscere, io penso, le centinaia di Simone di ogni giorno. Il mondo cambia, gli esseri umani cambiano, cambia l’approccio umano e, per quanto insolente e incredibile possa sembrare dirlo qui e ora, cambiano complessivamente e alla lunga avanti e in meglio.


Gheddafi è diventato democratico e questa, naturalmente, è una gran bella notizia. Ci aiuterà a fermare gli emigranti, rifinanzierà la Juventus, verrà alle feste dei Vip in Costa Smeralda: s’è civilizzato, insomma. Personalmente, ho sempre pensato che Gheddafi, più che un tiranno fanatico, sia sempre stato un capopopolo goffo e un po’ cialtrone. Ai primi degli anni Ottanta, la Sicilia era piena di emissari libici che offrivano largamente denari a chiunque volesse parlar bene di lui sui giornali. A noi dei Siciliani offrirono cento milioni, in cambio di un’articolessa sulla bonifica del deserto sirtico o qualcosa del genere. L’emissario, che era un giornalista catanese, fu sdegnosamente respinto. Devo ammettere tuttavia che a volte, quando non c’erano i soldi neanche per le fotocopie, ci rinfacciavamo a vicenda di non aver accettato tutti quei bei denari.

Un giorno, dall’emissario catanese di Gheddafi, si presenta un altro giornalista catanese. Ma non come giornalista, in questo caso, bensì come capo di un movimento rivoluzionario siciliano, volto a liberare con le armi il generoso popolo di Sicilia dall’okkupazione italiana e a far riprendere all’isola il suo giusto posto fra i popoli del Mediterraneo. Purtroppo, le contingenze storiche non permettevano l’immediata realizzazione dell’obiettivo. Nell’attesa, i patrioti siciliani – frementi di sdegno rivoluzionario e ma non privi di disciplina – intendevano offrire il loro braccio a pro’ di un popolo oppresso, uno qualunque: i libici, i palestinesi, chiunque. Si sarebbe formata una Brigata Siciliana all’estero e il mondo avrebbe veduto quanto valesse il coraggio siculo. D’altronde, è quanto avevano fatto Santorre di Santarosa, Lord Byron e lo stesso Garibaldi, valorosi combattenti per la libertà dei popoli che non s’erano lasciati smontare da qualche difficoltà materiale.

A questo punto, il nostro rivoluzionario tira fuori un fascio di fotografie, in cui si vedono due dozzine di giovanotti, la maggior parte in mimetica e qualcuno senza, che sgambettano su e giù per le sciare (le colline laviche), con grinte militaresche ma ahimè senz’armi. Questo era il nucleo della Prima Brigata, uomini scelti, pronti a combattere e a morire ovunque. Purtroppo, per le armi mancavano i soldi. Certo il governo libico, l’amico dei popoli, il colonello… Dopo un paio d’incontri, i libici (altri emissari, giunti appositamente da Tripoli) stanziarono un po’ di dollari, che consegnarono fiduciosamente al nostro. “Ci rivediamo in Palestina!”.

Il catanese partì invece per Parigi, dove si dette alla bella vita. Al sesto mese, tornò tranquillamente a Catania, dove nessuno – i libici men che mai – gli dette la minima noia. Al massimo, quando ogni tanto s’incontravano in qualche occasione mondana, l’agente di Gheddafi lo fissava, senza salutarlo, con malinconia.

Cultura. Catania. Presentato il libro di Salvo Barbagallo “L’avvenire che non venne. Una storia di Sicilia dall’avvento del fascismo sino agli impenetrabili misteri dei giorni nostri”. Hanno a presenziato il presidente della provincia Raffaele Lombardo ed altri rappresentanti delle Istituzioni. Intervenuti giornalisti avvocati e intellettuali. L’autore, vent’anni fa, era stato chiamato in causa da un pentito nell’ambito dei background dell’omicidio Fava ma scagionato insieme ad altri giornalisti ed editori, tutti indagati per favoreggiamenti, violazioni del segreto istruttorio ecc.

Sicilia. Ondata di intimidazioni e minacce contro numerosi amministratori di centrosinistra (Crocetta a Gela, Scala ad Alcamo, Merlino e Giunta a Termini, Di Girolamo ad Altofonte, Fricano a Bagheria) colpevoli a vario titolo di attività antimafiosa. Dei leader nazionali, l’unico a segnalare la gravità del fatto è stato l’antipatico D’Alema. La vicenda viene peraltro seguita con attenzione dai vertici governativi, fra cui si diffonde la preoccupazione di una possibile revoca del patto fra Mafia e Stato con cui la prima si impegnava a non commettere più stragi eccessivamente sanguinose e il secondo a concederle un congruo numero di attività economiche sul territorio.

Ordine. Milano. Non sono stati nemmeno interrogati i quattromila e duecento tranvieri condannati in massa per gli scioperi dell’anno scorso. Il motivo del mancato interrogatorio consiste nella perdita di tempo che, il numero degli interrogandi avrebbe causato all’amministrazione della giustizia. E’ stato pertanto deciso di condannarli collettivamente e per decreto. L’ultimo precedente analogo risale al tribunale istituito per ragioni analoghe, sempre a Milano, dal generale Beccaris nel 1898. Stavolta tuttavia non è stata comminata alcuna fucilazione e agli scioperanti è stata lasciata la scelta fra il carcere e una forte multa.

Cronaca. Roma. Carabinieri a scuola (alla media Rossini al Casilino) per identificare i professori che hanno aderito a uno sciopero.

Cronaca. Palermo. Rapina al Banco di Sicilia di via Dante. I rapinatori, arrestati subito dopo, avevano sedici e diciassette anni. “Ci servivano – hanno dichiarato – i soldi per comprarci le scarpe firmate”.

Cronaca (banale). Agrigento. Cadavere rinvenuto fra gli scogli a Capo Russello. Si ritiene trattarsi di emigrante morto durante la traversata clandestina.

Toti O’Brien wrote:

Mi è piaciuta la definizione del “re buono” come forma “incivile” di coscienza politica. Come incoscienza politica. Sento molto questo concetto, in questo momento, rispetto alla disastrosa attitudine degli americani, in genere convinti dell'”Abba” (Anithing But Bush Again), come più audace forma di cambiamento possibile. I Democratici non sono mai sembrati tanto identici ai Repubblicani. La conversione democratica di alcune fasce medioborghesi riflette la delusione per il re poco riuscito, il desiderio di dare la chance a un campione meno deludente. Null’altro. Per fortuna, c’è il successo di Arundhati Roy, nel suo discorso a S.Francisco, trasmesso e diffuso da Democracy Now (una trasmissione radiofonica che presta voce anche a chi non la dovrebbe avere). In quel discorso, A.R ha detto chiaramente che gli americani potrebbero votare tanto George Kush che John Berry, perché i due sono intercambiabili. Qualcheduno ha capito. I democratici, sono coloro che credono alle guerre giuste e necessarie, i repubblicani, quelli che sprecano vite in guerre sbagliate. E’ un po’ come giocare più o meno abilmente allo stesso gioco. E’ importantissimo in questo momento guardarsi intorno per scoprire chi sono gli americani che non voteranno per nessuno, e che hanno applaudito Arundhati Roy, perché sono numerosi, e in essi risiede l’unica speranza di crescita di questa disastrata nazione, credo.

Alessandro wrote:

Ma perché ci sono decine di migliaia di docenti disoccupati, e CONTEMPORANEAMENTE licenziano gli insegnanti di sostegno? Perché coi soldi dei “buoni scuola”, finiti nelle tasche dei ricchi, non hanno pagato invece gli insegnanti di sostegno? O la ristrutturazione dei due terzi degli edifici scolastici pubblici non agibili? Perché hanno diminuito le ore di tempo pieno – non sono più obbligatorie, ma “solo se ci sono i fondi”? Perché un ragazzo di prima media spende 280 euri di libri? Non era gratuita la scuola dell’obbligo? Perché volete crescere una generazione di ignoranti?

Mauro wrote:

Pubblicità Regresso. Fra le tante: sulla facciata del bellissimo convento di Trinità dei Monti (in restauro) una gigantografia di Gandhi con una scritta “ogni messaggio deve essere un messaggio d’amore”. Ma è una pubblicità Telecom. E poi gli spot Lancia: possibile che per vendere qualche macchina in più si debbano dire tante idiozie? Già TUTTI gli spot di auto, telefonini e alcolici mandano messaggi chiarissimi: possederli significa essere “fichi” e rimorchiare delle donne sempre formose e mezze nude. Ma la Lancia è andata anche oltre, con quello spot sintetizza una “filosofia” per così dire neo-cartesiana: “guido ergo sum”.

Pierfrancesco wrote:

Come ogni mattina mi sono alzato alle 6:00 am per andare a lavoro. Tipico freddo, nebbia e buio londinesi. Mi metto sul treno e afferro una delle copie del tabloid gratuito che distribuiscono nei treni al mattino. In quinta pagina vedo le foto di Simona Pari e Simona Torretta. Da siciliano mi ricordo lo scalpore che fece l’omicidio di quei ragazzini uccisi dalla mafia negli anni ottanta rei di avere scippato la madre del boss dei boss e che se non sbaglio tu avevi intervistato poco prima della loro morte. Poi Cosa Nostra iniziò ad uccidere donne e bambini senza scrupoli, come Santino Di Matteo (se non erro) a Catania la cui unica colpa fu quella di essere nipote di un pentito, o come la madre e la moglie di un altro pentito. Ora anche i fondamentalisti Islamici infrangono i loro codici comportamentali uccidendo donne e bambini.

Mi chiedo che avrà di fondamentalista gente che non ha più nè fondamenti nè riferimenti sia religiosi che culturali. Una volta solo i nazi uccidevano donne e bambini così indiscriminatamente, ma loro erano cattivi e se ne vantavano pure. Poi arrivarono gli Americani (ma loro erano buoni e combattevano contro “l’evil empire” comunista), i quali andavano in giro per il mondo a combattere la loro guerra fredda alle spese di chiunque fosse contro di loro (Vietnam etc.) a prescindere da sesso ed età E poi Urss, Israele, Iraq, Iran ed infine loro i Mujahiddin, gli ultimi ma non diversi carnefici, forse anche per reazione, ma sicuramente non diversi, non diversi neanche dai marines americani responsabili delle torture ad Abu Graib.

Ore 8:00 am entro in ufficio, come ogni mattina digito il link di Repubblica e vedo che di sicuro riguardo la sorte degli ostaggi ancora non c’è nulla, Palazzo Chigi smentisce e definisce il proclama poco attendibile. A quel punto mi fermo e penso, penso a come il giornalismo sia morto, morto con la politica, con la diplomazia, con la correttezza, con l’onore, con le tradizioni, con la pietà, con la pace e con Dio…

(La vignetta è di Mauro Biani)
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3 Comments

  1. Mauro! E’ una delle piu’ belle vignette che sino ad oggi ho visto delle Tue in rete.

    E’ davvero un articolo di fondo!

    Quello che c’e’ scritto attorno, a mio giudizio, ne riduce un po’ la portata che e’ ben piu’ vasta e delicata al tempo stesso.

    Continuo ad essere un Tuo fans al 80% … malgrado qualcuna vignetta che … grrrrrrrrrrrrrrr … :)

  2. il paragone con falcone e borsellino conferma che alla fantasia umana e alla più banale retorica non c’è mai fine…
    come dice vasco…mi viene il vomito!

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