Il caso Moro /4

CAPITOLO IV

Il caso <b data-recalc-dims=Moro (di Sergio Flamigni e Michele Gambino)” align=”left” hspace=”4″ vspace=”2″ />Lunedì 3 aprile, ore 5,30

La polizia irrompe in più di duecento appartamenti di Roma abitati da giovani di estrema sinistra, 129 persone finiscono nei cellulari e poi alla Digos, 41 vengono arrestate. Tra i fermati ci sono decine di persone del tutto estranee all’area dei fiancheggiatori e simpatizzanti delle Br. Si trascura invece di approfondire un rapporto del capo della Digos che indica Valerio Morucci e Adriana Faranda, i “postini” del sequestro Moro, come appartenenti alla colonna romana delle Br.
“Il mancato seguito d’indagine sorprende per diversi motivi” scriverà la commissione d’inchiesta. Evidentemente gli inquirenti preferiscono pescare nel mucchio, alimentando tensioni e confusioni, piuttosto che seguire le piste più concrete.

Ore 12

Al Viminale il comitato tecnico operativo si riunisce per fare il punto della situazione. E’ l’ultima seduta della quale sono disponibili i verbali. Di tutto quello che verrà detto nelle riunioni successive la commissione parlamentare d’inchiesta e i magistrati non sono mai stati informati. Uno dei partecipanti, il senatore Mazzola, ha però affermato che i verbali venivano redatti. L’onorevole Lettieri, che in qualità di sottosegretario partecipò a quasi tutte le riunioni, ha fatto anche il nome del funzionario incaricato di verbalizzare, tale Pellizzi.

Martedì 4 aprile, ore 10

Mentre alla Camera Andreotti risponde a decine di interrogazioni sul sequestro Moro, arriva la notizia che le Br hanno recapitato il comunicato numero 4 e una lettera di Moro al segretario della Dc, Benigno Zaccagnini.
La strategia annunciata nel documento è quella del massimo ricorso alla violenza per provocare il massimo di reazione di annullamento degli spazi democratici.
Nella lettera a Zaccagnini, Moro chiede al suo partito di assumersi “le responsabilità che sono ad un tempo individuali e collettive”. Poi si rivolge al Pci, schierato contro ogni trattativa, il quale “non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del governo che m’ero tanto adoperato a costruire”. Come a sottolineare che la ragione del sequestro è proprio la politica d’intesa con i comunisti.


Mercoledì 5 aprile, ore 9

Un funzionario della Sip comunica alla Digos che non si è riusciti ad intercettare la telefonata al “Messaggero” con cui le Br annunziavano il comunicato numero 4. Cinque linee telefoniche erano andate in tilt proprio nel momento in cui i brigatisti telefonavano. Un episodio simile si verificò di nuovo il 2 maggio. Il comportamento della Sip durante tutto il sequestro è un altro dei punti male esplorati dalle varie inchieste succedutesi. Il dottor Domenico Spinella, capo della Digos, dichiarò in commissione di aver constatato “un atteggiamento di assoluta non collaborazione da parte della Sip, che ancora oggi dovrebbe essere perseguito dall’autorità giudiziaria”. La Sip dipendeva all’epoca dalla Stet, di cui era amministratore delegato Michele Principe, iscritto alla loggia P2.

Lunedì 10 aprile, ore 10

Con le solite telefonate ai giornali di Roma, Milano, Torino e Genova le Br rendono pubblico il comunicato numero 5. Vi si legge che l’interrogatorio del prigioniero prosegue, e si sta centrando “sulle trame sanguinarie e terroristiche che si sono dipanate nel nostro paese… L’informazione e la memoria di Aldo Moro non fanno certo difetto ora che deve rispondere davanti al tribunale del popolo mentre confermiamo che tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario che saprà utilizzarlo opportunamente, anticipando le dichiarazioni che il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale e incompleta che riguarda il terrorista di Stato Emilio Taviani.
La minaccia delle Br di utilizzare i segreti inconfessabili del potere democristiano non verrà mai mantenuta. Soltanto nell’ottobre del 1990, grazie alla scoperta degli originali del memoriale Moro, in via Montenevoso a Milano, sapremo di quali micidiali ordigni Moro aveva fornito le Br: l’esistenza di Gladio, l’ammissione dell’uso della strategia della tensione in rapporto con i servizi segreti d’oltreconfine, i giudizi pesantissimi, sia dal punto di vista umano che politico, su Andreotti e Cossiga. In quel 1978 le Br hanno in mano la santabarbara che potrebbe far esplodere il cuore segreto e inconfessabile della Dc.
“Non ci eravamo resi conto della portata di quelle rivelazioni”, dirà Prospero Gallinari, uno dei registi del sequestro. “Tale incomprensibile comportamento omissivo da parte delle Br – scrivono i giudici che hanno archiviato l’inchiesta sulla scoperta delle carte di via Montenevoso – poteva e può consentire l’ipotesi di un utilizzo delle stesse da parte di “centri” esterni, di qualsivoglia genere, operanti, se del caso, in un più ampio e composito scenario internazionale. E, evidentemente, non in sintonia con le prospettive politiche che erano proprie delle scelte di Moro.

Martedì 11 aprile, ore 8

A Torino viene ucciso dalle Br l’agente di custodia Lorenzo Cotugno, uno dei tanti ragazzi del sud sbarcati a Torino in cerca di fortuna. Ferito e arrestato il terrorista Cristoforo Piancone. I giornali pubblicano la notizia secondo cui un democristiano genovese già gambizzato dalle Br, Filippo Peschiera, sarebbe stato incaricato di avviare una trattativa con le Br. Ma si tratta probabilmente di una delle notizie false che il ministero dell’Interno divulga, seguendo le direttive del “consigliere” americano Steve Pieczenik. Scrive infatti l’esperto: “E’ importante che la stampa riceva ogni giorno un pacchetto controllato di notizie. Il governo deve esercitare un attento controllo su tutte le notizie fornite agli organi di diffusione con il preciso intento di diminuire l’intensità del “caso Moro” e di manovrare una strategia che offra al governo la massima flessibilità tattica. La strategia del temporeggiamento deve essere presentata in maniera da far ritenere che il governo ha già studiato piani alternativi di vario genere ma che la loro attuazione richiede del tempo. Ovviamente la stampa non ne sarebbe soddisfatta e sfornerebbe una serie di notizie erronee. Ciò però è sempre di gran lunga meglio che non avere il controllo delle notizie”.

Giovedì 12 aprile, ore 8

La polizia perquisisce tutte le abitazioni del numero 10 di via Bonucci, a Roma. A poche decine di metri c’è via Montalcini, dove al numero 8 c’è un covo delle Br. Forse si tratta di una delle “prigioni” di Moro.

Ore 11

Il presidente del Consiglio Andreotti riceve il procuratore capo De Matteo. Il magistrato è favorevole a mettere una taglia sulla testa dei brigatisti. Andreotti obietta che questo potrebbe mettere in pericolo la vita di Moro.

Sabato 15 aprile, ore 11

A Genova, Milano, Torino e Roma viene fatto trovare il comunicato numero 6. E’ la sentenza del “processo” popolare: Aldo Moro è colpevole e perciò viene condannato a morte”. Il resto del comunicato è un balletto di contraddizioni: “Non ci sono segreti che riguardano la Dc, non ci sono quindi clamorose rivelazioni da fare”. E subito dopo: “L’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi (nessuno si stupirà) agli altri dei partiti loro complici”.
Tutte queste informazioni, scrivono le Br, “saranno rese note attraverso la stampa e i mezzi di divulgazione clandestina, perché la stampa del regime è sempre al servizio del nemico di classe”.
In realtà la stampa clandestina non pubblicherà nulla sul processo a Moro. Per la seconda volta le Br non mantengono la promessa; la prima era stata quando avevano scritto che tutto quanto detto da Moro sarebbe stato reso noto al “popolo”.

Ore 9,25

Una telefonata anonima alla redazione del “Messaggero” annuncia che in piazza Belli ci sono due messaggi delle Br. II tecnico della Sip incaricato dell’intercettazione non riesce a stabilire da dove venga la telefonata perché la linea cade nel momento decisivo. Il giornalista del quotidiano romano che corre in piazza Belli trova una sola busta, contenente il comunicato numero 7. Vi si annuncia che Moro è stato giustiziato “mediante suicidio”, e che il corpo si trova in fondo al lago della Duchessa, nei dintorni di Rieti. In quelle stesse ore avviene la “scoperta” del covo di via Gradoli.

Ore 10

Iniziano le ricerche del cadavere di Aldo Moro tra i ghiacci del lago della Duchessa. Ma Giannino Guiso, avvocato dei brigatisti, anticipa tutti definendo il comunicato numero 7 “una provocazione del Viminale”.
Si accerterà in seguito che a scrivere quel comunicato fu Tony Chicchiarelli, un pregiudicato appartenente alla “banda della Magliana”, un gruppo di criminali comuni in contatto con elementi della P2, con gli estremisti di destra e di sinistra e con i servizi segreti. Ma chi mise in campo Chicchiarelli?
Qualcuno ha fatto notare una strana coincidenza: pochi giorni prima di quel 18 aprile l’allora magistrato Claudio Vitalone suggerì al ministro dell’Interno Cossiga “una contromossa per non lasciare i brigatisti padroni della partita”.
Cossiga approvò la proposta – racconta Vitalonee quando uscì il comunicato del lago della Duchessa io trasalii perché mi parve proprio l’applicazione tardiva del mio suggerimento, ma realizzata male perché mancava il preventivo rapporto all’autorità giudiziaria”. Fu il ministro Cossiga, da cui dipendevano i servizi segreti, a organizzare quel depistaggio? E perché l’incarico venne dato proprio a Tony Chicchiarelli, un uomo ambiguo, che sembra sapere molto sui sequestratori di Moro? In casa sua verranno trovati due spezzoni di foto scattate a Moro nella prigione brigatista. Con alcuni amici Chicchiarelli si era addirittura vantato di essere stato lui a scattare la famosa foto di Moro con un giornale in mano con un drappo delle Br sullo sfondo. E ancora: chi diede l’ordine, qualche anno dopo, di eliminare Chicchiarelli, testimone scomodo dei segreti del caso Moro?

Milano, Giovedì 20 aprile, ore 9

La colonna Br Walter Alasia uccide il maresciallo Franco De Cataldo, agente di custodia a San Vittore.

Roma, Ore 12,10

Le Br fanno ritrovare il comunicato numero 7, stavolta autentico, con una foto di Aldo Moro ritratto con in mano una copia della “Repubblica” del 19 aprile. E’ la prova che il prigioniero è vivo. Si sviluppa tra i partiti la polemica sulla “trattativa”. In realtà, si scoprirà poi, quel furioso contrasto – che divise l’opinione pubblica – coprì la sostanza vera del problema: lo Stato era o no impegnato a cercare la prigione di Moro per liberarlo?

Venerdì 21 aprile, ore 11

Al termine della riunione della segreteria, la Dc fa leggere al deputato Giuseppe Pisanu un comunicato. Il partito riafferma “la propria indefettibile fedeltà alle Stato democratico, alle sue istituzioni, alle sue leggi”. Ma ciononostante ritiene che una organizzazione come la Caritas internazionale è autorizzata ad esplorare le possibili vie di una trattativa con le Br. Vale la pena ancora una volta di rileggere i “consigli” di Pieczenik a Cossiga: “Cercare di trovare un intermediario indipendente, scelto dal governo, che agisca a nome di organismi umanitari… Egli deve esplorare altre opzioni diverse dallo scambio e cercare di guadagnare tempo. Come elemento base offrire la vita dei brigatisti in cambio di quella di Moro. Tenersi pronti a sconfessarlo”.

Ore 16

In consiglio dei ministri Cossiga informa i colleghi sugli ultimi sviluppi delle indagini: assicura la massima collaborazione di forze dell’ordine e magistratura. In realtà le indagini sono ferme al punto di partenza.

Sabato 22 aprile, ore 12,30

L'”Osservatore Romano” riporta in prima pagina una lettera del Papa alle Br. L’appello agli “uomini delle Brigate Rosse commuove gli italiani. La Dc lo accoglie con “commosso ringraziamento”. Meno commossa è la signora Eleonora Moro: il Papa, infatti, chiede la liberazione di Moro “semplicemente, senza condizioni”. Secondo i familiari del sequestrato il pontefice avrebbe voluto fare di più, ma ha subito forti pressioni in senso contrario.

Ore 22,05

Da mezz’ora la polizia ha messo sotto controllo il telefono di Don Antonello Mennini, un parroco di cui Moro si è già servito dalla prigione per recapitare lettere riservate. Al numero del prete arriva una telefonata.

Uomo – “Lello?”.
Don Mennini – “Sì”
U – “Si é fatto tutto quello che si poteva fare, cara primula rossa. Adesso è pericoloso”.

A questo punto avviene un fatto che ha dell’incredibile: l’agente che intercetta la telefonata, Giorgio Felli, si inserisce ripetendo le parole “si è fatto quello che si è potuto”.
Tanto basta perché il prete e il suo interlocutore capiscano di essere intercettati e interrompano la conversazione.
L’agente Felli spiegherà di aver commesso un errore tecnico. Ma l’apparecchio che usa, un Ghr 4000, non ha tasti che premuti per errore possano causare il pasticcio di cui Felli è stato protagonista. Inoltre Felli, nel tenere sotto controllo il telefono di don Mennini, continuerà a dimenticarsi di trascrivere i numeri telefonici dei suoi interlocutori. E ancora: dal processo sono scomparse tutte le intercettazioni dal 24 aprile al 4 maggio.
Dalle manomissioni si è invece salvata la registrazione del 9 maggio, il giorno del ritrovamento del cadavere di Moro. Un monsignore chiede di don Mennini e gli dice: “L’hanno ammazzato” e poi “ho da dirti dei segreti”. L’agente Felli ancora una volta dimentica di individuare il chiamante. E fa lo stesso il giorno dopo, quando Don Mennini parla con un altro monsignore e gli dice che si sarebbe potuto fare qualcosa perché “la segreteria sapeva di quel nome”.

Lunedì 24 aprile, ore 10

Le Br depositano con le solite modalità una lettera di Moro a Zaccagnini e il comunicato numero 8, che contiene i termini di una eventuale trattativa. E’ una lista di tredici detenuti da liberare in cambio della vita del presidente della Dc.
La lettera di Moro a Zaccagnini, dal canto suo, contiene questa frase: “Per una evidente incompatibilità chiedo che ai miei funerali non partecipino autorità dello Stato, né uomini di partito perché non degni di accompagnarmi con la loro preghiera e il loro amore”.

Martedì 25 aprile

Il settimanale “Panorama” scrive che “potenti gruppi di pressione politici, economici, militari, stanno cercando di convincere il presidente Jimmy Carter che, dopo il rapimento Moro, la situazione in Italia sta precipitando”. Tra i notabili della destra americana la rivista cita Kissinger e Michael Ledeen, uno strano personaggio che ha buoni agganci nei nostri servizi segreti piduisti e intrattiene cordiali rapporti col ministro Cossiga.

Mercoledì 26 aprile, ore 9

L’ex presidente della regione Lazio, Girolamo Mechelli, viene ferito alle gambe mentre esce da casa. Il giorno dopo a Torino toccherà a Sergio Palmieri, addetto alle relazioni sindacali della Fiat.
Iniziano i contatti tra esponenti del Psi e simpatizzanti delle Br. Viene stabilito un contatto con Valerio Morucci attraverso Franco Piperno e Lanfranco Pace. Quest’ultimo era tra le persone fermate per alcuni giorni dopo la maxi-retata del 3 aprile. Nonostante sia ufficialmente nel mirino della polizia egli sarà libero di incontrarsi a più riprese in quei giorni con Morucci e la Faranda in una Roma che sembra in stato d’assedio.

Sabato 29 aprile

Undici lettere di Aldo Moro partono dal carcere delle Br, indirizzate a uomini politici. Da una di esse prende spunto l’ennesimo “giallo” del caso Moro. Si tratta di quella indirizzata all’onorevole Dell’Andro. Attraverso canali sotterranei Moro la fa avere al solito don Mennini, accompagnandola con un biglietto che contiene meticolose e del tutto superflue indicazioni per rintracciare Dell’Andro; eccole: “On. Renato Dell’Andro: può essere all’albergo Minerva (mi pare proprio che si chiami così, proprio di fronte alla chiesa) o al ministero della Giustizia, o infine alla sede del gruppo Dc a Montecitorio. Se per dannata ipotesi avessi sbagliato il nome dell’albergo sappi che i due alberghi sono così”. A questo punto Moro traccia sul foglio un rettangolo che raffigura piazza della Minerva con due edifici su angoli opposti. Ma non si tratta, come sarebbe logico, dei due alberghi citati nel messaggio; uno dei due, infatti, è la chiesa della Minerva, a cui Moro non ha minimamente accennato. La chiesa della Minerva, in compenso, è assiduamente frequentata da padre Felix Morlion, un domenicano legato ai servizi segreti francesi, belgi e soprattutto americani. In Italia Morlion ha messo in piedi una rete di spionaggio che, stando ad un documento riservato acquisto dalla commissione Stragi, produce un rapporto quotidiano sulla situazione politica, “in soli dodici esemplari”, che viene trasmesso “ad altissime personalità e ai dirigenti dei servizi collegati”. Di Morlion e dei suoi presunti rapporti con Ali Agca, il mancato killer di papa Giovanni Paolo II, si stanno già occupando i magistrati romani.
Sulla possibilità che Moro si servisse delle lettere per mandare messaggi in codice, ha molto insistito suo fratello, Alfredo Carlo. “Mi sembra di poter sostenere – ha sostenuto egli di fronte alla commissione Stragi nell’ottobre del 1990, dopo aver letto la documentazione ritrovata in via Montenevoso – che da varie lettere, ovviamente tra le righe, emerge il tentativo di far percepire all’esterno che la situazione doveva essere assai più complessa di un mero rapimento da parte di un piccolo nucleo di terroristi”.
In una lettera, fa notare Alfredo Moro, il fratello, a proposito del sequestro, parla di “un ordine brutale partito chi sa da chi”.

Domenica 30 aprile, ore 11

In casa Moro squilla il telefono. E’ Mario Moretti, l’uomo che ha in mano la gestione del sequestro Moro. Parla con Maria Fida, figlia del presidente della Dc. Comunica che “la decisione è stata già presa”, e che solo “un intervento di Zaccagnini, immediato e chiarificatore”, può modificare la situazione.

Lunedì primo maggio

In tutta Italia milioni di lavoratori scendono in piazza contro il terrorismo. Enrico Berlinguer e Alessandro Natta incontrano Andreotti e protestano per l’inefficacia delle indagini: “Non si scopre nulla – accusa il segretario del Pcie non si seguono le mosse di quanti, nella clandestinità, prendono contatti con familiari e avvocati”. Quasi in risposta a queste parole il procuratore generale di Roma, Pietro Pascalino, dispone l’avocazione dell’inchiesta “per ragioni di opportunità”. Un solo sostituto procuratore, Luciano Infelisi, ha condotto fino a quel momento le indagini. Qualcuno ricorda che poco tempo prima, per indagare sullo scandalo del calcio-scommesse, era stato creato un “pool” di magistrati.
Non solo: il ruolo della Procura è chiaramente subordinato a quello del ministero dell’Interno. Al punto che Infelisi riceveva da Cossiga con parecchi giorni di ritardo le lettere spedite da Moro.

(di Sergio Flamigni e Michele Gambino)
4/continua…
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