Il caso Moro /3

CAPITOLO III

Il caso <b data-recalc-dims=Moro (di Sergio Flamigni e Michele Gambino)” align=”left” hspace=”4″ vspace=”2″ />

Tra gli esperti chiamati da Cossiga a comporre il comitato di crisi nei giorni del sequestro c’era Steve Pieczenick, uomo del dipartimento di Stato americano. Nella sua audizione davanti alla commissione parlamentare sul caso Moro, Cossiga lodò il consulente americano, parlando di “qualificata collaborazione a livello di gestione della crisi”, ma non disse una parola sull’attività svolta da Pieczenick; sappiamo in compenso cosa scrisse l’inviato del Dipartimento di Stato in un documento di cui esiste copia presso l’ambasciata americana di Roma: secondo il consulente di Cossiga “è essenziale dimostrare che nessun uomo è indispensabile alla vita della nazione”. Più che alla liberazione di Moro, Pieczenick appariva interessato alla svalutazione del ruolo di Moro nella politica italiana.
Il lavoro di Pieczenik in Italia è racchiuso in una trentina di cartelle dattiloscritte sotto il titolo “Ipotesi sulla strategia e tattica delle Br e ipotesi sulla gestione della crisi”. Si tratta di una lettura sorprendente. La prima parte del documento consiste in una serie di domande poste dal ministro Cossiga e nelle risposte dell’americano. La domanda numero 9 di Cossiga è: “Come possiamo creare strumenti idonei di controllo dei magistrati?”. Pieczenik consiglia di “sfruttare in maniera discreta nuove leggi per accrescere la vostra capacità di controllo e di informazione”.
Nel capitolo “Governo: strategia”, il consulente americano spiega che è necessario “conservare il controllo dei rapporti con le Br. Una frase che lascia intendere che dei rapporti già esistono, e si tratta solo di non cederli “ad altri”. Una affermazione che, alla luce delle conoscenze che si hanno, è del tutto sorprendente.
La famiglia di Moro, secondo Pieczenik, deve essere convinta a collaborare, e in caso contrario “va isolata”. I suoi componenti vanno messi sotto sorveglianza “apparentemente ai fini della loro sicurezza, ma anche per raccogliere elementi informativi”.
Altro consiglio è quello di “abbassare l’intero livello della direzione della crisi: tenere tutte le decisioni lontano da Andreotti e, possibilmente, da Cossiga.

Sabato 18 marzo, ore 15

All’Hotel Hilton di Roma si aprono i lavori del convegno che riunisce i “maestri venerabili” delle 496 logge della massoneria di palazzo Giustiniani. Licio Gelli, capo della P2, è il personaggio più riverito.


Ore 16

Al Viminale è riunito il comitato tecnico operativo. Il ministro Cossiga dà notizia della prossima approvazione di un decreto legge che dà mano libera alle forze di polizia per fermi, intercettazioni e interrogatori. Il capo del Sismi, generale Santovito, annunzia che è stato rafforzato il pattugliamento sul fronte iugoslavo.

Ore 21

A Milano vengono assassinati a freddo due giovani militanti di sinistra del circolo Leoncavallo, Fausto Tinelli e Lorenzo Jucci. L’agguato, che serve ad alimentare la tensione, è condotto in maniera che gli inquirenti definiranno “professionale”. Le indagini si fermeranno su un binario morto.

Lunedì 20 marzo, ore 10

Il sostituto procuratore Infelisi interroga Gianfranco Moreno. L’uomo era stato visto molti mesi prima del sequestro Moro nel giardino dell’abitazione del presidente della Dc, in via Savoia, ed era scappato quando si era accorto di essere osservato. La polizia lo aveva rintracciato e interrogato. Moreno aveva negato di essere mai stato in via Savoia, e la cosa era finita lì. Davanti a Infelisi Moreno cambia versione: sì, è stato effettivamente in via Savoia la sera in cui è stato notato; lo ha fatto per accompagnare un amico, Gerardo Serafino. Quest’ultimo risulterà essere un collaboratore dell’onorevole democristiano Gian Aldo Arnaud, amico di Gelli e iscritto alla P2. Moreno, inoltre, potrebbe aver frequentato la sede della “Radionica“, una società diretta da un ex nazista legato ai servizi segreti, tale Schuller. Nonostante questo anche la pista Moreno verrà presto abbandonata.

Mercoledì 22 marzo

Telefonate anonime minacciano Maria Cristina Rossi, giornalista dell’agenzia di stampa Asca. La Rossi entra nella storia del caso Moro per via di alcune fotografie scattate in via Fani ancora prima dell’arrivo della polizia. A farle, dal balcone di casa, è stato suo marito, Gherardo Nucci. Lo stesso pomeriggio del 16 marzo Maria Cristina Rossi, dopo aver fatto sviluppare il rullino, è andata da Infelisi per consegnarglielo: davanti a lei il magistrato ha preso i fotogrammi sulla strage restituendole gli altri. Quelle foto spariranno dalle carte del processo. Infelisi dirà dapprima di aver restituito le foto alla Rossi perché poco importanti; successivamente affermerà di non aver acquisito le foto perché “di nessun valore probatorio”. E’ probabile, invece, che quelle fotografie, le uniche scattate subito dopo la strage, potessero dire molte cose: forse esse ritraevano l’uomo brizzolato, sui cinquant’anni, in borghese, che arrivò subito sul luogo dell’eccidio dando ordini – secondo i testimoni – “come un poliziotto”. E che forse porterà via una delle cinque borse piene di documenti che Moro teneva sempre con se.
Quell’uomo, si scoprirà soltanto nel 1991, è il colonnello Angelo Guglielmi, appartenente all’epoca al famigerato “Ufficio K” del Sismi, la centrale direttiva di “operazione Gladio. “Mi trovavo in via Fani – disse poi Guglielmi – per puro caso”.
Ecco cosa scriveva Steve Pieczenik nel 1978: “Sono sempre dell’opinione che il rapimento di Moro ha avuto un appoggio interno, come dimostra il fatto che la borsa più importante che Moro aveva con sé non si è ritrovata. Altre prove sono il fatto che il rapimento è avvenuto nell’unico giorno in cui Moro non si è recato in chiesa con il nipote, e che tutta l’operazione si è svolta in maniera estremamente ‘pulita’”.
Nei giorni successivi alla strage circolò la voce che gli agenti della scorta di Moro, fossero rimasti inerti per qualche motivo molto particolare, come ad esempio il fatto di aver riconosciuto qualche volto noto tra gli assalitori. Ma la voce non trovò ovviamente conferma.
Ma l’importanza di quelle foto è resa più chiara da una telefonata intercettata dalla polizia il primo maggio del 1978, otto giorni prima dell’uccisione di Moro. Al telefono ci sono Sereno Freato, segretario di Moro, e Benito Cazora, il deputato Dc incaricato in quelle settimane di “sondare” gli ambienti della malavita organizzata.

Cazora – “Mi servono le foto del 16 marzo”.
Freato – “Quelle del posto lì…”
C – Sì, perché loro … (qui il nastro è cancellato) pare che uno stia proprio lì, mi è stato comunicato da giù”.
F – “E’ che non ci sono. Ah, le foto di quelli, dei nove?”.
C – “No, no. Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertirmi che in una foto presa sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio noto a loro”.
F – “E’ un problema questo”.
C – “Per questo ieri ti avevo telefonato”.
F – “Come si può fare? Bisogna riflettere un momento, sentire, dire al ministro. Saran tante”.
C – Una copia, capito, può darsi che sia sui giornali del 16 o del 17 marzo”.

Nei giorni in cui si svolgeva quella telefonata Cazora stava intrattenendo rapporti con l’andrangheta calabrese in cerca di notizie utili. La presenza di uomini della malavita organizzata intorno al sequestro Moro è un altro dei “buchi neri” dell’inchiesta.
Martedì 28 marzo

Una telefonata anonima segnala all’Ucigos i nomi di cinque brigatisti che “abitano alla Prenestina e frequentano la casa della studentessa”. Tra essi c’è Teodoro Spadaccini, già condannato e in libertà vigilata. Individuarlo e pedinarlo sarebbe dunque facilissimo. Eppure, incredibilmente, l’Ucigos, diretto dal questore Fariello, quello del “piano Zero”, non trasmette subito quell’appunto alla Digos, come avrebbe dovuto. Lo fa soltanto il 29 aprile, trentadue giorni dopo la segnalazione anonima. Un ritardo fatale, perché dopo la segnalazione alla Digos bastano due giorni per organizzare il pedinamento di Spadaccini e risalire, grazie ad esso, alla tipografia di via Foà, impiantata e frequentata durante i giorni del sequestro Moro dall’uomo che dirige l’operazione Moro, Mario Moretti.
L’irruzione nella tipografia avviene il 17 maggio, otto giorni dopo l’uccisione di Moro. All’interno la polizia trova una macchina stampatrice AB DIK 360 proveniente dal Rus (reparto unità speciali), uno degli uffici del Sismi – lo sappiamo solo adesso – da cui dipende “Operazione Gladio. Con quella macchina le Brigate rosse stampavano i loro volantini durante il sequestro. A portarla nella tipografia, stabiliranno le indagini, era stato il solito Moretti.
Richiesto di spiegazioni il Sismi rovescia su magistratura e commissioni d’inchiesta una valanga di bugie: il Rus sarebbe un ufficio di “sostegno al personale di leva in servizio” (falso) e la stampatrice sarebbe stata venduta come “rottame” dal colonnello del Sismi Federico Appel a suo cognato Renato Bruni, per trentamila lire. In realtà tra i “rottami” di cui il Sismi si è liberato in quegli anni non risulta esserci
nessuna stampatrice. Inoltre la AB DIK 360 era stata comprata per dieci milioni e mezzo tre anni prima ed era ancora in ottime condizioni. Se la versione di Appel fosse vera egli dovrebbe almeno essere incriminato per peculato, cosa che non è accaduta. Ma tutta la versione del Sismi sui passaggi di mano della. stampatrice fino alla tipografia delle Br risulterà inventata a tavolino. E Moretti, dal canto suo, non ha mai dato una spiegazione convincente della provenienza della macchina.

Mercoledì 29 marzo

Le Brigate Rosse diffondono ai giornali tre lettere di Aldo Moro indirizzate al suo principale collaboratore, Saverio Rana, alla moglie e al ministro Cossiga.
“Io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato” scrive Moro; che avverte anche del “rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni”. A Cossiga Moro suggerisce i primi passi da fare per l’avvio di una trattativa. Il presidente della Dc è convinto – e le Br glielo hanno fatto credere – che le sue lettere resteranno riservate. Mentre vengono commissionate le perizie che devono stabilire se la calligrafia è quella del prigioniero, il presidente del Consiglio Andreotti mette le mani avanti: “Quale che sia il responso dei periti, la condizione di Moro è tale da togliere ogni validità morale agli scritti”.

Giovedì 30 marzo, ore 9

Il sostituto Infelisi rinvia l’annunciato sopralluogo in via Fani, per ricostruire l’agguato. Lui e gli altri investigato ri hanno lavorato tutta la notte sull’arrivo delle lettere delle Br. Quattordici giorni dopo la strage il magistrato che indaga non ha ancora visto la scena del delitto.

Ore 10

Appellandosi a un decreto legge introdotto apposta nove giorni prima, il ministro dell’Interno Cossiga chiede al procuratore Capo Giovanni De Matteo di trasmettergli una copia di tutti gli atti, comprese le eventuali registrazioni delle comunicazioni telefoniche, raccolte fino a quel momento nell’inchiesta sul sequestro Moro.
La copia di atti e bobine richiesta da Cossiga diventerà importantissima nel momento in cui si scoprirà che molte registrazioni telefoniche sono scomparse o sono state cancellate da una misteriosa “manina”.
Più volte richiesto dalla commissione di indagine su Moro di consegnare i documenti in suo possesso, l’allora ministro Cossiga non ha mai risposto.

La vicenda è tornata d’attualità nel gennaio del 1992, grazie ad una lettera con cui il presidente della commissione Stragi Libero Gualtieri chiedeva al ministro dell’Interno Scotti di accertare se gli archivi del Viminale contenessero la famosa documentazione.
La risposta di Scotti alimenta il mistero: “non risulta documentazione trasmessa dall’autorità giudiziaria”.
Dunque: o De Matteo ha trasmesso quella documentazione e qualcuno (alias Cossiga) ha pensato bene di farla scomparire, oppure De Matteo non ha spedito nulla. In questo caso, però, in base alla legge il procuratore avrebbe dovuto motivare per iscritto, entro cinque giorni dalla richiesta di Cossiga, il suo rifiuto. E questo rifiuto non è agli atti. L’ottantenne De Matteo, intervistato dai giornali, spiega: “io non ricordo nulla di quelle vicende, ma è certo che se avessi rifiutato di consegnare i documenti avrei motivato la mia decisione per iscritto”.
Ma la soluzione del giallo, in realtà, l’aveva data lo stesso Cossiga in maniera definitiva il 23 gennaio del 1980. Quel giorno, l’ex ministro dell’Interno venne ascoltato dalla commissione Moro. Ad una domanda dell’onorevole Stefano Rodotà sui suoi rapporti con la magistratura nei giorni del sequestro, Cossiga rispose: “Non ci furono conflitti, ci furono diversità di opinioni che poi si risolsero. Non vi fu mai un rifiuto alle richieste ufficiali”.
Quella di avere la copia degli atti dell’inchiesta fu appunto una richiesta ufficiale, a cui tra l’altro Cossiga dava grande importanza, al punto da utilizzare un decreto legge introdotto appositamente appena nove giorni prima. Quindi le bobine gli furono consegnate. Resta da vedere che fine abbiano fatto, e perché Cossiga abbia sempre negato di averle.

Le copie sono di decisiva importanza proprio perché gli originali non sono affidabili. Dagli uffici della Procura della Repubblica di Roma sono sparite ad esempio le bobine contenenti le intercettazioni compiute dal 27 aprile al 4 maggio sull’apparecchio di don Antonello Mennini, uno degli intermediari tra Moro o la sua famiglia.
Altre volte le registrazioni risultano cancellate in parte, come nel caso di una telefonata tra Cossiga e un collaboratore di Moro, Nicola Rana; si parla della questione dell’auto blindata che Cossiga, secondo la famiglia Moro, avrebbe negato al loro congiunto poco prima del 16 marzo.

Cossiga: “Scusa se ti disturbo, io ieri ho dovuto smentire… perché la ‘Nazione’, un certo Paglia che io non conosco… aveva detto che in sua presenza Moro mi aveva chiesto una macchina corazzata e che io gliel’avevo rifiutata”.
Rana: “Eh!”. (segue un fischio che cancella il seguito della registrazione).

Molte interrogazioni sono state rivolte in questi anni al ministero della Giustizia sul perché di sparizioni e manomissioni. Il 14 maggio del
1986, il ministro Martinazzoli dispose sulla vicenda un’inchiesta ministeriale che si concluse il 30 luglio. Ma in quegli stessi giorni scoppiò la crisi del governo Craxi, e Martinazzoli fu l’unico ministro ad essere sostituito. Bisognò attendere un altro anno per avere una risposta dal nuovo ministro, Virginio Rognoni, il quale affermò che “…all’epoca dei fatti presso la procura della Repubblica di Roma non veniva compilato un apposito registro delle intercettazioni effettuate… Di conseguenza gli ispettori non hanno avuto a disposizione il parametro di raffronto certo tra le bobine a suo tempo incise e quelle oggi esistenti”.

(di Sergio Flamigni e Michele Gambino)
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4 Comments

  1. Caro Antonello Leone, dal momento che me lo chiedi, a domanda rispondo: credo che il picconatore abbia molti più scheletri nell’armadio di quanti ne abbiano il gobbo e il nano messi assieme. Che il logorroico sardo sappia molte più cose di quante non ne dica (ma, man mano che l’Alzheimer avanza, pian piano vengono fuori), e che sia il maggiore responsabile del clima politico basato su ricatti, allusioni e cose fatte sapere a chi di dovere, instauratosi in Italia a cavallo degli anni ’70 e ’80.

    Mi ripeto: io mi sono sentito davvero sicuro nel prendere un treno una sola volta. Quando sul mio stesso vagone del pendolino ha viaggiato Francesco Cossiga.

    Detto questo, il testo non è mio, ma degli ottimi Sergio Flamigni e Michele Gambino.

  2. Saranno ottimi, ma almeno un punto della cronistoria non risulta corrispondente al vero. Essi riferiscono che durante l’assemblea dei maestri venerabili all’Hotel Hilton di Roma Licio Gelli risulta essere il personaggio più riverito.

    È abbastanza improbabile -per non dire impossibile- che sia avvenuto, visto che nel 1974 i maestri venerabili votano quasi all’unanimità la demolizione della loggia P2, e nel 1976 si avvia un processo massonico contro Gelli: «A stretto rigore di ortodossia statutaria si dovrebbe comunque fermare la storia
    massonica della Loggia P2 al termine del 1976», si legge negli atti della commissione parlamentare sulla P2.

    In realtà, come ben ricostruito dalla commissione, i rapporti tra Gelli e una ristretta parte del vertice della massoneria restano immutati: la sospensione della loggia nel ’76 divenne un modo per renderla segreta anche ai massoni, una cui ampia componente aveva denunciato il cancro Gelli già dal 1973, quando il grande oratore del grande oriente d’Italia denuncia il caso Gelli proprio nel corso della gran loggia.

    Non solo nel ’76 viene sospesa la loggia P2, ma anche Gelli stesso viene sospeso per tre anni: «la cautela della Gran Maestranza del Grande Oriente va oltre provvedendo a una più radicale sterilizzazione amministrativa della ingombrante figura del Gelli al quale viene comminata la sospensione dall’attività massonica per tre anni» (atti Comm. P2).

    Dunque, almeno per l’istituzione e tutti i suoi maestri venerabili, Gelli risultava sospeso sino al ’79. Ciò significa che a Gelli era vietato partecipare ai lavori. Com’è possibile dunque che nel ’78 potesse partecipare all’assemblea dei maestri venerabili e fosse persino il più riverito?

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