Il caso Moro /1

“…E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.”

Sono le ultime parole di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury e quelle che aprono questo nuovo spazio su Macchianera: un ripassino – utile a tutti – della storia recente italiana. Nella speranza che la storia sopravviva alla riscrittura, non fosse altro che perché noi ricordiamo.

Si inizia, un capitolo al giorno, con “Il caso Moro”, di Sergio Flamigni e Michele Gambino.

Il caso Moro (di Sergio Flamigni e Michele Gambino)Il 16 marzo 1978 Aldo Moro fu rapito, dopo il massacro degli agenti della sua scorta. Il 9 maggio fu ucciso. In quei cinquantacinque giorni accadde che gli inquirenti indagarono nella direzione sbagliata, al vertice del ministero dell’Interno si insediò un Comitato di iscritti alla Loggia P2, un consulente americano consigliò di non “sopravvalutare” l’ostaggio, verbali vennero redatti e poi sottratti, bobine furono manipolate, gladiatori furono allertati, sedute spiritiche indirizzarono le inchieste. Alla fine, con la morte del prigioniero delle Br, una intera politica, quella di Moro, fu rovesciata. Per questo il caso Moro è il più grande mistero della Repubblica. Questo racconto lo ricostruisce minuziosamente, sulla base delle testimonianze e della carte emerse nei quattordici anni che seguirono, fino alla pubblicazione.


Sergio Flamigni, che fu membro della commissione parlamentare d’indagine sull’“affare Moro”, è uno dei maggiori conoscitori dei “cinquantacinque giorni” (su cui ha scritto il libro “La tela del ragno”).
Michele Gambino, giornalista, ha iniziato l’attività nei primi anni ’80 con “I Siciliani” di Giuseppe Fava. Dal 1990 fino alla chiusura del giornale è inviato del settimanale “Avvenimenti“. Specializzato in inchieste su criminalità economica, mafia, politica interna ed estera, ha realizzato decine di reportage dai teatri di guerra di tutto il mondo. Ha collaborato come autore e inviato in diverse trasmissioni televisive della Rai e ha scritto libri-inchiesta e saggi su argomenti d’attualità. E’ uno degli insegnanti della “bottega di giornalismo” della scuola torinese “Holden” di Alessandro Baricco e vice-direttore di “Pippol“.
(Pubblicato da “Avvenimenti” il 12/2/1992)

CAPITOLO I

Roma, giovedì 16 marzo 1978, ore 9.30

Il transatlantico di Montecitorio è insolitamente affollato, vista l’ora: gruppi di parlamentari vanno su e giù lungo i corridoi in attesa della votazione che sancirà la nascita del quarto governo Andreotti. Particolarmente animati i capannelli dei deputati comunisti: sta per nascere la prima maggioranza di cui il Pci fa parte. Ma alcuni di loro polemizzano con le indicazioni del partito, che impone di votare l’appoggio esterno a un monocolore dc zeppo delle vecchie facce dei ministri di sempre. All’improvviso una notizia interrompe il filo dei discorsi: mezz’ora prima in via Fani, ampia e tranquilla strada del quartiere Trionfale, un commando di brigatisti rossi ha sequestrato l’onorevole Aldo Moro, regista insieme a Berlinguer dell’accordo tra democristiani e comunisti. Quattro uomini della scorta, Oreste Leonardi, Raffaele lozzino, Domenico Ricci e Giulio Rivera, sono stati uccisi. Il quinto, Francesco Zizzi, morirà più tardi in ospedale.
Le forze dell’ordine si sono già messe in moto, ma è un agitarsi privo di logica. I percorsi dei brigatisti in fuga si sovrappongono a quelli delle volanti in arrivo senza mai incrociarsi. In via Bitossi una radiomobile riceve l’ordine di spostarsi per dirigersi verso via Fani un attimo prima che la Fiat 128 blu con a bordo Moro e i suoi sequestratori arrivi proprio nel punto in cui l’auto della polizia si trovava.


Alla centrale operativa della questura di Roma presta servizio quel 16 marzo il commissario Antonio Esposito, poi risultato iscritto alla P2. Lo stesso nome, con l’indirizzo e il numero di telefono, verrà trovato in possesso di uno dei componenti del commando brigatista, Valerio Morucci. Ma nessuno gli chiederà mai perché.
Le cronache dell’agguato, il giorno dopo, si dilungheranno sulla «professionalità» degli assalitori. In realtà a uccidere la scorta lasciando incolume Aldo Moro sono stati due soli componenti del commando; dei 97 bossoli ritrovati in via Fani dopo la sparatoria 62 furono sparati da una sola arma, altri 20 da un secondo killer. I restanti tre uomini del commando spararono quindi 15 proiettili in tutto. Agli atti del processo c’è la deposizione di uno dei testimoni dell’agguato, esperto di armi, che descrive con sincera ammirazione la «tecnica» di uno degli assalitori. Il numero e la composizione dell’intero gruppo che partecipò all’agguato non è mai stato chiarito, ma c’è il fondato sospetto che tre componenti del commando non siano mai stati identificati. Lo stesso Valerio Morucci ha parlato prima di dodici e poi di nove componenti. Ma di sicuro tra i brigatisti condannati per il sequestro Moro non c’è nessuno che abbia le capacità «militari» messe in mostra dal superkiller di via Fani. Esiste anche l’ipotesi che alcuni dei proiettili sparati in via Fani provengano da un deposito di «Operazione Gladio». E’ una pista che nasce dall’interrogazione presentata di recente da un deputato di Democrazia Proletaria, Luigi Cipriani che ha riletto con gli occhiali di Gladio le carte del primo processo Moro. Trovandovi un particolare che potrebbe rivelarsi di straordinaria portata: secondo il perito del tribunale, 39 dei bossoli ritrovati in via Fani provengono da uno stock in dotazione «a forze militari non convenzionali». Essi sono inoltre ricoperti di una vernice protettiva adatta alle lunghe conservazioni.

Ore 9,45

Nella zona di via Fani saltano le linee telefoniche. La conseguenza è una parziale paralisi delle comunicazioni tra le forze dell’ordine. La Sip spiegherà che si è trattato di un sovraccarico delle linee. Si scoprirà, anni dopo, che all’interno della Sip operano strutture dei servizi segreti. Pochi giorni prima del sequestro Moro una squadra di telefonisti era stata notata all’interno del garage del palazzo in cui abitava il presidente della Dc.
Sul luogo della strage sono accorsi i vertici di carabinieri, polizia e magistratura. Dirà il generale dei Cc Corsini: “Devo dire che lì ho trovato una grossa confusione, in parte creata da noi…”.

Ore 9,50

Vengono istituiti i primi posti di blocco. I brigatisti hanno avuto quasi un’ora di tempo per raggiungere un luogo sicuro.

Ore 10

Alla Camera la seduta di insediamento del nuovo governo è rinviata. Negli stessi minuti Licio Gelli riceve nella sua stanza all’Excelsior due ospiti mai identificati. Testimonianza della segretaria del capo della P2, Nadia Lazzerini: “Ad un certo punto Gelli disse: «Il più è fatto»”.

Ore 10,06

Il Gr2 trasmette un editoriale del suo direttore, Gustavo Selva, che invoca misure speciali e lo stato di guerra. Anche il nome di Selva fu trovato nelle liste della P2. La campagna per le misure speciali e lo stato di emergenza verrà condotta con particolare forza dal “Corriere della Sera“, diretto da un iscritto alla P2, Franco Di Bella. Per lo “stato di pericolo pubblico” e per l’interrogatorio degli indiziati senza difensore si esprimerà anche il capo del Sisde (il servizio segreto civile) Giulio Grassini, piduista.

Ore 10,08

Con una telefonata alla redazione milanese dell’Ansa le Brigate rosse rivendicano l’azione e aggiungono che Moro è solo l’inizio”.

Ore 10,30

Cgil, Cisl e Uil proclamano lo sciopero generale, la Corte Costituzionale sospende per mezz’ora la seduta in segno di lutto, nelle scuole e nelle Università gli studenti si riuniscono in assemblea.
Sui tavoli di prefetti, questori, commissari di polizia e guardie di frontiera arriva un telegramma urgente. Con “massima precedenza assoluta” il capo dell’Ucigos, Antonio Fariello, capo di un ufficio creato nello spazio di un mattino dal ministro dell’Interno Cossiga e suo uomo di fiducia, ordinava di disporre immediatamente il “Piano Zero”. Mezz’ora dopo il centralino del ministero dell’interno era intasato dalle telefonate di allarmati funzionari che da tutta Italia chiedevano cosa mai fosse il “Piano Zero”. Si scoprì a tarda sera che si trattava di un piano di emergenza per mobilitare le forze dell’ordine della provincia di Sassari. Fariello, che era stato questore di quella città, era convinto che il piano valesse su tutto il territorio nazionale. Un errore incredibile, ma solo il primo di una lunga serie. Per la cronaca, nel 1987 il dottor Fariello, lasciata la polizia, fu assunto come capo della sorveglianza della Banca Nazionale del Lavoro. Direttore generale dell’istituto di credito era all’epoca Giacomo Pedde, cugino di Francesco Cossiga.

Ore 11,30

Al Viminale il ministro dell’interno Francesco Cossiga convoca i vertici delle forze di polizia, dei servizi segreti e delle forze armate. Viene formato il comitato tecnico operativo che dovrà coordinare le indagini. Si scoprirà, tre anni dopo, che molte delle persone riunite intorno a quel tavolo sono iscritte alla P2.
L’operato del comitato di crisi è uno dei “buchi neri” del caso Moro. Dei verbali delle riunioni vi è traccia solo fino al 3 aprile. In realtà però Cossiga prestò scarsissima attenzione a quel comitato. Al punto da frequentarlo solo saltuariamente a partire dal 21 marzo, cinque giorni dopo il sequestro di Aldo Moro.
Accanto al comitato “ufficiale”, composto dai rappresentanti di forze dell’ordine e servizi segreti, Cossiga ne costituì un secondo, denominato “gruppo gestione crisi”, che lavorò in modo del tutto misterioso. Formalizzato su proposta dello stesso Cossiga da un documento del Cesis (il comitato di coordinamento dei servizi segreti) del 16 marzo, il comitato di “gestione crisi” fu caratterizzato dalla presenza di alcuni amici personali del ministro, parte dei quali iscritti alla loggia di Gelli: come il professor Franco Ferracuti, uno psichiatra che ebbe grande peso, insieme al “consulente di crisi” del dipartimento di Stato americano Steve Pieczenik, nel far passare la tesi del Moro “fuori di sé”, e quindi della inattendibilità delle sue lettere dal carcere brigatista. Conosciuto come un collaboratore della Cia, Ferracuti fu poi coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna per la sua amicizia con l’ideologo “nero” Semerari; lo stesso Ferracuti, come risulta dall’interrogatorio di un neofascista, all’epoca del sequestro Moro informava gli esponenti del terrorismo nero sullo stato delle indagini. Dagli interrogatori di Ferracuti e di altri componenti di questo “comitato-ombra” risulta che esso si riuniva in luoghi sempre diversi con scadenze non prefissate, e che il numero dei presenti variava di volta in volta. A proposito dei verbali delle riunioni del comitato di crisi, affannosamente e inutilmente richiesti al ministero dell’Interno, molti anni dopo, dalla commissione parlamentare sulle stragi, una testimonianza preziosa è venuta da uno dei suoi componenti, il criminologo Franco Ferracuti: “Concluso il caso Moro, ho parlato con Cossiga, e gli ho spiegato che le carte sul “caso” erano un pezzo della storia d’Italia, e che ci si doveva preoccupare di salvarle tutte. Lui mi aveva risposto di esserne consapevole, e che se ne sarebbe occupato. Certo, per quello che dico non ho prove, ma quando sono tornato ho chiesto ad alcuni amici del Viminale dove erano finiti tutti quei materiali. Mi hanno risposto che era sparito tutto. Forse Cossiga… per motivi storici, o qualcosa del genere”.
In un libro pubblicato oltre dieci anni dopo l’agguato di via Fani, “L’ombra di Moro”, Adriano Sofri è tornato sulla questione del comitato-ombra. Di che si tratti, l’ex leader di Lotta Continua lo ha spiegato in una intervista al settimanale “Il Sabato”: “Mi è stato detto – afferma Sofriche durante i giorni del rapimento Moro c’era una specie di comitato-ombra che si occupava dell’emergenza. Questo gruppo di persone era insediato al ministero della Marina Militare con la presenza personale di Licio Gelli. Sofri spiega di aver avuto la notizia da “una persona accreditata per non dire sciocchezze”, ma non più in vita. Sempre secondo Sofri gli altri componenti del gruppo di esperti scelto da Cossiga chiamavano affettuosamente Gelli “Micio Micio”. Il capo della P2 avrebbe avuto addirittura a disposizione una stanza all’interno dell’edificio della Marina militare, in piazzale della Marina 1, a Roma. Sofri non è un personaggio di secondo piano in questa vicenda: egli seguì da vicino gli sviluppi del caso Moro, tenendo contatti sia con i vertici del Psi che con gli ambienti dell’estremismo rosso.
Della presenza di Gelli tra i consiglieri di Cossiga parla anche un altro libro; si chiama “I giorni del diluvio”, e l’ha scritto, sotto falso nome, il senatore Francesco Mazzola, sottosegretario alla Difesa, con delega alla Marina Militare e grande amico di Cossiga. Mazzola, che fece parte del “comitato gestione crisi”, nel libro chiama Gelli “il marchese”.
Ci sono infine altre due testimonianze non smentibili: la prima è del funzionario del Sisde, Elio Cioppa, piduista, il quale davanti alla commissione P2 ha testimoniato che “durante il sequestro Moro il capo del servizio, generale Grassini (anch’egli iscritto alla P2, N.d.R.), gli affidò un accertamento da compiere specificando che lo spunto… proveniva da una riunione a cui era presente Gelli. Questo fu il giudizio di Tina Anselmi, che presiedette la commissione parlamentare: “Il capo della Loggia agiva dunque ormai come elemento pienamente inserito al massimo livello in uno dei gangli essenziali dello Stato”.
La seconda testimonianza è di un sincero amico dei vertici democristiani, il giornalista Umberto Cavina, all’epoca del sequestro capo ufficio stampa della Dc, il quale ha dato per certa la presenza di Gelli al Ministero dell’Interno durante il sequestro Moro.
Gelli partecipò alle famose riunioni negli uffici della Marina Militare sotto il falso nome di ingegner Luciani. “Ingegner Lucio Luciani è il nome di copertura che Licio Gelli ha spesso usato nelle lettere di raccomandazione pubblicate tra gli atti della commissione d’inchiesta della P2. Come “ingegner Luciani, il capo della P2 prenota spesso una camera all’Excelsior di Roma.
Nella seconda metà di gennaio del 1992 attraverso canali misteriosi è saltato fuori un documento che prova le frequentazioni di Licio Gelli al ministero della Marina: si tratta di due tesserini, datati 1979 e intestati all’ingegner Lucio Luciani, che permettono l’accesso alla biblioteca del ministero. Forse qualcuno conserva ancor oggi altre e più importanti tessere, che Licio Gelli utilizzò per accedere agli uffici del ministero nei giorni tra marzo e maggio del 1978, quelli in cui si consumò il caso Moro. Forse, quei tesserini fanno parte del gioco di ricatti che apparentemente coinvolge, a volte in veste di ricattato, altre in quelle di ricattatore, il Presidente della Repubblica (Francesco Cossiga, all’epoca della pubblicazione di questo scritto, N.d.R.).

Ore 18,06

Alla Procura di Roma si svolge un summit presieduto dal capo dell’ufficio, il dottor Giovanni Di Matteo. Vi partecipano tutti i sostituti procuratori. Si concorda che il sostituto di turno incaricato delle indagini, il dottor Infelisi, sarà affiancato da un gruppo di magistrati. In realtà nei giorni successivi De Matteo cambierà idea. Infelisi condurrà da solo le indagini, ma continuerà anche a svolgere il normale lavoro di routine: “Il telefono del mio ufficio a volte non funzionava – racconterà Infelisidovevo usare il telefono a gettoni nel corridoio – spesso mancavano i gettoni…”.

(di Sergio Flamigni e Michele Gambino)
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15 Comments

  1. Se non altro per la citazione di un libro che amo moltissimo e che ho citato sul mio sito e citero’ ancora, tanti sono gli spunti che trovo importanti da renderlo attualissimo, apprezzo la citazione

  2. Sergio Flamigni è il Peter Kolosimo del caso Moro e dei “misteri” italiani. Campione di quell’irresistibile tentazione alla dietrologia e al complottismo in cui si è intorcinata per decenni una parte della sinistra e del paese. Siceramente, non se ne sentiva la mancanza.

  3. scusa andrea n.,
    lo dico senza polemica alcuna, cercare di ricostruire giornalisticamente una delle pagine meno chiare della nostra storia recente, può essere oltre che doveroso, un’opera di memoria storica per chi non ha vissuto quei giorni ma che ha poi vissuto un contesto sociale che è figlio di quell’accaduto.
    E se poi quello che chiamiamo mistero, non rappresenti qualcosa di immaginario ma di “non spiegato e poco limpido” poco importa, il lavoro di chi si sta occupando di questo non possiamo catalogarlo come immaginario.
    In ogni caso grazie per l’ottimo link.
    Jbod

  4. Il problema principale riguardante il caso Moro, è che è ancora troppo recente ed è impresso indelebilmente, nella memoria di ciascuno di noi.
    Dovremo attendere ancora lunghi, lunghissimi anni, aspettare che tutti i milioni di “testimoni” dei fatti di allora muoiano, scompaiano. Solo allora potrete, ops!, potranno scrivere tutte le fregnacce che già adesso iniziano a circolare, (servizi segreti deviati-cia- Andreotti-k.k.k., la P2 e naturalmente arriveranno anche a Berlusconi), ma, come dicevo prima, siamo, purtroppo per voi, ancora vivi a camionate, e sappiamo come si svolsero i fatti e chi furono i responsabili. Sorry.

  5. complimenti, non era facile infilare berlusconi anche qui, dove proprio non se ne sentiva il bisogno. Che tu sia pocopoco ossessionato?

  6. Una ricostruzione della strage e del rapimento io l’ho letta di recente, nel libro di uno dei signori che scrivono su Macchia. Mi ha colpito parecchio perché dai fatti della cronaca ne tira fuori di cose, anche sull’oggi.

  7. Non capisco, L.Gianfilippo B., a che cosa vuoi giocare? A chi legge per la prima volta su queste pagine di P2, di Gladio, dei servizi deviati? A chi ritiene che non ci si debba interrogare sui fatti che restano tuttora senza risposta? Io avevo solo 14 anni, ma me le ricordo, quelle giornate. Mi ricordo perfettamente delle persone morte, dei lenzuoli, dei sedili della macchina che facevano vedere in tv, di mia madre che piangeva. E mi ricordo anche della perplessità della gente, “ma possibile che non lo trovino?” lo diceva la sciura Colomba, la portinaia, il droghiere, il mio dentista, la vicina in tram, mica paglia; e le perplessità della gente erano palpabili. Si vede che era colpita da certe stranezze, quelle delle ricerche nel lago, per esempio, o le perizie psichiatriche sui testi scritti da Moro in prigionia… Ma forse, chissà, la mia portinaia era del Kgb (però il mio dentista era del kkk, quello è sicuro, così compenso). Credo piuttosto che sia tu a voler cancellare queste cose, e il voi che usi tientelo per te.

  8. Mà, Raggigamma, no sò che dirti: sarà che alcuni anni fà mi sono letto un libro di Renato Curcio, nel quale spiegava, e mi sembrava anche molto chiaramente, chi fossero ,da dove venissero, perchè avessero scelto la lotta armata e quali fossero le loro idee e i loro ideali, che ora, mi spiace, non credo a tutto questo fiorire di trame occulte. Mi paiono più che altro, speculazioni politiche. Credere che le B.R. fossero un gruppetto di sprovveduti manipolati dai servizi segreti,la ritengo una falsità che trova purtroppo terreno fertile nella non conoscenza della storia.
    In quanto al voi non è che ci fosse da incazzarsi più di tanto, il tutto era (leggermente) ironico.

  9. Nessuno s’incazza. Non mi piace il voi con cui si inscatolano e si etichettano spesso in questi commenti tutte le voci differenti, tutto qui. La questione delle Br è una questione che non si riduce all’opinione dei protagonisti dell’epoca. O non avrebbe senso l’invocazione alla storia, che fai tu, e alla letteratura, che faccio io. Inoltre, un giochino, per rilassare l’atmosfera: c’è un tale che dice “io non dico mai bugie”. Ti chiedo: secondo te ha detto la verità?

  10. la storia del comunicato del lago della duchessa (il n.7 se non sbaglio) la dice lunga sulla necessità di rileggere in chiave più critica la cronaca di quei tragici fatti.
    Non v’è dubbio che i protagonisti del rapimento furono le br, ma furono i soli?

  11. Le giuste banalità

    Mentre stiamo a postare e commentare, com’è giusto che sia, perché la vita non si deve fermare, quattro italiani sono stati presi in ostaggio in Iraq, lo sappiamo tutti. Sappiamo anche che è nell’ordine naturale delle c…

  12. Non è giusto che chi vuole cercare di capire venga ostacolato, messo nell’impossibilità di procedere!

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