Largo ai bambini!

Libertà 1. “Largo ai bambini!” ha gridato al maestro il delinquente (dopo aver fatto pipì sul pavimento e gettato una scarpa in aria). Il maestro ha chiamato la polizia e il colpevole, un bambino di otto anni “con problemi psicologici”, è stato afferrato, schedato, improntato e portato via: “Il soggetto non ascolta mai in classe e disturba il processo di apprendimento”. Questo è successo in Pennsylvania; nell’Ohio, al centro di detenzione c’è finita invece una quattordicenne che, venuta a scuola con l’ombelico scoperto, s’era rifiutata d’indossare un camicione riparatore. Due dodicenni sono stati arrestati “per aver spento la luce nella toilette femminile”; una undicenne perché “si nascondeva in un’aula vuota durante l’ora di lezione”; e così via. Ordine e disciplina, o – come dicono ora – “tolleranza zero”.
La stretta, per cui la società torna indietro, non è fatta soltanto di nuove povertà e d’immiserimento dei ceti medi. E’ fatta anche di cultura, di ideologia: Roosevelt, Humphrey Bogart, Charlot, Easy Rider, persino lo scalcagnato ma simpatico “fuorilegge” Paperino, debbono essere cancellati per forza dalla cultura americana. La troppa libertà fa male e troppa democrazia può intoppare l’impero. Sono stati Paperino e Humphie, non i filosofi europei, a preparare il Sessantotto: stavolta li arrestano subito, prima che – con la miseria nell’aria – si mettano di nuovo a combinare guai.
“Largo ai bambini” comunque è un buono slogan, meglio di quelli nostri del Potere-a-Qualcosa. Alé, tutti in coro: “Lar-go-ai-bam-bi-ni!”. Di nuovo: “Lar-go-ai-bam-bi-niii!”.

Libertà 2. “Avete parlato coi giornalisti! Licenziati!”. Prima si limitavano a tappare la bocca ai giornalisti, adesso il bavaglio va in bocca direttamente alla società. Avete presente “Una giornata particolare?”. Esattamente quel clima. Comunque, ancora ci sono carte da giocare. Per esempio, fra un anno, il prossimo ministro dei trasporti non sarà più “di destra” come ora ma, probabilmente, del centrosinistra. Non mi faccio la minima illusione sul fatto che costui smetterà di “riformare”, privatizzare le ferrovie, mettere i manager prima dei viaggiatori, ecc.: ho avuto l’esperienza di Burlando, e mi basta. Comunque, almeno per l’etichetta, sarà un democratico, uno che formalmente deve riconoscere la libertà di parola. Allora posso pretendere non solo che riassuma con tutti gli onori i ferrovieri licenziati perché hanno parlato coi giornalisti; ma anche che punisca esemplarmente – licenziandoli in tronco per abuso di potere – i manager che hanno ordinato il licenziamento. Anzi – oggi sono proprio cattivo – voglio anche che gli chieda i danni civili, a nome del ministero dei Trasporti, per grave danno d’immagine all’azienda Ferrovie dello stato. (E tu non metterti a ridere così, citrullo: io sono un ottimista, e voto Prodi).


La quinta colonna. Gli uomini di Forza Italia, che nel resto d’Italia si sono ingenuamente concentrati in un solo partito, in Sicilia si sono invece abilmente divisi in due. Una parte, i più ingenui, ha fatto Forza Italia “ufficiale”; e una parte s’è infiltrata nei Ds per lavorarsi il centrosinistra da dentro. E infatti nel giro di un anno e mezzo sono quasi riusciti a distruggere il povero centrosinistra siciliano: prima gli hanno fatto candidare Cecchi Gori (catastrofe elettorale) poi un sindacalista venduto come Cocilovo (altra catastrofe elettorale) e ora si stanno alacremente adoperando per fargli candidare Crisafulli, un tale che appena ha cinque minuti liberi si mette a parlare d’appalti coi boss mafiosi. Se ci riescono, sarà la terza catastrofe col botto. Ma, dici, come fanno a non farsi beccare? E come fanno i compagni a non sgamare subito che idee così catastrofiche gliele può suggerire solo uno di Berlusconi? Il fatto è che, prima di farli infiltrare, gli hanno fatto un corso accelerato (tenuto da due ex del Kgb, Bondi e Ferrara) sul tema “Come distruggere un partito dall’interno senza farsi scoprire”. “Se qualcuno comincia a sospettare qualcosa, usate la maschera di gomma e parlate con l’accento torinese: vi prenderanno per Fassino. Sono dei veri professionisti, non c’è niente da fare.

Parmalat. Secondo la Stampa, è tutta colpa è dei communisti – lo dice Forattini, quindi dev’essere vero – che si sono fregati i soldi di Tanzi perché la Russia non gliene dava più. Troppo rozza: non funziona. Allora, se proprio volete farci entrare per forza i communisti, ve ne suggerisco una io: quel gran communista di Rutelli ha regalato la centrale del latte romana alla Parmalat, chiamandola “privatizzazione” per far finta di niente. Come? Ah, colle privatizzazioni non si scherza? (A proposito di Parmalat: ogni giorno che passa, c’è sempre più buco e sempre più banche nella faccenda. Al momento in cui scrivo, si torna a parlare di Geronzi e del passaggio di Eurolat da Cragnotti a Tanzi. Particolare comico, l’unico ad aver denunciato tutto già due anni fa è stato per l’appunto un comico, Beppe Grillo).

Patria. La divisione Sassari nacque con la prima guerra mondiale, dove – composta da pastori e contadini sardi – fu l’unità italiana più temuta; poi fu mandata a reprimere le sommosse operaie di Torino, ma dei volantini in sardo – scritti da Gramsci – la convinsero a fraternizzare con gli operai. Nel dopoguerra molti suoi ex soldati fondarono il Partito sardo d’Azione, repubblicano e antifascista; uno di loro, il capitano Lussu, una volta fu assediato in casa da un migliaio di fascisti armati e vocianti e li mise in fuga a fucilate, facendone fuori uno o due. Una storia, insomma. In Iraq erano stati mandati – non per loro scelta – perché erano l’unità italiana più prestigiosa. Colpiti atrocemente come tutti sappiamo, hanno reagito con dignità e freddezza, senza belle parole. Adesso leggo che li mandano via da una base che presidiavano, sostituiti “da un plotone di mercenari di una compagnia privata”. Che li tolgano da lì, dove non c’è nessuna Italia da difendere, mi fa piacere. Ma mi chiedo che razza di guerra sia quella in cui i soldati italiani, con tanto di stellette e cinque generazioni di storia alle spalle, sono considerati intercambiabili con mercenari senza bandiera nè nazione. Di passaggio, c’è da notare che ufficialmente i mercenari erano finiti tre secoli fa, quando le guerre, decise dai re per i loro interessi privati, venivano combattute da professionisti per denaro. Di patria si cominciò a parlare solo dopo, dalla rivoluzione francese in poi. Ed ora, evidentemente, quel concetto non serve più.

Colleghi. Il giovane Roberto N., ventottenne, ha minacciato e ricattato per diversi mesi la nonna ottantatreenne per farsi consegnare i risparmi della vecchietta, qualche migliaio di euri. “Dovevo fare un corso di giornalismo” s’è giustificato, una volta scoperto. Al giovane aspirante collega le mie congratulazioni e i miei auguri: lo iscrivano immediatamente all’Albo, perché della professione ha capito tutto. Per fare il giornalista oggigiorno, bisogna rapinare la nonna e vendere la mamma al migliore offerente: e se non ci credete, guardate un po’ la tv.

Capuleti. Fuad, palestinese, e Esdra, israeliano, sono gay, si amano e vivono insieme. Vivono nella casa di Esdra a Gerusalemme e la loro vita è altamente irregolare in quanto Fuad, che non ha permesso di soggiorno, è clandestino: clandestino palestinese e dunque, di questi tempi, altamente sospetto. Perciò le autorità israeliane l’hanno arrestato in attesa di espulsione. Espulsione, in questo caso, significa tornare in un villaggio in Palestina dove l’omosessualità non è vietata per legge ma secondo la sharia – sempre più diffusa – è punita con la morte. Quasi sicuramente, Fuad sarebbe ucciso dai suoi stessi parenti.
Questa storia può essere usata per dimostrare la barbarie degli integralisti palestinesi o l’insensibilità del governo israeliano, la “ragione” di Arafat o quella di Sharon. Non credo che per Fuad ed Esdra cambi molto. Comunque, è una storia in corso.

Etiopia. Crolla una chiesa copta nell’antichissimo complesso di Labilela, nel nord del paese. Risaliva al tredicesimo secolo. Quindici persone, fra visitatori e religiosi, hanno perso la vita nel crollo. E’ uno dei pochi disastri architettonici di questi anni non direttamente imputabile alla barbarie di qualche esercito: dal Museo babilonese di Bagdad ai Buddha afgani (vittime, rispettivamente, di marines e talebani) si calcola che quasi il trenta per cento delle ricchezze archeologiche del Medio oriente siano andate perse negli ultimi anni.

America. Giustiziato in Arkansas Charles Singleton, condannato a morte per l’omicidio di un negoziante nel 1979 ma non immediatamente giustiziabile per disturbi di mente. La legge prevede infatti che il condannato debba percepire il motivo della propria morte. L’uomo è stato pertanto sottoposto a terapia psichiatrica per venticinque anni, e infine – una volta guarito – è stato ucciso.

Europa. Composta, finalmente, la controversia fra la Commissione europea e il Congresso ebraico che l’accusava di antisemitismo. Da un lato rigurgiti antisemiti animalescamente “giustificati” (a volte anche da “compagni”) con le ingiustizie contro i palestinesi. Dall’altro uso cinico della parola antisemitismo per giustificare queste ingiustizie. Alla fine di tutto ciò, strette di mano fra ex fascisti ed ex ebrei, entrambi in mala fede ed entrambi – per cucina politica – rinnegatori di se stessi. Quando si parla di antisemitismo (o quando si dice “gli ebrei”) bisognerebbe pensare subito ad Anna Frank. Il metro è lei, la ragazzina indifesa, non i politicanti.

Cronaca. Latina. Un barbone di mezz’età, probabilmente rumeno o polacco, è morto assiderato su una panchina dei giardinetti. Nella notte la temperatura era scesa a meno cinque, e i cartoni con cui si copriva non sono bastati a salvarlo.

Cronaca. Genova. L’autista vieta a suo figlio – disabile in carrozzina – di salire sul bus: “Non è attrezzato”. Lui allora si pianta in mezzo alla strada davanti all’autobus e lo blocca per mezz’ora. “Interruzione di pubblico servizio”: denunciato.

Cronaca. Piazza Armerina. Il più piccolo s’è messo a piangere disperatamente quando ha visto che i poliziotti si prendevano la Nutella nascosta – con scatolette di carne, pasta e pelati – nello zainetto della mamma, che l’aveva appena rubata. Cinque figli, capodanno e niente da mangiare. I poliziotti si sono guardati fra loro, sono andati dal padrone del supermarket e l’hanno convinto a ritirare la denuncia. Poi due signori che passavano si sono fermati e hanno detto: paghiamo tutti noi. Per un giorno, festa. Finite le vancanze, i cinque bambini – che la madre non può mantenere – sono rientrati in collegio. E io scrivo tutto questo qui, lontano dalla Sicilia.

Giornalismo. “Hanno facce torve e scuotono la testa. Camminano nervosi in un pomeriggio di attesa e di rabbia. Hanno in testa idee pericolose…”. Non è Eugene SueJavert, nè un rapporto di polizia dell’Ottocento. Semplicemente la brillante e democratica prosa di un giovane collega “progressista”, l’ottimo Paolo Beruzzi di Repubblica. Parlando di tranvieri, riesce a evocare Ravachol. Complimenti.

Piero Fassino (nientivitti@nientisacciu.com) dixit:

Non possiamo pretendere che i giornali tutti i giorni parlino di mafia, perché l’informazione ha le sue regole…

Antonino wrote:

Ciao R., c’ero anch’io giorno 5 a Cittainsieme per la commemorazione di Fava. Ho sentito la tua proposta per un giornale catanese da opporre allo strapotere di Ciancio, da fare subito. Non posso aiutarti direttamente (non abitando più a Catania) ma i miei “dieci euri al mese” sono già virtualmente tuoi per questo progetto che ritengo FONDAMENTALE

Stefano wrote:

Sono un amico di Antonino e potete senz’altro mettere anche me nel vostro elenco dei “dieci euro al mese” per l’informazione. Il 5 gennaio ci siamo divisi ad hoc io e Anto per partecipare ad entrambe gli incontri su Fava. Io sono un ingegnere che si occupa di restauro e non so se le mie competenze vi possono tornare utili. Ma se voleste parlare di rischio sismico o di problemi sulle costruzioni sarò senz’altro felice di darvi un mio parere. In bocca al lupo. E fatemi sapere se vi posso essere di aiuto in qualche modo. A presto. Farò circolare l’idea il più possibile

antenore wrote:

Ancora un’altra celebrazione, un’altra commemorazione. E ancora un’altra maledetta vittoria di quelli che hanno deciso, armato e ucciso. Volevano fermare i Siciliani, interrompere il gioco, disperdere il gruppo e alla fine puntualmente, ci sono riusciti. Hanno vinto loro e i Siciliani non ci sono più. Hanno vinto loro e uomini che pensavano insieme, litigavano insieme, scrivevano insieme, credevano insieme, non si parlano più. Non riescono nemmeno ad incontrarsi. Pensano a distanza, si pensano a distanza. Inseguono sogni di purezza e strane verginità, facendosi intanto sfuggire il tempo della “riconquista”, della rinascenza

Perché “impotenti”? I quattro cavalieri li abbiamo pur spazzati via, e questa è una delle poche vittorie concrete ottenute in Italia sul sistema mafioso dalla società civile. Quando si sta uniti, e non si dimenticano le idee antimafiose, e non ci si dà alla politica di palazzo, si può vincere davvero. Quanto al resto, hai ragione (anche se la “purezza” e la “verginità” non c’entrano: il dissenso è su ben altro).

Memoria. “Un anno”. A cura della Fondazione recentemente costituita, sono stati raccolti in volume gli articoli di Giuseppe Fava a suo tempo pubblicati sui Siciliani. Il libro è in ristampa e dovrebbe essere pronto all’inizio di febbraio. Per richiederne una copia scrivere a: segreteria@fondazionefava.it

Sicilia. Non riesco a rispondere – e me ne scuso – alle numerosissime lettere sul cinque gennaio e su Giuseppe Fava. Non solo per il numero, ma proprio per l’argomento. Non solo emotivamente difficile, ma delicatissimo per il contesto specifico (due manifestazioni distinte e contrapposte, ma non “ostili”) e per il “che fare”.
Tutte le lettere arrivate qui sono comunque lettere scritte, se non sempre con la ragione, col cuore; il panico per la “divisione” non attenua l’affetto, nè il desiderio di ragionare per capire. Singolare contrasto con quelle, apparse altrove, dei catanesi perbene, specie “intellettuali”: dei quali, chi insulta me, chi Claudio Fava, chi ci tratta da “corte dei miracoli”, chi da “traditori” e chi da “fanatici” da mettere a regime.
Fra questi ultimi, segnalo il caso della “collega” Maria Lombardo, che – dopo aver fatto carriera con Ciancio e Bianco – adesso si affanna a mettere in guardia girotondini, progressisti e quant’altro dal pericolo rappresentato, nella lontana Sicilia, da noi dei Siciliani. Cinicamente, intendo usarla qua come “caso esemplare”. La invito a imparare a discutere, a civilizzarsi, a rispettare le opinioni e le esperienze altrui e ad essere non dirò umile – ché questo sentimento appartiene agli spiriti alti – ma consapevole dei propri limiti civili e professionali.
A tutti gli interlocutori della sinistra siciliana e nazionale – Claudio Fava compreso – suggerisco di cogliere l’occasione per scegliere definitivamente fra quelli come lei e quelli come me. E’ una scelta che non possono rimandare più a lungo, perché la situazione non lo consente e rischia di precipitargli addosso. (Capisco, naturalmente, che “il discorso è più complesso” ecc.: ma certi casi è pedagogico personalizzare brutalmente).

La divisione consiste in questo: che pur non dimenticandoci, pensandoci con affetto e non dormendo la notte per la nostalgia, le strade che abbiamo seguito sono state sempre più divergenti. Io credo nella società civile, e Claudio crede nel Palazzo. In questo non c’è alcun “tradimento” – Claudio ha rischiato la pelle, quanto e più di me, e *quindi* non può tradire – ma c’è un errore. Non un errore “teologico”, da “puri e duri”, ma proprio un errore pratico, l’errore di Nino Bixio o di Pancho Villa: prima coraggiosi (e vincenti) garibaldini e rivoluzionari e poi generali e colonnelli dell’esercito perbene, che però chissà perché poi perde le guerre. Allora, le cifre sono queste: come garibaldini ingenui, a Catania abbiamo preso il 49 virgola cinque per cento; come scaltri sabaudi, fra il sei e il dieci. Queste percentuali si traducono in vite umane, perché *concretamente* significano che una città come Catania, non certo povera come Pescara o Matera ma consegnata all’imprenditoria più incontrollata e collusa, alla fine diventa la più invivibile di tutte: le recenti statistiche lo dimostrano, ed il costo è concreto e drammatico per molti esseri umani.

Questo costo non viene pagato dai membri del ristretto ceto amministrativo e “intellettuale” (dal quale la sinistra catanese non riesce ad astrarsi) ma dai ceti più deboli e dai ragazzi dei quartieri. E anche, coerentemente, dai militanti antimafiosi – Siciliani e SicilianiGiovani in testa – che erano la vera e nuova classe dirigente della città e che invece sono stati scaricati in cambio dei vari Fifì e Fofò e Professori e Baroni. Su questo, è bene essere maleducati ma chiari: è interesse nostro, è interesse di Claudio, ma è interesse – più grande di ciascuno di noi – della Città buttare i problemi sul tavolo davanti a tutti.
Che fare, adesso? Partire per un giornale *professionale* (non un bollettino: un giornale, come quello che con più determinazione avremmo potuto tentare già nel ’93) che nel giro di tre anni si contrapponga a Ciancio; farlo tutti insieme, senza privilegi per nessuno ma senza puzze al naso e senza scomuniche per nessuno; mantenere il livello di serietà e di rispetto fra le varie associazioni che s’è visto il 5 gennaio a Città Insieme; uscire dal provincialismo, scoprire i cambiamenti sociali e le tecnologie; chiarire alla sinistra politica che l’appoggio della società civile (determinante per qualunque maggioranza di centrosinistra in città) non è più affatto scontato ed è invece subordinato ad alcune condizioni precise: pulizia dappertutto, a partire dal caso Catania, espulsione con infamia degli esponenti collusi come Crisafulli, serietà amministrativa e politica, democrazia e parità nel rapporto con la società civile, con le associazioni e con i cittadini; fine della sinistra oligarchica, insomma, e inizio di una sinistra diffusa e democratica, da cittadini. La società è maggiorenne, amici miei, e non vuole più essere trattata da ragazzina.

d.a. (cittadino@farmacisti.it) wrote:

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
“A ciò non fu’ io sol, disse, né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.
Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di torre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto”.

Giordano Bruno Ceccarelli (81 anni) wrote:

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo Fare e il tuo Pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull’orologio.
Ti auguro tempo per toccare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita
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4 Comments

  1. Il primo post sui bambini messi in galera e’ semplicemente un copia e incolla dalla pagina del corriere. Un po’ debole dire.

  2. Sul post sui bimbi in US: probabilmente quei casi saranno veri, ma ti posso assicurare da esperienza personale che li, anche se sono *molto* fissati, non chiamano la polizia solo perche` lasci l’ombelico scoperto…vedesti poi come ballano, secondo questo raggionamento andrebbero all’ergastolo (mi spiego: i giovani statunitensi ballano in maniera molto sexy)

  3. Sul post sui bimbi in US: probabilmente quei casi saranno veri, ma ti posso assicurare da esperienza personale che li, anche se sono *molto* fissati, non chiamano la polizia solo perche` lasci l’ombelico scoperto…vedesti poi come ballano, secondo questo raggionamento andrebbero all’ergastolo (mi spiego: i giovani statunitensi ballano in maniera molto sexy)

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