A sun sté a la fira ed San Lazar…

ArmaniLa campagna “Armani Anch’io” continua a fare proseliti: innumerevoli sono i siti che hanno già aderito e la stampa sta iniziando a parlarne (non sempre comprendendo appieno i termini della questione e la vicenda in generale).

L’intervento dell’ex manager di Register.it Bruno Piarulli, più che un dibattito ha scatenato un vespaio (vedi, tra l’altro, la risposta di Massimo Mantellini).
Ora Piarulli replica ai commenti. Qui si pubblica volentieri pur non condividendo gran parte di ciò che dice: l’autore ha competenza sul campo e la capacità di mettere sul piatto temi che, prima o poi, andranno discussi. E discutere non fa mai male.

A SUN STÉ A LA FIRA ED SAN LAZAR…
di Bruno Piarulli

Me ne sarei stato zitto. Ma come è noto lo “scrivere-senza-leggere” non lo reggo e sulla vicenda del terzismo mi è venuta voglia di aggiungere un paio di cose in risposta non tanto alle argomentazioni di Massimo Mantellini quanto ai vari commenti postati senza neanche aver letto oltre la riga “tre” quello che andavano a commentare. A meno che i vari comments non fossero solo un modo per aumentare il Google-Ranking, ed in questo caso sono pronto a prestarmi al gioco all’infinito. Ecco, io sono di sicuro uno “curioso”, come dicono alcuni, ma almeno le carte le leggo.

Gianluca ad esempio dice (grossomodo) che teme che sarebbe finita così anche se il dominio armani.it fosse stato usato per fini non commerciali. Altri ne sono assolutamente certi. Buffo notare che proprio il giudice di Bergamo, nella sentenza che nessuno ha letto, dica il contrario. Basta andare sul sito di armani.it dove la sentenza è pubblicata e, se non si ha voglia di leggerla tutta, provare a trovare la frase “di opinioni e di idee” e leggersi i paragrafi lì intorno. Oppure andare sul già citato Interlex.it a leggersi i commenti di qualche persona [veramente] terza rispetto al nostro discorso.

Tralascio gli altri commenti, che palesemente non hanno letto ne’ il mio post ne’ quello di Mantellini, per tornare sul tanto difeso concetto del “first come, first served”, credo che sia veramente questo il punto del discorso. Mi è piaciuto moltissimo il commento di Doge dove dice che “chi arriva primo è una regola sanissima, la base dell’educazione, la fila in posta si deve fare per censo?”. Giusto. Peccato che l’esempio non c’azzecchi proprio per niente. La fila alla Posta (e altre file simili) sono fatte da persone che sanno tutte benissimo che la posta esiste, che sanno tutte (o quasi) dove è la posta, e che ne conoscono (più o meno) gli orari di apertura. E che se anche “arrivano tardi”, perché qualcun altro è più attento o più veloce, non ne traggono un danno “per sempre”. Non è stato così per la conquista delle colonie, dell’ovest americano o del proprio posto al sole su Internet.


Nessuno vuole nascondere o negare che il principio del first come, first served esista da sempre, ma non vuole dire che sia un principio giusto, almeno non su Internet. Toglietevi per cinque minuti dalla testa armani.it e la lotta di un piccolo timbrificio contro un grande e ricco stilista, e facciamo addirittura finta che non esistano ne’ i marchi ne’ la legge che li protegge. Il nome Grauso vi dice niente? E il nome Polis S.r.l.? Il primo ha più volte dichiarato di aver registrato centinaia di migliaia di domini, la seconda era intestataria di migliaia di domini uguali a cognomi italiani. Altri hanno investito cifre considerevoli per registrarsi tutti (dico davvero, non sto scherzando) i nomi di dominio uguali ai comuni italiani, utilizzando alla perfezione le regole di naming in vigore al tempo. Come ha fatto Grauso (e gli altri)? Semplice, è stato più attento. Più veloce. Ha sfruttato alla perfezione il first come, first served, investendo quattrini a palate in quella che secondo lui era un’opportunità colta prima di altri. E gli altri? Che si svegliassero…
Continua a sembrarvi così giusta, questa regola? O stavolta, visto che è stato “uno grosso con i soldi” ad usarla ai danni di tante persone normali, con cognomi normali, le convinzioni cominciano a vacillare?

Per fortuna in seguito, con calma, sono state introdotte regole che hanno permesso ai comuni di riottenere il loro nome a dominio, e sono arrivate le prime sentenze o procedure amministrative favorevoli a chi si era visto sottrarre il proprio cognome, o nome-e-cognome, e Grauso ed molti altri hanno preferito rinunciare a domini che non erano oramai più in grado di mantenere. Molte persone possono oggi utilizzare il loro cognome come dominio proprio perché ci sono “regole e leggi” che li hanno tutelati. Quelle stesse leggi che prevedono anche la legge marchi, sorry, non l’ho scritta io. Se non piace cambiamola, ma per ora è quella che c’è.

Ma anche così, anche dopo che è stato eliminato lo squatting più evidente, continuo a pensare che almeno su Internet si possa fare ancora di più, continuo a pensare che la tecnica possa fare ancora di meglio, ad esempio per impedire che chi registra il suo cognome impedisca di fatto a tutte le persone con lo stesso cognome di poterlo usare.

Mi spiego meglio con un esempio: alla biblioteca civica di San Lazzaro di Savena hanno appena consegnato una copia (una sola!) dell’Enrico V. Chi arriva per primo se la prende, e per 20 giorni se la tiene, gli altri… ciccia. Sempre se non “si dimentica” di restituirla, nel qual caso sarebbe perduta per sempre. Però, se qualcuno si prendesse la briga di renderla disponibile sui cinque PC presenti in biblioteca, magari potrebbero leggerla in cinque contemporaneamente, Anzi, ancora meglio, se ci fosse un Progetto Manuzio a renderla disponibile in rete potrebbero leggerla in molti. Pensate che bello: “All come, all served”, su Internet tutto è possibile, se non è oggi sarà domani.

Se ci pensate un attimo, è proprio quello che sta succedendo nell’esempio di Doge, ma al contrario. Lentamente, goffamente, con un quintale di errori, la “tennologia” ci sta permettendo di eliminare le code alla posta, alla banca e in tutti gli altri posti pallosissimi delle pubbliche amministrazioni per rendere il servizio disponibile a tutti, per poter fare tutto via Internet. Chi se ne frega delle code, faccio tutto da casa! Ci vorrà ancora un bel po’ di tempo, questo è sicuro, prima che sia veramente accessibile a tutti, ma la strada è tracciata. Credo che anche solo 15 anni fa l’idea di gestire il proprio conto bancario via Internet avrebbe suscitato le stesse reazioni che suscita oggi parlare di “multi-domain” sulla rete. O di e-identity. Un sogno? Mi piace!

Una volta, per telefonare, bisognava passare dalla centralinista della SIPTEL, qualunque fosse il numero da chiamare. Poi hanno inventato i prefissi, che permettevano a due numeri di telefono uguali di esistere nella stessa rete. Magia! Poi hanno aggiunto anche il prefisso internazionale, così potevano esistere numeri uguali in distretti diversi di nazioni diverse. Poi hanno aumentato i numeri disponibili. Poi hanno inventato i cellulari per raggiungere più “direttamente” le persone invece che con il telefono fisso. Hanno aumentato i prefissi dei cellulari. Hanno aumentato i gestori. Hanno inventato l’UMTS per vedere oltre che parlare.

Che cosa cavolo ne so io, Massimo, di come si fa a dare lo stesso “nome” a persone diverse sulla rete Internet? Mica faccio il centralinista.

P.S.: dimenticavo, ho appena registrato i domini dogeblog.it e dogeblog.com (più un altro po’ di estensioni, per sicurezza, non si sa mai) come regalo di compleanno per un amico che si chiama Alberto Doge, così può farsi anche lui il suo Weblog personale. Non credo che nessuno se avrà a male, no? :-)
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28 Comments

  1. Qualcuno mi può spiegare che cosa c’entra la legge sui marchi con il domain name? ed in questo caso particolare visto che il marchio è “emporio armani” o al limite “giorgio armani” cosa c’entra questo con “armani.it”?

  2. Ahem, l’esempio dei prefissi telefonici dovrebbe far riflettere il Sig. Piarulli sulla fantascienza di quanto ha appena affermato circa il “multidomain”. NON esistono infatti numeri telefonici uguali sulla stessa rete, proprio perchè il numero telefonico è l’insieme di tutti i suoi prefissi più il numero.
    Sarebbe come dire che “in tanti hanno lo stesso dominio perchè hanno un .it più un prefisso iniziale”.

  3. Ribadisco che nel leggere le parole di Bruno Piarulli, non bisogna dimenticare che dietro di lui, o sotto di lui, c’è Register.it. Che di registrazioni di domini e di grossi clienti come Armani ci campa. Register non a caso promuove l’iniziativa “online brand protection” qui http://we.register.it/domains/corporate.html?id=357315d7e0638d5b506b3926a5a0afa6
    dove si sostiene che ” il dominio rappresenta il marchio dell’era digitale”…. Credo che il parere di Piarulli sulla questione Armani sia come dire, in conflitto di interessi.

  4. continuo a pensare che la tecnica possa fare ancora di meglio, ad esempio per impedire che chi registra il suo cognome impedisca di fatto a tutte le persone con lo stesso cognome di poterlo usare.

    Che cosa cavolo ne so io, Massimo, di come si fa a dare lo stesso “nome” a persone diverse sulla rete Internet? Mica faccio il centralinista.

    Piarulli si è fatto i soldi con i nomi a dominio. Buon per lui. Però potrebbe evitare di pontificare sulla tecnica che può tutto: è come dire “la tecnologia ci permetterebbe di eliminare la fame dal mondo e le guerre. Come si fa? Non lo so, non sono mica un tecnologo!”

    Sono segreti molto ben nascosti :-), ma c’è gente che ha pensato a come fare: potete leggere il draft di John Klensin che trovate a http://www.irtf.org/siren/draft-klensin-dns-search-05.txt e che tra l’altro dà anche un’ampia bibliografia. Klensin è uno dei Grandi Vecchi di Internet, giusto per dare un’idea.
    Chi avrà voglia di leggere il malloppo scoprirà che non è una cosa così banale da fare, anche se la tecnologia dietro c’è già tutta.
    Peggio ancora, io ritengo che sarebbe del tutto inutile, per la banale ragione che la tecnologia da sola non basta. Un paio di esempi molto pratici:
    (a) si potrebbe creare un Top Level Domain .trademark, con suddivisioni nazionali e all’interno di queste nelle varie categorie merceologiche: così se Giorgio Armani mostra che “Armani” è un “marchio notorio” a livello mondiale, si cucca armani.trademark; altrimenti armani.it.trademark, o armani.abbigliamento.it.trademark. Notate che il terzo livello “abbigliamento” sarebbe virtuale, gestito cioè dall’Ufficio Marchi che definisce le categorie merceologiche.
    (b) per i cognomi italiani, si crea un secondo livello id.it, e un programma automatico (che è facile da fare) che permetta di linkare il tuo sito a cognome.id.it, che sarebbe un dominio virtuale. Così io clicco su codogno.id.it e mi troverei una sfilza di dati, tra cui Maurizio (ex calciatore e ora allenatore) e Maurizio (matematico e casinista).
    Tutto questo naturalmente indipendentemente dall’avere gli attuali nomi: nessuno vieterebbe di averli, semplicemente ci sarebbe la forma canonica.
    Bene: secondo voi una norma come questa avrebbe una minima possibilità di essere usata? Credete forse che Armani non continuerebbe a dire che armani.it deve essere suo, altrimenti gli stanno facendo concorrenza sleale?
    (scusate la lunghezza, prometto non lo faccio più)

  5. ps: io mi sono fatto tanta fatica per mettere neretti, corsivi e “a capo”, e poi mi vedo il testo tutto appiccicato? È possibile che la teNNologia di Gnueconomy non permetta di fare di meglio?

  6. 1) Se il marchio commerciale Armani (inteso come timbrificio) è valido, come può non esserlo un dominio, visto che quest’ultimo è solo un mezzo per evidenziare il primo?
    Diverso sarebbe il caso se Giorgio Armani ottenesse la cancellazione anche del marchio del timbrifico.
    2)Tanto per fare un esempio di equivoci non finiti in tribunale: cliccate http://www.espresso.it e guardate cosa appare, di certo non il sito del periodico.
    3) Che danni può aver ricevuto la Giorgio Armani da un sito “di disturbo”? Una persona normale che naviga quanti secondi perde a cercare il sito “giusto” di Armani, dopo aver sbagliato il primo?

  7. ritengo che la discussione, a livello teorico e perfino filosofico, sia interessantissima. Ma se poi penso che alla base di tutto ciò c’è un caso pratico e che qualcuno abbia scatenato tutto ciò comincio a preoccuparmi per la salute mentale di questo qualcuno e non solo… Poi mi pongo una domanda: se posso trovar giusto che una persona che registri il suo cognome a dominio impedisce ai suoi omonimi di fare lo stesso, come si stabilisce chi è ne ha più diritto. E’ per questo che, del tutto arbitarriamente, in questa storia tendo dalla parte del Sig. Luca Armani…

  8. Invece di continuare a citare Interlex, leggila, anche. Il problema e’ proprio se la legge sui marchi si possa applicare ai domini. La cosa non e’ scontata ed e’ un problema non normativo, ma dottrinale.

  9. Grazie al cielo, Andrea! In tutta questa messe di preteso buonsenso, cominciavo a disperare di poter leggere una risposta come la tua. Il fatto è che, tra post e commenti, la questione centrale (l’unica degna di attenzione, cioè quella alla quale fai riferimento) sembra essere stata toccata solo per sbaglio, e lasciata lì come se non avesse importanza.

  10. Sinceramente questa insistenza di Piarulli sulla questio da trattato medievale se il “first come first served” sia o meno cosa buona mi sembra solo una sospetta diversione dal problema che era stato originariamente posto (si, è vero, non sempre si è stati precisi ma…). Mi trovo d’accordo con .mau. E aggiungo: molti scordano che il dns è un servizio “directory” ovvero è (era) stato pensato come un tentativo di assegnare nomi secondo gerarchie strutturate “ad albero” se questo non è stato fatto è stato per gli interessi (legittimi per carità) dei vari Piarulli che non vedevano l’ora di vendere “il proprio nome” a mezzo mondo, non spiegando che in questo modo “il proprio nome” sarebbe stato ancora più “il nome di altri mille”. Premesso questo nel caso specifico di armani.it ancora nessuno mi ha spiegato perché il nome a dominio DEBBA essere equiparato al marchio, il giudice poteva semplicemente imporre una home page dove fosse chiaro che non si trattava di vestiti e non si trattava di Armani lo stilista. Per il resto “first come first served”: avete voluto la bicicletta…?

  11. Scusate il doppio commento. Ho cominciato a leggere il draft che ha riportato .mau, sicuramente è interessante ma è ovvio che i tempi sono lunghissimi, basta pensare ai tempi di attuazione di DNSSec (ammesso che sarà mai realizzato). La visione palingenetica della tecnica alla Piarulli – mi scusi, niente di personale, solo che ne ha dette tante – che arriva e “libera tutti” è un po’ ingenua: gli uomini e le cose umane (gli interessi, la “politica”, la paura, l’inerzia…) fanno parte di ciò che chiamiamo tecnica, da sempre. Mi sembra molto più semplice prendere atto del fatto che nessuno che sia seriamente interessato a Internet oramai considera più i nomi a dominio così importanti, quella degli Armani è roba da parvenu. Forse a qualcuno che voleva far fortuna con queste cose (e non solo i registrar, pensate agli studi legali / consulenze ecc.) questo dà un po’ fastidio.

  12. Salve sono l’authority…

    Soluzione:

    Timbrificio Armani
    http://www.armani.a.bg.it
    dove a sta per “affari” (e quindi una “p” potrebbe essere riservata ai privati) e bg per “bergamo” (provincia di appartenenza)

    Giorgio (o Emporio) Armani
    http://www.armani.a.rm.it
    io non so se l’azienda ha sede a Roma o a Milano o a Rogoredo.
    Comunque, ipotizzando Roma, ecco che per ogni provincia italiana potrebbero esserci due signori armani che registrano il proprio sito in allegra convivenza.
    Quindi:
    Province italiane=100 (circa)?
    Domini disponibili=2 (1 affari 1 privato)
    Et Voilà. L’unica lacuna è rappresentata dall’eventualità che le due parti in causa siano entrambe della stessa provincia. Questa si chiamerebbe sfiga. Intanto però Aristide Armani da Monghidoro avrebbe il suo sito, con buona pace del multidominio.
    Così nessuno litiga più, e i due signori in questione si affretterebbero, per evitare puntini e siglette varie, a registrarsi l’uno come giorgio(oemporio)armani.it e l’altro come timbrificioarmani.it.
    Saluti e buon Lavoro.

  13. Salve sono l’authority…

    Soluzione:

    Timbrificio Armani
    http://www.armani.a.bg.it
    dove a sta per “affari” (e quindi una “p” potrebbe essere riservata ai privati) e bg per “bergamo” (provincia di appartenenza)

    Giorgio (o Emporio) Armani
    http://www.armani.a.rm.it
    io non so se l’azienda ha sede a Roma o a Milano o a Rogoredo.
    Comunque, ipotizzando Roma, ecco che per ogni provincia italiana potrebbero esserci due signori armani che registrano il proprio sito in allegra convivenza.
    Quindi:
    Province italiane=100 (circa)?
    Domini disponibili=2 (1 affari 1 privato)
    Et Voilà. L’unica lacuna è rappresentata dall’eventualità che le due parti in causa siano entrambe della stessa provincia. Questa si chiamerebbe sfiga. Intanto però Aristide Armani da Monghidoro avrebbe il suo sito, con buona pace del multidominio.
    Così nessuno litiga più, e i due signori in questione si affretterebbero, per evitare puntini e siglette varie, a registrarsi l’uno come giorgio(oemporio)armani.it e l’altro come timbrificioarmani.it.
    Saluti e buon Lavoro.

  14. Salve sono l’authority…

    Soluzione:

    Timbrificio Armani
    http://www.armani.a.bg.it
    dove a sta per “affari” (e quindi una “p” potrebbe essere riservata ai privati) e bg per “bergamo” (provincia di appartenenza)

    Giorgio (o Emporio) Armani
    http://www.armani.a.mi.it
    io non so se l’azienda ha sede a Roma o a Milano o a Rogoredo.
    Comunque, ipotizzando Milano, ecco che per ogni provincia italiana potrebbero esserci due signori armani che registrano il proprio sito in allegra convivenza.
    Quindi:
    Province italiane=100 (circa)?
    Domini disponibili=2 (1 affari 1 privato)
    Et Voilà. L’unica lacuna è rappresentata dall’eventualità che le due parti in causa siano entrambe della stessa provincia. Questa si chiamerebbe sfiga. Intanto però Aristide Armani da Monghidoro avrebbe il suo sito, con buona pace del multidominio.
    Così nessuno litiga più, e i due signori in questione si affretterebbero, per evitare puntini e siglette varie, a registrarsi l’uno come giorgio(oemporio)armani.it e l’altro come timbrificioarmani.it.
    Saluti e buon Lavoro.

  15. Io non so perché il nome a dominio *DEBBA* essere equiparato al marchio. Secondo il giudice di primo grado, “[il dominio armani.it] per la sua funzione – cioè quella di consentire l’accesso alla rete Internet e quindi ad un numero infinito di informazioni, contraddistinguendo sulla rete l’attività d’impresa, i prodotti o il marchio del suo titolare – l’uso del domain name doveva equipararsi all’uso di un segno distintivo;”
    Peccato che se anche questo fosse vero basterebbe che *la home page* avesse link allo stilista. Almeno fino a quando qualcuno mi dimostra che per trovare i suoi vestiti qualcuno riesce a entrare direttamente su una pagina sotto quella principale…
    Se poi vuoi sapere chi dice che i nomi a dominio sono da equiparare ai marchi, prova a guardare la bozza del codice di proprietà industriale che sta uscendo in questi giorni: http://www.aippi.it/Docs/codex.htm , articolo 120, comma 3. Il comunicato stampa con la presentazione del codice lo trovate a http://www.minindustria.it/pdf_upload/comunicati/phppHr0t6.pdf ; del codice vero e proprio non ho trovato traccia nel sito del ministero.

  16. .mau i link che hai mostrato sono molto interessanti (soprattutto per altri problemi, specificatamente i diritti di proprietà intellettuale sulla materia vivente), ma sono una bozza e nella questione (se sia possibile applicare la legge sul marchio al domain name http://www.armani.it) non c’entrano. A me sembra che la regolamentazione attuale sia stata applicata impropriamente: primo perché le leggi sui marchi, mi pare, sono state formulate per prevenire e punire la contraffazione (questo non è il caso) e secondo perché il marchio di giorgio armani è un aquilotto (con dentro GA) in mezzo alla scritta “emporio armani”. Ora giorgio armani possiede già http://www.giorgioarmani.com e http://www.emporioarmani.com che mi sembrano più che sufficienti a garantire i suoi diritti e guadagni. E poi la legge non si basa sulla difesa del più debole? Comunque grazie ancora .mau. leggerò la bozza di legge con attenzione.

  17. i link sono a una bozza del codice perché in giro non si riesce a trovare nulla di più – so che c’è l’ultimo giro di richiesta commenti che finiscano adesso. Che non c’entrino nella questione avrei dei dubbi: nel comma che ho citato esplicitamente si parla di riassegnazione coatta del nome a dominio se lede un marchio :-(
    Per il resto, quella non è affatto la *mia* opinione, ma sono abituato a indicare tutte le fonti, così ciascuno può sapere che cosa succede anche dall’altra sponda…

  18. .mau. nessuna polemica ma semplicemente il giudice in questione non ha valutato in base a quella bozza di legge.

  19. stalker: ovviamente il giudice non ha valutato in base a quella bozza (che è ben successiva alla sua sentenza!) D’altra parte, se non ricordo male, non ci sono state *sentenze* a riguardo prima di questa, in genere si arrivava a un blocco ex articolo 700 o cose simili.

  20. Oddio mio, la solution di Otto Kan…ho riso per mezz’ora…certo che con domini di ottavo/nono livello in effetti si risolverebbe tutto…eheh….allora perchè semplicemente non si chiamano armanibg.it e armanimi.it? semplice: vogliono entrambi “armani.it. non armani.bo.co.gi.ti.it, di quello non gliene frega niente a nessuno. Io, da parte mia, odio i brand sempre e comunque, sia che si tratti di timbifrici o di stilisti. Anche perchè entrambi non hanno capito che, visti i loro siti, non sarà con internet che faranno certamente più soldi. O era avere un blog (the Gnu Style?), che interessava loro?

  21. Se vogliamo – vogliamo proprio? – ragionare in termini giuridici, dovremmo ricordare – in favore di Luca – che la legge marchi (siamo nel 1942) prevede, innanzitutto, all’art. 1-bis, che >>. E Luca ha utilizzato il suo nome nell’esercizio della sua attività professionale. Se poi vogliamo continuare – sempre in termini giuridici – dovremmo anche ricordare – stavolta in favore di Giorgio – che, la predetta legge, prevede anche, in favore di marchi che godono di grande rinomanza, una tutela ampliata che opera indipendentemente dalla natura – privata o commerciale – che si faccia del marchio pretesamene contraffatto. Cito dalla sentenza del tribunale di Bergamo: >. Non mi pare, pertanto, condivisibile – in logica giuridica – il ragionamento secondo cui, in caso di utilizzo privato e non commerciale del dominio armani.it, nessuno avrebbe dato fastidio a Luca (Armani), e ciò per la semplice ragione che, in linea con il ricordato articolo, l’utilizzo del dominio armani.it comporta, di per sè, un pregiudizio per il marchio registrato, quantomeno in termini di immagine e di accessibilità ai prodotti dello stilista (si vedano, in proposito, le statistiche di accesso richiamate nella sentenza del giudice di Bergamo:il numero di utenti che hanno visitato il sito di Luca è pari, in relazione ad un trimestre, a tre volte il numero degli utenti che hanno visitato il sito “giorgioarmani.it”).

    Tra diritto al nome, da un lato, e diritto al completo sfruttamento del marchio registrato, dall’altro, è dunque difficile trovare, in via meramente interpretativa, una soluzione equilibrata – giusta – con riferimento a problematiche (controverse) quali quella sottoposta al tribunale di Bergamo. Ma non è questo il punto. Il punto è che occorre, finalmente, un intervento chiarificatore del legislatore. Il punto è, in particolare, che occorre definire una volta e per tutte la natura giuridica (segno, mero indirizzo, mista ecc…) del domain name anche in rapporto alla normativa sui marchi, ciò che, evidentemente, non può continuare a fare – con esiti contraddittori – la magistratura in funzione di supplente, specie in casi come quello “armani.it” in cui sono in gioco valori collocati al vertice della gerarchia costituzionale.. Nel caso di Luca, peraltro, il giudice avrebbe potuto – sarebbe stato, a mio parere, un passo opportuno – investire del caso la Corte Costituzionale in relazione alla violazione dell’art. 2 Cost. Forse la Consulta non avrebbe risolto la questione, ma sarebbe stato, almeno, sollevato formalmente il problema ed alimentata una discussione che è a questo punto doverosa.

  22. Ci manca un pezzo. Ecco l’intervento corretto. Scusate.
    Se vogliamo – vogliamo proprio? – ragionare in termini giuridici, dovremmo ricordare – in favore di Luca – che la legge marchi (siamo nel 1942) prevede, innanzitutto, all’art. 1-bis, che >>. E Luca ha utilizzato il suo nome nell’esercizio della sua attività professionale. Se poi vogliamo continuare – sempre in termini giuridici – dovremmo anche ricordare – stavolta in favore di Giorgio – che, la predetta legge, prevede anche, in favore di marchi che godono di grande rinomanza, una tutela ampliata che opera indipendentemente dalla natura – privata o commerciale – che si faccia del marchio pretesamene contraffatto. Cito dalla sentenza del tribunale di Bergamo: >. Non mi pare, pertanto, condivisibile – in logica giuridica – il ragionamento secondo cui, in caso di utilizzo privato e non commerciale del dominio armani.it, nessuno avrebbe dato fastidio a Luca (Armani), e ciò per la semplice ragione che, in linea con il ricordato articolo, l’utilizzo del dominio armani.it comporta, di per sè, un pregiudizio per il marchio registrato, quantomeno in termini di immagine e di accessibilità ai prodotti dello stilista (si vedano, in proposito, le statistiche di accesso richiamate nella sentenza del giudice di Bergamo:il numero di utenti che hanno visitato il sito di Luca è pari, in relazione ad un trimestre, a tre volte il numero degli utenti che hanno visitato il sito “giorgioarmani.it”).

    Tra diritto al nome, da un lato, e diritto al completo sfruttamento del marchio registrato, dall’altro, è dunque difficile trovare, in via meramente interpretativa, una soluzione equilibrata – giusta – con riferimento a problematiche (controverse) quali quella sottoposta al tribunale di Bergamo. Ma non è questo il punto. Il punto è che occorre, finalmente, un intervento chiarificatore del legislatore. Il punto è, in particolare, che occorre definire una volta e per tutte la natura giuridica (segno, mero indirizzo, mista ecc…) del domain name anche in rapporto alla normativa sui marchi, ciò che, evidentemente, non può continuare a fare – con esiti contraddittori – la magistratura in funzione di supplente, specie in casi come quello “armani.it” in cui sono in gioco valori collocati al vertice della gerarchia costituzionale.. Nel caso di Luca, peraltro, il giudice avrebbe potuto – sarebbe stato, a mio parere, un passo opportuno – investire del caso la Corte Costituzionale in relazione alla violazione dell’art. 2 Cost. Forse la Consulta non avrebbe risolto la questione, ma sarebbe stato, almeno, sollevato formalmente il problema ed alimentata una discussione che è a questo punto doverosa.

  23. Acci, leggo solo ora che il mio commento ha avuto tanto successo da essere preso a esempio (negativo)! Chissà se ora qualcuno leggerà questa mia risposta, sigh… Per rispondere inizierò dalla fine di questo post dove si parla dei domini registrati a nome “dogeblog”. Vedi… quando ho aperto il blog l’ho fatto solo per impratichirmi un po’ con internet e l’ho registrato con un nome del cavolo, quello che mi veniva in mente in quel momento. E sul blog io scrivo solo cazzate, roba che non mi darebbe fastidio, ad esempio, se la trovassi copiata e incollata da altre parti. Non ci metto miei disegni (anche xchè non ho un server) e se li potessi mettere metterei le cazzate. Non ci metto miei testi se non cazzate. Perchè mi sono posto subito il problema del dominio e della tutela dei miei scritti/immagini, e finchè non avrò voglia di registrarmi uno che considero “ufficiale” mi tengo ‘sto nome del cazzo di cui non mi frega. Spero anzi che il tuo amico lo usi, col tempo ho scoperto che non è così male come pensavo all’inizio e resta abbastanza in mente, è simpatico. Questo per dire che so di essere entrato in posta. Per quanto riguarda i «danni per sempre» allora facciamo che non è un ufficio postale ma la coda per il biglietto del cinema. Tutto ciò detto da un povero Doge ora replicato e non da uno come Armani o ditte simili che dovrebbero addirittura stare più attenti o svegliarsi prima… Comunque le cose non sono in bianco e nero e chiaramente la pratica di chi registra l’elenco telefonico mettendogli il «punto it» è da condannare, non così nel caso di due ditte. E qua dovrebbe valere il fatto di essere registrate e non il loro censo [per me è ‘sta parola che ti ha colpito nel mio intervento :-)]

  24. ah, dimenticavo… almeno potevate fare un link sul mio nome così guadagnavo un po’ di lettori sul blog no? uno scrive una frase che diventa paradigmatica e manco gli concedete questo? se un mio testo viene ripreso in un articolo andrebbe un attimo ricompensato! :-)

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  27. composed by hsm 2012-06-09
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    In that movie, the three civil rights workers get killed within the initial 5 minutes; for the rest of its two hours the movie portrays not a single civil rights worker or black Mississippian overthe age of twelve with whom the viewer could possibly identify Rather, Parker concocts two fictional white FBI agents who Air Max 2011 play out the hoary “good cop/bad cop” formula and in the procedure doublehandedly solve the murders. In realitythat is. inside the Cheap Black Air Max TN genuine story on which the movie is basedsupporters of t nike air max 97 he civil rights movement! including Michael Schwerner’s widow, Rita! and every white northern friend the movement could muster! pressured Congress and also the executive branch with the federal government to tbrce th nike air max 2009 e FBI to open a Mississippi office and make bringing the murderers to justice a priority! Meanwhile, Hoover tapped Schwerner’s father’s telephone to see if he may be a communist. shirly 2012-06-09 velvetdurano.

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