«L’opposizione si lascerà intimidire»

BERLUSCONI, DOPO LA CONDANNA A PREVITI. MUSSOLINI, DOPO L’OMICIDIO MATTEOTTI.

Benito Mussolini - Silvio BerlusconiL’Avvertimento. Rubati, al ministero dell’interno, i nomi dei pentiti di mafia e dei parenti posti sotto protezione. I mafiosi sono entrati tranquillamente, hanno rubato un po’ di soldi da una cassaforte e hanno probabilmente fotografato l’elenco che si trovava custodito là dentro. Il significato dell’iniziativa è molto chiaro: possiamo fare quel che vogliamo, sappiamo i vostri nomi e dove sono i vostri figli; attenti a voi.
Questo episodio è il più grave fra tutti gli “avvertimenti” mafiosi finora verificatisi: più significativo anche – ad esempio – della bomba di via dei Georgofili, nel pieno di un’altra crisi politica italiana. Contro chi è rivolto? Contro la polizia, i giudici, l’antimafia, la sinistra, Borrelli? No. Secondo me, è rivolto direttamente e personalmente contro il vertice del governo. E avviene quarantott’ore prima che i giudici si ritirino in camera di consiglio per la (prevedibile) sentenza contro il principale collaboratore di Berlusconi – non del Berlusconi politico, di cui ormai sappiamo tutto, ma del Berlusconi imprenditore, di cui in realtà sappiamo ancora molto poco.

“Il problema della magistratura italiana va risolto”. “Se il fascismo è un’associazione a delinquere, ebbene, io sono il capo di quest’organizzazione a delinquere”. Due capi di governo italiani hanno detto queste due frasi, nelle primavere del ’24 e del 2003, i momenti di massima crisi dei rispettivi regimi. Berlusconi, il giorno dopo la condanna di Previti. Mussolini, dopo il ritrovamento del cadavere di Matteotti. Nè l’uno nè l’altro l’hanno detto volentieri: significava rimettere in gioco il regime, giocarsi a pari e dispari, su una carta sola, tutto il potere raggiunto. Eppure l’hanno detto.


Oggi sappiamo che Mussolini, in realtà, avrebbe preferito un compromesso (precedenti non gli mancavano) con l’opposizione. Egli era un politico, non un avventuriero. Ma per una settimana di seguito i capi delle milizie, gli “squadristi della prima ora”, sfilarono davanti a lui nel suo studio, formalmente ossequiandolo ma in realtà minacciosi.
“Duce! Nell’ora in cui i nemici del fascismo speculano vergognosamente sulle infami calunnie”… In pubblico, i capi degli squadristi osannavano Mussolini. Ma in privato cominciavano a girare le prime voci. Dumini non accetterà mai di passare per un sicario isolato. Farinacci è pronto a rimobilitare le squadre padane. Rossi non è disposto ad andare sotto processo da solo. I primi memoriali cominciano ad arrivare ai giornali dell’opposizione; i più autorevoli fra i vecchi liberali cominciano a essere discretamente contattati dagli emissari del re; in via del Corso, in Galleria, davanti al Biffi e all’uscita di Aragno, fra i gruppi di sfaccendati le barzellette sul fascismo girano sempre di più ad alta voce. E ogni giorno può essere quello decisivo, quello in cui sull’Avanti o sul Mondo, a firma di qualche fascista disperato, potrebbe uscire, irrevocabile e a tutte lettere, il Nome.
Così, quel mattino, il cavalier Benito Mussolini – dopo una notte difficile, passata a rimuginare un “io non gliel’avevo ordinato” e un “traditori vigliacchi” – entrò a passo di carica in quell’“aula sorda e grigia” dove l’opposizione riunita, il presidio del popolo italiano (e dietro a lei la Borghesia Bempensante e l’Esercito e la Nazione e più in alto di tutti il Supremo Garante, S.M. il Re) aspettava in silenzio le sue giustificazioni. Cento volti severi, cento sguardi impassibili che spiavano ansiosamente un minimo segno di debolezza, una minima dissociazione dai mussoliniani che – al di là di ogni dubbio – s’erano resi platealmente colpevoli dell’omicidio del deputato Giacomo Matteotti. Il Capo del Governo esitò un attimo, rivolse uno sguardo circolare sull’aula, e cominciò: “Io assumo formalmente, io solo, la responsabilità di tutto quel che è accaduto…”. E andò avanti.
Alla fine del discorso l’opposizione, dispersa e a occhi bassi, uscì alla spicciolata dalla sala. Alcuni giorni più tardi, alcuni popolani comunisti si fecero ammazzare a San Lorenzo, cercando di resistere a una sfilata trionfale dei fascisti. E fu tutto. Mussolini aveva giocato la sua carta (“si lasceranno intimidire”) e aveva vinto. Quel giorno cominciò davvero il regime fascista.

Di alcune cose che ha detto in questi giorni, il presidente del consiglio forse dovrà rispondere penalmente – se i magistrati lo riterranno – dopo il suo mandato. A noi sembra che il codice penale preveda ancora i reati di oltraggio alla magistratura, di istigazione a delinquere e di eccitazione alla rivolta contro i poteri delllo Stato. Ma questo, toccherà ai giudici valutarlo. A noi cittadini, tocca vigilare a che la legalità complessiva sia rispettata, e a che in particolare tutti i processi in corso vadano regolarmente a fine. Fra questi processi, come sappiamo, alcuni coinvolgono personalmente – per reati comuni – il Capo del Governo, e da circa due anni noi andiamo predicendo che a) riusciranno effettivamente ad arrivare a sentenza e b) vedranno presumibilmente la condanna dell’imputato. A quel punto, si aprirà uno scomodo ma ineludibile dilemma. Il capo del governo resterà in carica, esercitando cioè funzioni di pubblico ufficiale in violazione della legge penale; o sarà costretto a dimettersi, creando un precedente pessimo per la credibilità del sistema.
L’unica soluzione “pulita”, a questo punto, sarà di prendere atto della situazione (un “pregiudicato” non può governare un Paese) e rimandare tutto al popolo perché decida lui. Ogni altra soluzione sarebbe o un disfacimento o un regime.
Oppure – la quarta soluzione, la peggiore – si può far finta di niente; e l’opposizione, in particolare, può comportarsi come l’opposizione di Mussolini, che gliele fece passare tutte finché non ci fu più niente da fare. Un compromesso del genere sarebbe del tutto possibile, come d’altra parte lo era per Mussolini: il centrosinistra si sacrifica pro bono pacis, Rifondazione fa un po’ di casino distratto, Ciampi ammonisce solennemente che bisogna amare il tricolore, il cavalier Mussolini rinuncia ad essere proprio Duce anche di nome, ciascuno insomma, per non rischiare tutto, concede qualcosa. Ma sarebbe un regime. E comunque, come s’è visto, Dumini e gli altri capi-squadristi non sono d’accordo.

Intanto, si fa l’Europa. Non è l’Europa giornalistica, e acquosa, delle cerimonie ufficiali ma lo zoccolo duro e forte dell’Europa primordiale: Francia e Germania anzitutto, poi Italia e i paesi “minori” (Belgio, Olanda e Lussemburgo). Questa era l’Europa “utopistica” dei Sei, nata fra i superstiti di due guerre europee e densa dei dolori e speranze di almeno due generazioni. Un’Europa davvero buffa, coi tedeschi che facevano i compagnons bonari e i francesi a recitare la parte dei militari dignitosi; settecentesca in fondo, perché l’Ottocento e il Novecento ci facevano ancora troppo paura. Non era un’Europa inventata: e infatti fu abbastanza vitale da progredire lentamente ma sicuramente verso la Comunità e poi l’Unione. Si allargò dapprima a tutti i Paesi realmente europei (che riconobbero l’egemonia di massima del vecchio nucleo fondatore) e poi a una serie di Paesi di Mezzeuropa che però, essendo sempre stati non nazioni ma province d’imperi, nell’occidente cercavano non la polis ma l’impero; e dunque in realtà gli Stati Uniti non l’Europa.
La prima vittoria di quest’Europa, l’euro (che è la moneta comune dell’Europa dei Sei) è stata prudentemente presentata come un ammodernamento comune, uno zollverein, una cosa interna. In realtà i paesi dell’Europa avrebbero potuto andare avanti tranquillamente, quanto a questo, con franchi marchi e lire. Non avrebbero potuto però usarli sul mercato esterno, né proporli all’Opec e agli altri grandi fornitori di materie prime. Così l’euro, dietro le propagande bonarie e i sorrisi mortadelleschi, è nato in realtà come una dichiarazione di concorrenza economica alla più grande potenza del pianeta. Usiamo la parola “concorrenza”, e non la più breve “guerra”, perché come europei siamo beneducati e non vogliamo fare arrabbiare nessuno, ma il senso della faccenda, da chi doveva intenderlo, è stato perfettamente inteso. Allo “scontro delle civiltà”, in realtà, non ci ha mai creduto nessuno: gli scontri non sono mai fra civiltà, ma fra ecomie. E questo lo sanno benissimo perfino in Texas.
Mentre gli americani, coi loro nuovi elemetti e berretti d’ordinanza (quadrati, da werhmacht, i primi, e a kepì troncoconico, da feeldwebel, i secondi) finivano di liberare l’Iraq (e cioè il primo paese petrolifero ad accettare gli euri al posto dei dollari), gli europei discutevano fra loro. E stavolta non d’economia. Ai crepitii delle mitragliatrici con cui i soldati del dollaro “pacificavano” le folle inermi, i militari dell’euro rispondevano scambiandosi sommessamente informazioni: uniformando le tattiche, riprogettando armamenti, organizzando metodicamente brigate e battaglioni. L’esercito comune europeo tre mesi fa era ancora una battuta “provocatoria” da giornalismo eterodosso, oggi è una precisa agenda di lavoro che impegna le classi dirigenti franco-tedesche: di destra o di sinistra senza distinzioni. Fra un anno, di esercito europeo si parlerà apertamente. Fra due avrà un’operatività regionale. Fra cinque, avrà dimensioni tali da costituire un deterrente valido per qualunque avventura e il mondo ritornerà bipolare.
L’esercito europeo è un obiettivo (destinato a diventare un common sense) di tutti gli europei, di destra e di sinistra. Noi europei di sinistra però ne abbiamo uno specifico in più, altrettanto vitale: Europa unita e armata, ma pacifica e amica del Terzo mondo. L’esercito europeo dev’essere un deterrente e un bilanciamento, non un’altra americanata. Dev’essere, già dall’imprinting, rispettoso dell’autorità del pianeta, che esiste e si chiama Onu. L’esercito europeo rafforza l’Onu e l’Onu rafforza l’Europa.

L’Europa dei Sei si allargò tranquillamente, nella fase “economica”, e senza grandi scosse. Così si allargherà, probabilmente, l’Europa militare. Noi italiani, che attualmente siamo i principali disertori, ritorneremo all’ovile (meglio usare metafore molto pacifiche, quando si parla di queste cose) una volta finito l’episodio Berlusconi. Il centrosinistra che gli succederà sarà probabilmente deludente su moti punti ma non su questo: sull’esercito europeo Rutelli (direi: persino Rutelli) ha tenuto a dare un appoggio esplicito e formale. L’Inghilterra non è indispensabile alla fase di imprinting “militare” (come non lo fu a quella economica), e Blair, per quanto abile, è già in fase di decadenza. Tutti gli altri, via via che l’Europa si farà, la seguiranno.

L’Europa della bipolarità, che per alcuni anni sarà affidata essenzialmente all’euro (che c’è già) e all’esercito (che si comincia ora a costruire) in realtà ha la sua forza principale in un’altra cosa, che non è né economica né tantomeno militare. La forza dell’Europa consiste nella sua nuova middleclass metropolitana – ne abbiamo parlato altre volte – che è presente anche in America, non manca nelle grandi città del Terzo mondo, ma ha il suo luogo caratteristico qui in Europa: a Londra, a Parigi, a Madrid, a Berlino, a Roma. Questa classe è precaria, insostituibile, colta, giovane, aideologica, politicizzata e pacifista. Alle spalle ha molte cose strane e difformi (ma avete mai provato a contare le radici dell’Ottantanove?), che ai posteri appariranno ovviamente omogenee ma che a noi che le viviamo non possono apparire che come una confusa allegria. Don Milani, De Gaulle, i Beatles, Rosa Luxemburg, il Sessantotto… tutte queste cose, ed altre ancora, sono perfettamente presenti in questa giovane Europa che cresce sotto i nostri inconsapevoli occhi.

De rerum natura. In una vecchia fabbrica abbandonata, fra le erbacce e i cardi, sono cresciuti rigogliosi, e del tutto spontanei, numerosi arbusti – di che cosa? Di ricino. La città in cui si verifica questo strano fenomeno naturale, Barcellona in Sicilia, è la stessa da cui provengono Domenico Nania ed Emilio Fede. Il che spiega tutto.

• (Se lo dice lui…). Bettino Berlusconi.

Cartello. E’ sempre triste vedere umiliare qualcuno, ma soprattutto quando ad essere umiliata è una donna. Con la povera Lucia Annunziata, in Rai, ormai, sono arrivati agli sberleffi aperti. Così, quando lei – che pure in teoria sarebbe il presidente – ha osato obiettare che forse un pregiudicato come Previti non è esattamente l’eroe da presentare a Porta a Porta, s’è levato un coro di rutti e sghignazzate e il pregiudicato è stato trionfalmente accompagnato (alla faccia dell’Annunziata) sotto i rifettori.
Il consiglio d’amministrazione della Rai, che così villanamente s’è comportato, è composto da uomini d’una certa età e mercantili, cui certo non si può chiedere di rispondere armi in pugno della loro villania verso una signora indifesa. L’unico che fa eccezione è Veneziani, che – ci sembra – considera se stesso un intellettuale e un gentiluomo. A lui dunque indirizziamo, sulle orme del principe De Curtis, un formale cartello di sfida: faccia le sue scuse alla signora Annunziata, o si prepari a ricevere i nostri padrini. Spada sciabola o pernacchie, a sua scelta.

Merlin. Un certo Signorini, su “Il Giornale(“L’invadenza di Emergency”/ “Medici senza frontiere: alla larga da Strada”) s’inventa un attacco di Medici senza frontiere a Gino Strada (“medico barbuto”): Msf si lamenterebbe perché arrivano troppi soldi a Emergency e cose del genere. La notizia naturalmente era completamente falsa ed è stata smentita da Medici senza frontiere (che annunciano una querela contro “Il Giornale“). Riprendo questa vicenda dal blog di Enrico Fovanna, e la segnalo all’Ordine dei giornalisti lombardi, fra i cui iscritti c’è questo “giornalista” che non si vergogna di calunniare i medici che rischiano la vita nelle zone di guerra.

Senilità. Nel corso di un (lungo) discorso volto a giustificare la fucilazione di tre oppositori, Fidel Castro ha tirato in ballo fra l’altro il nome di Ernesto Che Guevara. Questa se la poteva anche risparmiare.

Paola Lucchesi wrote:
< Ci avevano già provato mesi fa, ora pare ci siano riusciti: gli Usa avevano cercato di strappare a molti piccoli paesi una specie di clausola di impunibilità per i suoi militari sul territorio. Avevano risposto picche tutti, perfino la Bosnia, che è legata mani e piedi alle potenze straniere, Usa in prima fila. Adesso emerge che già da tre mesi il Ministro della difesa croato invece un accordo l’ha firmato con gli USA, tanto disastroso che si guarda bene di portarlo in parlamento. Prego in particolare gli amici a Trieste (Wwf e Legambiente) di fare attenzione che fra altre cose ci sono precisi riferimenti alla libertà di circolazione nei porti croati per navi da guerra USA con armamenti nucleari. Penso sia il caso di muoversi…>

diego wrote:
< In attesa della sentenza, dalle 23 alle 23.45 Rete4 (che già per legge non ha la licenza di trasmettere…) ha mandato in onda una conferenza-stampa dell’On. Previti, che parlava come un antico tribuno dei suoi guai giudiziari. Perchè un martire innocente come un bimbo in fasce anzichè sperare in una veloce e rapida sentenza che gli renda giustizia fa di tutto per evitare proprio la sentenza? E perchè una rete nazionale trasmette 45 minuti ininterrotti di monologo del’imputato e non ne trasmette altrettanti del pubblico ministero?>

f.mantero wrote:
< Buon 1 Maggio!>

Grazie, compagno :-) Ma sei un vecchio o un ragazzo? Nel primo caso, beviamoci un bel bicchierozzo insieme alla salute nostra e di tutti i ragazzi che adesso finalmente stanno riscoprendo tutte le cose belle della nostra gioventù. Nel secondo caso, niente vino ché di ‘mbriagoni ce ne siamo gia’ troppi, ma un augurio analcolico e affettuoso di restare sempre libero alla faccia di tutti i politicanti e padroni che ti vorrebbero zitto e buono.

Medo wrote:
< Era meglio avessero vinto gli artisti Neanderthal, invece ha trionfato l’ottusa operosità dei Sapiens. Il tuo ultimo Sanlibero è reale. È ciò che più conta>

Grazie. A volte però sospetto che abbiano vinto i gorilla.

mannux wrote:
< La tua acrimonia non porta da nessuna parte, bisogna progettare, costruire. non voglio leggere più cose così acide e disfattiste, mi dispiace!>

turcu_ka_bannera wrote:
< La prego di inviarmi la sua e-zine. Un siciliano>

Ok. Io spero sempre che prima o poi tornino ad esserci ancora dei siciliani.

Up wrote:
< “Dizionario. Ghetto…”. Strano il mio destino diceva una canzone, a condividere tante cose che i miei amici affermano con passione, a pensare “ecco, vedi: la pensiamo allo stesso modo”. Però quando si parla d’Israele questo non succede. Anzi, leggo e ascolto cose che mi allontanano. Adesso ti chiedo: si è formato questo governo palestinese, si ricomincia a parlare di pace e il terrorismo palestinese con triste puntualità suggella questi primi passettini a cui purtroppo Israele continuerà – forse non con lo stesso stile e la stessa energia spero – a rispondere e tu ci parli dei ghetti, delle demolizioni? ma a che serve in questo momento?>

Non so a che serva. Forse a ricordarci che dentro i ghetti e dentro le case da demolire ci sono degli esseri umani. Anch’io, quando si parla d’Israele, ascolto cose che mi allontanano da me stesso: il cuore ricorda Anna Frank, ma gli occhi vedono i bambini di Gaza.

Luca Puddu wrote:
< Un appunto: il “primo reich” non è certo quello del Kaiser Guglielmo II, essendo questo più correttamente il “secondo reich” (il terzo …beh, lo sappiamo, no?). Il primo reich, infatti, era l’impero Germanico medioevale, e non mi risulta che Wallenstein (per dire) agisse agli ordini dell’oberkommando>

Giusto. Mai una volta che vi passiate una cazzata (su questa avete scritto in tre). Che razza di lettori mi son toccati :-)

marco wrote (stiamo organizzando un giornale insieme):
< Caro R., mi piacerebbe scrivere venti righe di “cartolina”, come quella di Barbato. Fammi sapere>

No. Devi fare dei pezzi giornalistici. Avrai tempo per fare il vecchio. Per ora devi lavorare seriamente, e non come me o Barbato, che da (utili) giornalisti alla fine siamo diventati commentatori. Questo naturalmente non significa che non devi dire la tua: puoi fare tutti i commenti che vuoi, purché vengano *dopo* e non *al posto* delle notizie che trovi.

Sebastiano, da Catania, wrote:
< Non ne posso più di leggere la “Sicilia” ma se voglio essere informato sulla cronaca locale devo comprarla. Quando finirà questa schiavitù?>

Mah. La provincia di Catania, quanto a lettori di quotidiani, è una delle zone più derelitte d’Italia: un paio d’anni fa era alle percentuali di Istanbul, e non credo che la situazione sia cambiata. Per libri e settimanali, invece, rientra più o meno nelle medie nazionali. Questo significa semplicemente che il concetto di giornale quotidiano ancora a Catania non è arrivato, o è arrivato male. Fino a quando, Lei dice? Fin quando: gli imprenditori catanesi continueranno a rifiutarsi d’investire una lira in giornali nemici dei mafiosi. Fin quando gli edicolanti di Catania si rifiuteranno di mettere in mostra questi giornali. Fin quando i politici, di destra e di sinistra, continueranno a mendicare ospitalità e sostegno dai giornali non nemici dei mafiosi. Fin quando i vecchi (e giovani) oppositori dei mafiosi continueranno ad essere allegramente divisi fra una setta e l’altra. Fin quando coloro che dovevano fare i giornali non mafiosi a Catania continueranno a giocare con improbabili carriere a Palazzo invece di fare il dover loro. Fin quando i catanesi rinunceranno a ricordarsi ciò che erano riusciti ad essere nei loro momenti più giovanili, prima del Grande Sonno. Fin quando i vecchi ronzini, che periodicamente ritornano per rimettersi alla carretta, non saranno seguiti dai numerosi – e ormai inutili – cavalli di razza.

Teognide <stigma@eleutheros.el> wrote:
< Peggio della vecchiaia, peggio di tutto
ti sfascia la miseria, Cirno mio:
meglio buttarsi a mare a capofitto
piuttosto che finire in mano sua.
Fermo e impotente, resti là zittito
con la lingua legata: che puoi fare
se non hai soldi? Giri in terra e in mare,
ti dai da fare, cerchi dappertutto
di galleggiare, ma in cuor tuo lo sai
che è meglio per un povero morire
che vivere consunto e disperato.>

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3 Comments

  1. A me sembra un pochino azzardato come paragone, comunque sia verrò puntualmente smentito. Da dire una cosa: Matteotti è stato ucciso per quello che pensava e diceva, ovviamente in totale disappunto con il regime.
    Per fortuna le cose sono un pò differenti da allora, te che dici?

  2. E pensare che proprio qualche giorno fa il programma “Enigma” su Raitre prorponeva una retrospettiva sul delitto Matteotti. L’appunto di “Quercianellense” non mi sembra malvagio. Speriamo che non debba essere smentito.

  3. Sù, cerchiamo di essere seri, il paragone “berlusconi-giudicino/Mussolini-Matteotti non regge dal punto di vista logico nè storico. Regge invece da un punto di vista paranoico. Ma non credo che la paranoia serva per battere il berlusca in libere elezioni. Quanto alla rapina, di certo 200.000 euro sono una buona ragione per compiere rapine. E’ originale credere invece che la ragione della rapina siano stati gli elenchi dei pentiti, che sarebbe un po’ come credere che le rapine in banca si fanno per gli elenchi dei correntisti. Vabbè, capisco la delicatezza della questione ma visto che i documenti non sono stati trafugati bisogna presumere ben tre eventualità non dimostrabili: la prima, appunto, che i soldi non interessavano; la seconda, che gli elenchi siano stati fotocopiati; la terza che “il colpo” serva per mettere sotto pressione i pentiti, che comunque continueranno a fare i pentiti superprotetti e sempre pagati dall’amministrazione statale.
    A me, modestamente, tutta l’impostazione puzza di complottismo. Poi magari mi sbaglio anch’io

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