A me di Gianfranco Fini non me ne frega niente, ma sto con lui. Ho già scritto che si può essere «finiani senza Fini» e guardare con simpatia al sommovimento che ha creato: anche se non si ha nulla a che spartire col suo retroterra culturale, col suo passato, con le sue metamorfosi. L’ampissimo centrodestra italiano, del resto, non è diviso solo tra berlusconiani e finiani, non porta soltanto i mocassini e le giacche berlusconiane in alternativa al maledetto «cachemire» che si tende a immaginare su chiunque appaia diverso dall’archetipo che ci piace. Ciò che m’interessa, anzitutto, è che assieme a Fini se ne va a catafascio anche il banalissimo assunto secondo il quale il partito più grande del dopoguerra dovrebbe avere delle pluralità al proprio interno, quelle identità che corrispondono alle mille sfumature della società e la cui sintesi, un tempo, era il motore della politica. Detto in termini medici: Fini potrebbe aver torto nella terapia, e magari andarsi presto a schiantare: ma la sua diagnosi è proprio tutta sbagliata? Sicuri che i problemi da lui posti siano soltanto dei pretesti per reclamare fette più generose di potere? Io no, io non sono sicuro. Anzi, sono abbastanza certo del contrario.
Continua a leggere sul Post
A volte sei triste. Capita. Casini sul lavoro, incomprensioni nelle relazioni, pessimismo cosmico. Insomma, cose che succedono a intervalli più o meno regolari.
Allora esci. Ti distrai. Pensi ad altro. Entri in libreria, ad esempio. Guardi le novità, ti appunti dei nomi o dei titoli, sfogli libri che non ti comprerai mai.
Ecco un libro che non hai nessuna intenzione di comprare. Un libro piuttosto inutile, però visto che tutti parlano di design, il titolo un po’ banalotto ti incuriosisce: “Il design spiegato a mia madre”.
E’ un’autointervista (suvvia nessuno ti può fare quelle domande) di Fabio Novembre, designer italiano molto sovraesposto e, a detta di molti, piuttosto sopravvalutato. Te l’hanno presentato un paio di volte e il suo ego ingombrava interi openspace.
Prendi il libro ed ecco che il tuo umore, come per incantesimo, cambia.
Apri una pagina a caso. Leggi cinque righe. Sorridi. Ne apri un’altra, sempre a caso. Sorridi ancora. Incredulo, questa volta. Poi ancora un’altra e un’altra ancora. Adesso ridi, forte, ti guardi attorno. Risate sincere, ma anche un po’ isteriche (dopo tutto sei psicologicamente debole), ti guardi intorno come per dire “hey voi, lasciate stare Sedaris, Luttazzi o l’ultimo di Villaggio, questa roba qui è dinamite”.
Una serie ininterrotta di cazzate, sparate forti e molto alte, filosofia spicciola, citazioni sbagliate, populismo, confusioni ideologiche, picchi di modestia seguiti da altrettante vette mitomani, ombellichismo ai massimi livelli. Con un tono borioso, ricco di prosopopea e farcito da imperativi da santone. I testi dei personaggi di Albanese sono meno caricaturali. Insomma, un vero antidoto al malumore quotidiano.
Ricordo che più o meno la stessa cosa era accaduta a Gianluca Neri su un libro di Alain Elkann , una serie di piccole istantanee di vita vissuta. Gianluca apriva una pagina a caso, leggeva e si scompisciava dal ridere. Un paio di volte lo fece anche su Macchiaradio.
(Morale: sono andato a Palermo e Travaglio alla fine l’ho discolpato io).
Libero, 11 aprile 2010
Lui è quello delle «cattive frequentazioni» addebitate a Marco Travaglio, quello con cui divise una vacanza in Sicilia prima che l’arrestassero e poi condannassero per favoreggiamento. Non l’hanno condannato per mafia, però l’uomo che avrebbe favorito si chiama Michele Aiello, ex re delle cliniche, e lui sì, è stato condannato come prestanome di Bernardo Provenzano. E’ il maresciallo della Finanza Giuseppe Ciuro, detto Pippo: lui e il pm Antonio Ingroia, nei primi anni Duemila, dividevano la stanza dell’ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia palermitano. Fu lui a indagare su Marcello Dell’Utri e sui finanziamenti Fininvest, fu lui che il 26 novembre 2002 compartecipò all’interrogatorio di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi dopo vergato un’informativa sul Cavaliere, e fu lui, pure, a deporre al processo Dell’Utri e a sostenere che un nipote di Tommaso Buscetta fosse stato socio di Fininvest. Ai tempi girava sotto scorta. E che destino, ora: addivenire a celebrità per via di un paio di vacanzine con Marco Travaglio, anzi «Marco», quel bravo ragazzo torinese che nel marzo 2001 aveva combinato un pasticcio alla trasmissione «Satyricon» di Daniele Luttazzi. Continua a leggere »
Non c’è niente di drammatico nell’appartenere alla famigerata casta dei giornali: purché chi vi appartiene non combatta una battaglia contro la famigerata casta dei giornali. E’ il caso de Il Fatto, sotto la cui testata c’è scritto che «Non riceve alcun finanziamento pubblico» anche se non è vero, anzi, è decisamente falso. Continua a leggere »
Emma Marrone n.1, Madonna n.2, Loredana Errore n.3. Marco Mengoni n.4, Baustelle al n.5. Altri numeri: il consigliere regionale più votato di sempre è Mara Carfagna, che si è candidata però premettendo che non avrebbe fatto il consigliere regionale. L’hanno votata in 55mila. A sinistra, ovviamente, dicono che sono coglioni. Forse hanno ragione. Altro suffragio, di pari importanza: il 66% dei votanti (più di 14mila) in un sondaggio di Repubblica, dice che Vieri ha ragione e l’Inter deve restituire lo scudetto del 2006. Gli interisti, ovviamente, dicono che sono invidiosi. Forse hanno ragione.
Su google, per la parola “invidia”, ottenete 1.600.000 pagine. “Lussuria”, dà 339.000 risultati. Superbia, 642.000. Accidia, 80.700. Avarizia, 193.000. La gola è al n.1, ma ovviamente bisogna disambiguare. L’ira è al n.2, (1.920.000), ma forse tante pagine citano l’Irish Republican Army. O Ira Gershwin. Quindi verrebbe da dire che l’invidia è al n.1. Ed ecco un altro numero: 1990. In quell’anno a Milanello, Egli invece di parlare di calcio parlò del ministro Mammì, lamentando “Una vera e propria campagna di invidia e di odio contro il nostro operato. Non capisco come mi possano accusare di avere in mano tutta l’informazione. Le nostre tre reti non trasmettono notiziari”. Cosa che si potrebbe dire anche oggi. Guardacaso, proprio nel 1990 Hedrick Smith, premio Pulitzer, pubblicò un saggio sui “Nuovi russi”, spiegando un loro annoso problema atavico: la “cultura dell’invidia”, ovvero la tendenza del popolo a scagliarsi boicottante contro chi emergeva dalla massa. Succedeva ai tempi degli zar, e Lenin aveva incoraggiato questa inclinazione in senso anticapitalista. Ok, ora metto assieme tutto: Emma, Loredana, Vieri, Madonna, i Baustelle e, ovviamente, Berlusconi.
Continua a leggere »
L’amore – in realtà ha perso. Visto da destra, il bicchiere mezzo pieno corrisponde a un Berlusconi vincente, ma quello mezzo vuoto è un Pdl inesistente o peggio ancora complementare a Di Pietro e a Grillo. Continua a leggere »
Niente spiega meglio l’inutilità di un ministero (non solo filosoficamente, ma anche in senso pratico) quanto la relazione dettagliata delle sue attività fatta dagli stessi gerenti. Proprio all’indomani delle elezioni regionali, Silvio Berlusconi ha incontrato la nostra Madame Von Schirac all’amatriciana, Giorgia Meloni, ministra della gioventù, la quale ha snocciolato le cifre dell’intervento del suo ministero a favore dei giovani italiani.
Suggerisco fortemente la lettura del rapporto, per i suoi risvolti comici e per la prospettiva che fornisce su una propaganda di cartone attaccata al muro con i chiodi.
Fra le cose più belle segnalo come successo del ministero della gioventù il sostegno alla cassa integrazione nazionale (che include i 50enni operai alla Fiat) come politica di supporto al reddito delle generazioni più recenti, per non parlare degli 800 milioni alla banda larga messi nel calderone perché, si sa, Internet è una roba pe’i giovani, mica un’infrastruttura tecnologica necessaria al paese. Continua a leggere »
Michele, anzi, «Mighele» come ti chiamerebbe uno qualsiasi dei tuoi indignati speciali: fattelo dire, hai perso un’occasione storica. Continua a leggere »
Perché i consiglieri regionali del Lazio vanno in pensione a 55 anni e quelli del Piemonte a 65?
Perché il presidente della Calabria – regione in fondo a ogni classifica degli sprechi – guadagna 13mila euro al mese mentre il presidente dell’Umbria solo 7mila?
Perché i consiglieri calabresi vanno in pensione col 40 per cento dello stipendio
mentre i consiglieri pugliesi col 90? Continua a leggere »
La notizia non è, ovviamente, che il cane se la sia cavata.
Eppure menare il cane per la redazione senza notare l’umano che lo addenta sembra essere normale nella stampa italiana che commenta le statistiche: prendiamo il clamore suscitato dalla notizia che a gennaio 2010 siano crollate le domande di invalidità civile rispetto a gennaio 2009: 150 mila invece delle precedenti 350 mila, un crollo di ben il 58%, imputabile seconodo l’INPS alle nuove norme telematiche, che inibirebbero i non aventi diritto a farsi avanti, anche responsabilizzando il medico di base, artefice della trasmissione della domanda per via telematica. Si vedrà nel corso dell’anno se la tendenza sarà confermata, di quanto si ridurranno le domande accolte e l’erogazione di pensioni. Nel corso dell’anno passato sono state presentate ben 2 milioni di domande, di cui 500mila accolte, per un totale di 2,6 milioni di pensioni erogate.
La notizia esaltata dai giornali è la riduzione delle domande in gennaio, ma io ci vedo due notizie ben più ghiotte. La prima è che nel 2009 il 3,6% della popolazione italiana (neonati inclusi) abbia fatto domanda di invalidità, in 3 casi su 4 senza motivo. La seconda è che nel solo 2009 le pensioni erogate sono passate da 2,1 milioni a 2,6 milioni, con un incremento, in soli 12 mesi del 24%.
La prima notizia ci dice qualcosa sugli italiani e su chi li consiglia o li incoraggia a provarci. La seconda notizia ci dice qualcosa sul 2009.
L’INPS e il Governo non hanno anche loro qualcosa da dire, in proposito?
Sarebbe il caso di mollare il cane e chiederglielo.
A far notare che l’immagine delle istituzioni è forse nel punto più basso della sua storia, in periodi come questo, si rischia di passare per noiosi. Correrò il rischio. Anche perché goccia dopo goccia, schifo dopo schifo, siamo davvero allo sfascio di ogni baluardo di riferimento, all’inasprimento pressoché definitivo di ogni conflitto istituzionale, alla delegittimazione progressiva degli ultimi basamenti un tempo ritenuti intoccabili come la Corte Costituzionale e la Presidenza della Repubblica: questo per fermarsi alle tappe finali. Non è che tutto può succedere: succede già.
Continua a leggere »
Allora. Io mi ero limitato a deridere la titolazione di prima pagina de Il Fatto negli ultimi tempi:
«LADRI»
«FUORILEGGE»
«DECRETO GOLPE»
«GANGSTER»
«AGGRESSIONI»
«COMITATO D’AFFARI»
«INDAGATI E PROCESSATI»
«PELATI E BASTONATI»
«PROTEZIONE & CORRUZIONE»
«INSULTATI DAL PREMIER»
«MINACCIATI DALLA MAFIA»
«POLITICI SCHIAVI DEI MAFIOSI»
«BERLUSCONI INCONTRAVA I BOSS»
«FORZA ITALIA, COSA NOSTRA»
«CASA NOSTRA»
«ADESSO BASTA»
«L’ONDA VIOLA DICE BASTA»
«BASTA»
«FATE SCHIFO»
«BIRBANTELLI» (sic)
Continua a leggere »