Cristiano Valli
5 gen
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• Italia. E’ stata rinviata a data da destinarsi la proposta del ministro alle Attività Produttive che aveva chiesto alla collega ministra dell’Istruzione di istituire al più presto nelle scuole “lo studio dei casi di eccellenza degli imprenditori italiani”. Gli “eccellenti”, da proporre solennemente a esempio e monito delle giovani generazioni, da qualche tempo in qua non hanno molto tempo per impartire lezioni di vita; che peraltro, per ministro e ministra, sarebbero i più qualificati a impartire, a parte questi noiosi contrattempi. Il contributo del governo italiano - e diciamo pure della classe dirigente italiana - al crac Parmalat è principalmente questo; ideologico, vale a dire. Da una ventina di anni in qua, e da tre-quattro anni in modo sempre più ossessivo, la filosofia del regime è che il Vip Non Sbaglia Mai. Tranvieri, disoccupati, parroci, carabinieri in pensione, cococò, operai: tutti corporativi o qualunquisti, nostalgici di un passato “sociale” obsoleto, indigeni polinesiani di fronte ai missionari del progresso. Su questo, fra destra e “sinistra”, c’è una (inconsapevole) convergenza, che va molto oltre i governi.
Lo scandalo Parmalat è ideologicamente italiano. Ma da un punto di vista tecnico è globale. Il governo (e la Banca d’Italia) non hanno vigilato. Ma le maggiori banche (che sono ormai transnazionali) erano implicate. I conti esteri, le Cayman, gli affidavit finanziari, le “consulenze” pelose erano senz’altro multinazionali. Questo non è un altro caso Enron: è *il* caso Enron, cioé l’assoluta irresponsabilità del management finanziario, che finalmente arriva *anche* in Italia. Quel tizio dalla barbaccia antipatica probabilmente ci avrebbe fatto su un libro - o forse l’ha già fatto.
In Italia, secondo statistica, sono ormai in sei milioni i lavoratori dipendenti ad aver superato la soglia della povertà; dai due milioni di lire ai mille euri il confine è esattamente questo. E il ceto medio-alto, quest’anno, le feste le ha passate - con stupore - a casa sua.
19 dic
Politica. Non ho ancora capito qual è il nostro punto di vista sulle pensioni. Nemmeno sull’articolo 18, sui soldati in Iraq, sulla Rai, sull’inflazione e il resto. Naturalmente, siamo tutti nemicissimi di Berlusconi, che vuole abolire le pensioni, togliere l’articolo 18, tenere i soldati in Iraq, fare a pezzi la Rai. Ma questo significa che noi vogliamo ritirare i soldati, difendere le pensioni, mantenere l’articolo 18 ecc.? Uhm. Io penso che prima o poi (piuttosto prima che poi) il signor B. farà la fine non dico di Ceaucescu (per carità) ma quella di Michele Parretti o di Felice Riva, in qualche paese estero in cui avrà avuto la preveggenza di sistemare un po’ di denari.
Ci sarà un mese di tripudio e tutti saranno molto felici e s’intervisteranno a vicenda e danzeranno per le vie. Al trentunesimo giorno apparirà in tv un signore molto lindo e perbene e mi dirà più o meno: “Buongiorno signor O. Sono il nuovo presidente. Mi congratulo con lei per la valorosa resistenza opposta al tiranno Berlusconi. Purtroppo, prima di sparire dalla scena costui ha completamente dilapidato le casse dello stato, onde per cui siamo qui a chiederle di dare il suo contributo alla rinascita nazionale rinunciando responsabilmente alla sua pensione”.
“Compagno Lispi! - dirà contemporaneamente un altro signore lindo e perbene dal televisore del mio vicino - Viva la classe operaia e viva il sindacato! Purtroppo, a causa della dissennata politica economica del precedente governo, occorre rilanciare l’industria italiana nel mondo (primo piano sul gruppo degli industriali sullo sfondo, dignitosi ma laceri e con la faccia contrita) e pertanto bisognerà rassegnarsi sull’art.18, e anzi già che ci siamo anche sul 19, 20 e 21″. Poi arriverà il generale Managgialarocca che annuncerà “Italianiiii… fuggirete voi vilmente di fronte ai terroristi iraccheniiii? Non ho capitooo la rispostaaaaa…. Comunque, fianco destr, fianco sinistr, avanti, marsch!”.
Per dire che i problemi non finiranno con Berlusconi, e già le prime avvisaglie (ogni volta che un pezzo grosso del centrosinistra apre la bocca per dire qualcosa che non sia “abbasso Berlusconi“) si fanno sentire. Ma allora che facciamo, ci teniamo il signor B.? Oppure nè con l’uno nè con l’altro, “fate vobis” alla Ponzio Pilato? Non è una strategia molto intelligente: il governo attuale è molto divertente sul piano spettacolare ma ci sta costando un casino, un altr’anno di questa storia e finisce che si emigra tutti in Argentina o in Romania. Insomma bisogna scegliere: turiamoci il naso - diceva Montanelli - e votiamo Dc. Cioè, nella circostanza concreta, Prodi e Rutelli.
19 dic
• Menù: baccalà alla livornese. Ciampi nella parte del livornese e indovinate chi nella parte del baccalà.
• E se dio vuole è finito il “semestre europeo”. Geograficamente, l’Europa c’è ancora. In questi sei mesi Pierino B. ha potuto fare tutto quel voleva perché a rimproverarlo si faceva mala figura con l’Europa (”Che diranno i vicini”). Finiti i sei mesi il maestro Ciampi ha ritirato fuori la bacchetta e alla prima marachella giù sculacciate, incurante degli strilli.
(Adesso in Europa al posto del signor B. c’è un irlandese. Mi auguro che sia un irlandese beone e non uno di quei rari irlandesi astemi e tristi: questo per non farci rimpiangere troppo il signor B. Sulle avventure del signor B. in Europa pare che ora metteranno in edicola una serie di cassette sugli episodi più spassosi: “Silvio cowboy”, “Silvio cosacco del Don”, “Silvio e il tedesco”, “Silvio fra i turchi”, “Silvio e lo sceicco”, “Mr Silvio va in America”. Mancano - peccato! - “Silvio alla corte della regina”, “Silvio aviatore” e “Silvio dal Dalai lama”, che non c’è stato il tempo di girare. Potevano lasciarcelo un altro mese, accidenti).
• Economia 1. Secondo l’Istat, è aumentata notevolmente la percentuale di italiani che considerano precarie le condizioni economiche del proprio nucleo familiare. Tre quarti delle famiglie dichiarano di non essere più in grado di risparmiare.
12 dic
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L’informazione è libera, ogni cittadino ha il pieno diritto di fondare una sua televisione e di gestirla come vuole a condizione di avere quel paio di miliardi di euri che oggi sono necessari per stare sul mercato. La legge Gasparri non reprime (quasi) niente: dice semplicemente chela televisione è un monopolio in vendita al migliore offerente, che per pura combinazione è Berlusconi. I concorrenti possono venire non più dall’Italia, dove non ci sarà mai più la massa critica per fare un’altra televisione ma dall’Australia (Murdoch), dal Brunei (il sultano), dalla Cina (quando entrerà nel settore) o dalle due multinazionali americane. Dunque non è che non ci sia concorrenza. Semplicemente, non è più concorrenza italiana. Con questo, la storia della televisione finisce, e comincia quello di uno strumento tecnico che sta fra l’intrattenimento e la propaganda; non sarà affatto vietato criticare garbatamente il potere, purché non sulle cose importanti; è ammessa Striscia la Notizia, non è ammessa Samarcanda. Tutto qua.
La carta stampata segue, poiché la raccolta pubblicitaria (da quando i giornali hanno deciso di basarsi solo sulla pubblicità) è di molto inferiore a quella della televisione. Non è solo in Italia: in Inghilterra, patria della libertà di stampa, Murdoch sta trasformando il Times in tabloid proprio in queste settimane; in America (”È la stampa, bellezza”) la Cnn ha ormai dei regolari fogli d’ordini sulle notizie ammesse.
“È concepibile un paese senza governo, ma non senza libera stampa”: chi l’ha detto? Non Lenin, probabilmente; l’informazione libera era alla base della civiltà liberale dell’ottocento, quanto e forse più dei parlamenti. E ora, semplicemente, non c’è più. Possiamo benissimo dire, ai nostri tre amici, quel che ci pare; ma non possiamo più farlo arrivare agli altri cittadini, poiché non ci sono più i canali. Le scelte politiche non possono dunque più essere, in senso largo, collettive, ma solo individuali; o dell’individualità che comanda, e che spalma le proprie idee individuali su tutto il mondo, o dell’individualità che subisce, e che cerca di percorrere un proprio individuale percorso interno. La discussione, la piazza, la polis, non c’è più; ne restano dei succedanei a fini d’addolcimento, per tener buona la generazione che ha conosciuto la democrazia; ma fra una decina di anni neanche questi ci saranno più.
Nè la Cnn, nè i tabloid inglesi, nè la Tv russa nè Mediaset-Rai sono più stampa libera nell’accezione liberale ottocentesca; nè Bush, nè Blair, nè Putin nè Berlusconi sono leader parlamentari nell’accezione liberale ottocentesca. Ciascuno di questi media è organo - propaganda e consenso - di un potere ben delineato; nessuno di questi leader è stato eletto regolarmente nel corso di libere e paritarie elezioni. Berlusconi non è l’eccezione, è il mondo nuovo; rozzo, naturalmente, e texano e brianzolo; la prossima generazione di Berlusconi sarà molto più “seria” e “professionale”. Non sarà democratica, naturalmente.
12 dic
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Milano. L’azienda del dottor Albertini ha un nome strano, obsoleto e secondo me anche un po’ communista: “Comune” di Milano. Il termine è nato parecchi anni fa, quando gli abitanti - non i consumatori, non gl’imprenditori - di alcune case vicine decisero di mettersi d’accordo per provvedere ad alcuni servizi essenziali - non per fare soldi, non per quotarsi in borsa - che secondo loro avrebbero funzionato meglio in comune: le piazze, le strade, le chiese, le mura cittadine. L’idea, per quanto semplice, non era affatto scontata. Difatti in un primo momento il governo la vietò tassativamente e mandò anzi catapulte e marines per imporre l’ordine e la pace. Grazie al compagno Alberto (da Giussano) e anche a qualche aiuto da Roma il governo fu messo in minoranza e il comune potè andare avanti in santa pace. Ogni tanto, ovviamente, c’erano degl’intoppi: non è mai stato facile persuadere i governi a rispettare i comuni. Scoppiavano “tumulti di estremisti” (come titolavano i giornali), ma i vari Tramaglino, Cattaneo e Turati riuscivano sempre, alla fine, a difendere il buongoverno comune contro il governo.
Renzo Tramaglino, attualmente, fa il tranviere avventizio, prende ottocento euri al mese e con questi deve mangiare, vestire sè e i familiari, mandare i bambini a scuola, pagare l’affitto di casa (nella città più cara d’Europa) e infine pagare le tasse comunali. È due anni che promettono di rifargli il contratto, ma ogni volta lo rimandano indietro con un bel “Vidit Ferrer”. Alla fine il Tramaglino s’è stufato e ha bloccato tutto. Apriti cielo! Nemico della città e dei cittadini, estremista furioso, untore, sovversivo e chi più ne ha più ne metta. Eppure il povero Renzo voleva solo il denaro suo; nè il vicerè poteva dire che non ce ne fosse, poichè avendo appena venduto l’azienda elettrica cittadina le casse vicereali erano piene di ducati; impiegati però in speculazioni di borsa e non nella banale gestione dei tram e dei tranvieri. Avendo dimenticato il senso della parola “Comune”, l’Albertini credeva infatti d’essere là per commerciare e non per assicurare i servizi ai cittadini. Così, la prima azienda italiana ad aprire la via all’inflazione è stata, tre anni fa, proprio l’azienda trasporti di Albertini, aumentando il biglietto a un euro (occasione presa al volo!) senza nè migliorare il servizio nè pagare i tranvieri. A Renzo che ha scioperato, bisognerebbe mettere una lapide in Galleria; al sindaco che ha speculato, bisognerebbe chiedere i danni civili per malamministrazione. Ma naturalmente non sarà così.
“Renzo, che strepitava, aveva tutta l’apparenza d’un oppressore; eppure, alla fin de’ fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, pareva la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo”.
12 dic
Tabù. “Tanto se li vendono lo stesso e non si riesce a impedirlo: tanto vale legalizzare la compravendita, così almeno si rende tutto regolare”. È ufficialmente partito il dibattito politico-culturale sulla privatizzazione del traffico degli organi umani, e probabilmente non è casuale che esso sia cominciato (ai massimi livelli e addirittura nelle associazioni mediche) in Inghilterra. “La società non esiste”, disse la signora Thatcher una volta. E tutti la guardarono stupiti perché, nel paese più socializzato d’Europa, sembrava inimmaginabile un mondo in cui ognuno potesse contare solo su se stesso. Ma aveva ragione lei. Anno dopo anno, in Inghilterra, l’idea di “società” è stata sistematicamente demolita nei più vari settori, dalla scuola umanistica ai contratti di lavoro, dall’assistenza medica al non morire per strada. “Via quest’altro tabù!” proclamava, di volta in volta, l’ imbonitore. E infatti. Tabù dopo tabù, sono arrivati al penultimo, il traffico di carne umana. L’ultimo, che senza dubbio seguirà, sarà quello affrontato da Swift nella sua “Modesta Proposta” dublinese: che, se fosse avanzata oggi, verrebbe certo presa sul serio e senz’altro messa in atto.
• Valori. L’Italia non è affatto in declino, ha detto Ciampi: i valori nazionali sono in aumento, e tutti i cittadini debbono essere fieri di essi. Mentre il presidente parlava, la Finanza stava cercando per concorso in bancarotta il massimo banchiere italiano, Geronzi; qualche metro più in là un ministro - e non un ministro qualsiasi, ma proprio quello delle Istituzioni - avvertiva soavemente che non sapeva se nel futuro prossimo avrebbe organizzato o meno una secessione; e intanto le televisioni avvertivano che il Capo del Governo, non pago dalle iniziative parziali dell’Alleato, prevedeva in combutta con questi di aggredire manu militari gli stati esteri che non lo soddisfacessero quanto a regime. A parte questo - a parte il fatto che più di metà dei lavoratori ormai sono in nero, a parte che i più venerabili senatori vengono sorpresi chi a chiacchierare coi mafiosi e chi a sniffare coca, a parte che quando un politico becca cinque anni di galera i suoi amici festeggiano perché poteva andar peggio - a parte tutto questo, i valori sono alti. I valori del made in Italy, ha precisato opportunamente il presidente: si parlava di Armani, mica di Enrico Toti.
1 dic
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Fini ci ha fatto commuovere, d’accordo, ma il problema ora è: chi lo fa il fascista, adesso? Il fascista nella società moderna è una delle figure più indispensabili e serve, minacciando fascismi con la F maiuscola, a far passare tutti i fascismucci piccoli di cui a quanto pare non si può più fare a meno. Il Fascista su Marte fa ridere, ma quello su via Teulada, che ridendo e scherzando ha buttato fuori tutti quelli a sinistra di Mike Bongiorno, desta solo dibattiti pensosi. “Il Negus è un tiranno, invadiamolo!”: fascisti! “Saddam è un tiranno, invadiamolo!”: viva la democrazia. “Manganello manganello che raddrizzi ogni cervello…”. Il manganello oggi si chiama tonfa, non è più fascistissimo ma istituzionale e fra Napoli e Genova ha mandato all’ospedale più ragazzi d’un battaglione della milizia. E così via.
Insomma, qua qualcuno si deve sacrificare per il bene della patria. Starace, la Mussolini, er Pecora Bontempo? Ma ce li vedete ad affrontare dei communisti feroci come Bondi o Ferrara? Il Bossi andrebbe bene, ha la camicia, ha la faccia, ma però è limitato; nel senso che a Varese va bene, ma come funzionerebbe coi camerati di Trapani? Dovrebbero automanganellarsi in testa al grido di “heil Padania e morte ai rossi”? Boh. Io spero che ci pensi Fini (in fondo, è faccenda sua) prima di partire per la democrazia.
All’ultimo raduno, a Milano, il segretario del partito (che è quello bruttissimo, con una faccia fatta apposta per la parte di fascista cattivo), dopo il rituale at-tenti e il saluto alla bandiera, d’altronde l’aveva già comunicato: “Camerati! Da dopodomani, per ordine del duce, si diventa tutti democratici! Viva la Resistenza!”. Brusio fra le file, con qualche fascista più anziano che domanda: “Come? Cosa ha detto?” e un ragazzo che strilla: “Io non ci sto! Voglio restare fascista! Viva il duce!”. Al che il segretario scende dal palco, marcia a passo romano verso il ribelle e - uno-duè - gli stampa due schiaffi in faccia: “Obbedire! E silenzio!”.
Insomma, nel prossimo foglio d’ordini bisogna che Fini precisi chi deve fare il duce al posto suo, senza tante chiacchiere perché se non resta neanche un fascista nessuno può fare l’antifascista e nemmeno lui. E non facciamo scherzi, compagno Fini: già sta mettendo in giro che i veri antisemiti e razzisti siamo noi giacobbini, non vorrei che di questo passo finisce che a fare i fascisti ci mette me, Gino Strada e padre Zanotelli.
• Allarme bomba a Milano la settimana scorsa: chiusa la stazione centrale, evacuati cinquantamila abitanti, svuotato tutto il quartiere per molte ore. La bomba però era una bomba “buona”, una di quelle buttate giù sessant’anni fa dagli americani. A quei tempi, noi italiani non eravamo molto diversi dagli iracheni: ideologia fanatica, dittatura feroce, rifiuto dell’Occidente. Con tutto ciò, per quanto a quei tempi non ci fossero ancora le bombe intelligenti, questa non era del tutto stupida e - dopo matura riflessione - era arrivata alle seguenti conclusioni: “Qua, se scoppio, mica becco Mussolini: rischio d’ammazzare soltanto un sacco di povera gente che con Mussolini non ci ha nulla a che fare e che, tutto sommato, vorrebbe solo farsi i fatti suoi”. E s’era rifiutata d’eplodere, sprecando cinquecento chili di tritolo ma risparmiando la vita a un certo numero di milanesi con tutti i sogni, paure, speranze e passioni che si portavano dentro. Solo quando è stata sicura che tutte le potenziali vittime avevano avuto la loro vita normale si è rivelata agli artificieri e s’è lasciata disattivare docilmente: triste, ma con la coscienza tranquilla.
21 nov
La fidanzata del dottore Nastasi - che allora non era ancora dottore ma studente in veterinaria - era fascista fanatica, Giovane Italiana, e in continuazione lo rimproverava perché non s’era ancora arruolato. Il povero Nastasi resistè per un po’, alla fine “Ma insomma? Veterinario! - pensò fra sè e sè - Che gli possono fare a un veterinario? Mica lo mandano alla baionetta”. E infatti. Il tempo di fare il corso e ricevere le stellette, ed ecco il sottotenente Nastasi, volontario universitario classe ventuno, che arranca sulla neve dalle parti dell’Ucraina, veterinario di muli, divisione Julia. Ruvolo e Alfano, invece, erano stati in Grecia e in Albania e dopo in Africa, entrambi in fanteria ed entrambi feriti; poi c’era mio padre; e infine l’altro Nastasi, l’unico fascista - ma brav’uomo - dei cinque amici, che erano gli unici cinque sopravvissuti - nel piccolo paesino siciliano da cui venivano - di quelli che avevano sedici anni nel trentasei. “Mangia! - faceva mia nonna - E non fare i capricci! Tempo di guerra, anche le bucce di patata bisognava mangiare!”. Poi c’erano le grotte in collina in cui noi bambini giocavamo a nascondino e che - spiegava la zia Alba - erano quelle in dieci anni fa si nascondeva la gente sotto i bombardamenti. Poi c’era la zia Carmelina che a volte improvvisamente scoppiava in lacrime ed era, dicevano, per suo figlio - mio cugino in seconda - che io non ho mai conosciuto. Poi c’era - in fondo a un cassetto - la foto di tutti i colleghi del battaglione di mio padre, accosciati o in piedi come una squadra di calcio, i più con grandi baffi tipo l’esercito di Saddam; spavaldi e un po’ impacciati sorridevano, e accando a quasi ognuno di loro c’era una crocetta a penna con una parola sbiadita: Al Qattara, Alamein, Bir-El-Gobi. Poi… C’erano un sacco di cose così, a quei tempi. La guerra era ancora vicina e tutti la conoscevano di persona. Quella generazione, che ormai sta chiusa in casa e ha ottant’anni, parlò l’ultima volta dieci anni fa, quando scoppiò la prima guerra iraqena e improvvisamente, da tutti i supermercati d’Italia, sparirono tutte le lattine di carne e le scatolette. “C’è la guerra!”. Ed era una guerra lontana, da televisione; ma essi istintivamente sapevano che la guerra non si sa mai quanto cresce e dove para, e perciò provvedevano in tempo a presidiare la casa con caffè, carne in scatola, zucchero e tutto il resto.
3 nov
Renzo Carlini wrote:
Beh, proviamo. Il computer, naturalmente, in mano all’amico di Prato diventerà un computiere. Col suo bravo monitore, il suo sorcio e il disco duro (da almeno 20 gigambotti). Il file lo manterrei come filo, nel senso di concatenazione. La tastiera c’è già, per scannare non c’è problema, il morbidaio sarà il software e l’hardware il robadura. Lo scannatoio, il tostadischi, la stampatrice, il compaddisco… La nostra, naturalmente, sarà un’elettrogazzetta, che viaggia sull’elettroposta insieme con le normali e-missive. “O tu, mandami un po’ quel filo nel disco duro!”. Alla fine, tuttavia, dovremo quittare anche noi, perché uscire dall’uscio col computiere non si può. Del resto, ahimè, quittent anche i francesi.
3 nov
• La Padania del 24 ottobre denuncia “l’accanimento italiano” contro il povero vecchio Erich Priebke. Perché tenere in carcere proprio lui, si chiedono i padani? È un’ingiustizia. In fondo il capo della Gestapo di Genova Friedrich Engel, “che ordinò la strage del Turchino e che sovrintese personalmente alle torture” è vivo e vegeto nella sua casa ad Amburgo. A Torino lo hanno condannato all’ergastolo ma la Germania alla richiesta di estradizione “ha risposto ciccia”. Gli italiani hanno addirittura dato la medaglia d’oro - osserva con raccapriccio il giornale - ai partigiani che uccisero i tedeschi a via Rasella… perché dunque questa ingiustizia verso il povero Priebke? La detenzione di Priebke in effetti è un’ingiustizia: avrebbe potuto essere fucilato immediatamente, appena preso. La generosità degli italiani gli ha concesso la vita, e non in carcere ma ai domiciliari a casa sua. La stessa generosità (che meriterebbe però un altro nome) che permette di pubblicare in Italia un foglio apertamente antiitaliano e filonazista come la Padania.
• Siringhe caricate a sonnifero, sparate con lanciarazzi; raggi paralizzanti ad alta temperatura; schiuma autoadesiva al peperoncino; missili filoguidati che gettano reti di gomma. Sono solo alcune delle proposte tecniche allo studio degli esperti militari di esercito, marina, aviazione, artiglieria e giornali vari per bloccare in alto mare gli emigranti che cercano di raggiungere le coste del Belpaese. Questo naturalmente nel quadro di un’integrazione civile e democratica, dei diritti umani ecc. ecc. All’ultimo funerale di annegati infatti sono andati tutti i politici e si sono commossi per quasi tre ore di fronte a tredici salme, le uniche tornate a galla.
Il Senatore Adornato, ex comunista, ex socialista, ex liberale, ex adornista e finalmente funzionario di Berlusconi, sottolinea la necessità dell’assoluta coerenza con le proprie radici culturali. Il Gran sacerdote del dio Po richiama il papa alla necessità di difendere la cristianità minacciata. Il ministro degli Esteri De Michelis denuncia le irregolarità amministrative degli emigranti. Il signor Leoluca Bagarella esprime preoccupazione per il pericolo costituito dall’importazione in Italia di organizzazioni criminali straniere.
L’unico a non aver bevuto di prima mattina, Dino Frisullo, ha detto l’unica cosa sensata che c’era da dire: piantiamola con tutto ’sto clandestino, tutte ’ste guardie e tutti ’sti scafisti; in fondo di che si tratta? di venire in Italia? e che male c’è? “Ma insomma, perché lo stato non mette un traghetto regolare per questa gente, così non hanno più bisogno di morire annegati per diventare italiani?”. Li aveva quasi convinti, perché lui è uno che sa parlare. Alla fine però un onorevole riscuotendosi improvvisamente gli ha puntato contro un dito: “Un momento. Ma lei è morto! Non ha diritto di parola!”. “Effettivamente sì”, ha ammesso Dino. E tutto è ricominciato come prima - guardie, scafisti, negri annegati e politici commossi.
3 nov
S. T. V. B. E., E. V.
Caro Cornelio, ti mando volentieri le delucidazioni che mi hai chiesto: come vecchio prefetto, mi sembra mio dovere illuminare i colleghi più giovani sulle questioni essenziali del servizio. E veniamo alle tue domande. La croce non è assolutamente uno strumento di tortura. O meglio, lo è anche, ma devi considerarlo soprattutto uno strumento politico, un mezzo di comunicazione, uno dei media. In un certo senso, essa è il simbolo del nostro impero. Prima di noi, infatti, la pena di morte veniva applicata a singoli individui colpevoli, e in maniera kitsch, da terzo mondo (pensa allo scorticamento dei Cartaginesi). Noi invece siamo stati i primi a usarla civilmente e a livello di massa. Da noi non è affatto necessario, per finire sulla croce, di aver commesso un reato individuale: basta appartenere a una categoria o gruppo sociale che, qui e ora, abbia commesso *collettivamente* un reato. Esempio: quelli crocifissi da Crasso lungo la via Appia (seimila, mi pare). Mica tutti spartachisti, ovviamente. Però s’erano trovati là, ed erano degli schiavi. Oppure, tanto per fare un esempio più recente, gli schiavi della casa di Pedanius, dopo la misteriosa morte del padrone. Il pretore decise che era omicidio, e in questi casi la legge è formale: crocifissione per tutti gli schiavi della casa. Erano in quattrocento e finirono appesi tutti. Non per colpe individuali, ovviamente, ma semplicemente perché a) erano schiavi b) si trovavano nel posto sbagliato. Devo dire che ai senatori (tranne quel vecchio stronzo di Aemilius Fides) non piacque affatto questa storia di dover appendere almeno 399 innocenti. Ma non era un capriccio. Lo schiavo deve sapere che cosa succede se l’idea di una rivolta lo sfiora anche solo per caso.
Riepilogando: la croce è quella cosa che serve a tenere al loro posto, giusto o ingiusto che sia, gli schiavi. Senza i quali, come tutti sappiamo, non ci sarebbe nè economia nè impero nè società nè niente. Tecnicamente, presenta il vantaggio di essere relativamente pulita, altamente spettacolare (la gente fa le scommesse sul tempo che uno impiega a crepare), abbastanza tranquilla, e soprattutto mirata. Quest’anno, dei 6457 soggetti messi in croce nell’Urbe, 5945 erano extraitalici, per lo più già schiavi. Anche il 79,9 per cento dei condannati alle galee è costituito da extra, e corrisponde al 28 per cento di tutti i maschi adulti di colore compresi fra i 17 e i 25 anni e al 22, 5 per cento di quelli compresi fra i 26 e i 49 anni (l’età militare, insomma). Ricordati bene queste statistiche: il mio e tuo lavoro consiste essenzialmente nel mantenerle entro i giusti valori, che sono gli unici compatibili con l’Impero.
30 ott
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Quello che segue era il primo numero di “Tanto per abbaiare”, esattamente quattro anni fa. Da allora la situazione non è cambiata. Nemmeno noi.
Termina qui la lotta al potere mafioso per questa generazione. Abbiamo ottenuto dei risultati: Sindona, i cugini Salvo, i cavalieri catanesi. Siamo stati sconfitti su tutto il resto. Queste vittorie parziali ci consentono tuttavia di guadagnare del tempo, di allontanare di qualche anno il pieno radicamento del sistema. L’esito finale è comunque, probabilmente, quello russo: marginalizzazione dei meccanismi democratici, istituzionalizzazione dei poteri di fatto, pubblica assunzione dei poteri da parte delle yakuza. Le lotte di questi quindici anni - Borsellino, Falcone, la primavera di Palermo, Robertino Antiochia, i Siciliani, Chinnici, i giudici ragazzini morti e vivi - sono servite semplicemente ad allontanare di alcuni anni questo esito. Che è tuttavia il più realistico, nel giro di alcuni anni. La componente Berlusconi è stata ormai pacificamente accolta, a livello tanto istituzionale quanto culturale, nel sistema politico italiano. Ora, ci sono dei problemi tecnici - come trapassare stabilmente da D’Annunzio-Salandra a Mussolini? come far convivere il vecchio Senato del Regno con la moderna Camera dei Fasci e delle Corporazioni? - ma sono problemi tecnici, per l’appunto. Da siciliani, non riusciamo a respingere un qualche (inutile) orgoglio per il fatto che stavolta, a differenza degli anni Sessanta, non è stata la Sicilia a cedere, ma il rimanente del Paese. Così anche potremmo credere (con lo stesso irrazionale campanilismo) che questa piccola terra, da tanti apparentemente inutili dolori, sortisca almeno - e se non subito, con gli anni - una diversa coscienza di sè, una mitopoiesis alimentata dalle vite versate. Ma stiamo divagando.
30 ott
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• Diffusa da Reporters sans frontieres l’annuale “classifica” della libertà di stampa nei vari paesi. Pessima la situazione in Asia, dove regimi “capitalisti” e “comunisti” (dalla Cina alla Birmania, dal Turkmenistan alla Nord Corea) gareggiano nell’incarcerare i giornalisti. Peggiorata nei paesi arabi. Discreta, tranne che in Italia (concentrazione delle tv in mano al governo) e in Spagna (minacce terroriste e leggi “antiterroriste”), la situazione in Europa; cattiva in Russia, Ucraina e Bielorussia, dove pre e post-comunismo non sembrano sotto questo profilo differire molto. Pessima a Cuba, con 26 giornalisti arrestati in un anno. Precaria in Africa, con numerose vittime fra reporter locali e stranieri. In alcuni paesi (Bangladesh, Colombia, Filippine) le violenze contro la stampa vengono da soggetti privati mentre i governi sono responsabili di mancata protezione. Contraddittoria la situazione di Stati Uniti e Israele, ai primi posti per la libertà d’informazione in patria, ma agli ultimi per il comportamento tenuto fuori dalle proprie frontiere, dove si sono resi responsabili (Iraq, Territori occupati) di diverse uccisioni di giornalisti. Ricchezza e libertà di stampa non vanno necessariamente di pari passo: i giornalisti girano liberamente in paesi poverissimi cone il Benin o Timor-Est, ma imbavagliati in paesi ricchi come Bahrain o Singapore.
• Inciuci. Catania. Il “programma di riqualificazione urbana” è vitale per i principali costruttori cittadini - Virlinzi, Cassar, Toscano, Sidoti, Musumeci e Fargione - nonchè per i padrini politici e imprenditoriali delle nuove “grandi opere” locali: nuovo porto turistico, nuovo aeroporto, cementificazione dell’ex Oasi del Simeto, metropolitana. Esso prevede infatti finanziamenti per oltre duemila miliardi di vecchie lire, da spalmare su tutte le imprese e gli imprenditori sopra elencati. Per una serie di circostanze, al momento di votare in consiglio comunale, alle quattro di notte, manca il numero legale. Panico nella maggioranza di centro-destra. Ma non solo fra quella, a quanto pare: dopo una breve interruzione, la seduta ricomincia, e il numero legale stavolta c’è. Consiglieri di destra tirati fuori dai loro letti e mandati a votare in tutta fretta? Non esattamente. A rientrare in gran fretta sono i consiglieri di centrosinistra: grazie a loro il numero legale viene raggiunto e il benefico provvedimento finalmente passa.
In città, due settimane fa, una ragazza è morta travolta dall’acqua piovana giù per la strada. Incidenti del genere si ripetono puntualmente a ogni inizio d’autunno, dato lo stato di acquedotti e strade (mancano i soldi per la manutenzione). Altri cittadini vengono regolarmente uccisi attraversando la strada (mancano i soldi per le strisce pedonali) o cascando dal motorino (mancano i soldi per colmare le buche). Però i soldi per cementificare l’Oasi o per fare i megacentri turistici, quelli ci sono. E sono soldi bipartisan, a quanto pare. Secondo Legambiente, fra le 103 province italiane Catania si colloca, per qualità dello sviluppo, esattamente al novantanovesimo posto. Ma quelli di Legambiente sono compagni all’antica. E i compagni moderni? Quelli che votano i contributi agl’industriali insieme con la destra.
Di Catania (che ha il primato italiano di criminalità minorile) s’è parlato al convegno su minori e giustizia organizzato dalla carovana antimafia. È intervenuto il vecchio presidente del tribunale dei minori, Scidà: “Il monopolio dell’informazione a Catania è concentrato tutto nelle stesse mani. Ma il problema non è solo l’informazione di Catania, ma anche quella su Catania. Per i media nazionali infatti Catania è un tabù”. Gli intellettuali? “Nessuna società può vivere senza il loro sacerdozio laico, sovranità della ragione, autonomia e coscienza. Qui hanno tradito”. La giustizia? “Riguardo alla mostruosità delle reciprocità di competenze penali tra Reggio Calabria, Messina e Catania non si leva una voce se non da fuori. Nessun catanese”. L’Antimafia? “Dovrebbe fare l’ufficio suo e venire nella nostra città”. Il ministro della Giustizia? “Si rivolge a Catania contro un magistrato colpevole di avere indagato”. E la sinistra? “La sinistra significa essere giusti, amare la verità, battersi per chi è debole, non consentire mai alla manipolazione della verità. Lo abbiamo visto con il Caso Catania, calci dati alla giustizia, divenuti calci dati a un pallone”. Ovviamente, tutte parole censurate: né Ciancio né Repubblica le hanno pubblicate. Leggetele almeno qui.
21 ott
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• Ma la mafia si diverte, con Berlusconi? E chi lo sa. Sicuramente, ci si diverte la P2. Non credo che qualcuno si offenderà per questo: mentre Totò Riina non ha mai fatto conoscere le sue opinioni in proposito, Licio Gelli l’ha fatto, esprimendo la più totale e fraterna solidarietà. Roba vecchia, naturalmente: faccendieri, spie varie, gladiatori - tutta roba passata, da dimenticare. Ma così, tanto per la cronaca: di che si trattava?
Per P2 s’intende ufficialmente una lista di 953 nomi sequestrati nella villa di Gelli a Castiglion Fibocchi. La mia opinione è che la vera lista - quella operativa - sia invece il tabulato di 994 nomi sequestrato nella stessa occasione e messo agli atti della Commissione Anselmi, libro primo tomo secondo, come “reperto 2/B”. Di questi nomi, 464 sono in comune sia alla lista “ufficiale” che al tabulato, e sono i nomi più “operativi”. L’elenco della P2 è cronologico. La prima parte dei nomi, qualche centinaio, sono elencati in ordine alfabetico: si tratta evidentemente del nucleo iniziale della P2. La seconda parte consta di circa cinquecento nomi, e qui l’ordine alfabetico non è più rispettato: evidentemente venivano aggiunti man mano che s’aggregavano al nucleo iniziale. La terza parte (120-150 nomi) è concentrata in un periodo di tempo minore, e neanch’essa rispetta l’ordine cronologico.
La prima parte dell’elenco comprende esclusivamente massoni doc, con una forte percentuale di gradi “30″ e “33″ (i gradi massonici vanno da 1 a 33); geograficamente, prevalgono le regioni di tradizionale presenza massonica (Toscana, ecc. ). Ci troviamo il barone universitario, il generale in pensione - i notabili, insomma. Vengono “garantiti” da altri esponenti della massoneria. È il quadro insomma di una normale loggia massonica d’elite. La finalità sociale, secondo me, era tranquillamente italiana: raccomandazioni, carriera, piccoli intrallazzi e così via.
La seconda parte dell’elenco (che a un certo punto evidentemente qualcuno ha deciso improvvisamente di allargare) è costituita ancora, in linea di massima, da massoni, ma i gradi “33″ adesso sono rari; la media qui è il grado “3″, vale a dire il massone ordinario. Geograficamente, tutta l’Italia è rappresentata alla pari, con forse una lieve prevalenza per Roma. Sociologicamente, non abbiamo più il generale in pensione, bensì il capitano in servizio permanente effettivo (spesso dei Servizi di sicurezza: categoria stranamente soprarappresentata anche nella P2 argentina). I “garanti”, nei casi in cui sono noti, sono sempre esponenti della massoneria “regolare”.
La terza parte dell’elenco, che è la più piccola e la più concentrata nel tempo, presenta le seguenti caratteristiche: 1) non c’è nessun alto papavero della massoneria; 2) molti degli iscritti non sono mai stati massoni (e sono “garantiti” da politici non-massoni come l’andreottiano palermitano D’Acquisto); 3) sociologicamente, sono ufficiali, funzionari e politici più “operativi” rispetto ai precedenti; 4) geograficamente, la regione più presente fra gli iscritti di questo segmento è - per nascita o per attività - la Sicilia.
La divisione in tre fasce si riscontra sia nell’elenco ufficiale che nel tabulato, e può essere dunque considerata una caratteristica generale del fenomeno. Ci sono stati dunque, nella storia della P2, tre diversi momenti, in ciascuno dei quali essa serviva a qualcosa di diverso - e, a giudicare dai dati, di progressivamente più importante. Alla fine, fra gli obiettivi importanti ce ne doveva essere qualcuno decisamente “siciliano”. Chissà cos’era.
21 ott
QUANDO IL PIZZO SI PAGA AD UNA COSCA NAZIONALE
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• Pizzo. Per quanto siciliano e dunque abbastanza esposto diciamo così al rischio-pizzo locale, io ho il privilegio di poter pagare il pizzo direttamente a una cosca nazionale. La cosca si chiama Siae, e pochi mesi fa ha deciso che tutti coloro che masterizzano cd, qualunque cosa masterizzino, debbono pagarle un tanto per la sua benevola protezione. Io non masterizzo musica né film né testi comunque sottoposti alla Siae: ogni tanto, semplicemente, faccio un cd dei miei lavori per regalarlo ai miei amici. Su ciascuno di essi debbo scucire un paio d’euri alla Siae, che ha messo una tangente a monte, direttamente sui cd vuoti. Uno di queste notti, penso, andrò con un grimaldello alla sede della Siae e mi riporterò via i miei soldi: mi par di capire infatti che l’uso dei grimaldelli, almeno in questo settore, ormai sia del tutto legalizzato.
• • Civiltà 1. Il comune di Delia, un piccolo paesino nei dintorni di Enna, ha già messo nel suo statuto il diritto di voto e di elezione per gli immigrati. È il primo in tutta Italia.
• Civiltà 2. Il piccolo Alì, sotto i bombardamenti, ha perso le braccia, i genitori e quattordici parenti. I bombardatori lo portano in tv, gli fanno un sacco di moine, gli regalano dei giocattoli e alla fine anche un paio di braccia elettriche ultimo modello. Saddam almeno fucilava e basta.
• Automobile. Su 100 litri di benzina il motore ne disperde 60 in calore e 40 per muovere l’auto. Di questi ultimi, 35 servono a muovere l’auto (1000 chili) e 5 a portare un paio di passeggeri. Su 100 litri dunque ne utilizziamo effettivamente solo 5. La velocità media in città (semafori, ingorghi, parcheggi, ecc.) è di 8-10 chilometri all’ora; a piedi è di circa 6 chilometri all’ora. La usiamo 2 ore su 24, ma occupa spazio per tutto il giorno, e anche l’assicurazione vuole i soldi per tutto il giorno. Ci costa in media 3 stipendi l’anno: ogni quattro anni di vita ne lavoriamo uno per pagare industriali, petrolieri, assicuratori e Stato. Senza contare gli incidenti, l’inquinamento e, indirettamente, le guerre. (Alessandro Paganini)
• Pulizia. Bangkok. Comincia oggi la riunione dell’Apec, uno dei vari organismi internazionali per la “cooperazione economica” globalizzata. È un mese che le autorità thailandesi “fanno pulizia” in città per garantirsi una buona figura con gli illustri ospiti asiatici e americani. “Deportare i mendicanti, rinchiudere le prostitute, chiudere nei manicomi tutti i matti e i barboni”, ha ordinato il primo ministro. E il sindaco della città: “Niente scuse per i vagabondi”. Per i più fortunati è previsto l’invio coatto in campi di addestramento militare. Per gli altri, non si sa.
Non basta avere successo: bisogna anche che gli altri falliscano.
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