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E' mai possibile che appena un fenomeno supera il massimo clamore mediatico, la si considera morta? Mai sentito parlare di Curva di Adozione Tecnologica?

Lo specchietto per le allodole

Archive for the ‘Catena di San Libero’ Category

Le camurrie di don Totò

Tanto per abbaiareFra cui presenziare alla cerimonia per il generale dalla Chiesa. Ma che gliene frega a lui di un carabiniere morto per liberare la Sicilia dalla mafia? E nella Palermo vile di oggi, il suddito s’inginocchia…

Sicilia. Dopo la pausa estiva torna alacre al lavoro il governo regionale. Fra i primi provvedimenti uno stanziamento per ospitare a Trapani, l’anno prossimo, l’America’s Cup di vela. E poi capitolati, norme ad hoc, leggi, leggine, appalti, assessori insediati, poltrone da rigirare: c’è molto da fare, in questo nuovo anno istituzionale, sia per gli affari ordinari che per quelli nuovi. Il più laborioso è sicuramente don Totò Cuffaro. Non solo deve lavorare come un negro per fare il presidente della regione; nei ritagli di tempo gli tocca anche di fare la spia per Cosa Nostra il che, Mitrokin insegna, non è un lavoro leggero. Almeno, così pensano i magistrati, che infatti lo vedrebbero volentieri in galera.

Lui non si preoccupa e tira dritto. Telefona a questo, rassicura quello, avverti quell’altro ancora; l’altra volta, fra le tantissime cose cui metter mano, c’era pure la camurria di dover presenziare, inquantocché Capo della Regione, alla lapide di quel generale, il carabiniere ammazzato - ma come accidenti si chiamava? - perché secondo lui doveva liberare da Cosa Nostra la Sicilia. E va bene, andiamoci pure, visto che è dovere. Cravatta, scorta, autoblù e sorriso; e via alla cerimonia. Da donde, i pochi onesti che c’erano appena da lontano lo vedono si voltano, s’azzittano e sgattaiolano via, a partire dai magistrati.

Don Totò resta a stringere mani “di rappresentanti delle istituzioni e di semplici cittadini” fra cui uno che, non sapendo come meglio esprimergli la propria devozione, s’inginocchia sul marciapiede e gli bacia la mano. Don Totò, sbirciando i carabinieri vivi, sorride tutto spavaldo come un re normanno; il suddito, dal basso in alto, gli sorride timidamente dal marciapiede; brigadieri e appuntati, impassibili sull’attenti, cercano - per quanto consente la posizione - di guardare schifati dall’altra parte. Quanto a lui, quello che è morto là dove ora quel palermitano è inginocchiato, non dice nulla. Egli infatti riposa in un paese lontano, ben lungi da questa vile terra di Sicilia.

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Ritorno a Neanderthal

Tanto per abbaiareLa guerra contro le donne e i bambini, condotta dai maschi adulti del pianeta, fiammeggia e non se ne vede la fine. Eppure, appena pochi anni fa, il mondo sembrava avviato verso il “progresso”

Tempi. C’è stato un periodo, intorno ai primi anni Sessanta, che visto da ora si può definire una belle epoque. In America e in Russia comandavano rispettivamente Kennedy e Krusciov: il primo fu quello che mandò i soldati federali contro i razzisti del suo paese, il secondo quello che sbaraccò l’arcipelago Gulag staliniano. Entrambi erano fortemente appoggiati, in queste battaglie civili, dai loro cittadini. Gli americani (i “baby boomers”, i papà dei sessantottini) credevano nei diritti civili e si consideravano americani essenzialmente per questo. I russi, eredi di una guerra terribile e martoriati dal potere, vivevano finalmente il “disgelo” - chiaccherare, parlare, essere un po’ più liberi di prima. Entrambi erano popoli orgogliosissimi, non masse impaurite: gli americani giovani e pratici, con gli unici drive-in del pianeta; i russi, nei loro dolori, fieri della durissima guerra contro l’orrore hitleriano.

Attorno a Krusciov e a Kennedy c’era tutta una serie di capi giovani, nelle nuove nazioni che andavano ricoprendo il mappamondo. Nehru in India, Lumumba in Africa, Castro in Sudamerica, Nasser fra gli arabi, e altri ancora. Nessuno di questi era antioccidentale, nessuno fanatico religioso. Volevano semplicemente accedere ai benefici civili e tecnici dell’occidente, essere uomini liberi come i bianchi, e non essere colonizzati mai più. Serbi e croati non si scannavano fra di loro.

La fame, che ricopriva gran parte del pianeta, andava lentamente scemando; ed era comunque considerata un nemico da eliminare, col capitalismo o il socialismo, non un destino umano. Russia e America, tiranniche coi paesi vicini, facevano tuttavia a gara per allettarsi i paesi poveri regalando risorse e tecnici - pochi, ma pure servivano a qualcosa. L’America restava imperiale, la Russia autoritaria; ma imperialismo e tirannia apparivano delle zavorre del passato che a poco a poco sarebbero state obsolete.

C’era la Bomba, sì, che pendeva sinistramente su tutto quanto. Ma, col senno di poi, i primi ad averne paura erano i generali. Nessuno (con l’eccezione di Kennedy nella crisi cubana) pensò mai di usarla. Il mondo era minorenne, ma non pazzo. Dopo due guerre terribili, voleva solo crescere e stare in pace.

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Il nostro giornalismo e il loro

Tanto per abbaiareBaldoni era un giornalista? Sì, forse ora che è morto magari sì. E Feltri è un giornalista? Non c’è dubbio: ha il tesserino dell’Ordine. Ma se Feltri è giornalista, evidentemente Baldoni non lo è. E viceversa.

Enzo Baldoni, Vittorio Feltri, Renato FarinaGiornalismo. Che differenza c’è fra il giornalismo - per esempio - di Feltri e quello - per esempio - di Baldoni? Non parlo di differenze “politiche”. Da un punto di vista tecnico, voglio dire.

La differenza è che Feltri grida, mentre Baldoni parla a bassa voce. Non è una novità: anche Appelius gridava (”Il generale Badoglio è entrato ieri ad Addis Abeba”) e anche Hemingway (”Vecchio al ponte”) parlava a bassa voce. Destra e sinistra dunque, attraverso le generazioni? Non solo. C’è qualcosa di più, che attiene proprio alle radici profonde del mestiere.

Il giornalismo di Feltri nasce in un mondo sostanzialmente povero di notizie. Un mondo in cui ciò che succede accade lontano, arriva tardi, e incide relativamente poco sulla vita quotidiana. Quest’ultima, a sua volta, è una vita “normale”. Di una normalità che nessuno mette in discussione. “Il generale è entrato ad Addis Abeba”? E che ce ne frega. Non ha importanza, poi, sapere che cosa ne pensa il barbiere di Addis Abeba. Tanto non lo incontreremo mai - il mondo in cui viviamo non ha nulla a che vedere col suo.

Da questo discendono subito due cose. La prima è che la notizia coincide con lo scoop, deve avere un “effetto” traumatico immediato e dev’essere gridata. La seconda è che il gestore di questa notizia, essendo uno dei pochissimi autorizzati a gestirla, è una persona importante. Poiché non mette assolutamente in discussione (e perché dovrebbe?) la “normalità” del sistema, e poiché questo sistema è basato su una gerarchia - ristretta e distinguibile - di piccole e grandi Autorità locali, di notabili insomma, ecco che il giornalista diventa un notabile anche lui. Feltri, e Appelius, in fondo non sono dei giornalisti “fascisti”. Sono semplicemente dei gerarchi, dei notabili, esattamente come il sottosegretario dei trasporti o il podestà di Ravanusa. In più, hanno il bisogno fisiologico di “alzare” emotivamente le “notizie” che danno (“il Negus è semianalfabeta”, Baldoni è d’accordo coi terroristi”) perché il valore delle loro notizie dipende principalmente dall’emotività che veicolano qui e ora.

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Manfredi, attore del rinascimento

Tanto per abbaiareManfredi, Gassmann, la Magnani, Sordi… E poi Moravia, Pasolini, Calvino, la Morante. Che cosa avevano in comune fra di loro? Una grande stagione: il Neorealismo

• Così, neanche Nino Manfredi aveva più niente da fare in Italia - in questa Italia - e s’è levato di mezzo. Lui era proprio l’ultimo, più o meno come la Morante era stata l’ultima degli scrittori, e con lui se ne va una stagione altissima della cultura italiana: la più densa e profonda (col suo neorealismo scritto e filmato) dal Rinascimento. Noi non abbiamo mai avuto (lo notavano già nell’ottocento) un gran teatro; il primo è arrivato a novecento inoltrato, ed era più letteratura che teatro - Pirandello. Le altre nazioni (Lope de Vega, Shakespeare, Moliere) invece hanno avuto il loro imprinting proprio col teatro: la gente che schiamazza e si fa attenta, che ride, piange, vive la propria vita e la confonde con le vite, coi sentimenti, coi personaggi, con le passioni che il carro dei teatranti le ha portato davanti, un luogo qualunque, la piazza dell’auto sacramental o il teatro Globe. Autori e attori, gente qualunque, fricchettona, esposta a tutti i colpi della vita, qualche volta “antipatici”, mai vip. Da noi, umanisti boriosi, seduti sui scranni al lume dei candelieri di corte. Così, dal Bembo a Francesco Merlo via Monti, Carducci, Malaparte e compagnia cortigiana, l’intellettuale italiano è sempre stato segnato: eleganza e bel garbo, ma via dalla strada.

L’eccezione, è la commedia dell’Arte e poi - sotterranea continuità - l’opera e il melodramma; e infine il cinemino di periferia, quello in cui i ragazzi “ignoranti” della borgata celebrano senza saperlo se stessi. Arlechin, Brighéa da Berghèm, Pulcinella sono dei paesani qualunque - degli “zanni” - che scendono nella città dei signori. A fare i servitori, i vivi-alla-giornata, i Cococò. Come i loro spettatori. Otello, Cavaradossi, il Barbiere non vivono grazie ai palchi, ma grazie al loggione; ma vivono soprattutto fuori teatro, nella strada. Il cocchiere che canta, il barcaiuolo, il contadinello, la mondina: per tutto il settecento e l’ottocento il popolo italiano - per testimonianza unanime, e un po’ razzista, di milordi turistici e altri viaggiatori - è soprattutto un popolo che canta. Quante Rosine povere, nei loro abiti d’operaie e di domestiche, sono state corteggiate sotto casa da un giovane improvvisato tenore! E chi sarà stato l’interprete principe di Fenesta ca lucive, se non qualche sconosciuto guappariello o pescatore, in chissà quale vicolo di chissà quale sera…

Questa è la letteratura italiana, quella del popolo, quella vera. A fine anni Quaranta, per una serie di contigenze storiche - principalmente il communismo, la libertà, il dopo-guerra - essa acquista una consapevolezza di sè, alza la testa. Tutta una generazione di scrittori “alti” vi si arruola. “Alti” di formazione e cultura; ma popolari. Pasolini o Zavattini in bicicletta, come Gassmann nei Soliti ignoti; poveri, ma belli e ricchissimi. La cultura, l’Italia, la cultura *italiana*.
Gli attori, in quel periodo fausto, erano regionali. L’Italia, infatti, allora era davvero una federazione. Non il federalismo grassoccio e avaro e un po’ vile di ora; ma un “federalismo” spontaneo, solare, di genti e tribù diverse che s’incontrino allegramente su una piazza o una via. Così, Gassmann era il Milanese, Edoardo e la Loren i Napolitani, Sordi e Fabrizi e la Magnani i Romani; com’era meridionale Polichinelle o padano Arlecchino, senza diffidenze e mutrie, fraternamente. E tutti insieme erano les Italiens, the Italian mandolini, i macaronì, i paisà, gli Italiani.

Fra questi, Manfredi era il romano “burino”; vale a dire il romano vero, scetticamente ingenuo, non cittadino. L’anima di Roma, infatti, è qualcosa che continuamente si rinnova dalla campagna, da alcune migliaia d’anni a questa parte. E’ stato, coerentemente, il miglior Pasquino. E’ stato er Communista de Roma, è stato er Pecoraro. Maschere - in romano “personae” - immortali. E’ stato a pieno titolo nella massima antologia del neorealismo, che è L’audace colpo dei soliti ignoti, del ‘59.

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I 10 da non votare. Decide il cittadino.

Tanto per abbaiareUna vecchia tradizione dei “Siciliani” - il giornale antimafioso di Giuseppe Fava - era di indicare agli elettori quei candidati che, pur non avendo commesso reati, venivano tuttavia considerati dalla redazione non coerenti con gli ideali democratici e antimafiosi della società civile siciliana. Suscitando naturalmente proteste

Milena Mosci, Direzione Operativa Lista Unitaria, wrote:

Leggo sul vostro sito che il nostro candidato Luigi Cocilovo è stato inserito nella lista dei 10 da non votare perchè coinvolto in una vicenda giudiziaria inerente una tangente di 350.000.000 di lire. Il vostro redattore scrive che il candidato è stato assolto grazie alla legge sul giusto processo, in questo modo ingenerando il dubbio che l’esito del processo sia dovuto ad un mero cavillo legale e non all’assenza di colpevolezza dell’imputato. Questa ricostruzione è inesatta, poichè il sig. Cocilovo è stato assolto con formula piena: le indagini svolte hanno dimostrato l’assenza di qualsiasi riscontro contabile o documentale delle accuse a lui rivolte, accuse che non sono state neppure confermate nel corso del dibattimento da chi le aveva mosse. La sentenza, chiara sul punto, non è stata appellata dalla Procura ed è ormai passata in giudicato. Il candidato messo alla gogna è assolutamente innocente e non per un cavillo.
Vi invito pertanto a togliere il nominativo di Luigi Cocilovo dalla vostra lista dei 10 candidati da non votare. Distinti saluti.

I “dieci da non votare” sono una vecchia tradizione de “I Siciliani“, il giornale dell’antimafia fondato da Giuseppe Fava, che dura da una ventina di anni. I nomi sono stati sempre scelti sulla base di valutazioni etiche e non politiche, relativamente in particolare al maggiore o minore impegno dei candidati in esame nella lotta contro la mafia. Queste valutazioni non hanno mai dato luogo a querele o azioni legali - ai “dieci da non votare” non venivano e non vengono contestate azioni illegali, ma semplicemente modi di operare non conformi all’etica democratica e antimafiosa comunemente riconosciuta dalla società civile isolana.
Sia io che il collega Gulisano, autore del pezzo in questione, siamo stati dall’inizio alla fine redattori dei Siciliani. Quest’anno, fra i nominativi che giudichiamo non congrui per gli elettori antimafiosi, compare in signor Cocilovo. E’ un nostro giudizio: morale e non politico, e ovviamente non giudiziario. Abbiamo tutto il diritto - e il dovere giornalistico - di darlo, come a suo tempo l’ha avuto, su “MicroMega“, Marco Travaglio.

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Non sempre l’Europa è civile

Tanto per abbaiareAdesso, per esempio, se la sta pigliando con la ricerca informatica, e con i libri. Tasse sulle biblioteche, brevetti sulle idee creative. Ma tutto ciò è “europeo”?

Europa. Non sempre l’Europa è civile. Quasi contemporaneamente, dal consiglio dell’Unione sono arrivate due direttive il cui effetto sarà - se disgraziatamente le seguiremo - di renderci tutti un po’ meno europei.
Una è “moderna”, e riguarda i programmi per i computer. Questi nascono sempre da idee elementari, analoghe a quelle - ruota, vela, alfabeto, torchio da stampa, vapore - che da sempre sono stati i gradini della civiltà. A partire da queste idee, vengono scritte i milioni di righe di codice che concretizzano questo o quel software; ma le idee sono semplici e collettive. Noi europei abbiamo sempre distinto fra idee e applicazioni: la ricetta della pasta con le sarde può anche appartenere a qualcuno, ma il concetto di pasta in sè, e del fuoco per cuocerla, e della necessità di un condimento, è libero, patrimonio di tutti e
universale.

Sulla ricetta, se le nonne ci avessero pensato, avrebbero potuto mettere il copyright; ma mai avrebbero potuto brevettare l’idea di pasta. Diversamente, la cucina mediterranea non esisterebbe e noi oggi saremmo tutti qui a mangiare chips e hamburger, come alcuni sciagurati purtroppo fanno. In America no: là avrebbero messo un brevetto proprio a monte, alla radice. Sarebbe nata la Pasta Corporation, l’unica autorizzata.

Ecco, sta succedendo proprio questo. La scrivania del computer, il menù, cestino, non sono delle applicazioni specifiche: sono idee. E dal momento che nascono appartengono a tutti. Questo è il sano buonsenso europeo: dall’idea viene idea, non si può imbrigliarla. Per questo noi ci siamo sviluppati come civiltà, e l’America come tecnologia. Adesso, per colpa principalmente della presidenza irlandese (l’Irlanda inventa pochissimo, ma ospita le colonie europeee dei monopoli americani), i ministri europei propongono di abbandonare il copyright europeo e adottare il brevetto americano. E’ un’idea terrificante, che significherebbe asfissiare la ricerca informatica nel giro di pochi anni. Avremmo costosi giocattoli, ognuno più stupido e inutile del precedente, ma non più capolavori come Linux o come il primo internet, quello del Cern. Sarebbe vietato sviluppare le idee, poiché ciascuna di esse apparterrebbe a una multinazionale.

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Falcone e i suoi nemici

Tanto per abbaiareCome ogni anno, anche stavolta hanno commemorato Falcone: per buona educazione. Prima hanno fatto una legge apposta per far fare carriera al giudice che più lo attaccava. Poi hanno fatto il discorso.

• Il governo italiano ha appena fatto una leggina apposta per far tornare in Cassazione il suo principale nemico fra i giudici, Corrado Carnevale. Dopo aver votato la legge, i ministri sono saliti sull’auto blu, sono arrivati all’autostrada Palermo-Capaci, si son fatti indicare da qualcuno il punto preciso e là sono scesi e hanno commemorato virtuosamente.

Impero. I gulag non sono mai morti di morte naturale. Neanche quelli iracheni fanno eccezione. La colpa? “Ubbidivo agli ordini”. E gli ordini sono sempre in nome di qualcosa. La storia delle torture, dei lager “democratici” e imperiali, sta finendo come doveva finire. Il comando della Werhmacht ha fatto un’inchiesta, un paio di caporali più sadici sono stati “condannati” a lievissime pene, Keitel e Jodl hanno dichiarato di non saperne niente, e tutto è finito lì. Dibattiti in televisione e foto sull’internet - la sola differenza è stata questa.
E’ impossibile conquistare un paese senza torturare. Gli assiri, tremila anni fa, negli identici luoghi facevano esattamente lo stesso. Dove sono gli assiri oggi? Dove sarà l’Impero fra cinquant’anni?

Background.
9 aprile. New Port, Florida. Bambina di nove anni arrestata con l’accusa di avere rubato un coniglietto e dieci dollari. Dopo che lo sceriffo le ha letto i suoi diritti, lei ha detto di non aver preso i soldi e di aver preso il coniglietto solo per giocarci.
15 aprile. Little Rock, Arkansans. Concesso il ritiro delle manette alle detenute portate in ospedale per partorire. Da ora in poi le catene (alle mani e ai piedi) verranno mantenute all’entrata e all’uscita della maternità ma saranno tolte durante il travaglio.
28 aprile. Stato di Washington. Studente quindicenne interrogato dal Servizio Segreto in merito ad alcune sue caricature presidente Bush.
30 aprile. North Carolina. Fine pena in autunno per Junior Allen, detenuto per 35 anni per il furto di un televisore da 140 dollari.
2 maggio. Stato di Washington. Due adolescenti di 12 anni, Jake E. ed Evan S., verranno processati come adulti, per omicidio.
10 maggio. Concord, New Hampshire. Veto del governatore alla proposta di alzare da 17 a 18 anni l’età minima per le condanne a morte.

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Camerata Cucco, presente!

Tanto per abbaiareRiuscì a farsi espellere per mafia dal partito fascista. Poi, grazie ai camerati importanti, fu riammesso e fece carriera fino a diventare l’ultimo segretario di Salò. E ora al suo paese gli vogliono fare una piazza

Palermo 1947 - Alfredo Cucco: primi inizi del MSIFascisti. Alfredo Cucco, ultimo segretario del partito fascista, proveniva da un paesino siciliano, Castelbuono, che ebbe negli anni Trenta l’indesiderato onore di varie e non preannunciate visite del “prefetto di ferro”, il famoso Mori. Costui, mandato da Mussolini in Sicilia con l’ordine tassativo di “estirpare la maffia”, aveva messo su un’eccellente rete di spie nelle province: ogni volta che aveva raccolto abbastanza nomi circondava il paesino incriminato con un doppio cordone di guardie a cavallo, lo occupava militarmente e procedeva a rastrellare tutti i “maffiosi”, tutti i sospetti o possibili tali, e per buona misura le rispettive famiglie. Lunghe corvees di ammanettati lasciavano al tramonto il paese, mentre sulla piazza principale il prefetto a cavallo intimava ai superstiti il giuramento di fedeltà al re e al duce. Le isole si riempivano di picciotti, e la scrivania prefettizia di encomi ministeriali.

La sua carriera finì quando si mise in mente di perseguire anche l’alta mafia, quella che oggi chiameremmo “terzo livello”. I primi due o tre notabili proposti per il confino, dal ministero non arrivarono più encomi ma richieste di chiarimenti. I “camerati di Sicilia”, allora come oggi, contavano dentro al Partito più dei prefetti. Infine fu richiamato a Roma, lodato, giubilato, e assegnato a un incarico onorifico ma indifferente. Scrisse le sue memorie, mentre la mafia palermitana, digeritolo, si preparava serenamente a passare dalla protezione del fascismo a quella degli americani.

Il prefetto, prima che i camerati palermitani si rivolgessero a Mussolini, era riuscito tuttavia a ottenere la “sospensione dal fascio per motivi d’indegnità morale” d’un paio di gerarchi-notabili palermitani. Poca roba, d’accordo, e solo per i casi più manifestamente gravi; e anche qui, d’altra parte, solo per qualche mese, prima del trionfale reintegro e nel grado littorio e nel notabilato. Fra questi, quel tale Alfredo Cucco, console della milizia e gloria di Castelbuono: la cui carriera riprese rapidamente le ali, fino a portarlo - come abbiamo visto - ai vertici del partito, in tempo per le ultime persecuzioni di ebrei (in cui si distinse) e stragi di partigiani.

Adesso, nell’anno 2004, il sindaco di Castelbuono prevede d’intitolargli una piazza: Piazza Alfredo Cucco, uomo politico e patriota. Di piazze ad aguzzini fascisti (come il co-assassino dei Rosselli, Anfuso) la Sicilia contemporanea non è avara; come di pubbliche celebrazioni (memorabile quella a Di Cristina) in lode di boss passati a miglior vita. Però è la prima volta, se non erriamo, che nello stesso individuo si glorifica insieme, con fiero orgoglio, e il fascista e il mafioso. Io ne ho notizia di una lettera, inviata dai compagni di quel paese e indirizzata “per conoscenza” ai componenti del “centrosinistra delle Madonie”. Dalla lettera non si evince se il sindaco fascio-mafioso, che propone la piazza, sia di destra. Spero che qualche lettore di Castelbuono voglia al più al più presto precisarmi che trattasi di esponente di Forza Italia o dell’Udc o di An. Lo prego di scrivermi in fretta, perché non riesco a dormirci su la notte.

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India Africa Brasile. Forza Terra!

Tanto per abbaiareCon l’India sono tre i Paesi maggiori del terzo Mondo che si sono schierati, ognuno a proprio modo, “a sinistra”. Niente integralismo, niente impero: una specie di nuovi “non allineati”

Pianeta. India, Sudafrica e Brasile, i tre stati-chiave (con la Cina) del Terzo Mondo sono adesso tutt’e tre democratici e, ciascuno a suo modo, “di sinistra”. Ciascuno di essi è lo stato egemone di un continente (il Brasile in Sudamerica, il Sudafrica in Africa, l’India nell’Asia meridionale). Ciascuno di essi ha caratteristiche uniche e gigantesche: l’India ha una delle massime comunità informatiche del mondo; il Brasile è uno dei 3-4 luoghi del pianeta più ricchi di materie prime; il Sudafrica di Mandela, è l’unico stato africano ad aver ottenuto, nel lungo periodo, dei successi. Sono tutt’e tre in crescita, più della media dei rispettivi continenti. Nessuno dei tre è fanatico, e nessuno fa parte dell’impero. Sono, dopo cinquant’anni, i nuovi “non allineati”: ma stavolta con un peso molto maggiore, e che tende a diventare decisivo. Loro tre, più noi Europa: chissà, insieme, dove mai potremmo - e probabilmente potremo - arrivare.

Titoli. “La Brianza diventa provincia. Una vittoria della Lega” (La Padania)
“Vittoria di Sonia Gandhi in India. 700 milioni di elettori nella più grande democrazia del mondo” (tutti gli altri giornali).

Informazione 1.

Sono Antonio del Collectif Bellaciao di Parigi. Il nostro sito è censurato da stamattina dall’host amen.fr, senza la comunicazione della ragione et senza risposte alle nostre sollecitazioni. Lanciamo un appello: Perché è così difficile e costoso esprimersi in un paese democratico come la Francia, faro dei diritti dell’Uomo? Cerchiamo da adesso un altro server e lanceremo presto una sottoscrizione che ci permetterà di continuare la nostra lotta per la libertà di informazione. Ringraziamo i 450.000 visitatori che sono passati dal nostro sito in due anni. A molto presto… we’ll be back!

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Il ministro sapeva dei prigionieri

Tanto per abbaiareIn un documentario prodotto da Stefano Rolla - ucciso a Nassiriya - si vedono militari italiani che cercano di convincere i poliziotti iraqeni a non maltrattare dei prigionieri. Ma il governo adesso “non sa niente”

Due eroi civili. Già nell’agosto 2003 gli ufficiali dell’esercito italiano avevano accesso alle carceri di Nassiriya, conoscevano quell’inferno e si prodigavano per rendere più umana la detenzione dei prigionieri. Le immagini che lo confermano sono state raccolte dal produttore indipendente Stefano Rolla, l’eroe civile ucciso a Nassiriya insieme ai carabinieri e ai soldati del 12 novembre. Tra gli accompagnatori in Iraq di Stefano Rolla vi era anche il maresciallo-biologo del Ris, Massimiliano Bruno, anch’egli caduto a Nassiriya. Il filmato di 33 minuti (regista Massimo Spano) fu acquistato da Rai2 e molto parzialmente utilizzato da Excalibur di Socci.
Il maresciallo Bruno viene inquadrato distintamente da Rolla al termine di un sopralluogo nell’Antica Babilonia ed appare in altre immagini filmate da Rolla ma non montate dai collaboratori di Spano. Nelle immagini successive Rolla riprende invece un ufficiale in mimetica dell’esercito italiano a colloquio con un gruppo di detenuti reclusi dentro una gabbia stipata. Accanto all’ufficiale italiano vi è un iracheno con la divisa della polizia locale e i gradi di capitano sulle spalline. Il militare italiano parla in inglese, tenta di incoraggiare i detenuti e si appresta ad una mediazione con le autorità locali.
Le immagini di Rolla testimoniano che Massimiliano Bruno poteva essere a conoscenza di quelle condizioni inumane così ben descritte nelle interviste concesse dalla vedova Bruno e dal suo comandante, il colonnello Burgio. L’associazione articolo 21 ha potuto vedere per intero il filmato. Ne traspare non solo la consapevolezza di operare in uno scenario di guerra dove i diritti umani sono limitati da fatti circostanze e usi locali, ma soprattutto l’impegno umanitario dei nostri militari, incluso il maresciallo Bruno e i suoi ufficiali, affinché la polizia locale assumesse atteggiamenti “occidentali” nei confronti dei prigionieri iracheni. Nessuno ne aveva mai dubitato. Ma, visto che i marescialli sapevano, i capitani sapevano, i colonnelli sapevano e persino il generale Spagnuolo sapeva, dove si è interrotta la catena di comando e controllo? Come mai il governo non sapeva? Il documentario di Rolla nei titoli di coda ringrazia per il contributo i ministeri della Difesa e degli Affari Esteri. Ma Martino e Frattini l’hanno mai visto? (Pino Finocchiaro)
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Finalmente pagati i mercenari del Re

Tanto per abbaiareDopo sessant’anni, il governo ha deciso: una-tantum per ascari, zaptiè, buluc-basci e tutte le altre truppe coloniali dell’Impero, reclutate nelle colonie per conquistare altre colonie. E’ attualità…

Arretrati. Il governo italiano, dopo circa sessant’anni, ha annunciato che verranno versati gli emolumenti arretrati (in caso di premorienza, agli eredi) ai membri delle forze armate dell’Impero: ascari dell’Eritrea, zaptiè libici, buluc-basci somali, tutti i soldati insomma delle varie colonie che venivano reclutati, per denaro, sul posto e poi mandati a combattere per conquistare altre colonie da qualche altra parte. Si teme, diversamente facendo, di alimentare un clima di sfiducia verso il sano mestiere di mercenario, di cui invece c’è tanto drammatico e attualissimo bisogno.

Informazione. Alla fine del ‘99 numerose voci, raccolte fra gli emigranti, parlavano di abusi nel “centro di accoglienza temporanea” di via Corelli a Milano, ermeticamente (e illegalmente) chiuso a qualsiasi ispezione sia di giornalisti che di parlamentari. Un giornalista del Corriere, Fabrizio Gatti, decise di fingersi extracomunitario, entrare nel centro e svolgervi un’inchiesta, che uscì il 6, 7 e 8 febbraio 2000 ed ebbe un’impatto tale da costringere le autorità, nel giro d’un mese, a chiudere il centro. Durante l’inchiesta, il giornalista “estracomunitario” aveva subito la sua parte di soprusi: spogliato, perquisito dappertutto senza avvocato e preso a ceffoni. Adesso è stato condannato da un tribunale della Lombardia per “avere dato false generalità” ai poliziotti di guardia al centro.
(Pochi giorni fa, nel lontano Iraq, un altro giornalista coscienzioso - Attilio Bolzoni - è stato invece messo sotto inchiesta dalla polizia militare italiana per aver *cercato*, mediante richiesta ufficiale di documenti, di procurarsi informazioni sul comportamento delle truppe italiane sul posto).

Giordania. Il governo imprigiona le donne minacciate per motivi d’“onore” e non dei parenti maschi che le minacciano: questi ultimi, quando arrivano a uccidere le congiunte “disonorate”, ricevono pene minime grazie all’attenuante dello “stato di furia” derivante da un “atto illegale o pericoloso” da parte della vittima. La denuncia è di un rapporto di Human Rights Watch, che precisa come quest’anno almeno quattro donne siano già state uccise in questo modo; le più fortunate vengono mandate in carcere “per difendere la loro stessa sicurezza” e vi rimangono finché un parente maschio non garantisca per loro. Nella cultura giordana costituiscono violazioni all’“onore” parlare con uomini sconosciuti, sposarsi senza l’approvazione della famiglia, avere rapporti pre-matrimoniali o una gravidanza fuori dal matrimonio. Esattamente come nella cultura siciliana fino agli anni Sessanta, in ossequio alla quale nel codice penale italiano fino a quarant’anni fa era prevista - come in Giordania - l’attenuante del “delitto d’onore”.
Info: eco_fabiocchi@tin.it.

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Il Cavaliere? E’ sovietico

Tanto per abbaiareMa davvero in Italia c’è il capitalismo? Tutto quanto dipende dalla parola di un politico o di un ministro. E quando i ministri cominciano pure a litigare fra di loro…

Stato sovietico. Meno male che in Italia non c’è il communismo. Col communismo tutte le aziende sono pubbliche e dipendono dal buon comportamento del governo. Un ministro viene sorpreso con uno spacciatore di coca? Immediatamente il suo ministero (poniamo, quello dell’economia) smette praticamente di funzionare. Un altro ministro viene colto a dire “La compagnia aerea popolare è un cesso!” e immediatamente la linea aerea, abbandonata da tutti, è costretta a mettersi gli aerei all’asta. Il popolo tumultua? Immediatamente il presidente del Soviet annuncia: “domani leveremo tutte le tasse!” e se ne va a letto tranquillo. (Della faccenda degli aerei, c’è il filmato: si vede il ministro suddetto, con cappottone colbacco e tutto, che annuncia: “Fuorse duopoduomani chiudiamo l’Aeroflot e chi s’è visto s’è visto!”: alcuni secondi dopo si vede un Ilyushin-47 cominciare a piegare le ali, accartocciarsi gli alettoni, sgonfiarsi le gomme del carrello e adagiarsi delicatamente sul prato.

Rai. L’amore è quella cosa che ti fa battere più forte il cuore. L’amicizia è una delle cose più importanti della vita. I prepotenti prima o poi la pagano. E così via. Ciascuno di questi originali concetti, allargato a centosessanta pagine di un apposito libro, ha fruttato al “sociologo” Alberoni la palma di autore più soporifero e banale dell’intera letteratura italiana dal Ritmo Laurenziano in poi. Eliminata, dopo il garbato dibattito (”ti prendo a calci in culo”) propedeutico, l’Annunziata, all’Alberoni è toccato presiedere, sia pure pro-tempore, i vertici aziendali della Rai. Semplicemente meraviglioso.

• (Poichè il Banale è prolifico, c’è pure un’alberonessa che, sulla scia del consorte, non ha mancato di contribuire con qualche volume analogo ai Baci Perugina. Mi aspetto, se non c’è già, di ritrovarla in pompa magna alla Rai, assieme alla segretaria di Berlusconi, al direttore della Padania e all’altra fauna congiunta. Ma perché tener fuori la Vanna Marchi, a questo punto?).

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Un presidente proprio perfetto

Tanto per abbaiare“Basta con le repressioni, basta con le torture, via le armi di distruzione di massa, democrazia e libertà”. Straordinario successo della campagna del prossimo (quasi certo) presidente americano.

Washington. Dal nostro inviato Vittorio Zucconi. “Praticamente un ultimatum” è il commento di tutti dopo la conferenza-stampa di ieri sera alla Casa Bianca. “Le torture con cui i governanti dell’Iraq s’illudono di mantenere il potere a Bagdad - ha dichiarato il presidente - sono ormai documentate oltre ogni dubbio. Come anche gli episodi, almeno tre, in cui i militari del regime hanno aperto indiscriminatamente il fuoco sulla folla”.

“Mr President - ha chiesto un inviato - cosa può dirci sulla questione delle armi di distruzione di massa?”.
“Abbiamo prove inconfutabili secondo cui armamenti nucleari sono stati dislocati sia nella regione irakena che nei paesi confinanti, a cominciare dal Kuwait e dall’Arabia Saudita fino alla Palestina. Essi sono un pericolo per l’intera umanità. Non bisogna dimenticare che il governo che in questo momento dispone dell’Iraq non ha mai voluto aderire ai tratatti internazionali contro le armi chimiche e batterologiche e ha platealmente denunciato tutta una serie di trattati che limitavano gli armamenti nucleari”.
“Cosa può dirci delle voci di trattative col numero due del regime, l’ex capo delle forze armate Colin?”.
“E’ fuori gioco da molto tempo, e noi riteniamo che le sue aperture siano più che altro un pretesto per prendere tempo. Del resto, che trattative possono esserci con un regime che ancora pochi giorni fa si è pervicacemente rifiutato di concedere le libere elezioni richieste da tutte le componenti religiose e laiche del paese?”.
“Ma il segretario delle Nazioni Unite ha detto…”.
“Non possiamo aspettare le Nazioni Unite: ogni indugio equivarrebbe a una complicità nei confronti di un regime che dichiara apertamente di non voler tenere in alcuna considerazione le leggi internazionali universalmente riconosciute e la stessa autorità delle Nazioni Unite. Difenderemo la sicurezza della nazione anche con le sole nostre forze. Porremo fine alle torture e al terrorismo, porteremo la democrazia nel Medio Oriente, non ci lasceremo intimorire dai nemici dei diritti umani e della libertà”.
Dure ed esplicite, le dichiarazioni della Casa Bianca non hanno destato grande entusiasmo in Europa (a parte l’“adesione incondizionata a questa guerra santa per la civiltà” del leader italiano Berlusconi e il “favorevole nel complesso” di Tony Blair) ma hanno fatto balzare al 62,5 per cento la popolarità del presidente. Del resto basta girare un po’ per le strade, parlare con la gente comune, per capire come il discorso presidenziale abbia toccato stavolta corde profonde.
“Con quei bastardi bisogna farla finita - ci ha detto senza esitare il tassista che ci accompagnava all’aeroporto - Io ho sempre votato democratico, ma stavolta bisogna fare come dice lui. Sarà un figlio di puttana, d’accordo, sarà al potere grazie ai suoi parenti, avrà rubato sul petrolio e tutto il resto, ma è uno con le palle, il presidente Hussein, è il nostro presidente”. E ancora una volta niente sembra arrestare l’ascesa del candidato favorito alla presidenza degli Stati Uniti, l’inaffondabile Saddam “Dabbliù” Hussein.

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Pentola siciliana, minestra nazionale

Tanto per abbaiareChe cosa bolle in pentola in Sicilia? “E’ un laboratorio politico”, ricordano autorevolmente i politici. Da Forza Italia i notabili si trasferiscono nell’Ulivo. Vittoria o inciucio? Vedremo…

Elezioni. “La Sicilia torna ad essere un laboratorio politico nazionale” sostiene l’ex ministro Enzo Bianco. Difatti i movimenti sono notevoli, dalla destra alla Democrazia Cristiana, che qui si chiama Ulivo. Da Forza Italia è passato all’Ulivo il catanese Latteri, col sostegno ufficiale di Salvo Andò (da poco assolto per prescrizione per lo scandalo del Centro Fieristico di Catania) e i complimenti di Prodi in persona. Dall’Udc il palermitano D’Antoni, e qui il traghettatore è stato addirittura Leoluca Orlando il quale, non contento di avere già appoggiato il discusso e trombato Cocilovo, adesso racconta a chiunque voglia intervistarlo i bei tempi in cui tutti insieme giocavano nella vecchia Dc
Insomma, la nuova politica avanza. Ma è un argomento così palloso che, almeno per ’sta settimana, meglio chiuderla qui. Quanto al resto d’Italia, velo pietoso. Facciamo i buoni e limitiamoci a dire che stanno candidando la Gigliola Cinquetti.

Sicilia 1. Senza vittime finora il drammatico confronto fra i militanti di Forza Italia - Comando Generale” e quelli di Forza Italia - Cartello dei Produttori” capeggiati rispettivamente da Marcello Dell’Utri e Gianfranco Miccichè. Il contrasto fra le due formazioni, da tempo impegnate in accese competizioni per il controllo del territorio, è esploso dopo il fallimento del tentativo di mediazione del vecchio leader Ber Luscon che aveva invitato i due capi locali a un accordo pacifico per le prossime elezioni.

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Operai, manganelli e industria di stato

Tanto per abbaiareUna normale storia industriale: gli operai fanno i picchetti, la proprietà chiama i capireparto a fare i crumiri, succedono i tafferugli, la polizia interviene. Una storia vecchissima. Deve durare ancora?

Fiat. I manganelli che si alzano e si abbassano, i celerini col casco, le tute degli operai. Storia antica. Questa volta, però, appare a tutti retrò, un vecchio documentario di RaiSat. A differenza di Avola o Genova, i celerini si sono comportartati - dicono - abbastanza umanamente: manganellate leggere (dicono i giornalisti) e con rincrescimento. Insomma, ci siamo civilizzati un po’ tutti. Quelli che non si sono civilizzati affatto sono i dirigenti di fabbrica, quelli che anticamente si chiamavano “i servi del padrone”. Leggendo attentamente le cronache, infatti, si evince che dei pullmann di crumiri che hanno cercato di rompere i picchetti la maggior parte erano semivuoti: uno solo era pieno, ed era esattamente quello in cui erano stati imbarcati tutti i capireparto. Ora, questa è una cosa vecchia come il cucco: la direzione, in via ufficiosa, fa sapere che chi vuol conservare i gradi deve dimostrare coi fatti il proprio attaccamento all’azienda. Non c’è un ordine scritto ma una di quelle proposte, come diceva quel tale, che non si possono rifiutare.

E’ esattamente la tecnica adottata in tutti gli stabilimenti Fiat negli ultimi sessant’anni: mobilitare i capetti, portarli al tafferuglio con gli operai, e poi scatenare la celere per “calmare la massa”. Io personalmente l’avrò vista una trentina di volte. E’ il modo con cui la famiglia Agnelli ha gestito generazione dopo generazione la principale azienda italiana, tecnologicamente così così, managerialmente medievale, e protetta con tutti i mezzi dallo stato italiano. Altro che communismo! Non c’è mai stata una fabbrica più communista della Fiat, nel senso di grande azienda di stato, finanziata coi soldi pubblici per produrre Trabant e ville per la nomenklatura.

Adesso la famiglia allargata Agnelli, le cui centinaia di membri possiedono la Fiat pur non avendo mai fatto un cazzo in vita loro (unico caso al mondo a parte la famiglia saudita) torna a battere cassa dallo stato: per salvare la Fiat, difendere l’industria nazionale e altre menate. Bene: stavolta gli Agnelli se vogliono i soldi nostri imparino un po’ l’educazione. Comincino a licenziare i dirigenti che hanno organizzato i pullmann di crumiri. Oppure nazionalizziamo la Fiat, come diceva Cossiga, pagandola esattamente un euro: con tutte le migliaia di miliardi che gli abbiamo regalati, il conto fra lo stato italiano e la famiglia Agnelli è esattamente questo.

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  • “E invece c’è chi finge di avere a cuore la causa vittime dell’11 settembre per sfogare le proprie frustazioni nei confronti non tanto di Gitto in persona, ma della vita che a lui ha evidentemente regalato cose che voi vi sognate (posto di lavoro di prestigio, bell’aspetto, fidanzata gnocca). E’ triste, ma i veri cinici siete voi. E mentre fingete di avere il cuore che vi sanguina per i familiari delle vittime, infierite sui familiari di Gitto (vedi fidanzata) con commenti sessisti, idioti e da persone piccole piccole.” - Commento di “Paolo” #

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