Lo specchietto per le allodole
30 Mar
Nel Lazio, centrosinistra marpione e centrodestra truffaldino, e l’Unità fa il gioco di Storace • Le pasquette italiane degli immigranti annegati • Formigoni in Lombardia. Il centrosinistra presenta il proprio candidato: Nessuno • I Casini (e i Caltagirone) de La Stampa • Marco Travaglio risponde a Orioles
• Lotto. Finisce alla Lottomatica, com’era artisticamente logico, la campagna elettorale per le regionali laziali che ormai - con ogni evidenza - sono il primo atto del referendum finale. Si candidano (il primo si autocandida a forza, il secondo scelto da una dozzina d’oligarchi) Storace e Marrazzo, il primo “gerarca buono”, il secondo condomino amministratore. Brand. Budget. Pubblicità. Mussolini. Firme false, firme hackerate, scoppia il caso. Ne emergono un centrosinistra marpione (appoggia la Mussolini) e un centrodestra truffaldino (ruba i dati al Comune). Polemiche. L’Unità, che da poco ha un direttore non eccelso ma imposto dai padroni (quello bravo era stato appena cacciato perché di sinistra) e scambia un bellissimo scoop su Storace (titolo giusto: “Picchiato da un fascista / si chiamava Storace“) con un dilettantesco “Picchiato dal padre di Storace“. Scandalo. Il direttore padronale non si dimette e nemmeno fa - non essendo giapponese - harakiri. Nessuna vittima neanche fra i mega-azionisti (d’incerta origine) del giornale.
L’Unità, che sotto Colombo era uscita vincente da una polemica con Berlusconi (quella del “putrido” ecc.) si trasforma nella palla al piede del centrosinistra e Storace la usa benissimo per contrattaccare, scambiando l’imbroglio proprio con quello dell’Unità. Infine, comizio finale con Berlusconi, previsto fin dall’inizio, ma annunciato come una risposta umanitaria alla persecuzione di Storace. Costui, che fino a una settimana prima contava principalmente sul “Burin Pride” (è stato lui a riciclare mediaticamente il Lazio, che prima era solo quella roba là attorno a Roma) e sul cuore tricolore, adesso è inopinatamente diventato un altro Dubcek, un Solgenitsin, vittima de la tirrannia dei communisti.
E dove si fa il comizio? Al palazzo - risultato il più conveniente - della Lottomatica, la società di biscazzieri dei D’Alema-boys e dei dc alla Scotti. L’edificio è costellato da tutti e novanta i numeri del lotto, fosforescenti al neon e visibili da lontano. I megamanifesti “Datti un’opportunità, gioca al lotto” ricordano sinistramente le centinaia di impiegati, pensionati e madri di famiglia rovinati dai “numeri magici” come il Cinquantatré. In mezzo a questi numeri, Berlusconi e Storace denunciano il malaffare dei communisti e la prossima riscossa nazionale. Sipario.
23 Mar
Il primo giorno di primavera Fini inaugura il primo carcere “privato” italiano. Lo chiamano “struttura di rieducazione”. E sapete chi è il privato che lo gestisce? La Fondazione San Patrignano. Sì, quella dove è avvenuto un omicidio. E tanto altro ancora.
• Altre primavere. Il 21 marzo viene inaugurato dal prossimo (secondo lui) presidente del consiglio Fini il primo carcere privato italiano, a Castelfranco Emilia. Formalmente non è un carcere ma una “struttura di rieducazione” (anche i campi di concentramento, formalmente, sono “centri di accoglienza”) per tossicodipendenti e la ditta che ha avuto l’appalto è la San Patrignano. E’ un punto d’arrivo: molti anni fa, di fronte all’alternativa fra stroncare il traffico d’eroina (gestito da Cosa Nostra) e perseguitare i tossici, la società italiana scelse la seconda strada. Furono pochi, e per lo più preti, quelli che in quest’occasione mostrarono un minimo d’umanità per i “drogati”. Gli altri preferirono curare le tossicodipendenze a cazzotti “paternalistici” o a galera. Nella comunità di Muccioli si arrivò perfino a un omicidio. Ma ciò non impedì la sua trasformazione in azienda, sempre più manageriale e sempre più riconosciuta dallo stato. Adesso, naturalmente, con uno stato che da un lato vuole arrestare chi si fa una canna e dall’altro si fa di coca nei ministeri, San Patrignano è il modello vincente: di morale, d’umanità, di gestione violenta della gente “strana”. E forse, a poco a poco, anche di società. Un Panopticon quotato in Borsa. Una battuta? Non tanto: in America le aziende carcerarie in Borsa ci sono già.
• “Lodeserto? Un perseguitato!” ha detto, con innocente sventatezza, il vescovo o il cardinale di Lecce. Mi dicono che anche altri, vescovi di altre chiese, abbiano preso le difese del responsabile del “centro d’accoglienza”. E che ha fatto, in fondo? Ha impedito di uscire alle “accolte”? Figurarsi: ex puttane. Ha dato qualche manganellata, l’ha fatta dare? Ma quanno cce vuo’ cce vuo’, signora mia; del resto, se anche l’ha fatto, l’ha fatto per il loro bene.
Infatti. E’ almeno dal Settecento che i poveri non vengono più picchiati se non, illuministicamente, per il loro bene. I poveri, gli emigranti, le donne, i giovani pre-integrazione. Per il loro bene.
Stiamo esportando la democrazia in mezzo mondo, giusto? “Per il loro bene”. Esportare, letteralmente: la prendono qui dove si trova, la smontano, l’imballano e se la portano via. E poi la scaraventano laggiù, dove arriva arriva.
• Cuba. Duri atti d’accusa di Amnesty International contro le due dittature dell’isola. In una, con capitale l’Avana, ci sono almeno settantuno prigionieri politici, e “la libertà d’espressione è un reato”. Nell’altra, con capitale (o sub-capitale) Guantanamo, c’è anche la tortura.
• Anche in Italia, a Genova - i giudici hanno appena finito di accertarlo - è ritornata quattro anni fa la tortura. Eppure il sole splende, noi camminiamo tranquillamente e i torturtatori, come in Bielorussia o in Argentina, continuano serenamente la carriera.
22 Mar
Un numero della rubrica dedicato ai militanti antimafiosi (se ci pensate non è ancora diventato uno spregiativo, per la stampa, come, invece “disobbedienti”). Un volantino di vent’anni fa, scritto da un ragazzo come ce ne erano tanti, in Sicilia e altrove.
• Ventuno marzo: primavera, bella giornata per saltare la scuola e anche - fra le altre cose - giorno della memoria per le vittime dei mafiosi. Ma a me la parola “vittime” non è mai piaciuta: quasi tutti quelli che sono stati uccisi in realtà non sono stati vittime impotenti, ma hanno lottato coraggiosamente contro il potere mafioso. Perché è stata una lotta, ed è una lotta tuttora. Commemoriamo quanto ci pare e piace, magari con sindaci e presidenti, ma non rassegnamoci a niente: lottiamo.
Perciò vorrei farti leggere ’sta roba di venti anni fa. Fabio (l’autore del primo volantino) ora è uno grande, ma a quell’epoca era un ragazzo come te. Ce n’erano un sacco così, in Sicilia e altrove. Questo numero della Catena è dedicato a loro, ai militanti antimafiosi.
• SicilianiGiovani/ Volantino per un’assemblea (primavera ‘84)
Vogliamo proporti una nuova idea da realizzare insieme: SicilianiGiovani, un mezzo di espressione libero e moderno a disposizione di chiunque voglia dire qualcosa, non il primo della classe, né quelli che salgono sempre in cattedra. Infatti non ci interessa il letterato, l’artista, il politicante, ma tutti quelli che vogliono scrivere, raccontare, disegnare, fotografare anche solo partecipare a qualcosa, esserci, sentirsi vivi e protagonisti, non solo complici della propria vita. E’ una possibilità di opporci a un’esistenza grigia che scorre per inerzia, alla solitudine, alla rassegnazione inutile (ci dicono di non rompere le scatole e starci zitti, e noi ci stiamo? No).
Non dormirci su ancora, vieni se hai qualcosa da dire, da raccontare.
Fabio
SicilianiGiovani/ “Il coraggio di lottare”
Caro Salvatore (o Antonio o Vincenzo o Roberto, o come diavolo ti chiami), come vedi, io non so nemmeno il tuo nome (forse ci saremo visti qualche volta, in un treno di pendolari o in una discoteca, ma naturalmente senza farci caso) e non so nemmeno che tipo sei, se tipo “ragazzino perbene” oppure tipo punk (a me personalmente piacerebbe di più così, ma questo è solo una cosa mia personale). Non so neppure che cosa stai facendo in questo momento, forse hai trovato il giornale per caso e siccome ora c’è una lezione noiosa te lo leggi sottobanco tanto per passare il tempo; o forse sei sull’autobus o forse da qualche parte con i tuoi amici (neanche tu sai granché di me: bene, sono un giornalista dei Siciliani, ho qualche anno più di te ma non molti, sono triste perché mi hanno ammazzato un amico, ho anche la paranoia che lo facciano pure a me e ne ho paura perché non sono particolarmente coraggioso. Non sono affatto un grande giornalista anzi sono alle prese con problemi molto più grandi di me). L’importante comunque è che tu capisca che io in questo momento non sto parlando al Ragazzo Impegnato, non sto facendo il discorso “simbolico” per dire che in realtà faccio appello a tutti quelli che ecc. ecc. No, io sto parlando proprio a te personalmente, perché ho bisogno di aiuto e non mi fido delle persone importanti. Ho bisogno invece della gente “comune”, quella come te (e come me).
14 Mar
Perché la sinistra fa orecchie da mercante alla storia del giornalista minacciato dalla mafia che ha riaperto le indagini sull’omicidio di Giovanni Smpampinato? • Fede contro Sgrena • Provenzano con Cuffaro • La Cina si avvicina • Perché sono pochi quelli che, fino ad oggi, hanno preso in seria considerazione la “free-press?”
• Ancora giù in Sicilia. I nostri lettori hanno il privilegio, rispetto a quelli di altri giornali, di conoscere la storia di Carlo Ruta, un giovane giornalista siciliano (della Sicilia più profonda: Ragusa) che, su un miserabile sito di provincia, ha fatto tre cose proprio da giornalista.
1) Ha riaperto le indagini sull’assassinio di Giovanni Spampinato, il locale corrispondente de L’Ora che proprio a Ragusa venne assassinato per quel che scriveva, molti anni fa, mentre stava indagando sui rapporti fra mafia e estrema destra terrorista. A ucciderlo fu un fascista, di una delle principali famiglie della Ragusa-bene. Gl’inquirenti indagarono poco e male, le complicità e i legami rimasero inesplorati. Il caso fu però ripreso da Luciano Mirone (dei Siciliani) nel suo libro “Gli insabbiati” e, più di recente, da Ruta. Scatenando reazioni violentissime nel ceto notabilare - che è sempre lo stesso - della lontanissima e tranquilla città siciliana.
2) Ha aperto un’inchiesta sui collegamenti e le amicizie di alcune grosse banche del ragusano. Non solo siciliane ma anche nominalmente “continentali”. E’ stato - giustamente - querelato: l’istituto della querela serve proprio a stabilire, davanti alla legge e in un giudizio imparziale, chi ha torto e chi ha ragione in questi casi. Il processo però è cominciato in modo abbastana eccentrico: a richiesta dell’avvocato delle banche - dunque una delle parti che teoricamente dovrebbero essere uguali - il sito di Ruta è stato senz’altro sequestrato e il suo contenuto distrutto, prima di una qualsiasi sentenza in qualsiasi direzione. Un provvedimento “strano”, senz’altro molto inusuale e comunque passato inosservato a causa della lontananza e al fatto che Ruta non è Enzo Biagi nè Santoro.
3) Ha accumulano nel sito alcune migliaia di documenti - giudiziari e giornalistici - sulla storia della mafia siciliana. Questi documenti sono stati tranquillamente distrutti, insieme al resto, con la chiusura del sito. Pazientemente, gli amici di Ruta ne hanno ricollazionato la maggior parte, e li hanno riofferti a un pubblico su un nuovo sito. La partita si è dunque riaperta. Una partita pericolosa, per l’establishment locale, dal momento che i materiali di Ruta sono difficilmente contestabili e hanno ricevuto l’approvazione, oltretutto, di storici e giornalisti storici della sinistra siciliana: Fidora, direttore de L’Ora, Casarrubea, storico del caso Giuliano, e altri amcora. “A dispetto di tutto, le inchieste aperte sulle banche, le istituzioni forti, i potentati, gl’insoluti giudiziari dell’isola, verranno continuate e portate a termine senza dover rinunziare a una virgola. Si insisterà a lavorare con la disposizione consueta con il dovuto rispetto per le persone, la verità, le cose”.
3 Mar
Berlusconi Presidente? Aspetta e spera • Frustate per i bloggers • Il Grande Fratello ora spia i bambini • Il vestito perbene dei magazine online (e non) • Ci siamo persi la Fallaci contro Tyson • Mambro e Fioravanti esecutori materiali di una strage: non scordiamocelo. E Radicali: non scordiamo nemmeno questo.
• Parla come mangi. L’amico di Dell’Utri invita Ciampi a “non seguire le sirene della sinistra”. Immediata nota del Quirinale: “Hanno destato sorpresa le parole attribuite al presidente del Consiglio onorevole Berlusconi. E’ a tutti ben noto che non è costume del Presidente Ciampi dare ascolto a suggestioni, suggerimenti o critiche gratuite da qualsiasi fonte provengano”.
Traduzione: “O bischero, n’hai d’aspettare…”.
• Alcuni Padri si sono imbattuti, facendo il loro lavoro, in una novità del tutto inaspettata. Pare infatti che i computer elettrici, quelli su cui si scrivono le fatwe oggigiorno, possano servire anche per collegarsi con altre persone, come si fa col telefono; solo che anziché parlare si scrive. Si possono mandare anche delle foto. Alcuni dei più raffinati, addirittura, mandano sia scrittura che foto, e li lasciano lì in modo che chi vuole possa non solo guardare ma anche rispondere ai primi e farsi rispondere a propria volta.
Questa cosa, in lingua occidentale, si chiama “blog”. Siccome lo zelo di chi dovrebbe vigilare ormai lascia molto a desiderare, essa ha cominciato a diffondersi anche qui da noi in Iran. Secondo gli inquisitori dell’Ufficio Santità i fedeli che, nell’intimità delle loro case, si dilettano di queste cose sono ormai più di settantamila. Gran parte di costoro sono giovani sotto i venticinque anni.
Si tratta di un disordine assai grave, ben più dannoso della semplice lettura dei libri proibiti il cui elenco (Voltaire, Croce, Marx, Pasolini, ecc.) viene affisso ogni venerdì alla porta delle moschee. Qua infatti non ci si limita a diffondere pensieri incontrollati, ma anche a dare a tutti la possibilità di diffondene altri a propria volta. Anche se fossero tutte meditazioni santissime - cosa che è ben lontano dal vero - sarebbe sempre un disordine, perché mancherebbe comunque il paterno controllo dell’Autorità Superiore. E ciò potrebbe infine indurre a pensare che di Essa, in un futuro, si potrebbe anche fare a meno. Questo porterebbe a disordini orribili, quali la liceità per ciascuno di dire e scrivere anche cose contrarie alla religione. Alla fine, finiremmo in una situazione in cui si fa quel che decide collettivamente la massa bruta, senza più distinzione nè fra uomini e donne nè fra laici e religiosi.
Per questi motivi, in spirito di paterna sollecitudine e avendo a cuore tanto l’eterna salvezza quanto il terreno benessere dei nostri amati figli, Decretiamo Che: detti “blog” vengano proibiti a pena di scomunica su tutto il territorio dell’Ayatollato. Ordiniamo Che: chiunque venga colto nell’atto di appartarsi con un “blog” venga punito con la pena di venticinque frustate, o anche maggiore secondo il caso. Disponiamo Che: coloro che hanno introdotto questa pernicievole usanza nel paese siano condotti davanti all’Autorità temporale per esservi interrogati, giudicati e puniti col fuoco.
17 Feb
Piero Fassino prova un’istintiva simpatia per Bettino Craxi? No: è proprio dai tempi di Craxi che la politica ha perso il significato di “cosa della gente”. Da Craxi in poi il politico è diventato un “gestore professionale del potere”. Un Fassino, appunto.
ingrandire la vignetta di Vauro (©). |
• Vip. L’onesto Fassino, mentre si recava al Partito in tram, ha visto una zingarella che infilava la mano nella borsetta di un’anziana signora, evidentemente con intenti loschi e predatori. L’onesto Fassino ha subito dato l’allarme, il tranvai s’è fermato, l’autista ha bloccato le porte e poco dopo una pattuglia di Regi Carabinieri ha preso in consegna la zingarella. “Ladri!”. “Non si può campare più!”. “Sul sangue della povera gente!”. “Mascalzoni!”. E l’onesto Fassino annuisce, inchinandosi mesto e grave a destra e a manca.
Il giorno dopo, l’onesto Fassino, mentre si recava al Partito in tram (veramente i segretari d’oggigiorno usano l’autoblù: ma questa è una novella edificante), ha visto la stessa vecchietta del giorno prima, con la medesima borsetta. E, boja faus!, la borsetta era aperta e una mano ci stava frugando dentro. “Altolà!”. Ma ecco che il proprietario della mano si volta (stavolta è un signore distinto, con cravatta e tutto) e fa: “Prego?”. “Mah… non so, lei sta… insomma lei starebbe… rubando?…”. Al che il signore sospira, tira fuori una tessera e gliela porge. “Ecco, guardi qua”. Fassino guarda il documento e non c’è dubbio, è una regolare tessera da Vip. “Sono il segretario del partito X” fa severamente l’uomo. “Ah… mi scusi… non potevo immaginare… io snon sapevo…”.
L’uomo lo squadra con disprezzo, mentre continua a esplorare la borsa della vecchietta. “Eh” fa infine, con l’aria chi si contiene solo per buona educazione, mentre guarda controluce le due misere carte da venti che ne ha tirato fuori. “Permesso. Devo scendere. Permesso”. E se ne va tranquillamente, non si sa se più offeso dalla scortesia di Fassino o dalla miserabilità di questi pensionati d’oggigiorno.
Fassino resta là imbarazzato, la vecchietta continua a guardare tranquillamente fuori dal finestrino (tanto c’è l’onesto Fassino che vigila) e la vita va avanti come al solito fra Porta Palazzo e l’Albergheria. Certo, mica puoi chiamare i carabinieri per un Politico nell’esercizio delle sue funzioni: e che siamo, communisti? Però Fassino si sente a disagio lo stesso.
Come immagino si sarà sentito subito dopo aver invocato, fra i numi tutelari del Riformismo, il ladrone Craxi. Turati che scrive l’inno dei lavoratori, Prampolini che arringa i braccianti, Gramsci con gli occhialini e i riccetti, Matteotti che fa agli sgherri “Ucciderete me, ma non la mia idea!” e, panzuto e spavaldo, il Bettino. Certo, c’è dei buoni motivi per mettercelo là: lo Sdi, lo Sdo, la Gad, la Bad e tutto il resto. Ma io mi ricordo quei cinque o sei ragazzi della Fgci, in quel paesino di mafia, col loro volantino contro i mafiosi e i ladroni. Non che abbiano fatto carriera nel Ds (i figiciotti, intendo). Però forse un pensiero anche per loro ci stava bene.
8 Feb
Pare che a nessuno - istituzioni comprese - interessi conoscere il perché della morte di Ilaria Alpi. E siccome non si può proprio fare finta di nulla, si crea una commissione di inchiesta e poi la si fa guidare a Taormina. Il quale, nel frattempo, fa piazza pulita di tutti i veri esperti del caso.
• Informazione 1. Non sembra che alle istituzioni importi moltissimo sapere come e perché è morta Italia Alpi. Io non ho seguito in particolare questo caso, professionalmente parlando; ma la presenza di filoni oscuri, riconducibili ad aspetti bene al di là della cronaca, vengono percepiti, e sono stati segnalati, da tutti coloro che se ne sono occupati a tempo pieno.
Quando alla fine l’eccezionalità del caso - e anche la pressione dei colleghi giornalisti non rassegnati all’insabbiamento - ha imposto di dedicargli una Commissione d’inchiesta, a capo della Commissione è stato nominato…. l’avvocato Taormina.
Ora, io sono disposto a discutere su molte cose, ma non sull’affidabilità e serietà di uno come Taormina. Da sottosegretario, non solo ha continuato a difendendere mafiosi in tribunale, ma anche a avvalersi della sua carica per intimidire in qualche modo le parti avverse. Da legale, ha curato - diciamo così - il caso Cogne, fra “testimoni chiave”, campagne scandalistiche sui gionali (”Ecco qua il sangue del bambino!”) e “prove” materialmente costruite a sostegno di tesi. Insomma, egli non avrebbe dovuto essere preso in considerazione, non che per una indagine così delicata, per qualunque incarico che anche lontanamente attinesse alla ricerca di una verità neutrale.
Deplorevolmente, i deputati del centrosinistra - che avrebbero dovuto rifiutarsi di coonestare con la propria presenza un meccanismo simile - sono caduti nella trappola, e hanno preso parte alla commissione del Taormina. Ovviamente, costui ha impiegato la carica ai propri fini politici personali. Per primo, ha cominciato a sbarazzarsi dei consulenti professionali (il giornalista Di Nunzio, per esempio). Per secondo, ha cominciato a intimidire i giornalisti “nemici”. Fra questi Maurizio Torrealta, della Rai, che s’è visto sequestrare i computer e perquisire la casa: senza potersi opporre, poiché tale persecuzione, operata da un avversario politico e a fini manifestamente politici, era però compiuta con i poteri di carattere giudiziario che la legge assegna alle Commissioni.
L’intimidazione verso Torrealta ha, a mio parere, una sua razionalità ben precisa. Maurizio Torrealta, fra tutti i direttori Rai, fu l’unico a mettere in onda (nelle pagine elettroniche di sua competenza) la famosa intervista a Borsellino. Questa intervista è senz’altro il pezzo più censurato in tutta la storia dell’informazione italiana. Da essa, i rapporti Berlusconi-Mangano e Cosa Nostra-Dell’Utri emergono plasticamente: dalle parole di Borsellino, dai ragionamenti, dalle carte - e fin dalle sue espressioni e sorrisi. Perciò, non se ne doveva parlare. Santoro, per averla ripresa, fu cacciato via. Per Torrealta, evidentemente, la vendetta è venuta a freddo.
Vendetta di Berlusconi, non di Taormina. Mai Taormina avrebbe osato un’iniziativa così intimidatoria e inusuale come la perquisizione e il sequestro di un direttore Rai, se non fosse stato sicuro di avere alle sue spalle palazzo Chigi - o palazzo Venezia, visto che siamo in regime. Questo va detto chiaramente qui ed ora, in uno dei pochissimi spazi in cui la vecchia libertà di stampa vige ancora. A futura memoria, perché nessuno domani possa dire “io non c’ero”.
30 Gen
Uno alla destra non chiede gentilezza o democrazia, ma cose che stanno sopra la politica sì. Tipo prendere una posizione decisa nella lotta alla mafia. Oppure andare a cercare Cuffaro e schiaffeggiarlo. Perché i dubbi sono leciti, quando Borsellino e Report vengono censurati dalla Rai.
• Certo, Cuffaro ha tutto il diritto di protestare contro Report perché “diffama la Sicilia”. Sarebbe stato rimproverato dai mafiosi se non l’avesse fatto. Mica è una novità. Quando uccisero Giuseppe Fava il sindaco Munzone “Vi giuro sul mio onore - proclamò commosso - che a Catania la mafia non esiste”. Munzone, Cuffaro e gli altri sono semplicemente il personale politico di questo strano sistema di governo della Sicilia, basato parte sul clientelismo e parte sull’omicidio. Fanno il loro mestiere.
Non servirebbe a niente bruciare per tre volte di seguito lo stesso locale dello stesso commerciante che si rifiuta di pagare il pizzo, se poi la tv ne deve fare un eroe. Dunque bisogna ordinare ai politici di far casino contro la tv, non tanto per ottenere la “trasmissione riparatrice”, quanto per lanciare chiaro e forte l’avvertimento: di mafia, nella televisione italiana, non se ne deve parlare.
L’avvertimento è reso eloquente dal fatto che la Sicilia, a parte la Colombia e a parte le zone di guerra, è il luogo dell’occidente in cui sono stati uccisi più giornalisti: almeno otto.
La gentilissima signora Gabanelli di Report e i suoi stimabili collaboratori - questo è il messaggio - non vorranno certo essere il numero nove, dieci e così via. Quando Claudio Fava risponde - col disprezzo che merita - al portalettere dell’apparato, non sono due politici in cortese dibattito: da un lato c’è il giornalista sfuggito a un attentato mafioso, figlio di un altro giornalista ucciso dagli imprenditori mafiosi. Dall’altro c’è Cuffaro, Munzone, i vecchi e nuovi cavalieri, Ciancimino: tutto il sistema che governava, e governa, la Sicilia. Par condicio.
19 Gen
Quando i comunisti mangiano i bambini e Israele provoca lo tsunami. La vera domanda da porsi è: perché tanta gente in buona fede considera subito credibili accuse così gravi?
• Mario wrote:
19 Gen
Padre Puglisi e Borsellino sono diventati “Gli Incredibili”, eroi del grande (o piccolo) schermo, quasi di fantasia. E nel frattempo i mafiosi tornano al potere. In silenzio.
• Bello anche il film su padre Puglisi (dopo quello su Borsellino): bello e dannoso. E’ diventato una storia dolcissima, praticamente virtuale.
Chi, dove, quando, come, perché?
Da qualche parte. Non a Palermo (questa Palermo), non in Italia (questa Italia), non qui e ora. Nella Palermo di padre Puglisi - quella vera - i mafiosi sono tornati a comandare.
Nell’Italia di Borsellino - quella vera - le interviste di Borsellino vengono censurate alla tv.
Questi bei film si fanno in un paese in cui fra i personaggi che comandano c’è un mafioso come Dell’Utri. Ma questo non si dice. E dunque si dice male tutto il resto.
• “Disoccupato lettore…”. Si festeggia la nascita di don Chisciotte, l’anziano rompicoglioni che s’affacciò al mondo esattamente quattro secoli fa, nel 1605, “en Madrid, en casa de Francisco de Robles, librero”. Il primo volume era dedicato all’on. Bejar, un Vip dell’epoca: dedica quanto mai opportuna, per lo speranzoso autore, ma purtroppo inutile, poiché nè Sua Eccellenza nè altri politici si degnarono d’accorgersi della novità. Il Nostro se ne andò dunque in giro per il mondo, da solo. Anzi, solo no: aveva un amico, che è più di quanto normalmente tocchi ai Vip, e da questo amico imparò probabilmente tutto ciò che poi passò alla storia come “donchisciottismo”, tranne l’autoironia. Quella no, era proprio sua: a cinquant’anni, difatti, o impari a sorridere (e a ridere) di te stesso, o è meglio che ti butti dal primo ponte che trovi.
E dunque se ne vanno così, il contadino Sancho che s’è ribellato a tutto e finalmente ha deciso “riprendiamoci la vita”. E l’intellettuale Quijote, che per un programma così semplice ha tuttavia bisogno di sogni, fantasie, ideologie, cose “nobilitanti”. Se ne vedono di cose, in un viaggio così. Alla fine, è l’intellettuale a cedere, a ridiventare normale e “buono”. E’ l’altro a riprendere Ronzinante - anche se Cervantes, intellettuale, non lo dice - e a rimettersi per la strada. Così, da qualche parte, incontrerete un panzone dall’aria rozza su un cavallo bellissimo, per quanto vecchio, da cavaliere: se lo incontrate seguitelo, perché da qualche parte vi porta.
14 Gen
Quando persino lo Tsunami viene travolto da Vespa, dalle Veline, dal Calcio, da Calderoli e Casini. Ecco quel che resta alla fine del diluvio…
• Mettiamo che se ne sia salvato uno, anzi più d’uno, una barca intera, pescatori. Mettiamo che questa barca, sola, con pochi viveri, senza bussola, senza radio, abbia girovagato alla cieca per l’oceano, con un pesce ogni tanto, bevendo acqua piovana. Mettiamo che siano sfuggiti alle ricerche, via via sempre più fiacche (navi e elicotteri prima o poi dovevano tornare ai loro compiti ordinari). Mettiamo che nel frattempo, mentre essi navigavano, il loro paese d’origine sia passato progressivamente dalla prima pagina a quelle interne, dai titoli a nove colonne ai dibattiti pacati. Mettiamo che nel frattempo la tv abbia avuto il tempo per ricominciare a occuparsi regolarmente (cioè per tutto il tempo) di Calderoli e Casini, di campionato di calcio, di libri di Bruno Vespa, di veline. Mettiamo che dopo un periodo lungo ma ragionevole - il diluvio infine durò solo quaranta giorni - essi siano riusciti ancora, benché isolati dal mondo, a mantenersi vivi. Che abbiano attraversato oceani, circumnavigato afriche, traversato stretti. E che alla fine, all’alba di una mattina come tante altre, uno di essi - il vecchio a prua, quello che li ha guidati, quello che incredibilmente non ha mai perduto fede - improvvisamente si scuota, e gracchi la parola stentata che nella loro lingua significa “Isola! Un’isola là all’orizzonte!“. E che l’isola sia là davvero, e sia italiana, e sia Pantelleria.
I sopravvissuti al diluvio la guardano come non hanno guardato mai nessuno. Bevono l’ultima acqua, e si buttano ai remi. E in quel preciso momento una motovedetta armata si appresta (“Allarme clandestini!”) a salpare da qualche base. E una nuova camerata viene apprestata in qualche lager. E un nuovo articolo contro l’immigrazione clandestina viene frettolosamente vergato in qualche giornale. E tutto questo è per loro, poiché la tecnologia è efficiente e veloce, e già da qualche ora un radar li seguiva. Ma essi, che non lo sanno, fanno forza sui remi.
Peccato che siano giunti così tardi. Se fossero arrivati prima, ci saremmo commossi anche per loro.
14 Gen
La “Catena” non si spezza. Anzi. Ora è il momento di fare in modo che i vari anelli ne formino una molto lunga e molto resistente. Non mandate articoli, curriculum e poesie. Mandate idee per un giornale che non sarà un giornale.
• Fabio wrote:
4 Gen
Mezza Sicilia nella classifica che mette in ordine le città d’Italia in cui si vive più di merda: Messina, Catania, Palermo. E non è colpa della miseria, dal momento che c’è chi sta peggio. Se il popolo siciliano sceglie ma mafia la colpa è degli intellettuali che hanno tradito: giornalisti, politici, baroni accademici, tutta gente da disprezzare senza indulgenza.
• “E’ la natura il nemico, altro che madre: per lei siamo solo formiche da schiacciare. Uniamoci contro di lei, viviamo meglio; guardiamo la verità in faccia, dignitosamente, cercando di aiutarci a vicenda. E non facciamo cazzate come dichiararci guerre fra di noi. Siamo seri!”.
Va bene, lui (vedi in fondo) l’ha detto maeglio, ma la sostanza è questa. Cerchiamo, almeno quest’anno, di diventare tutti un po’ più razzisti - razza umana. L’unica cosa vera, l’unica che ci sarebbe anche senza televisione. Tutte le altre - religioni, razze, imperi, ideologie - sono solo sogni di malati.
• Sicilia e siciliani. La città più di merda d’Italia? Messina. Su centotrè capoluoghi italiani è quello in cui si vive peggio, si fatica di più a tirare avanti, c’è meno divertimento civiltà e cultura, si scappa appena si può verso lidi migliori. Messina, naturalmente, è in Sicilia. Naturalmente, perché in questa triste classifica noi siciliani siamo i campioni. Messina al centotrè, Catania al novantanove, Palermo al centouno.
Colpa della miseria? Niente affatto. Città molto più povere (Campobasso, Matera, Oristano, Chieti: monti agri e brulli, altro che Conca d’oro) in una generazione si sono evolute, si sono civilizzate, e adesso godono di un moderato benessere a metà classifica. Sono in Europa. La Sicilia sta indietro, quasi col terzo mondo. Sprofonda ogni anno di più nella semi-barbarie e nel sottosviluppo.
3 Gen
Bah, ci si rivede un’altra volta. Debbo dire che per essere dei lettori non vi siete comportati male. Anzi, tutto sommato, sapete che vi dico? Che quasi quasi vi rimpiangerò. Ok, buon anno a tutti, occhio a quel che leggete e non dategliela vinta a Berlusconi. D’accordo?
• Con questo numero si conclude, dopo cinque anni, la mia collaborazione con Clarence. Ringrazio tutti coloro che hanno lavorato con noi in questi anni, contribuendo direttamente o indirettamente al successo di “Tanto per abbaiare“. Ringrazio soprattutto i lettori, e in particolare quelli loro che pur non condividendo le mie idee mi hanno tuttavia seguito con civiltà e simpatia.
E’ un buon auspicio: la libertà d’informazione, nel nostro paese, è infatti ormai affidata quasi esclusivamente al pubblico dei lettori. Non esistono praticamente più meccanismi economici o professionali o sindacali su cui si possa contare per difendere questo bene essenziale, da cui dipendono tutti gli altri. Il lettore avvertito, qualunque sia la sua idea politica, secondo me dovrebbe riflettetterci su e, ciascuno a suo modo, tenerne conto.
Il nostro appuntamento continuerà peraltro regolarmente e, per chi lo vorrà, ancora più direttamente: invierò infatti la mia e-zine settimanale, con i consueti argomenti, a tutti coloro che me la richiederanno scrivendo a riccardoorioles@libero.it (ma su Macchianera la rubrica “Tanto per abbaiare” continuerà ad essere pubblicata).
E questo è tutto. A concludere, però non voglio essere io: perciò cediamo la parola a qualcuno migliore di me, al mio marestro, Giuseppe Fava. A tutti voi l’augurio sincero di un felice - e utile, e coraggioso, e allegro - anno nuovo.
23 Dic
Per esempio uno di quelli imbavagliati in Sicilia. Ma anche in Raiset (o Mediarai) non si scherza. I Klingoniani hanno ormai occupato la tivvù e portano avanti il loro tenebroso progetto: rincoglionire sistematicamente e scientificamente il pianeta Terra
• Sbavaglio. Forse non sarà dei più felici il Natale di Marco Benanti e Carlo Ruta, i due giornalisti siciliani costretti al silenzio per via delle loro inchieste. Una storia su cui - scusatemi - tornerò finché avrò fiato perché è molto più significativa, nella sua normalità e “piccolezza”, di mille e mille bei discorsi su “dove va l’informazione”.
Sullo sfondo, una Raiset (o Mediarai) ormai al di là del bene e del male, probabilmente infiltrata dagli alieni di Klingon per rincretinire scientificamente la razza umana in vista di una prossima invasione. All’inizio hanno buttato fuori Santoro, perché parlava faceva informazione sulla mafia - e questo è “normale”. Poi è toccata a Biagi, che faceva informazione in generale - qua, si colpiva il giornalismo in sé, senza aggettivi. Poi a Luttazzi, perché scherzava. Poi a Pippo Baudo, perché era troppo serio. Poi a Celentano, perché non accettava la pre-censura. Ora siamo arrivati al punto che se ne sta scappando persino Maurizio Costanzo (pensa un po’!) perché tutto è diventato troppo trash anche per lui. “Urlano su tutte le reti, sbraitano, stanno sull’isola e la gente sta incollata. Io sono abituato a parlare. Non si può più parlare in tv, alla sera”.
Questo al top, dove - almeno per un po’ - le vittime godono ancora di un po’ d’attenzione. In periferia attenzione non ce n’è, e quindi i ras locali fanno esattamente tutto quello che vogliono. Il silenziamento di Matteotti, allora, generò qualche scandalo. Gli altri, poveri sindacalisti di paese, furono invece silenziati senza il minimo problema.
Per questo è importante dare battaglia su casi “piccoli” e singoli, esemplari. E’ grave che la sinistra non se ne accorga. E’ gravissimo che non se ne accorga il sindacato. Noi cercheremo di infastidirli il più possibile finché - su questo almeno - non si sveglieranno. Per oggi diamo un bel quattro in Istituzioni di Diritto Democratico a: Giulietti (Ds, responsabile informazione), Serventi Longhi (sindacato giornalisti, segretario) e Unità-Manifesto-Liberazione, per silenzio continuato.
Preoccupati delle pagliuzze e le travi che si arrangino da sole.
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