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C’è un andazzo, nel doppiare, che segue un unico verbo. Lasciare che si capisca la storia. Dei dialoghi, della coerenza narrativa, dei dettagli, chissenefotte.

Cristiano Valli

Archive for the ‘Catena di San Libero’ Category

Internet libera fa paura

STATE ATTENTI ANCHE VOI: LA LIBERTÀ DI STAMPA SIAMO NOI, TUTTI INSIEME

Internet. Un giovane dissidente cinese, Wi Qi, è finito in galera per aver messo su un sito la lista delle persone scomparse dopo essere state “invitate” dalla polizia. Poche settimane fa due giovani hackers americani sono stati condannati per aver messo in rete informazioni che consentivano di evadere il “pizzo” imposto sulla musica dalle majors dei Cd. Nel primo caso l’accusa formale è di “sovversione”, nel secondo di attentato ai profitti delle multinazionali. Il meccanismo è lo stesso. L’internet è libero, e fa paura. Scrivere su un sito costa appena un po’ di più che scrivere sui muri ma è infinitamente più efficace. I padroni del mondo, quando è stata inventata la scrittura, debbono aver provato un panico molto simile a quello dei padroni di ora, di fronte a un mezzo alla portata di tutti, di tutti i cervelli e di tutte le verità. Chissà quanti hacker saranno finiti nelle miniere di sale, a quel tempo, per uso abusivo dell’alfabeto.
Qualche settimana fa su Repubblica è uscito un bellissimo articolo di Valentini, che oltre ad essere un giornalista è anche manager di una società che si occupa, guarda caso, di vendere pubblicità e contenuti in rete: il web è un casino, ci vogliono leggi dure, basta con le e-mail gratuite, facciamole a pagamento. In Spagna c’è già una legge che restringe i contenuti giornalistici sull’internet, ed è considerata un modello per una futura legislazione europea. In America o in Cina affrontare determinati problemi sul web porta già in galera.
In Italia tutta l’informazione è ormai concentrata nelle mani di una mezza dozzina di proprietari, non di più. Molte notizie escono assai sbiadite, o non escono affatto. E non è solo Berlusconi a censurare ma anche Caracciolo, Romiti, Caltagirone, Ciancio, Agnelli. Periodicamente, campagne “d’opinione” mirate vengono lanciate a freddo per conseguire questo o quell’obbiettivo politico o industriale: “domani piove” può significare semplicemente che la proprietà del giornale produce d’ombrelli. L’informazione libera, distinta dagli interessi economici, non esiste più. La stessa Cnn ha ormai formalmente adottato regole di autocensura. Restano i giornalisti singoli, quando hanno visibilità (ricordate la campagna contro gl’inviati Rai “filosaddamiani”? Beh, è solo una delle tante), e resta l’internet. Per esempio, queste righe.
La rubrica che state leggendo esce ormai da quattro anni, ed esce in condizioni davvero strane. L’autore non è un simpatico fricchettone, ma un vecchio giornalista professionista: con fonti, dunque, mestiere e capacità d’analisi tali da conseguire una credibilità non inferiore a quella dei media ufficiali. Dieci anni fa, questa rubrica non sarebbe potuta uscire: non avrei avuto i soldi, semplicemente, per fare un giornale da solo. Sarei stato non solo personalmente emarginato (il che riguarda me) ma proprio costretto al silenzio: il che riguarda voi, perché una notizia o un’opinione in meno impoveriscono tutti. Con l’internet invece posso parlare. Debbo solo accettare la condizione esistenziale di emarginazione ecc. a cui questo tipo di giornalismo oggi costringe; ma tecnicamente posso far viaggiare opinioni e notizie in un ambito sufficientemente esteso da essere utilizzabili dai lettori. Posso fare giornalismo, insomma. Condivisibile o meno, bello o brutto, ma sicuramente libero da interessi esterni: per me, “domani piove” vuol dire proprio che secondo me pioverà, non vendo ombrelli. Poi può anche darsi che faccia bel tempo: in questo caso avrei scritto una cazzata (e i lettori me la farebbero pagare) ma avrei sempre fatto giornalismo, non pubblicità o propaganda. Ritengo che a lungo andare questo paghi.

(continua…)

L’Euro esplosivo…

…E IL RICORDO DI UN LAVORATORE IN NERO

Pianeta. L’euro stracccia il dollaro. Da ciò le bombe passate, e quelle a venire.

Una persona importante. Prima di cominciare a parlare di politica, stavolta vorrei che leggeste la storia di un italiano come tanti, morto l’altro giorno per un collasso da sovraccarico da lavoro mentre faceva lavoro nero. I giornali, naturalmente, non si sono nemmeno accorti di lui. Eppure è grazie a lui, e a migliaia di altri precari come lui, che vanno in edicola ogni mattina. Pubblichiamo la sua storia - che è siciliana ma potrebbe essere di qualunque altra luogo - attraverso le parole di due cittadini che, all’insaputa uno dall’altro, ce l’hanno inviata.

Questa è la piccola storia di Andrea, sostituto a vita nel quotidiano di Catania, “La Sicilia“. Era un uomo di 41 anni di mestiere “bummularu”, come chiamiamo quì coloro che portano a domicilio le bombole del gas, titolare insieme al fratello di un negozietto deposito sito nelle adiacenze della piazza del Borgo. Il suo rapporto col giornale inizia qualche anno fa, venendo preso in forza precaria come sostituto nel modernissimo e ultratecnologico reparto di spedizione. Per sbarcare il lunario faceva altri due lavori. Una notte Andrea si sente male e si accascia al suolo in mezzo ai colleghi di lavoro; l’autoambulanza spunta dopo 30 minuti, per lui non c’è più nulla da fare. Morto stecchito. “Cause naturali”: tutto normale dunque. Bisogna lavorare per tre, per poter vivere. I suddetti lavori non sono di tipo sedentario e due di essi si svolgono in orario notturno. A parte il profondo cordoglio durante le esequie di rito, presente lo stato maggiore del giornale e gli eventuali e futuribili colleghi operai, altra reazione non c’è stata, solo una timida colletta di cui s’è fatto carico un componente dell’Rsu. Vi scrivo perchè questa piccola storia ignobile possa in qualche maniera uscire dalla palude dell’informazione di questa città e dintorni. Io sono un vecchio compagno, che tra l’altro è stato onoratissimo di avere conosciuto Andrea, e vi assicuro che era una bellissima persona. (Redrage)

(continua…)

Io non so cos’è la sinistra

…MA SO CHE SE PER VINCERE È COSTRETTA A FARE IMBROGLI E A TRADIRE, ALLORA PREFERISCE PERDERE

Peppino ImpastatoPersone. Il bambino del ghetto di Varsavia, ve lo ricordate? Con quell’enorme berretto, quel visino affilato, quelle le braccia alzate davanti a una Ss grande il triplo di lui e tuttavia, negli occhi, qualcosa di non rassegnato, di sfida. Il ghetto di Varsavia fu difeso dai giovani ebrei per più d’un mese, fino al sedici maggio del quarantatrè. Un mese di lotta durissima, senza speranza materiale, solo per lasciare un esempio, per dignità. Allora sembrò che vincessero i soldati: ma ora, dopo tanti anni, sappiamo che il vero vincitore in realtà fu quel bambino. Se vive ancora, dev’essere vecchissimo e avrà visto tante cose del mondo: ma cos’è il ghetto, cos’è la dignità e perché occorre resistere, questo non credo che l’abbia dimenticato. E a tutti noi lo tramanda, e non soltanto agli ebrei.

Persone. Sono passati venticinque anni dalla morte di Peppino Impastato e in Sicilia i compagni hanno fatto un altro Forum nazionale Antimafia in suo onore (il primo, l’anno scorso); s’è parlato di antimafia, di pace e di informazione, e se n’è parlato in quel paesino di Cinisi dove, tanti anni fa, i mafiosi pensavano di avere vinto, con un po’ di tritolo, la loro guerra contro Peppino. E invece, anche in questo caso, in realtà alla fine aveva vinto lui.
Aveva più o meno la mia stessa età, venivamo dalle stesse cose: Lotta Continua, la “contestazione”, il Sessantotto. Adesso io sono un signore di cinquant’anni, e lui è sempre un ragazzo appassionato e generoso. Chissà che cosa sarebbe successo in questo paese, se tutti fossimo rimasti - noi sessantottini - giovani e incorruttibili come lui.
Bookmark: www.peppinoimpastato.com, www.cuntrastamu.org.

(continua…)

«L’opposizione si lascerà intimidire»

BERLUSCONI, DOPO LA CONDANNA A PREVITI. MUSSOLINI, DOPO L’OMICIDIO MATTEOTTI.

Benito Mussolini - Silvio BerlusconiL’Avvertimento. Rubati, al ministero dell’interno, i nomi dei pentiti di mafia e dei parenti posti sotto protezione. I mafiosi sono entrati tranquillamente, hanno rubato un po’ di soldi da una cassaforte e hanno probabilmente fotografato l’elenco che si trovava custodito là dentro. Il significato dell’iniziativa è molto chiaro: possiamo fare quel che vogliamo, sappiamo i vostri nomi e dove sono i vostri figli; attenti a voi.
Questo episodio è il più grave fra tutti gli “avvertimenti” mafiosi finora verificatisi: più significativo anche - ad esempio - della bomba di via dei Georgofili, nel pieno di un’altra crisi politica italiana. Contro chi è rivolto? Contro la polizia, i giudici, l’antimafia, la sinistra, Borrelli? No. Secondo me, è rivolto direttamente e personalmente contro il vertice del governo. E avviene quarantott’ore prima che i giudici si ritirino in camera di consiglio per la (prevedibile) sentenza contro il principale collaboratore di Berlusconi - non del Berlusconi politico, di cui ormai sappiamo tutto, ma del Berlusconi imprenditore, di cui in realtà sappiamo ancora molto poco.

“Il problema della magistratura italiana va risolto”. “Se il fascismo è un’associazione a delinquere, ebbene, io sono il capo di quest’organizzazione a delinquere”. Due capi di governo italiani hanno detto queste due frasi, nelle primavere del ‘24 e del 2003, i momenti di massima crisi dei rispettivi regimi. Berlusconi, il giorno dopo la condanna di Previti. Mussolini, dopo il ritrovamento del cadavere di Matteotti. Nè l’uno nè l’altro l’hanno detto volentieri: significava rimettere in gioco il regime, giocarsi a pari e dispari, su una carta sola, tutto il potere raggiunto. Eppure l’hanno detto.

(continua…)

I Re del Medioevo

…CHE, ALLA FINE, MUOIONO DI PESTE

• Come si chiamava il capo di stato maggiore dell’Impero Goto? E il Khan degli Avari che vinse la guerra di Bulgaria? Chi era l’Imperatore di Bisanzio che conquistò Trebisonda? Ovviamente, noialtri posteri ce ne fottiamo. Ricordiamo invece i nomi di filosofi come Boezio, scienziati come Averroè, pacifisti come san Francesco. Uomini che all’epoca “contavano poco” ma il cui lavoro è rimasto, mentre di tutti gli imperatori e i capitribù del medioevo non resta che una ferraglia arrugginita, e un ricordo indistinto di bestie rozze e feroci.
Così, nel medioevo - speriamo breve - che stiamo attraversando adesso, i nomi di Bush, Blair, Saddam e Bin Laden, che i media ci impongono a forza tutti i giorni, non sono in realtà che lo strato superficiale e parassitario di un mondo ben differente. La storia vera, quella che i nostri nipoti studieranno, si occuperà poco di questi nomi. Tutti sapranno invece la storia di Matthew Lukwiya, primario dell’ospedale di Lachir in Uganda, o di Carlo Urbani, medico senza frontiere, o di Gino Strada, chirurgo. Costoro, diranno i libri si scuola, combatterono come nessun altro per difendere gli esseri umani,: con poche medicine, pochi computer, pochi soldi, perché i soldi nel medioevo andavano ai fabbricanti di spot pubblicitari, di videogames idioti e di cacciabombardieri.

“L’Europa comunque non corre pericolo”. Ovviamente: due settimane fa il virus era individuato, i pochi casi erano tutti sotto controllo, e insomma non c’era proprio da preoccuparsi. E intanto, sotto i riflettori del villaggio globale, generali e presidenti spiegavano tutti fieri le grandi battaglie che avevano fatto, e che ancora intendevano fare, per salvare l’umanità a suon di bombe. I re del medioevo erano troppo fieri per abbassarsi a studiare i topi che portavano la peste. Quelli di ora, con le loro superbombe e superideologie, non possono certo abbassarsi a pensare che la Sars è già la quarta pandemia nuova e non curabile apparsa in circa trent’anni: Aids, Ebola, mucca pazza e ora questa.
Di nessuna di queste malattie sappiamo esattamente come sia nata, e cosa sia. Nessuna è stata segnalata in tempo. Per nessuna è stata realmente trovata una terapia. Ciascuna, alla fine, è stata catalogata fra le componenti normali del vivere moderno: l’Aids si cura col preservativo, Ebola facendo a meno dell’Africa, la mucca pazza con qualche controllo ex post ogni tanto, e la Sars negandone finché possibile l’esistenza. Se una parte infinitesima delle risorse spese in un qualunque mese di guerra (cento missioni Stealth, mille colpi d’artiglieria o una mezza dozzina di bombardieri) fosse stato investita altrimenti, non c’è dubbio che le terapie ci sarebbero. Ma non era un obiettivo importante. I re del medioevo, feroci e imbandierati, che alla fine morivano di peste.

(continua…)

Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani

SE SIETE CINESI NON È POI COSÌ STRANO

• Scusate: stavo scrivendo seduto a un tavolino di bar, vicino a piazza Vittorio dove - come sapete - ci sono molti cinesi: botteghe, ristoranti, quasi un angolo di Pechino. Mentre dunque me ne sto a scrivere, con accanto Repubblica e la tazzina di caffé davanti, all’improvviso mi sento, come dire, osservato. Alzo lo sguardo e ti vedo un cinese, un tipo autorevole sulla cinquantina. Resta in silenzio un attimo e poi fa: “Senti un po’, muso bianco, non l’hai visto il cartello?”. “Ehi! Che cazzo dici?”. Quello fa un cenno e spuntano due marcantoni grandi e grossi che mi afferrano per le ascelle e mi tirano via dal tavolino. Nel bar tutti sorridono; i camerieri sono italiani, ma non osano intervenire. Mentre mi buttano a calci fuori dal locale, faccio in tempo a sbirciare (c’è effettivamente) il cartello: “VIETATO L’INGRESSO ai cani e agli italiani”. “Ehi! - penso rabbiosamente - ma siamo a Roma! Davanti a Santa Maria Maggiore! A un passo dal Quirinale e dal Colosseo!”. Ma sono già per terra sul marciapiede, con qualcuno che mi scaraventa addosso la mia tazzina di caffé semivuota. La gente, nella bella primavera romana, tira via indifferente, a loro non importa mica quel che può capitare a un italiano qualunque a Roma. In questo quartiere, del resto, i vigili urbani sono tutti cinesi: il sindaco Veltroni, a quanto si dice, ha venduto la concessione dei vigili per centomila euri, o forse l’hanno costretto, non si sa, fatto sta che ogni venti passi c’e’ una coppia di musi gialli in divisa e armati.

Bene, questa storia naturalmente è inventata. Inventata per me, si capisce, per noi italiani; ma non per i cinesi. Da loro, i cartelli ce li hanno messi davvero. Nella loro Roma, che da loro si chiama (chissà perché) Shangai o Nanchino, un sacco di tizi sono stati buttati a calci fuori dai ritrovi. Città antichissime, piene di monumenti, esattamente come le nostre: eppure a un certo punto c’è arrivata gente, di colore diverso e proveniente da chissà dove, che s’è messa a decidere e a comandare. “Vietato l’ingresso ai cinesi e ai cani”. Per prima cosa hanno obbligato il governo a togliere tutte le leggi antidroga (erano loro i principali spacciatori); appena i governo ha obiettato, si sono dati da fare a suon di bombe, finché hanno ottenuto il libero spaccio e l’abolizione dell’antidroga. Questo è successo nel 1846 e nei libri di storia si chiama “prima guerra dell’oppio”.
Cose così ne son successe tante da allora, una peggio dell’altra, e non c’è da meravigliarsi che alla fine i cinesi si siano incazzati: e nemmeno - anche se ciò è molto ingiusto - che adesso non si fidino più di chiunque non abbia due begli occhi a mandorla, un nasino all’insù e un ottimo accento cantonese.
Loro, poi, ancora hanno avuto culo: gli africani, altro che buttarli fuori dal bar: li prendevano, li ammanettavano e li portavano a fare gli operai agricoli a nerbate. Durante la Belle Epoque, nel Congo, gli operai della gomma (neri) che si rifiutavano di lavorare venivano la prima volta amputati, e la seconda fatti fuori senz’altro. Il Congo era proprietà personale di un re, re Leopoldo del Belgio, che nella storia europea è citato più che altro per essere riuscito a conquistare una famosa ballerina, la Bella Otero.

(continua…)

Antiamericanismo

COME TUTTE LE CAZZATE PIÙ GROSSE, UNA CAZZATA IN BUONA FEDE

(Riassunto delle puntate precedenti). Più o meno un anno fa di questi tempi la sinistra italiana tornava a galla con la grande manifestazione sindacale di Roma, punto d’arrivo a sua volta di un processo complesso. L’estate dell’anno prima una grande manifestazione pacifista, a Genova, era stata repressa nella speranza di spingere a una risposta terroristica frange del movimento. Questa tecnica a suo tempo aveva permesso di stroncare il movimento del ‘77 e aprire un decennio di completo controllo generazionale. Stavolta, però, non aveva funzionato. All’interno della sinistra organizzata, frattanto, il malcontento per l’evidente inadeguatezza dei dirigenti aveva dato luogo a contestazioni molto vivaci, dapprima occasionali e spontanee e poi sempre più organizzate, contro l’intero ceto politico della sinistra “ufficiale”.
La crisi economica aveva portato effervescenza sui luoghi di lavoro, dove una classe operaia sottorappresentata dai media ma ancora molto presente aveva ricominciato ad avventurarsi sul vecchio terreno delle rivendicazioni sindacali; significativamente, i primi erano stati, con quasi un anno di anticipo, i giovani precari della Fiat. Goffaggini del governo e capacità tattica dei sindacalisti avevano acutizzato quest’ultimo conflitto: in pochi mesi il processo di fusione fra queste tre grandi componenti della protesta (giovani pacifisti, ceti medi legalitari e lavoratori sotto crisi) era avviato e trovava la sua consacrazione in una enorme manifestazione promossa dal sindacato all’inizio della primavera.
Da quel momento in poi, il governo non era più riuscito a mantenere l’immagine efficientista, vincente e, in larga misura, “popolare”, che l’aveva sorretto fin allora. L’opposizione politica, dal suo canto, percependo l’enorme potenzialità della nuova situazione, incerta fra desideri e timori, cercava disperatamente degli strumenti culturali che le consentissero di utilizzare i “movimenti” senza rischi.
Gli ultimi mesi del 2002 e i primi del 2003 hanno visto dunque governo e opposizione in equilibrio instabile, l’uno sperando di sopravvivere in qualche modo alla crisi, l’altra sperando ma non osando di approfittarne. Tacitamente, l’una e l’altro avevano raggiunto un accordo di fatto su un punto essenziale: lo scontro fra governo e opposizione non avrebbe avuto luogo subito, magari in occasione di difficoltà istituzionali (processi, ecc.) del governo; ma sarebbe stato rimandato alla scadenza naturale della legislatura. In questo modo, la destra avrebbe avuto un paio d’anni in più per gestire la recessione economica ormai evidente, e la sinistra per integrare nella vecchia leadership i nuovi contestatori. Questo quadro, probabilmente non progettato da nessuno ma in sostanza accettato da tutti, è andato bruscamente in frantumi con la guerra.

(continua…)

Le guerre si vincono con la politica

“L’AMERICA È UNA COSA TROPPO SERIA PER LASCIARLA FARE AGLI AMERICANI” (Clemenceau?)

• Le guerre si vincono con la politica (chi però ne è capace) oppure con la guerra. La guerra si fa per ammazzare i nemici. Ci sono altri obiettivi minori - non commettere stragi, mantenere autostima, non imbestiarsi - ma sono appunto, minori: se si può, bene e se no pazienza.
All’inizio pensavano di farcela con la politica, che per loro è una faccenda più che altro di bei discorsi. Bombardamenti mirati, proclami, dotte analisi e poche truppe. Non ha funzionato e allora, naturalmente e senza scosse, sono passati alla guerra.

Bombardamenti a tappeto per ammorbidire, e fanteria avanti. La fanteria, a questo punto, era poca e dunque tanto più indotta a sparare subito su qualsiasi cosa; tutto ciò che non è amico è cosa. Avendo fallito i politici, la parola è passata non ai militari, che di solito non sono cattiva gente, ma all’istinto di sopravvivenza dei militari, che è una cosa orrenda. Nessuno governa più niente, a questo punto, e nessuno d’altra parte ha mai governato una guerra: né HitlerNapoleone né ovviamente Bush.
Alcuni pretendono che il pianeta terrestre in realtà sia una forma di vita, conscia di sé (la teoria di Gaia). Forse possiamo considerare “viva” anche la guerra, ormai libera da chi le ha aperto la porta. Una di quelle entità della vecchia fantascienza, in giro per la galassia a divorare energia; o una presenza invisibile, rettilesca, di cui ci rimbombano gli ansiti in qualche luogo profondo.

(continua…)

La guerra a colpi di clava

ALLA FINE, SE IL PETROLIO FINISCE, CI RITROVIAMO COMUNQUE TUTTI SULL’ALBERO

Che succede se il petrolio diventa *troppo* caro? Si torna a piedi? Beh, prima di arrivarci c’è tutta una serie di cose che potremmo fare, e in parte stiamo già facendo. Vediamo quali, e le relative obiezioni.
1) Prendere a legnate quelli che hanno ancora un po’ di petrolio e portarci via le loro taniche.
- Ci stiamo provando, ma è meno facile del previsto: in ogni caso, una volta bruciato il loro petrolio (e via via quello degli altri) il problema è solo rimandato.
2) Abbassare il prezzo al pubblico controllando un pochino le megacompagnie.
- Ok: però glielo vai a dire tu, io non c’entro e nemmeno ti conosco: mica voglio fare la fine di Enrico Mattei.
3) Andare a piedi ogni tanto.
- Uhm: ci viene il fiatone. Difficile togliersi abitudini consolidate.
4) Andare a piedi sempre.
- No. Preferiremmo senz’altro eliminare il pianeta.
5) Andare in motorino ma non in bombardiere o carrarmato: il motorino almeno consuma poco.
- Bravo. E poi quando quelli rivogliono il loro petrolio con che cosa li bombardi, col motorino?
6) Tornare al nucleare, magari dopo una bella campagna-immagine sul “nucleare pulito”.
- Non male. Però chi lo racconta alla Esso? Bisogna almeno darle il tempo di fare il nucleare lei. E nel frattempo?
7) Sviluppare le energie alternative: ‘sta faccenda della benzina ormai dura da più di cent’anni. E mica ci siamo tenuti per tutto ‘sto tempo i brigantini a vela o le diligenze!
- Sì, però i fabbricanti di vele e i padroni delle diligenze non erano organizzati in multinazionali, e quindi non potevano *impedire* le nuove tecnologie. Ora invece lo possono fare, e quindi noi restiamo coi motori a benzina.
8) Sperare che finisca bene, e pregare Padre Pio.
- La cosa più realistica. Però attento a pregare, perché di ‘sti tempi se ti beccano a pregare roba sbagliata prima ti menano e poi ringraziano Dio.

(continua…)

Una vittoria

NON È VERO CHE LE MANIFESTAZIONI NON SERVONO A NIENTE

Dopo. Americani isolati, aiutati solo dagli inglesi (con l’appendice australiana) e da 200 polacchi. Però anche americani coesi – il riflesso patriottico è scattato come programmato – e molto più a destra di prima. Seppellito definitivamente Roosevelt e anche la dottrina del “mondo libero” anni ‘50-‘60. Impero e basta, ancorché popolare. La motivazione profonda non è stata il petrolio (oggetto di speculazioni private ma non di un incoercibile interesse nazionale) ma questo scatto “imperiale” ormai maturo. “Delenda Carthago”, e poi la Grecia e l’Asia e il “pane e giochi”. Questo, naturalmente, rende – come si sente già da un paio d’anni - obsoleta la vecchia democrazia.

Nella zona: l’Iran vince la sua antichissima guerra con Bagdad e diventa la potenza della regione. Possiede adesso interessi comuni con la Turchia e, come questa e probabilmente insieme a questa, ha le capacità egli strumenti ideologici (islamismo sofisticato, eterodosso e moderno) per unificare sul serio, col tempo, l’intera area “islamica”.
Crollo del rapporto turco-americano (agli Usa i curdi servono) e di riflesso di quello, importantissimo in questi anni, turco-israeliano. Anche per ciò, impegno diretto americano nella zona. Costretti a rimanere in Iraq. Costretti però anche a importarvi un qualche rudimento “democratico” (McArthur) che eserciterà appeal sui ceti medi attualmente sotto dittatura nei regni/regimi “filoccidentali” (in particolare nella penisola). Parallelo e contrastante richiamo (stavolta non fanatico ma credibile e “ragionevole”) dell’Iran o dell’asse turco-iraniano. Crisi a breve di uno o più di quei regni/regimi, evoluzione in alcuni casi “democratica” e filoamericana, in altri popolare e panaraba. In ogni caso, ostilità verso l’“Occidente” di *tutti* gli arabi (nessuno escluso, neanche i “filoamericani”) per le prossime due o tre generazioni. Abbassamento e cronicizzazione del terrorismo. Pulizia etnica in Palestina.

(continua…)

Chi non lavora non fa clamore

L’ELEMOSINA DIVENTA REATO

• È già cominciata la guerra? Voi lo sapete, io - al momento che scrivo - ancora no (questo numero di “Tanto per abbaiare” è stato scritto da Riccardo Orioles il 17 marzo 2003, n.d.r.). Perciò ci stiamo scrivendo da due pianeti diversi. Qui siamo ancora terrestri, da voi forse ormai comandano i visitors marziani. Non so bene che cosa potrei scrivere ai marziani. Perciò per il momento – sulla guerra – limitiamoci a questo.

• A ogni fermata del tram ne sale uno: di solito con fisarmonica, più raramente col violino. Hanno sui dieci-dodici anni, e suonano molto bene. Raccolgono le offerte in un bicchiere McDonald’s e scendono, con mille ringraziamenti, dopo un paio di fermate. Quello di stamattina suonava “Tea for two”: la gente metteva mano ai centesimi, sorridendo. Più o meno come faceva - nei romanzi strappalacrime dell’Ottocento - coi “petit italians” con l’organetto. Due settimane fa, alla fermata della Magliana, il treno ne ha travolto uno; la fisarmonica, stranamente, non s’è fatta niente e un lenzuolo ha coperto - in attesa degli inquirenti - il corpicino.

Aumentano, fra gli zingarelli romani, i “drogati”. Sniffano della colla, come a Bucarest o a Rio. Però non sono brasiliani né rumeni, nessuno ha insegnato loro quest’usanza. Semplicemente - come i bambini poveri scoprono fin troppo presto - la colla costa meno dell’eroina, ed è quasi altrettanto buona a farti dimenticare per un poco come vivi. Il mondo è arrivato a Roma, così, attraverso questa scoperta infantile.

(continua…)

Sette giorni all’alba

NIENTE PAURA! ANCORA UNA SETTIMANA E FINALMENTE SAPREMO DI CHE MORTE MORIRE.

• Sette giorni all’alba. Mettere le strisce di carta sui vetri (i frammenti sono molto pericolosi), trovare i soldi per mandare fuori città i bambini, comprare (ma con che soldi?) ancora un po’ di scatolette, riempire i secchi di sabbia per gli spezzoni (la radio non raccomanda altro), non fare la faccia spaventata davanti ai bambini, chiedere al capofabbricato se la cantina è sicura. Puoi essere il signor Smith di Londra, ai tempi della Luftwaffe. O il signor Abdul a Bagdad. Oppure mia nonna a Palermo, nel quarantatré. Per quelli che comandano, fa lo stesso.

Noi, qui, siamo lontani. Possiamo concederci il lusso di ragionare. Possiamo - e dobbiamo - ricordare, in questo feroce momento, che non sono gli americani a bombardare, ma i loro capi, non trasparentemente eletti e votati comunque da non più d’un quarto della popolazione. Pensiamo a Humphrey, a Marilyn, a Mohammed Alì. A tutti gli americani che rifiutarono - unico esempio storico, da ricordare con umiltà e con affetto - di vincere una guerra coloniale. Ai parenti d’America, al rock, ai G.I. Joe che sorridevano, il giorno che i tedeschi scapparono, per le vie di Roma. Dobbiamo pensare anche a loro *ora*, perché il momento è terribile e dobbiamo essere moralmente all’altezza. Ma solo noi, qui, possiamo farlo. A Bagdad, a Londra, a Palermo, possono solo chiedersi se sarà il loro figlio quello che fra sette giorni sarà colpito dalla scheggia. Quello che adesso li guarda con grandi occhi interrogativi e non sa che gli scienziati del mondo, nelle loro stanze lontanissime e strane, con tutta la loro scienza si stanno occupando proprio di lui.
Che ci si dia la forza di essere giusti e di non odiare, perché odiare è peccato e la giustizia deve muovere il mondo. Ma chiedetelo a noi, questo non-odio. Non chiedetelo a quelli di cui di state per fare olocausto, di cui state per massacrare i bambini.

Noi abbiamo fatto il possibile - quello che a noi sembrava il possibile - perché questo orrore non ci fosse. Scusateci se abbiamo gridato troppo forte, se abbiamo dato fastidio alla regolarità dei trasporti, alla vita normale. Noi, non siamo diversi: privilegiati come voi, domani mangeremo ancora e ancora saremo vivi. Ma, a differenza di voi, ce ne vergognamo. Non sappiamo perché: e mascheriamo questo non-sapere con delle parole “politiche”, che a voi giustamente danno fastidio. Ma in realtà è molto semplice: “Non ammazzare”.

(continua…)

Europa agli europei

ALTRO CHE BASI MILITARI STATUNITENSI PER DIFENDERCI DA PRESUNTI INVASORI…

Le basi americane. Un bel mattino i russi decidono che è arrivato il momento: carrarmati col motore sempre acceso, cosacchi coi cavalli sempre sellati, partenza dall’Ungheria o addirittura dalla Croazia ed eccoteli che prima di cena sono già in piazza San Pietro (dove, se vi ricordate, quei poveri cavalli dovevano finalmente trovar pace). I nostri, di fronte a un’azione tanto fulminea, neanche hanno fatto in tempo a mettersi braghe e stivali. Da donde l’idea di fare le basi americane: i cosacchi arrivano in carrarmato e a cavallo, ma giunti ad Aviano (o, se via mare, a Sigonella) ti trovano i marines già pronti e schierati e dunque se ne tornano indietro con le pive nel sacco. E questo, nelle grandi linee, è ciò che ci siamo sentiti ripetere per cinquant’anni. Senza gli ammericani ci avrebbero invaso i communisti cosacchi, e l’avrebbero anche fatto all’improvviso. Bene. Vediamo la situazione oggigiorno. Intanto, bisogna trovare qualcuno che faccia il communista invasore, sennò non funziona. I russi no, si sono davvero rotti le balle. Gli ungheresi nemmeno, preferiscono il gulash ora. I polacchi? Dio ce ne scansi rispondono, letteralmente. E così via fino agli Urali e oltre, fino alla Siberia.
Chirghisi, turcomanni, karabasci, avari, bulgari, cosacchi del Don e del Donez, siberiani, usbechi, peceneghi, variaghi: non ce n’è più uno che voglia fare il communista invasore manco a pagarlo. I cinesi? Ma pensano a fare i soldi. Non restano che i coreani. Va bene, meglio di niente. Allora, un giorno Pak-do-ik si sveglia, decide “Oggi, s’invade l’Occidente!”, monta in carrarmato e via. Eh, mica una gitarella! Cina, Mongolia, Iacuzia, Cita, Siberia Occidentale e Orientale, Russia, Bielorussia, Moldavia, Polonia, Cechia, Slovacchia, Slavonia, Slovenia, Croazia e finalmente, se tutto è andato bene, ancora manco siamo arrivati a Trieste (e ancora non si sa se c’è bora: ma mettiamo, per amor di discussione, che sia una bella giornata).
Insomma, in tutto questo frattempo c’è tutto l’agio di mobilitare esercito e carabinieri fino dalle tenenze più lontane. Così quando infine i communisti invasori arrivano - se dio vuole - al confine ti trovano tutta la forza allineata e coperta a baionettarm-crociatet-bugianen, e allora ti voglio vedere a fare l’invasione. È chiaro che in questo caso la base americana non serve a un cazzo, salvo che a dare un po’ di fastidio quando - ad esempio - i carabinieri di Trapani le debbono girare attorno per andare a posizionarsi a Trieste. Per cui, siccome anche immagino che gli americani in fondo non abbiano tutta questa gran voglia di farci i guardiani notturni a noi, la cosa migliore sarebbe di levare fili spinati e “Keep Away!”, piantarci un po’ di marijuana e usare finalmente Sigonella e Aviano a fini edonistici e produttivi.

(continua…)

Di Rai, communisti, democristi e leghisti

POLEMICA RAI. LA TV DI STATO È UN PATRIMONIO NAZIONALE E NON “CARNE DA CANNONE” DA USARE COME PRETESTO PER MANOVRE POLITICHE

La Nazione. Il sogno di tutti noi communisti, come tutti sapete, è di mettere al muro preti e frati, far fuori tutti i porci capitalisti da bottegaio in su e alla fine imporre una feroce dittatura con tanto di Baffone. Tutto questo, secondo alcuni, è maleducato; d’altra parte il communismo è così, e la politica, come si dice, non è un pranzo di gala. Quanto a noi democristi, non siamo dei fanatici dello Stato: può darsi che a quel posto d’usciere qualcun altro ci abbia più diritto, ma insomma così ho sistemato mio genero e ora mi votano lui, sua sorella, i genitori di lui e anche suo fratello che in pubblico fa il sindacalista ma poi per Natale non manca mai di farmi una telefonata ossequiosa. Così è l’Italia - quando c’era ancora - e non era il massimo ma funzionava così.
Questo feroce communista o questo democristiano ladrone tuttavia, di nascosto a Lenin o al papa, aveva una debolezza: voleva bene al suo paese. Il suo paese era Milazzo o Zagarolo (molto più bello del confinante paesino di Barcellona o Sacrofano), ne era orgoglioso e ci teneva moltissimo ad essere salutato con rispetto dal suo compaesano. Era pronto a intrallazzare con gli odiati nemici “politici” pur di ottenere una fabbrichetta nel comune e anche - duole dirlo - anche a losche manovre bipartizzane per far fermare il direttissimo a Milazzo anziché a Barcellona. E questo perché, come tutti i milazzesi di destra e di sinistra sanno dalla nascita, Milazzo è una cittadina turistica e civile laddove Barcellona di turismo non ha mai avuto nemmeno l’ombra e del direttissimo non saprebbe che farsene e forse nemmeno dell’accelerato.
Tutto ciò, fra mille terrificanti cazzate, produceva anche delle cose come il maestro Manzi che insegnava a leggere e a scrivere alla televisione o come quel volantino del Pci di Vercelli che incitava i proletari a imparare l’aritmetica e la grammatica negli appositi corsi della Sezione: inquantoché compagni abbiamo lottato per essere liberi e la libertà è costituita anche dalla cultura.
Insomma, la politica va bene, ma poi s’era tutti milazzesi o zagarolesi e anche tutti italiani. E, rozzamente, il bene pubblico - del piccolo paesino o del Paese - aveva per tutti quanti la sua importanza. Non c’erano i sondaggi a cui rispondere, ma se te ne fregavi di Milazzo semplicemente la gente non ti salutava. E questo, politica o non politica, non era bello. La politica, detto fra noi, per loro veniva dopo essere salutati o non salutati per la strada.
Per questo, quando morì Togliatti, i cattolici erano là a farsi il segno della croce e quando morì Papa Giovanni i communisti piangevano come tutti gli altri. Tutto questo per dire… beh non mi ricordo più che cosa volevo dire, la prossima volta il bicchierino me lo farò dopo e non prima di aver scritto il pezzo. Comunque sono sicuro che doveva essere una cosa profonda e importante.

(continua…)

Il conflitto di facciata

GUERRA ALL’IRAQ? MACCHÉ, TECNICAMENTE È UNA GUERRA CONTRO L’EUROPA…

Guerre. Perché è scoppiata la prima guerra mondiale? Più ci studio, e più mi rendo conto che in realtà non è riuscito a capirlo ancora nessuno. Le ipotesi più coerenti, ai due estremi, sono quella di Nicola Lenin e Winston Churchill. Il primo era convinto che i capitalisti dovessero prima o poi scatenare una guerra globale per i mercati. Il secondo che il casino fosse nato dalla gara di potenza navale fra tedeschi e inglesi. Quasi tutti gli altri storici oscillano fra l’una e l’altra di queste posizioni.
Non leggevo Lenin da molto tempo. Dell’“Imperialismo malattia infantile del capitalismo” (o la malattia infantile era quella dell’estremismo? boh: questi libri si assomigliano tutti) mi ricordavo più che altro una splendida copertina rossa. Rileggendolo ora, sono colpito: dalla profluvie di dati minuziosi e “cattivi” su produzione, mercati, affari ecc. e soprattutto dal tono di lucida ostilità con cui essi vengono schierati. Tutto sommato, c’era la Bella Epoque, allora, e i compagni europei in fondo erano delle gran brave persone che tutto s’immaginavano fuorché rivoluzioni e guerre. Ecco: questo tono di estraneità, di gelida sfiducia in qualsiasi possibilità di evoluzione “buona”, è quello che, in quel libro, più colpisce adesso. Suppongo che, per l’epoca, questo fosse un sintomo abbastanza preciso, molto più impressionante delle cifre e i dati. Forse il sistema è collassato anche perché non riusciva più ad ispirare alcun senso di interlocuzione a uomini come il sig. Lenin. Del quale non riusciamo a conoscere il nome e l’indirizzo attuali: personalmente immagino che sia da qualche parte dell’Africa, ma queste cose si vengono a sapere sempre dopo.
Il libro di Churchill (”La crisi mondiale”) invece è semplicemente affascinante. Churchill non era ancora quel vecchio politicante ‘mbriagone che a un certo punto gl’inglesi chiamarono (con elfica genialità) a salvare la merry England e tutto il mondo. Era un giovane ex ministro con buone competenze nel campo della marina (i suoi dati navali sono ottimi) e ottime frequentazioni nei club di Londra. Noi inglesi, dice in sostanza, non potevamo farci superare in mare perché altrimenti per difenderci avremmo dovuto farci un grosso esercito e così saremmo diventati non più dei lord eccentrici ma dei militaristi. Ed elenca con garbo il numero delle corazzate, le le decisioni drammatiche prese all’Ammiragliato fra un tè delle cinque e l’altro; i (duri e cortesi) retroscena. E’ molto più coinvolgente, sotto questo profilo, del suo rivale. Ci sono chicche splendide: si parla per esempio del nome da dare a un nuovo (nel 1912) cacciatorpediniere; ed ecco che viene fuori una vecchia canzone marinaresca su una fregata dei tempi di Nelson, la “sfrontata Arethusa”, dalle tette al vento della polena. Tuttavia, anche qui, c’è qualcosa che non torna. Questo mondo di garbo diplomatico e di sigari al club, di gentlemen’s agreements e di sorrisi civili: che mai poteva aveva a vedere col sanguinoso macello di pochi anni dopo? Davvero la radice della barbarie era nascosta là nei club, fra i bicchierini di Porto? Lenin, uomo feroce, sghignazzava che sì, non c’era il minimo dubbio che quei signori, di nascosto, fossero dei cannibali. A me sembra una spiegazione consolatoria. Forse, tutto sommato, si trattava semplicemente di lemming.

Non sappiamo come sarà la guerra di ora. Tecnicamente, è con ogni evidenza una guerra contro l’Europa. Nessuno a Washington ha veramente paura dell’Iraq o di chiunque altro (ai coreani, che ogni giorno minacciano di invadere la California, non rispondono nemmeno). Ma dal giorno in cui l’altro impero è caduto, ci si è posti con lucidità e lungimiranza il problema dell’ultimo atto, dell’ultimo e incontrastato dominio mondiale. Romanum Imperium, o lemming? Mah. Nel Dna degli imperi sono presenti entrambi questi cromosomi, l’uno lucido e “nobile” l’altro primordiale e oscuro. Comunque, in nessun luogo la geopolitica vien presa sul serio, da cent’anni in qua, come negli Stati Uniti: parlavano di “seapower” e di impero insulare già quando erano ancora dei cowboys occhialuti alla Theo Roosevelt. Già allora, nella loro profonda - e per noi allora incomprensibile - democrazia, si sentivano romani. Perciò adesso c’entrerà il petrolio, c’entreranno gli oleodotti, c’entrerà l’intimidazione nei confronti dei paesi produttori - tutte cose che si potevano ottenere comunque e con più sicurezza per altre via - ma non sono, secondo me, che dei pretesti “razionali” per ingannare se stessi. Quello che in realtà preme è l’istinto etologico dello spazio allargato. E gli unici rivali possibili, da sorvegliare costantemente e da minacciare per interposti, in realtà siamo noi europei.

Sono buone e civili, e non a caso hanno fatto incazzare moltissimo gli americani, le posizioni degli europei (meno i paisà italiani e gl’inossidabili inglesi) per evitare la guerra. Francesi e tedeschi hanno buttato le carte sul tavolo: siamo pronti a mandare i cacciabombardieri francesi e - qui la carta sul tavolo sbatte forte - a schierare la Werhmacht per metterci in mezzo. Certo, per questa volta non funzionerà: ma è la strada giusta.
Noi europei non dobbiamo essere semplicemente “più civili” o “più pacifisti” degli americani. Non dobbiamo semplicemente parlare col Terzo Mondo al posto degli americani. Dobbiamo avere un esercito nostro, in grado - la prossima volta - di pesare sul tavolo, di permettere un dialogo vero fra noi vecchi europei (che tanto abbiamo da farci perdonare da questo pianeta; ma tanto gli abbiamo dato) e tutti i poveri del mondo. La prossima volta, alla prima minaccia di Bush Terzo o Quarto, il Governo europeo dovrà poter reagire allertando subito la sua forza d’intervento, mettendo in mare le sue portaerei e scaldando i motori dei suoi aerei. Tutto il resto è solo pianto sulle rovine e rassegnazione.
Speriamo che il pianeta possa sopravvivere, nei prossimi mesi, a questo scatenamento assiro di istinti primordiali. Ma, se sopravviveremo, impariamo la lezione.

(continua…)

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Citazioni

  • C’è un andazzo, nel doppiare, che segue un unico verbo. Lasciare che si capisca la storia. Dei dialoghi, della coerenza narrativa, dei dettagli, chissenefotte. (Cristiano Valli)
  • Entro in un bar e mi metto a piangere. La barista mi fa: “Cortesemente vada in bagno altrimenti mi innamoro”. (Maurizio Milani)
  • "Alfredo" parla del ragazzino che ero, in un pomeriggio di giugno, mentre scoprivo davanti alla televisione che Dio non esiste, e se esiste è cattivo o impotente; e gli uomini, peggio. (Miic)
  • Vi ho mai mandato una mail di spam o anche solo non voluta? O invitati ad un gruppo su Facebook, un gioco scemo? No? Vi costa tanto fare come me, santa madonna? (Enrico Sola, da FriendFeed)
  • So che questo post non sarà molto popolare ma ho una cosa da dire che non posso più tenermi dentro e quindi la dico. Senza remore. Signore e signori, il Sushi mi ha rotto il cazzo. (RGB pills)
  • Verrà anche per voi il momento in cui sentirete solo un fischio, un urlo, un'esplosione, cosa sta succedendo? E uno stronzetto dirà Nonno, ma come, è la mia band preferita. (Leonardo)
  • Luxuria e Aldo Busi non sono gay, sono l’idea che uno spettatore dell’Isola dei Famosi ha di un gay. (Filippo, commento su Freddy Nietzsche)
  • Un puro, mio padre. Non come me e noi, un piede avanti e uno indietro, generazione di mezzo. Quando gli presentai la mia donna, a mio padre, vide che era una donna, e gli bastò. (Filippo Facci, da Grazia)
  • Quando il gioco si fa così duro, i duri comincerebbero a giocare. I Neri, invece, ricominciano alacremente a sbadilare sul blog foto di figa famosa. (Rectoverso)
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