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C’è un andazzo, nel doppiare, che segue un unico verbo. Lasciare che si capisca la storia. Dei dialoghi, della coerenza narrativa, dei dettagli, chissenefotte.

Cristiano Valli

Archive for the ‘Catena di San Libero’ Category

LA SICILIA, OFFESA DALLO SPOT RENAULT, NE CHIEDE IL RITIRO

Renault

Sicilia. “Lo spot della Renault offende la Sicilia e dev’essere ritirato”. Che cosa c’è nello spot? Due mafiosi con vittima dentro cemento, naturalmente trasportata in Renault. Chi si dichiara offeso come siciliano dallo spot? Il vice presidente dell’Assemblea regionale, Crisafulli. Chi è il vendicatore della Sicilia a cui Crisafulli si rivolge? Il presidente della regiore, Lo Porto. Come stanno le cose? Vediamo un po’.

Uno: lo spot. La Renault fa bene a mettere dei mafiosi nella sua pubblicità: sia a Palermo che a Catania, negli anni Ottanta le principali concessionarie Renault erano infatti affidate a noti mafiosi (come Santapaola) o figli di noti mafiosi (come Greco). Come siciliano antimafioso, io ancora mi rifiuterei di comprare una Renault.

Due: l’offeso. L’onorevole Crisafulli (Ds) da luglio è sotto inchiesta per associazione mafiosa (amico di un boss di Enna, con cui parlava tranquillamente di appalti). Come siciliano di sinistra, io mi vergognerei di avere a che fare con uno come Crisafulli.

Tre: il vendicatore. L’onorevole Lo Forte (An), che ai tempi faceva parte di gruppi violenti d’estrema destra, non ha mai fatto nulla contro la mafia e dieci anni fa alle elezioni lo congratulavano per aver battuto il giudice Caponetto. Come siciliano, non mi sembra che Lo Forte sia esattamente la persona a cui mi rivolgerei per rivendicare una qualunque cosa.

Nelle corse di Formula Uno, la Renault è sponsorizzata proprio dalla regione siciliana. I nostri soldi vanno a finanziare (ma che cazzo c’entra una regione con le corse automobilistiche? Chissà che intrallazzo c’è dietro) un’azienda che vent’anni fa affidava le sue filiali a boss mafiosi. Questo è uno scandalo, non la faccenda degli spot. L’anno scorso, per propagandare i “grandi eventi d’estate, da Agrigento a Palermo”, la regione si affidava alla società di Alessandro Martello, quello beccato a spacciare coca dentro il ministero. Questo è un altro scandalo. Un altro scandalo ancora è il fatto che i siciliani ingoiano questo e altro, completamente dimentichi di avere avuto un Falcone. Ma lo scandalo vero, la cosa scientificamente inspiegabile, l’evento mirabolante che ammutolirà i posteri e li farà meditare, è questo: che la Sicilia sta ancora a galla, che non è ancora sprofondata in quel suo bel mare, fra gl’immigrati annegati e i cadaveri incementati.

Dr Smith and mr Menga

ALLA FINE È ARRIVATO ANCHE IN ITALIA L’ULTIMO DIBATTITO AMERICANO SU CHE FARE DELL’INTERNET

• La risposta in arrivo è: farlo pagare. L’ideologo è Lawrence Lessing, il cui Futuro delle idee sta acquisendo una popolarità pari a quella del vecchio Scontro di civiltà di Huntington (do you remember? Ti bombardo perché sei mussulmano, e perciò violento). Le multinazionali della musica (ma anche film, tv, “informazione”: non c’è più confine fra una merce e l’altra) ormai sono nell’angolo da un pezzo, non essendo tecnicamente riuscite a impedire lo scambio di file in rete. L’eliminazione di Napster e il terrorismo contro gli utenti (adolescenti processati e condannati per delitto di “peer-to-peer”) non sono serviti a niente. Così le varie major perdono milioni di dollari al giorno. Chi è il colpevole? Semplicissimo: Adam Smith. La Legge del Mercato è infatti molto chiara: il prodotto più economico caccia il più costoso. Se lo stesso cd costa venti euri al negozio e cinque dal marocchino all’angolo, indovinate da che parte sta la Legge? C’è poco da girarci attorno: il traffico della musica segue le stesse regole del traffico di balle di cotone o di schiavi, su cui s’è storicamente costruita tutta la nostra economia. Il Maragià di Nosore, a un certo punto, per contrastare la concorrenza delle merci “illegali” decise di imporre a tutti i suoi sudditi una tassa (la “bazar tass”) secondo lui risolutiva: chiunque si avvicinasse al bazar, anche se non comprava niente, doveva pagare una tassa fissa di cinque rupie. Con questi soldi il maragià pensava di pagare i soldati per cacciare i mercanti stranieri, nonché di calmare gli eunuchi dell’harem, da qualche tempo alquanto in arretrato con gli stipendi. Purtroppo per lui, la gente ricordava benissimo che dal tempo dei tempi l’accesso al bazar era libero e senza intoppi; il bazar, infatti, non è che l’insieme degli acquirenti e mercanti convenuti in un luogo. Molti bramini predicarono che per colpa dell’avidità del ragià sarebbe andata a ramengo l’economia, e inoltre il dio del mercato si sarebbe offeso. Alla fine scoppiò la rivoluzione e il maragià finì a fare l’incantatore di serpenti nelle fiere. Guai a sfidare la Legge di Adam, specialmente oggigiorno che è l’unica religione rimasta.

Le multinazionali hanno già fatto danni immensi all’internet. La principale difficoltà tecnica dei collegamenti ormai consiste nella trappola degli spot, dei dialers, delle cazzate java che ti si spalmano addosso appena cerchi di spedire una mail o di collegarti a chiunque. Le majors hanno la stessa funzione costruttiva e produttiva, nel web, di un cinghiale in un orto (ho le mie buone ragioni, in questo momento, di usare questa metafora: poi vi spiego). L’internet non è stato fatto dalle majors, ma da due generazioni di ricercatori liberi e indipendenti, e da noi milioni di utenti, senza i quali l’internet non esisterebbe. Perché dunque dovrei pagare dei soldi a uno che non c’entra niente? Quanto durerebbe l’internet in una situazione di pizzo come questa? Perché hanno paura dell’internet, perché vogliono a tutti i costi restringerlo, chiuderlo ai poveracci e metterci un filo spinato attorno? Altro che Legge di Smith: qua si va dritti verso la Legge del Menga.

Europa 1. Dibattito, molto elegante, sulla “costituzione europea”. Solenni citazioni della “presidenza italiana”, che succede a quella greca e quella irlandese e non conta assolutamente nulla, incontri, commissioni, cerimonie di Stato con barzellette (quando c’è il presidente). Nel frattempo Francia e Germania sono partiti col primo nucleo dell’esercito europeo, a partire da chi ci sta subito e cominciando da ora. Il quartier generale congiunto - un organismo operativo - è già in formazione, ed è esplicitamente autonomo dalla Nato. Conservatori franceesi e socialisti tedeschi (i primi hanno aumentato in questi mesi il budget della difesa) hanno ormai varcato il Rubicone, e non possono tornare indietro. Intendono costruire l’euro-armata esattamente come è stata costruita l’euro-moneta. Un nocciolo duro iniziale attorno a cui poi si aggregano, con tempi diversi, tutti gli altri. “Gli altri”, in questo caso, significa principalmente la Gran Bretagna: che stranamente (ma forse non tanto) appare estremamente interessata al progetto. Una cosa è restar fuori dall’euro, una cosa chiamarsi fuori dall’Europa militare; i governi vanno e vengono, ma l’Inghilterra rimane, e non è esattamente una nazione di pacifisti. Negli incontri Blair-Schirac-Schroeder (senza l’Italia, che era a raccontar barzellette in qualche ranch texano) si è parlato certamente di “valori storici” e di costituzioni, argomenti eccitantissimi per i politici e giornalisti italiani. Ma poi, a un certo punto, hanno chiuso le porte e hanno cominciato a parlare di cose serie.

(continua…)

Tolleranza zero

LA RETATA AL LICEO VIRGILIO E LE IPOCRISIE DELLA LOTTA ALLA DROGA

• Retata di ragazzini al Virgilio, tutti criminalmente dediti alle canne e per tanto denunciati. “Dosi nascoste fra i libri”, “gli agenti si sono finti bidelli”, “blitz antidroga al liceo”, ecc. I politici responsabili di questo bella retata di capelloni drogati (si dice ancora così?) hanno festeggiato il successo con grandi tirate di coca, che come tutti sanno gira liberamente nei ministeri (dove, almeno in un caso dimostrato, gli spacciatori sono di casa) e in genere nei palazzi del potere. Un telegramma di congratulazioni è stato inviato dall’Atice (Associazione Trafficanti Internazionali Cocaina ed Eroina), i cui affari sono molto facilitati dalla confusione fra droghe pesanti e “droghe” leggere, che già negli anni Settanta causò la morte di centinaia di ragazzi convinti - visto che a fumare non gli era successo niente - che non sarebbe successo niente di grave nemmeno con l’eroina. Perciò non date retta al ministro, che vi vorrebbe spingere a farvi le pere: una canna non ha mai ammazzato nessuno, ma l’eroina sì, perché L’EROINA È UN’ALTRA COSA. Spiegatelo al ministro, spiegategli anche che la coca fa pure male (e ditegli di ripeterlo ai suoi amici), e ditegli che se fra una cazzata e l’altro ogni tanto perdesse un po’ di tempo anche per acchiappare qualche trafficante mafioso non sarebbe una cattiva idea.

• È bella, la storia di Clarence. Quando chiuse Cuore alcuni dei redattori e collaboratori decisero di non mollare e si trasferirono armi e bagagli sul web, che allora era una novità in Italia. Misero su un sito - quello di Cuore non era più disponibile per ragioni legali - e lo chiamarono Clarence dal nome dell’angelo-cittadino del film di Frank Capra (ma Clarence è anche il nome del ragazzino sveglio che diventa il braccio destro dello “yankee alla corte di re Artù, e porta la libertà e il giornalismo nel cuore dell’Inghilterra medievale). Bene, Clarence funziona, si fa un nome, riesce a tenere insieme benissimo la creatività di Cuore e il rigore tecnico del mondo html. È seria, è divertente, si fa voler bene: un successo. A un certo punto una multinazionale svedese la acquisisce per diversi miliardi, lasciando libertà di gestione ai redattori. E Clarence cresce ancora.
Ecco, Clarence è una delle poche storie belle e vincenti del web italiano. Clarence, Buongiorno.it, Kataweb, Il Nuovo… Solo che Buongiorno e Clarence nascono praticamente dal nulla, con unico capitale la creatività e il buon mestiere, mentre Kataweb e il Nuovo partono già con grossi gruppi industriali alle spalle. Non risulta che Clarence abbia mai sfigurato, in qualità e in audience, rispetto ai concorrenti “ricchi”. Da anni è stabilmente fra i portali italiani più cliccati: professionalità e libertà, tenute insieme, possono benissimo vincere sul mercato. Questa vittoria è merito del “nucleo duro” di Clarence - Neri, Grassilli, Lia Celi, i “cuoristi” - ma anche e soprattutto della redazione di Clarence: il collettivo umano e professionale che in tutti i giornali seri rema sottocoperta e senza tanti applausi manda avanti la nave.

(continua…)

Non c’è due senza tre

IN ESCLUSIVA ASSOLUTA, LA TERZA PARTE DELL’INTERVISTA DI BERLUSCONI A “SPECTATOR”

• Il giornalista sorseggia un martini dry, si pulisce la bocca con un angolo di tovagliolo. Berlusconi, scortato da due guardie del corpo,
entra nella stanza completamente nudo con due bottiglie di Jack Daniel’s in mano
Giornalista (sconcertato): Ma… ma che fa? cosa sta facendo?
Berlusconi: And then? It’s an informale chiaccherata, or not? Do you feel uncomfortable if I stay naked for the interview?
Giornalista (sempre più basito): Parli pure italiano, la capisco… Beh, ok, se lei è più a suo agio così…
B.: AHAHAHhaha you cascaded in my joke! (con un gesto rapido Berlusconi mette le dita al collo, le infila sotto la carne all’altezza del pomo d’adamo, e strappando rivela un completo bianco di lino, nascosto sotto il vestito di pelle umana; appoggia le bottiglie sul tavolino di mogano e si siede su Enrico Mentana).
B. (mettendosi comodo): Bene, where did we remained? Dove eravamo rimasti? Lo sa che anch’io sono stato in gioventù giornalista intervistatore di premier esteri per una rivista che conta come il due di picche?
G. (guarda le bottiglie di JD): E quelle?
B.: Non si preoccupi, sono piene di urina. Do you know pee, piscio, how you call it.
G. (dopo una pausa): Beh, ok. È pronto presidente? Visto cosa è successo nel precedente blocco d’intervista, io direi di partire con qualcosa di più leggero: ci parli della nascita di Forza Italia.
B. (tira una lunga e rumorosa sorsata da una delle bottiglie): Beh, che vuole che le dica. Era un periodo un po’ così, pieno di ideali e ingenue promesse; eravamo un gruppo di sinceri utopisti con una visione: evitare la galera; certo, eravamo molto naive agli inizi, e abbiamo fatto qualche passo falso, come quando decisi di far scrivere i miei discorsi dallo stalliere. Mi accorsi troppo tardi che al posto degli speech, mi scriveva la lista della spesa; ha presente le risate ai primi congressi? “Tre Cavalli Colombiani! Due cavalli e mezzo
dall’Argentina! Pagare tu-sai-chi per i cinque chili di tu-sai-cosa!”
… Io leggevo e tutti ridevano, poi ho capito e ho riso anch’io. Forte il mio stalliere, eh?
G.: Dicono fosse la testa di ponte di Cosa Nostra nel Nord Italia.
B.: Quante cose cattive che si dicono sulla gente. Beh, comunque è morto quindi non può dire nulla, no? (sorride)
G. (ironico): Fino a quando non scopriranno il segreto della resurrezione…
B. (preoccupato): Sì, ma gli scienziati ancora brancolano nel buio, vero?

(continua…)

Tanto per vincere

PER UNA VOLTA, PARLIAMO DI NOI: QUESTA RUBRICA SI È AGGIUDICATA IL PRINCIPALE PREMIO DI SATIRA ITALIANO

A proposito di noi: siamo diventati importanti. Tanto per abbaiare ha vinto il principale premio di satira italiano, il “Forte dei Marmi”, che c’è stato consegnato in gran pompa (senza purtroppo il congruo assegno che una volta accompagnava i premi) qualche giorno fa. Io gli ho spiegato che veramente quando dico che in Italia comanda ancora la mafia non intendo far satira, ma semplicemente banale giornalismo. Ma forse non mi sono spiegato bene: adesso sono un satiro, e va bene anche così. Direi che tutto sommato possiamo vantarci un po’: io che sono riuscito a continuare ad abbaiare abbastanza forte nonostante i numerosi bavagli (di destra e “di sinistra”) che girano per questo paese; gli amici di Clarence - il principale sito che ci ospita - che avevano già vinto lo stesso premio con la Lia Celi, due anni fa (Clarence uber alles, manager permettendo); e voi lettori che… beh, lasciamo andare, non bisogna abituare i lettori a montarsi la testa, comunque questi della Catena sono come quelli dei Siciliani e di Avvenimenti - curiosi, critici, attenti - e in più hanno l’internet, così appena scrivo una cazzata mi possono massacrare in tempo reale. È anche il momento giusto per ringraziare il compagno Lucio Tomarchio - Shining, del Partito Linuxista - che da quattro anni cura la diffusione per mail della Catena; e tutti quelli che la riprendono, la rimbalzano, la ficcano sui loro maledetti siti (dovrebbero essere sui ventimila, quelli che in un modo o nell’altro ogni settimana si attaccano alla Catena) e insomma prendono alla lettera quel “fa’ girare”. Non potendoli citare tutti, ne cito almeno uno: Nino Tilotta, che era corrispondente dei Siciliani da Trapani ai tempi dell’antimafia, e ha fatto giornali locali, ha fatto inchieste, alla fine anche un bel sito internet (www.till-news.org) senza mai mollare. È durata quasi vent’anni, a pensarci bene, questa storia mia, sua e di tanti altri ragazzi come me e lui. «A che serve vivere, se non c’è….» Grazie a Lucio, grazie a Nino, grazie a tutti quelli che anche questa settimana ci permettono di chiudere con la nostra vecchia e indomita bandiera di poppa, il nome di Giuseppe Fava.

Ricomincia la scuola. Che palle. Anche perché i prezzi dei libri sono aumentati ancora e i mercatini cominciano a non bastare più. Per fortuna, un gruppo di professori dei Castelli romani (il vino buono fa venire le buone idee) ha avuto un’idea geniale: facciamoceli da noi, i libri di testo. Un centinaio di professori in rete, a un capitolo l’uno, e vedete se non si può. E a quanto li vendono? Aggratis: vai nel sito e ti scarichi tutti i libri di testo che vuoi, in formato rtf per leggerteli così alla svelta oppure direttamente in pdf per stamparteli con note, immagini, frontespizio e tutto. Alla faccia della Moratti. E vai, prof! Info: faillaci@tiscalinet.it.
Bookmark: http://scuolaonline.supereva.it

(continua…)

I giudici sono matti per davvero

SE DAVVERO GLI AVESSERO FATTO L’ESAME PSICHIATRICO, CHISSÀ QUANTI SAREBBERO ANCORA VIVI

Matti. Eh sì, ha ragione lui: bisogna essere proprio pazzi per mettersi a fare il giudice in questo paese. Dove gli avvocati di mafia diventano ministri e presidenti di commissioni, dove un governante su tre è un incappucciato della P2, dove i politici incriminati proclamano: “Resto al mio posto! Mi assolverà la Madonna!”, chi volete che si metta a fare un giudice, se non uno toccato nel cervello?
Peccato che l’abbiano scoperto solo ora; se ci avessero pensato prima, a fargli l’esame psichiatrico agli aspiranti giudici, chissà quanti amici nostri sarebbero ancora vivi. “Avanti, tocca a lei! Lei, come si chiama?”. Livatino Rosario. “E perché vuol fare il giudice? Sentiamo!”. “Per difendere i cittadini e affermar la giustizia!”. I tre commissari si guardano: “Va bene, avanti un altro!”. Due tizi afferrano Livatino e se lo portano dentro un’ambulanza. “E lei?”. “Borsellino Paolo!”. E così via.
Ma chi gliel’ha insegnato, al nostro valente cabarettista, che i personaggi scomodi sono matti e vanno - coerentemente - messi al sicuro in una stanza bianca? È un’idea troppo bella per essere sua. E infatti, è un’idea communista: mai sentito parlare di ospedali psichiatrici del Kgb? Il capo del Kgb, che ora è diventato anche presidente, è adesso - sono loro che lo dicono - il miglior amico del signor B. Nella Sardegna dei Vip, nella megavilla, i due grandi statisti - l’uomo del Kgb e l’uomo della P2 - discutono allegramente fra di loro: imbrogliare, nascondere, mettere dentro. Hanno le due più grandi mafie d’Europa, nei loro stati, e mai hanno fatto qualcosa contro di esse. I giornalisti liberi, quelli non ancora cacciati, e i giudici liberi, quelli non ancora fatti fuori, ogni tanto lo dicono: “Ma che rapporti aveva lei con questo Manganoff? Ma chi è questo Dellutriski?”. Ci sono tanti modi bellissimi di mettere al loro posto questi rompicoglioni stronzi, e i due se li raccontano ridendo. Quante belle cose hanno da insegnarsi a vicenda!
Al largo della villa, all’ancora, dondolano lo yacht del posteggiatore italiano e l’incrociatore blindato del guardialager russo. “Eh, chi l’avrebbe detto che ci sarebbe andata così! Ma ce n’è voluta!”. “Io una volta ho dovuto fare la Lewinsky col mio capologgia, un certo Gelli!”. “E io? Quella volta che il compagno Andropov mi ordinò di mettermi a quattro zampe?”. “Ma ne valeva la pena!”. “Eh sì, valeva la pena! Ora siamo tutti democratici! Viva la democrazia!”. E sghignazzano fragorosamente. Lontano, lontanissimo, in qualche paesino del Baltico o del mar Nero, una donna ha appena ricevuto tutto ciò ch’è rimasto di suo marito: una fotografia sorridente con la scritta “Marina Russa”. Un altro marinaio andato giù con tutto il sommergibile perché da molto tempo i soldi per i pezzi di ricambio finiscono nelle tasche di nomenklatura e mafiosi. Ma qui, sulla Costa dei Vip, le onde lambiscono yacht e villa, garbate e carezzevoli come giornalisti.

(continua…)

GENTE CHE SI MINACCIA COL CACCIAVITE, BANDE DI RAGAZZINI CHE SI AFFRONTANO MINACCIOSAMENTE AI GIARDINETTI…

• Sono rientrati dalle ferie novanta milioni di italiani, fra cui sessanta milioni di esseri umani e trenta milioni di automobili.

• A Sant’Ilario non c’è mai stato un omicidio a memoria d’uomo. Ci sono, questo sì, numerosi furti di biciclette (almeno tre all’anno) e nel ‘94 ci fu quella terrificante scazzottatura in piazza in cui il figlio del tabaccaio perse un dente: i due carabinieri della stazione non riuscirono a ricostruire la genesi dell’atto criminoso, ma in paese si mormora che tutto nacque da un complimento di troppo alla ragazza di Gianni, che è un tipo impulsivo. A parte questo, la gente dice “scusi” e “per piacere” e quando qualcuno tampona qualcun altro si scende, si tira fuori il modulo dell’assicurazione e si comincia a discutere civilmente, non senza offrirsi un caffé. Capirete che mi sono sorpreso quando, uscendo dal Bar Sport, mi ritrovo un bel “A MORTE TUTTI” a spray sul muro. Attraverso la strada, e per poco non vengo messo sotto da Ninetto che se ne va in giro col triciclo del pane. Ninetto? Capelli a zero, svastica sulla maglietta, una gran catenaccia alla cintura… “A Niné! Ma come ti sei conciato?”. Passa il dottor Paloscia, il farmacista: braghe mimetiche, rayban, bomber “Search&Destroy”… boh, un po’ originale, a sessant’anni. Ninetto sorride, mi fa: “Scusi profess… no, volevo dire: va ‘mmorì ‘mmazzato!”. Intanto sul marciapiede arrivano due ragazzini: uno dei due si fruga accuratamente in tasca, tira fuori mezzo mattone, lo tira sulla vetrina del Bar Sport - oddìo: s’è incrinato il vetro - poi entra tranquillamente, chiede “Latte e brioche, per favore” e mette le monetine sul bancone. Il barista, sorridendo, lo serve. Insomma.
Siccome, come sapete, da giovane ho fatto anche il giornalista m’è venuta voglia di scoprire che cavolo sta succedendo in paese. Gente che si minaccia col cacciavite, bande di ragazzini che si affrontano minacciosamente ai giardinetti, anziani signori che improvvisamente si afferrano l’un l’altro per il bavero della giacca: e il vigile che lascia correre, come se non ci fosse. Ed ecco i risultati dell’inchiesta.
Giorno 28, alle ore 23.30 nel retrobottega del Bar Sport sito in piazza Roma 3, ha avuto luogo una riunione segreta indetta da Massimo il barista, dal professor Bonafè, dal dottor Paloscia, dal ragionier Del Bono e da alcune altre autorità del paese. Ordine del giorno: il Sant’Ilario Footbal Club, che milita valorosamente in serie D2 e ogni anno riesce fortunosamente (di solito con gol di spareggio e monetina) a non essere retrocessa in serie E. “Quest’anno dobbiamo andare sul sicuro - ha proclamato il barista - Organizziamoci a partire da ora non solo per restare in D, ma addirittura per salire in C!”. “E come? L’anno scorso abbiamo fatto tre gol in tutto il campionato!”. “Non li leggi i giornali? Ci facciamo promuovere per motivi d’ordine pubblico!”. Tutti sono rimasti fulminati dall’idea. “Vuoi dire che…” ha mormorato il ragioniere. “Certo! Si devono spaventare, alla sola idea di quel che può succedere se non ci mandano in serie C!”. “Ma scusa… qui non succede mai niente… come si fa a fargli prendere sul serio…”. “Dobbiamo cambiare metodo! Dobbiamo ter-ro-riz-zar-li! D’ora in avanti qua dev’essere peggio del Bronx!”. “Se ho capito bene - interloquì il professore - si tratterebbe dunque di assumere una sorta di mutazione antropologica tale da pervenire a quella che definirei, se i nostri amici me lo consentono, una sorta di imbarbarimento indotto!”. “Ehm… insomma, una cosa del genere”. “Bene! Allora, Massimo, sai che ti dico? Sei uno stronzo!”. E tutti sorrisero soddisfatti.

(continua…)

TRASCINATE I CADAVERI DAVANTI AL SALOON, COSÌ QUESTO CAZZO DI PAESE SI ACCORGE CHE SONO MORTI DAVVERO

Notizia d’apertura. Sotto inchiesta per associazione mafiosa il vicepresidente dell’Assemblea regionale siciliana Vladimiro Crisafulli. Secondo i magistrati era in contatto col boss mafioso della provincia di Enna, Raffaele Bevilacqua. “Rapporti non occasionali - precisano gli inquirenti - Abbiamo intercettato telefonate in cui concordavano gli appalti”.
In Sicilia, i rapporti fra mafia e politica ormai sono pane quotidiano, esattamente come ai tempi di Ciancimino. A Messina, un assessore - regolarmente condannato per peculato - non solo si rifiuta categoricamente di dare le dimissioni, ma si dichiara anche perseguitato. A Catania, gli scandali degli ultimi tre anni non hanno interrotto la carriera di nessuno. A Palermo, c’è stato il caso di un assessore intercettato al telefono: “Sta’ attento a quegli sbirri di carabinieri!” che ancora fa politica regolarmente. Lo stesso presidente della regione è sotto inchiesta per rapporti con i mafiosi: non s’è affatto dimesso, ma s’è affidato alla protezione della Madonna e ha continuato a fare il presidente. Assente l’opinione pubblica: nell’isola c’è il monopolio di tv e giornali, e l’unico proprietario è un imprenditore amico a suo tempo dei famosi cavalieri catanesi.
E allora? Cos’ha di così scandaloso quest’ennesimo caso? Ecco: Crisafulli non è il solito democristiano riciclato o uomo nuovo forzista. Vladimiro Crisafulli è uno dei membri più autorevoli della sinistra siciliana, al punto di essere stato portato dai Ds al secondo incarico istituzionale dell’Assemblea. Naturalmente, non è affatto detto che sia colpevole: le garanzie valgono per tutti, e persino per lui. Sul piano civile ed etico, tuttavia, è ovvio che la sua carriera politica dovrebbe finire qui. Al momento in cui scrivo però non ho notizie di interventi adeguati da parte del suo partito.
Un paio d’anni fa, in una città del catanese ad alta densità mafiosa i Ds candidarono un noto imprenditore toscano, senza legame alcuno con quella zona. Costui, pochi mesi dopo, venne incriminato per voto di scambio mafioso, essendosi affrettato a cercare i voti agli “uomini d’onore” della circoscrizione. Il “caso Catania” (non quello del calcio: quello vero) dura ormai da diversi anni, mette in discussione il corretto funzionamento della Procura locale e coivolge imprenditori e politici di entrambi gli schieramenti: il ruolo della sinistra in esso (salvo la benemerita eccezione di Vendola del Prc) è stato di totale omertà, e in alcuni casi di complicità aperta. Un paio di mesi fa, alle ultime elezioni, l’Ulivo (e Rifondazione) hanno candidato a Palermo un ex sindacalista colpevole, secondo sentenze di tribunale, di essersi venduto gli scioperi per denaro. La candidatura era appoggiata dai cosiddetti “movimenti” che a Palermo, chissà perché, erano rappresentati da un barone universitario molto addentro al sistema di potere. In Sicilia, tutta l’informazione non di regime è stata messa a bavaglio, con la complicità della sinistra ufficiale. In Sicilia, i movimenti antimafiosi sono stati scaricati e mandati al diavolo dalla sinistra ufficiale. In Sicilia, alla fine Berlusconi ha stravinto, e questa vittoria è stata determinante per regalargli il governo della Nazione.

(continua…)

Saddam e Blair sono della stessa razza

ENTRAMBI SI SBARAZZANO DEI PERSONAGGI SCOMODI

Venticinque luglio. “Giornale Radio. Sua Maestà il Presidente d’Italia e Protettore d’Albania ha accettato ieri le dimissioni di Sua Eccellenza il cavalier Benito Berlusconi, che ad opera dei Regi Carabinieri è stato già tradotto in luogo sicuro e protetto da ogni intemperanza popolare. Sua Maestà ha conferito i pieni poteri al Maresciallo d’Italia Massimo Ruteglio. La guerra contro l’Europa continua, a fianco dell’alleato americano e con inconcussa fede negli alti destini della patria. Nessuna recriminazione sarà consentita, nessuna manifestazione tollerata”.

Saddam si sbarazzava dei personaggi scomodi. Anche Blair. “Alì il comico” (il famoso ministro dell’informazione iracheno) sparava balle galattiche a puro scopo di propaganda. Anche Bush. Nè Bush, nè SaddamBlair sembrano destinati oggi a unbrillante avvenire. I due che non sono ancora latitanti riescono a sopravvivere per il momento solo perché hanno più missili e cacciabimbardieri. Ma sono, con ogni evidenza, della stessa razza. “La storia ci assolverà”, hanno detto quando le balle sono apparse troppo evidenti. È quello che hanno sempre detto tutti i dittatori, da Hitler in poi. Tradotto in linguaggio corrente vuol dire: “È vero, abbiamo violato tutti i valori civili e umani in cui voi gente comune credete, a cominciare dal rispetto della verità. Ma l’abbiamo fatto per alti scopi storici, talmente alti che voi poveracci qualunque non potete arrivare nemmeno a capirli”.

(continua…)

Noi ricordiamo…

PAOLO BORSELLINO E PALERMO, UNDICI ANNI DOPO

Paolo Borsellino

“Qui è nato Paolo Borsellino. La scritta, su un bel cartello giallo a bordo nero, è in via della Vetriera, nel cuore della Kalsa, a Palermo. Veniva da un quartiere povero, Paolo Borsellino. Cosa c’è sotto la scritta? Un bel cumulo d’immondizia, ormai abituale. Periodicamente, i cittadini le danno fuoco, visto che il camion del comune non passa mai.

“Affetto e solidarietà”. Vengono manifestati dai rappresentanti degli industriali siciliani al presidente della regione, coinvolto nella solita inchiesta mafia-politica. Non si chiama più Ciancimino (il tempo passa) ma la faccenda è sempre la stessa: giudici senza criterio istigati dai communisti. E il politico giustamente s’offende e protesta limpida innocenza.

“Questo prete se ne deve andare”. Don Baldassarre Meli da vent’anni è il parroco dell’Albergheria. Vennero i mafiosi a spacciargli droga davanti all’oratorio e lui li mise in fuga a cazzotti. Vennero i disperati da paesi lontani, emigranti per fame come noi siciliani, e lui gli dette un tetto e gli cercò un lavoro. Vennero gli usurai mafiosi a raccogliere i bambini poveri del quartiere, a venderli ai pedofili in cambio dei debiti non pagati: don Meli difese selvaggiamente i picciriddi, denunciò i pedofili e li mandò in galera. Adesso, sta facendo le valige. I superiori hanno deciso che c’è stato anche troppo, un prete come don Meli, a Palermo. Via, trasferito. “Sopire, troncare… padre reverendissimo, lei m’intende”. Non c’è più l’antimafia e la rete a difendere preti come don Meli. Lui stringe i pugni, impotente. Che fine faranno, adesso, i suoi bambini?

Questa è Palermo, undici anni dopo. Dei nostri antichi maestri alcuni - quelli a cui volevamo più bene, quelli di cui ci fidavamo come un ragazzo si fida d’un buon professore - hanno cambiato bandiera. A difendere i politici inquisiti oggi s’alza pure la voce di padre Pintacuda. Noi non osiamo giudicare: ognuno risponde a se stesso e alla coscienza sua. Ma voi, ragazzi, tenete duro, per l’amor di Dio.

(continua…)

Fare il Communismo (o qualsiasi altra parola)

NON PENSATE TANTO ALLE PAROLE. PENSATE ALLE COSE.

I pupi. “Prendi marrano!”, “Mori, traituri!”, “A ttia, Ganu di Maganza!” e giù gran colpi di scimitarra e draghinassa, fra gli applausi entusiasti e gl’incitamenti degli spettatori: “Forza, Rinaldo!”, “Ammutta, Ferraù!”. “Cannonate in pancia!”, “Ci avete fatto perdere le elezioni!”. “Dai, Umberto!”, “Forza, Giancarlo!”. Appassionante spettacolo che però a un certo punto, come tutti gli spettacoli, finisce: un’ultima riverenza al pubblico, e via nello scatolone del puparo. E anche il buon Bossi, tirato l’ultimo colpo di durlindana e sbraitato l’ultimo “cane infedele”, s’inchina e rientra docilmente nello scatolone.
Non pensatene troppo male, poveruomo. A lui, in realtà, degli immigrati non gliene frega proprio niente, nè in bene nè in male; solo che c’era bisogno d’un po’ di spettacolo a tinte forti, per distogliere l’attenzione dal lodo Ciampi e dalla scandalosa assoluzione dei potenti. Dopodiché, l’amnistiato si mette in posa e comincia a declamare dal balcone “Me padrone d’Italia! Me padrone d’Europa! Italianiiiii!”. E così il signor B. sbarcò in Europa.

Della vecchia Dc si può dire tutto il male che si vuole: camorristi a Palermo, ladroni a Roma - ma come politica estera, bisogna lasciarli stare. D’un paese che aveva fatto sette guerre in un secolo, era riuscita a fare una potenza pacifica rispettata da tutti. Di una nazione non grandissima, sconfitta in guerra, famosa per giri di valzer e tradimenti, uno dei tre pilastri su cui sorgeva l’Europa. L’Italia non è sempre stata il paese dei telefonini: c’è stato un momento in cui eravamo una specie d’Iraq bombardato, con le macerie al nord e la fame nera al sud. “Italian fascists”, ci chiamavano, o - i più benevoli - “macaronì” o “mandolini”.
La prima volta che questa Italia andò all’estero, a un dibattito pubblico europeo, il nostro rappresentante era un signore occhialuto alto e magro, abiti decorosi, sorriso raro. Attraversò la sala - quando toccò a lui prendere la parola - fra sguardi compassionevoli e sorrisini. “Mr Digaspery of Aitaly!”. “So bene - cominciò - che tutto in questa sala, esclusa la vostra personale cortesia, ci è contro. Ma noi italiani…”. E parlò. Parlò dell’Italia povera ma coraggiosa, delle guerre subite e della pace sperata, delle macerie che già - senza aspettare nessuno - stavamo rimuovendo. Parlava sempre più piano, epperò ascoltato da tutti, perché il silenzio era grande, mentre - per bocca del suo leader - nella sala passavano le sofferenze e i meriti, gli errori e i doni di tutto un popolo. Che ritornava adesso a parlare - dopo un buio di tanti anni - con tutti gli altri: senza più imporre niente a nessuno, senza più imperi, ma con una sua profonda civilissima dignità.
Infine De Gasperi tacque, raccolse lentamente le carte e si avviò per uscire: al suo passaggio, tutti i delegati - americani, francesi, inglesi, canadesi e tutti gli altri - si alzavano l’un dopo l’altro in piedi, in segno di rispetto; dietro di lui uscì la piccola delegazione italiana, composta da democristiani, liberali, azionisti, socialisti e comunisti. Da quel momento l’Italia tornò ad essere un paese d’Europa. Insieme - ed alla pari - con i francesi e i tedeschi fu anzi la prima a dire che bisognava unire l’Europa.

E ora, nel momento in cui finalmente l’Europa cresce economicamente e fa politica, fa fronte all’impero impazzito, prepara forze armate comuni - nel momento in cui, dal punto di vista nazionale, c’era da raccogliere il frutto di cinquant’anni di semina coerente e faticosa - ecco che arriva un brianzolo qualunque e strilla: “Tenetevi la vostra Europa, scemi! Noi vogliamo essere ‘mmericani!”. Gli altri naturalmente lo guardano con un sorriso gentile, e si dividono tranquillamente la parte nostra. Vabbè. D’altronde, non sanno nemmeno se gli abbiamo mandato una persona onesta o un ladro a rappresentarci fra loro; abbiamo fatto una legge apposta per abolire ogni possibilità di saperlo e loro educatamente “Ah sì? Beh, se da voi si usa così…”.

linarena@yahoo.it wrote:
< Noto che lei nutre una grande nostalgia per il comunismo predicato sul manifesto dal compagno Pintor. Ebbene, le chiedo, mi vuole spiegare di quale tipo di comunismo si tratta? È per caso un comunismo che mira al mutamento radicale della società e quindi dei rapporti di produzione oppure è solo una definizione che serve a coprire con una patina di tristezza e di desiderio i discorsi dei reduci del Pci? >

Cara Lina,
eh, Lei mi fa una domanda da nulla! Bisognerebbe essere un politico per risponderLe; io sono un compagno sì, ma tutto sommato non granchè come militante. Vediamo un po’.

(continua…)

LE MEDAGLIE ITALIANE, IN QUESTO MOMENTO, SPORCANO PIUTTOSTO CHE PREMIARE

Cronaca. Roma. Approvato in via definitiva il provvedimento per tenere in libertà il costruttore milanese Silvio Berlusconi, accusato di avere alterato bilanci, conti, fatture e bolle di provvisione per un totale di 145 biliardi, 911 bilioni, 196mila 736 milioni, 15mila 356 euri e 6 cent. L’imputato, scarcerato con scuse e ossequi dalle massime Autorità dello Stato (anzi no, non era stato nemmeno arrestato), è stato immediatamente nominato Presidente del Consiglio, capo del principale partito di governo, Cavaliere al Merito con Gran Croce e infine Presidente pro-tempore della Comunità Europea. Per ulteriori particolari: studio avv. Ponzio Azeglio Ciampi, Roma.

Cronaca. Catania. Resta in carcere la pensionata Nunzia G. di anni 76, condannata a tre mesi di reclusione a conclusione di un procedimento giudiziario conclusosi nelle stesse settimane. La donna, nell’autunno-inverno del 1986, aveva abusivamente allacciato alla propria abitazione un cavo elettrico mediante il quale indebitamente sottraeva energia elettrica da un vicino lampione. Prontamente individuata e arrestata dalle Forze dell’Ordine, la donna veniva successivamente processata e condannata per appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato. Vane le richieste del difensore (d’ufficio) per ottenere la concessione della libertà condizionata o degli arresti domiciliari. Per ulteriori particolari: studio avv. Pino Lipera, Catania.

• A Dachau, ridente cittadina della Baviera, nessuno dei quindicimila abitanti - tutte brave persone, gemutlich, casa chiesa e partito - sapeva niente delle attività che si svolgevano nel campo di raccolta alle porte della città.
“Non sono affari nostri. Lasciateci lavorare”. Quando gli americani conquistarono la città, fecero una bella retata di cittadini perbene, gli dettero un badile per uno e li costrinsero, a baionette puntate, a entrare nel campo, a guardare coi loro propri occhi le cataste dei morti, e a seppellirli con le loro mani.
Le donne, gli uomini e i bambini che sono affogati in solitudine nel nostro mare non sono stati uccisi da una forza della natura. Sono stati assassinati dai buoni cittadini di Treviso, viso per viso, uno per uno. Non vi spiego perché, e se avete bisogno di spiegazioni allora chiedetevi anche perché erano degli assassini i buoni borghesi di Dachau. La colpa non era di Hitler, e non è di Bossi. Costoro, orrende maschere della disumanità collettiva, non sarebbero riusciti a gasare nemmeno un ebreo, ad annegare nemmeno un tunisino, se non avessero avuto alle spalle, a milioni e milioni, convinti e soddisfatti di se stessi, i volenterosi elettori di Dachau e di Treviso. In questo stesso momento, da qualche parte del mare, un essere umano agonizza nell’acqua come sotto il Ziklon-B. Non dicano “io sono innocente”. Non saranno assolti.
Mi dicono, e se è vero ne sono orgoglioso, che c’è stata una vera sollevazione fra gli ufficiali della nostra Marina all’annuncio di Bossi di mandare le nostre navi all’assalto, in acque internazionali, degli immigrati. A questa sollevazione si deve la veloce smentita del ministro della Difesa; resta che la proposta assassina è stata fatta (”Voglio sentire il cannone”) e che questa proposta disonora chi l’ha fatta e chi l’ha applaudita. Io non sono di Treviso, grazie a Dio. Non ho niente a che fare con loro, e non accetto che gente nazista, che dà il settanta per cento dei voti a un Gentilini (”travestirli da leprotti e poi cacciarli”), si permetta di farsi passare per italiana. Hanno ragione Bossi e gli altri: l’Italia finisce prima di Treviso. Si tengano i loro Goebbels e i loro Benetton, sbarazzino della loro vergogna il paese, e se ne vadano al diavolo dove vogliono loro. Non li rimpiangeremo.

Mentre questo miserabile intreccio di politicantismo e ferocia offre un’orrenda immagine degli italiani, ecco che degli italiani stanno per annegare. È Mohamed a tuffarsi, ad afferrare il primo e il secondo corpo che si dibatte e a portarli a riva. E in quel momento dall’acqua arriva un altro grido d’aiuto, di un bambino: ed ecco che il tunisino ansimante si tuffa ancora, tenta qualche bracciata, muore nel tentativo di salvare un altro italiano.
Non si permetta il presidente della Repubblica di dare una medaglia a Mohamed Habib, al tunisino: le medaglie italiane, in questo momento, sporcano piuttosto che premiare. Chieda piuttosto perdono in ginocchio, a nome di tutti gli italiani nei confronti di tutti i tunisini, delle vili parole sbraitate da un ministro italiano contro i loro morti.

(continua…)

…SE NON FOSSE CHE LO FANNO GIÀ, E NEANCHE IL MIO ODIO PUÒ SERVIRE A QUALCOSA

Giustificasione. “Mercoledi 11 giugnio non ho andato a squola a riparare il cattivo voto perche ho stato col mio paparino a fare una gita in Israele ed Egitto. Spero che la maestra Bolcasini non si arrabi per cuesto e prometo che vengo a farmi interogare domani e stavolta non e una buggia”.

Cronaca rosa. “Ha raggiunto Napoli lo yacht Al Said, un centoquattro metri di proprietà dello sceicco Quabus bin Said Al Said, sultano ereditario dello Oman, dove esercita il potere assoluto. Lo sceicco, che è una persona molto cortese e aveva proprio il capriccio di visitare Napoli, adesso è in giro fra Capri, Ischia e la costiera amalfitana. A Napoli ha lasciato un ottimo ricordo: festa con musica, regali per tutti i napoletani che sono venuti a bordo, ristrutturazione a sue spese di una banchina del porto, e moltissimi fiori (lo sceicco ama i fiori), fiori freschi ogni giorno, cinque o seimila euri di fiori alla volta: una bazza per i fiorai. Non si sa dove andrà dopo”.
Questo, tecnicamente, è un “pezzo di colore” ed è stato pubblicato con molto garbo dai vari giornali napoletani e, nelle pagine interne, da qualcuno nazionale. Non è una gran storia (sempre meglio una guerra o almeno un bel terremoto) ma è buona per un’apertura estiva, se fatta bene e con abbastanza particolari. Eppure è una storia tragica, la più tragica di tutte.
Lo sceicco di Oman, tecnicamente, è una figura del quindicesimo o sedicesimo secolo. Facevano un po’ di pirateria su navi a vela; quando riuscivano ad acchiappare un carico un po’ consistente, se lo andavano a vendere nella città più vicina (a molte centinaia di miglia) per qualche tappeto o qualche cammello. Nel frattempo, in Europa passavano la Riforma, l’Illuminismo, la rivoluzione francese, i sindacati, le macchine a vapore. Nell’Oman restava sempre lo sceicco. Bambini analfabeti, donne velate, uomini baffuti: tutti senza un diritto in più dei cammelli, perché tutta la sabbia era di proprietà personale dello sceicco. Le cose cioè che la storia, in tutto il mondo “normale”, spazza via. A un certo punto però la marina inglese decise di cambiare mezzo di propulsione: al posto del vecchio carbone, un liquido maleodorante che da quelle parti si trovava. Era il 1904 e questa, come tecnologia, era l’ultima novità e si poteva sperare che sarebbe durata per almeno vent’anni.
Invece è durata un secolo, e dura ancora. Il petrolio è ancora la risorsa più importante del mondo. Grazie al petrolio, abbiamo dovuto accettare fra noi, come una persona civile, un tipo come lo sceicco dell’Oman, sorridergli quando passa e metterlo sui giornali. Donne, uomini, bimbi e cammelli sono rimasti proprietà dello sceicco come prima. Su questo, naturalmente, hanno costruito tutta una politica e una religione. Noi ne facciamo parte esattamente come lo sceicco, nel momento in cui abbiamo bisogno di lui e lo accettiamo come interlocutore.

(continua…)

MICA ME LO STO INVENTANDO IO. BOH.

Senzaconfine. “Tutti amu a mòriri, o prima o dopu - disse il vecchio Bastiano - Però, certuni comu mòrunu s’i puorta u ventu; cert’autri invece pesanu comu u’ Mongibeddu”. È morto Dino Frisullo, e non ho molto da dire: è un compagno davvero che se n’è andato, e ora siamo più soli. Aveva cinquant’anni, siamo nel duemilatrè, e dunque ha lavorato per tutti noi - aveva cominciato nel ‘70, con Dp - per un po’ più di trent’anni. Non da leaderino, da politico “di sinistra”: da compagno. È stato fra i primi pacifisti italiani e fra i primissimi (e forse il primo) a organizzarsi insieme agli immigrati. Con loro, ha fondato la prima associazione antirazzista, “Senzaconfine” che ha fatto da modello a tutte quelle dopo. È andato a propagandare la pace, e i diritti dei poveri, in Palestina, Bosnia, Albania e in altri luoghi. In Turchia, a Diyarbakir, è stato arrestato per aver difeso i curdi: è stato rinchiuso in carcere insieme a loro (primo europeo a dividere questa sorte) e al processo ha alzato ancora la voce contro la repressione anticurda. Su questa, e sulla condizione carceraria e sulla legislazione “d’emergenza” turca, Dino scisse un bellissimo libro (“L’utopia incarcerata”) che gli fu pubblicato da Avvenimenti. Su altri giornali (anche “di sinistra”) per un certo periodo ci fu invece un veto formale, imposto da autorevoli mandarini, alle sue collaborazioni.
(Poche settimane in televisione fa tutti parlavano con gran prosopopea di curdi: Dinu Frisullo era l’unico italiano che non solo conoscesse i curdi ma ne fosse conosciuto benissimo, e ne fosse amato. Eppure è stato l’unico a non essere stato invitato a parlarne).
La storia della sinistra italiana, per alcuni versi transeunte, per altri versi meschina, nella sua parte più nobile e permanente è la storia degli uomini come Dino. I vecchi socialisti, gli anarchici, i militanti operai, i comunisti clandestini… Qualcuno ha parlato di apostoli, e l’immagine è esatta. Dino è appartenuto a quella razza. Ingenui, poco “pratici”, raramente a proprio agio nei palazzi, il loro ambiente naturale era la vita dei poveri, la la strada. Il loro modo d’esprimersi, un po’ impacciato e timido nei dibattiti ufficiali, attingeva un’eloquenza inaspettata negli appelli di piazza o anche - come nel caso di Dino - davanti ai giudici militari. In questo, erano antichissimi e profondi. Dino, che ha lottato per i curdi e per gli operai bengalesi, è sempre lo stesso Dino (con un nome diverso, ma solo il nome) che in altri tempi ha organizzato gli scioperi delle mondine nell’Ottocento o la rivolta dei senzaterra nei latifondi.
Che possa la sinistra italiana, e noi stessi, raccogliere con umiltà e coraggio l’eredità di uomini come questi. La sinistra dei binghi, dei salotti romani e dei compromessi, oppure la sinistra degli organizzatori, delle testimonianze di vita, dei compagni. Non è possibile essere tutt’e due: c’è da fare una scelta.

L’ultima volta che l’ho visto è stato a piazza Vittorio, a Roma: una manifestazione di immigrati - organizzata da lui - una delle tante. Piazza di cento popoli, come nessun’altra in Italia: bengalesi, egiziani, curdi, pakistani, cinesi… Un pezzo di mondo nuovo, operoso, duro: il più multirazziale d’Italia e anche - per chi sa leggerlo - il più italiano. Là, tutti lo conoscevano e l’avevano sentito parlare; molti, in un momento o nell’altro, avevano sfilato in corteo insieme a lui. E anche ora che non c’è più, lui là c’è sempre.
Che c’entra un re sabaudo, con la piazza di Dino? Fra coloro che leggono ci sarà sicuramente qualcuno che conosce il sindaco di Roma, Veltroni. Coraggio, sindaco, cambiamo la targa di quella piazza. Via quel Vittorio Emanuele, mettiamo una scritta nuova.
“PIAZZA
DINO FRISULLO,
COMPAGNO”
.
E la parola compagno, scrivetela in tante lingue.

(continua…)

Attenzione: Operaio infiammabile

UNO CHIEDEVA UN LAVORO, L’ALTRA SOLO GIUSTIZIA. È ANDATA MALE A TUTTI E DUE.

Giustizia 1. Tre anni fa Ian Cazacu, un operaio rumeno emigrato in Italia, venne bruciato vivo con una bottiglia di benzina dal datore di lavoro cui aveva chiesto di essere regolarizzato. L’assassino, un imprenditore di Gallarate, venne condannato per omicidio; l’appello confermò la condanna. La vedova, Nicoleta Cazacu, qualche tempo dopo chiese un permesso di soggiorno per le due figlie studentesse, 19 e 21 anni. Ma la legge in questi casi richiede la disponibilità di 100 euri al giorno; le ragazze Cazacu, figlie di un onesto operaio e non di un boss mafioso, non hanno tanto denaro. Permesso negato. Neanche alla signora Cazacu è stato dato un permesso di soggiorno definitivo: solo uno provvisorio rinnovato di anno in anno. Non le è stato versato neanche il risarcimento deciso dai magistrati. Alla fine, la Cassazione ha annullato la condanna dell’assassino: rifare tutto il processo daccapo. La vedova e le figlie cercheranno di sopravvivere fino al giorno della sentenza, che a questo punto non arriverà prima di altri tre o quattro anni; e saranno sole. Gli avvocati compagni che un tempo difendevano cause come queste (Pecorella del “Soccorso rosso“, per esempio) ormai hanno di meglio da fare. Forse ci sarà un’intervista da qualche parte: e sarà tutto. In Italia, Ian Cazacu credeva di trovare una lavoro onesto. Sua moglie, semplicemente un po’ di giustizia. È andata male a tutt’e due.

Giustizia 2. La settimana scorsa ho subito, senza accorgermene, una censura da parte di me stesso. La sentenza che libera il “pentito” Enzo Brusca, assassino di un bambino di undici anni, l’avevo sì segnata nei miei appunti; ma fra il notes e il file, freudianamente, s’è perduta. I giudici di Palermo non possono sbagliare, ha detto il commissario politico che anch’io, come tutti, ho in qualche retrobottega del cervello. E invece possono sbagliare anche loro, e in questo caso l’hanno fatto.

Giustizia 3. Previti, Dell’Utri e il signor B. hanno semplicemente i soldi per tirare in lungo la causa pagandosi i migliori avvocati, e anche i migliori articoli sui giornali. C’entrerà pure la politica, ma prima di tutto c’entra avere o non avere i soldi. Che poi si riduce a questo, la politica, in realtà. Merito dei tre imputati averlo detto chiaro e forte, facendoci su anche en passant un governo.

(continua…)

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Citazioni

  • C’è un andazzo, nel doppiare, che segue un unico verbo. Lasciare che si capisca la storia. Dei dialoghi, della coerenza narrativa, dei dettagli, chissenefotte. (Cristiano Valli)
  • Entro in un bar e mi metto a piangere. La barista mi fa: “Cortesemente vada in bagno altrimenti mi innamoro”. (Maurizio Milani)
  • "Alfredo" parla del ragazzino che ero, in un pomeriggio di giugno, mentre scoprivo davanti alla televisione che Dio non esiste, e se esiste è cattivo o impotente; e gli uomini, peggio. (Miic)
  • Vi ho mai mandato una mail di spam o anche solo non voluta? O invitati ad un gruppo su Facebook, un gioco scemo? No? Vi costa tanto fare come me, santa madonna? (Enrico Sola, da FriendFeed)
  • So che questo post non sarà molto popolare ma ho una cosa da dire che non posso più tenermi dentro e quindi la dico. Senza remore. Signore e signori, il Sushi mi ha rotto il cazzo. (RGB pills)
  • Verrà anche per voi il momento in cui sentirete solo un fischio, un urlo, un'esplosione, cosa sta succedendo? E uno stronzetto dirà Nonno, ma come, è la mia band preferita. (Leonardo)
  • Luxuria e Aldo Busi non sono gay, sono l’idea che uno spettatore dell’Isola dei Famosi ha di un gay. (Filippo, commento su Freddy Nietzsche)
  • Un puro, mio padre. Non come me e noi, un piede avanti e uno indietro, generazione di mezzo. Quando gli presentai la mia donna, a mio padre, vide che era una donna, e gli bastò. (Filippo Facci, da Grazia)
  • Quando il gioco si fa così duro, i duri comincerebbero a giocare. I Neri, invece, ricominciano alacremente a sbadilare sul blog foto di figa famosa. (Rectoverso)
  • Ogni volta che viene pronunciata la frase "La preghiamo di restare in attesa per non perdere la priorità acquisita" muore un angioletto. (Andrea Beggi)

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L’unità di giovedì: “Meno male che è finita”. L’Unità di venerdì: “Purtroppo non è finita”. Se giocano la tripla, oggi dovrebbe uscire: “Chissà che cazzo sta succedendo”. — Mattia Feltri


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