Lo specchietto per le allodole
16 Apr
“…E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.”
Sono le ultime parole di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury e quelle che aprono questo nuovo spazio su Macchianera: un ripassino - utile a tutti - della storia recente italiana. Nella speranza che la storia sopravviva alla riscrittura, non fosse altro che perché noi ricordiamo.
Dopo “Il caso Moro“, la “Banca dati della Memoria“ di Macchianera si arricchisce con la pubblicazione - sempre un capitolo al giorno - del libro “Sua Emittenza - Biografia non autorizzata di Silvio Berlusconi”, di Claudio Fracassi e Michele Gambino.
Sua Emittenza, il signor Tv, il Presidente, il Grande Fratello, il Cavaliere nero. Chi è realmente Silvio Berlusconi, l’uomo che, nel settore strategico della comunicazione, ha concentrato nelle sue mani un potere senza eguali in un moderno Paese dell’occidente? Per capire il personaggio è cosa utile ripercorrere la sua biografia, dalla scuola al cemento, dalle tv alla politica, così come hanno fatto Claudio Fracassi e Michele Gambino in questo agile libro. Forse, al termine della lettura, risulteranno più chiari anche la natura e gli esiti del “partito Berlusconi”.
Silvio Berlusconi nasce a Milano il 29 settembre del 1936. Il padre Luigi è impiegato di banca, la madre Rosa Bossi - nessuna parentela con l’Umberto - casalinga. Primi passi in uno stabile appena dignitoso in via Volturno, periferia, nebbia e cemento. A 12 armi collegio dai Salesiani. I successivi sette anni Silvio Berlusconi li trascorre tra le mura antiche e freddine del convitto di via Copernico, che ha una meritata fama di grande severità: sveglia alle 7, colazione a pane e latte, messa e lezioni. Alle 12 pranzo frugale, rosario e lezioni. Alle 9 a nanna, grandi stanzoni da 50 letti, sorveglianti che girano a turno cercando movimenti sospetti sotto le coperte. Un regime che, se non ti ammazza, ti prepara alla vita. Il giovane Silvio si adatta bene. I compagni lo chiamano Mandrake, come il mago dei fumetti famoso per astuzia e trucchi magici. b gioca male a pallone e a pallavolo, ma si fa rispettare quando c’è da fare a botte. «Durante le preghiere si distraeva - racconta un ex compagno di scuola, Giulio Colombo - muoveva le labbra a vuoto e pensava ad altro».
L’intelligenza inquieta del Berlusconi giovane ha già altro a cui applicarsi: «Faceva i suoi compiti in fretta - ricorda Colombo - e poi aiutava i compagni in cambio di caramelle e monete da 50 lire». Non manca - tra i segni premonitori - anche una esperienza nel campo della comunicazione: la domenica ai Salesiani si trasmette un film e il piccolo Berlusconi si propone - e viene scelto - come aiutante dell’operatore. Ed è sempre Berlusconi a presentare gli spettacolini del doposcuola.
Dopo la maturità, il giovanotto si iscrive a Giurisprudenza; - e nel frattempo trova impiego come rappresentante di aspirapolvere e fotografa matrimoni e funerali. Ma è solo l’inizio: a 21 anni viene assunto da una ditta di costruzioni, e nei mesi estivi si imbarca sulle navi della compagnia “Costa“: racconta barzellette ai passeggeri, canta motivi confidenziali, si fa accompagnare al piano da Fedele Confalonieri, il suo migliore amico, che lo seguirà nella scalata ai vertici dell’imprenditoria italiana.
14 Apr
13 Apr
12 Apr
10 Apr
La sera del 15 marzo, una manciata di ore prima del sequestro di Aldo Moro, un non vedente di Siena, Giuseppe Marchi, racconta in trattoria il seguente episodio: mentre rientrava a casa col suo cane ha udito alcuni uomini parlare con accento straniero dentro una macchina in sosta. Uno di loro ad un certo punto ha detto: “hanno rapito Moro e le guardie del corpo”.
Scriverà il giudice Ernesto Cudillo: “E’ possibile che il Marchi non abbia afferrato bene il significato della frase, che non si riferiva ad un fatto accaduto, ma che doveva accadere”. L’episodio comunque venne lasciato cadere. Marchi abitava in una zona del centro storico chiusa agli automezzi. Nessun accertamento venne fatto sulle auto che avevano accesso alla zona chiusa.
Alle 8,30 del 16 marzo, mezz’ora prima dell’agguato, Renzo Rossellini, direttore di Radio Città futura, parlò di un possibile attentato a Moro. Rossellini spiegò in seguito che la voce sul sequestro di Moro circolava da tempo. Nel febbraio del ‘78 il “Male” aveva addirittura pubblicato una finta “lettura della mano” del presidente della Dc: “La mano di costui, forse ripresa in un carcere, è inequivocabilmente di tipo assassino… e la linea del destino indica che il soggetto, dopo alterne vicende, farà una brutta fine. Notevole il reticolo sull’indice, segno certo di carcerazione”. Ad un sequestro di un esponente Dc, e alla fine di Aldo Moro, avevano alluso anche alcuni detenuti e il giornalista Mino Pecorelli, direttore della rivista Op, legata ad un preciso settore dei servizi segreti, quello che faceva capo al piduista Vito Miceli.
Il sequestro Moro piomba su una struttura dei servizi segreti completamente trasformata sotto la pignola guida del superesperto ministro dell’interno Francesco Cossiga: a capo dei due nuovi servizi segreti, il Sismi (militare) e il Sisde (civile), sono stati nominati i generali Giuseppe Santovito e Giulio Grassini; la nomina di quest’ultimo ha suscitato molte polemiche tra le forze dell’ordine, poiché Grassini, un carabiniere, si trova a guidare una struttura di polizia. Molti, inoltre, si aspettavano per quel posto la nomina di Emilio Santillo, abile e apprezzato capo del Servizio di sicurezza antiterrorismo. Santillo invece non solo non avrà quel posto, ma verrà scientificamente messo da parte. Lui, massimo esperto di antiterrorismo in Italia, sarà praticamente escluso dalla gestione delle indagini su Moro. Forse paga il fatto di aver stilato, negli anni precedenti, ben tre rapporti allarmati sulle attività di Licio Gelli e della Loggia P2. Nell’unica occasione in cui gli chiederanno un consiglio sulle mosse da fare, Santillo - significativamente, provocatoriamente - consiglierà una retata intorno a villa Wanda, la villa di Gelli nei dintorni di Arezzo.
Ma il gioco ad incastro delle coincidenze nefaste non è finito: il 21 gennaio del 1978 Cossiga crea l’Ucigos (ufficio centrale informazioni generali operazioni speciali) e vi pone a capo un suo uomo di fiducia, il questore Antonio Fariello, che in almeno un paio di occasioni avrà un ruolo non indifferente nel ritardare e intralciare le indagini sul sequestro Moro.
9 Apr
“…E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.”
Sono le ultime parole di “Fahrenheit 451″ di Ray Bradbury e quelle che aprono questo nuovo spazio su Macchianera: un ripassino - utile a tutti - della storia recente italiana. Nella speranza che la storia sopravviva alla riscrittura, non fosse altro che perché noi ricordiamo.
Si inizia, un capitolo al giorno, con “Il caso Moro”, di Sergio Flamigni e Michele Gambino.
Il 16 marzo 1978 Aldo Moro fu rapito, dopo il massacro degli agenti della sua scorta. Il 9 maggio fu ucciso. In quei cinquantacinque giorni accadde che gli inquirenti indagarono nella direzione sbagliata, al vertice del ministero dell’Interno si insediò un Comitato di iscritti alla Loggia P2, un consulente americano consigliò di non “sopravvalutare” l’ostaggio, verbali vennero redatti e poi sottratti, bobine furono manipolate, gladiatori furono allertati, sedute spiritiche indirizzarono le inchieste. Alla fine, con la morte del prigioniero delle Br, una intera politica, quella di Moro, fu rovesciata. Per questo il caso Moro è il più grande mistero della Repubblica. Questo racconto lo ricostruisce minuziosamente, sulla base delle testimonianze e della carte emerse nei quattordici anni che seguirono, fino alla pubblicazione.
Roma, giovedì 16 marzo 1978, ore 9.30
Il transatlantico di Montecitorio è insolitamente affollato, vista l’ora: gruppi di parlamentari vanno su e giù lungo i corridoi in attesa della votazione che sancirà la nascita del quarto governo Andreotti. Particolarmente animati i capannelli dei deputati comunisti: sta per nascere la prima maggioranza di cui il Pci fa parte. Ma alcuni di loro polemizzano con le indicazioni del partito, che impone di votare l’appoggio esterno a un monocolore dc zeppo delle vecchie facce dei ministri di sempre. All’improvviso una notizia interrompe il filo dei discorsi: mezz’ora prima in via Fani, ampia e tranquilla strada del quartiere Trionfale, un commando di brigatisti rossi ha sequestrato l’onorevole Aldo Moro, regista insieme a Berlinguer dell’accordo tra democristiani e comunisti. Quattro uomini della scorta, Oreste Leonardi, Raffaele lozzino, Domenico Ricci e Giulio Rivera, sono stati uccisi. Il quinto, Francesco Zizzi, morirà più tardi in ospedale.
Le forze dell’ordine si sono già messe in moto, ma è un agitarsi privo di logica. I percorsi dei brigatisti in fuga si sovrappongono a quelli delle volanti in arrivo senza mai incrociarsi. In via Bitossi una radiomobile riceve l’ordine di spostarsi per dirigersi verso via Fani un attimo prima che la Fiat 128 blu con a bordo Moro e i suoi sequestratori arrivi proprio nel punto in cui l’auto della polizia si trovava.
Aldo Biscardi è uno che fa errori di grammatica anche quando pensa.
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