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E' mai possibile che appena un fenomeno supera il massimo clamore mediatico, la si considera morta? Mai sentito parlare di Curva di Adozione Tecnologica?

Lo specchietto per le allodole

Archive for the ‘Banca dati della Memoria’ Category

“…E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.”

Sono le ultime parole di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury e quelle che aprono questo nuovo spazio su Macchianera: un ripassino - utile a tutti - della storia recente italiana. Nella speranza che la storia sopravviva alla riscrittura, non fosse altro che perché noi ricordiamo.

Dopo “Il caso Moro“, la Banca dati della Memoria di Macchianera si arricchisce con la pubblicazione - sempre un capitolo al giorno - del libro “Sua Emittenza - Biografia non autorizzata di Silvio Berlusconi, di Claudio Fracassi e Michele Gambino.

Sua Emittenza - Biografia non autorizzata di Silvio Berlusconi (di Claudio Fracassi e Michele Gambino)Sua Emittenza, il signor Tv, il Presidente, il Grande Fratello, il Cavaliere nero. Chi è realmente Silvio Berlusconi, l’uomo che, nel settore strategico della comunicazione, ha concentrato nelle sue mani un potere senza eguali in un moderno Paese dell’occidente? Per capire il personaggio è cosa utile ripercorrere la sua biografia, dalla scuola al cemento, dalle tv alla politica, così come hanno fatto Claudio Fracassi e Michele Gambino in questo agile libro. Forse, al termine della lettura, risulteranno più chiari anche la natura e gli esiti del “partito Berlusconi”.


Claudio Fracassi, è nato a Milano il primo Ottobre 1940. Nel 1961, come praticante volontario, inizia a lavorare per il quotidiano “Paese Sera“, divenendo presso la stessa testata, sette anni dopo, corrispondente speciale. Dal 1969 al 1974 è corrispondente a Mosca. Dal 1974 al 1975 è capo reporter dello stesso quotidiano. Dal 1977 al ’79 è direttore dei servizi economici di “Paese Sera“; torma ad essere corrispondente speciale dal 1979 al 1983, per poi divenire, nel 1983, vice direttore responsabile e, dal 1984 al 1989 direttore responsabile dello stesso quotidiano. Ha fondato e diretto la rivista di attualità politico – culturale “Avvenimenti“.
Michele Gambino, giornalista, ha iniziato l’attività nei primi anni ‘80 con “I Siciliani” di Giuseppe Fava. Dal 1990 fino alla chiusura del giornale è inviato del settimanale “Avvenimenti“. Specializzato in inchieste su criminalità economica, mafia, politica interna ed estera, ha realizzato decine di reportage dai teatri di guerra di tutto il mondo. Ha collaborato come autore e inviato in diverse trasmissioni televisive della Rai e ha scritto libri-inchiesta e saggi su argomenti d’attualità. E’ uno degli insegnanti della “bottega di giornalismo” della scuola torinese “Holden” di Alessandro Baricco e vice-direttore di “Pippol“.
(Pubblicato da “Avvenimenti” l’8/12/1993)

PRIMI PASSI

Silvio Berlusconi nasce a Milano il 29 settembre del 1936. Il padre Luigi è impiegato di banca, la madre Rosa Bossi - nessuna parentela con l’Umberto - casalinga. Primi passi in uno stabile appena dignitoso in via Volturno, periferia, nebbia e cemento. A 12 armi collegio dai Salesiani. I successivi sette anni Silvio Berlusconi li trascorre tra le mura antiche e freddine del convitto di via Copernico, che ha una meritata fama di grande severità: sveglia alle 7, colazione a pane e latte, messa e lezioni. Alle 12 pranzo frugale, rosario e lezioni. Alle 9 a nanna, grandi stanzoni da 50 letti, sorveglianti che girano a turno cercando movimenti sospetti sotto le coperte. Un regime che, se non ti ammazza, ti prepara alla vita. Il giovane Silvio si adatta bene. I compagni lo chiamano Mandrake, come il mago dei fumetti famoso per astuzia e trucchi magici. b gioca male a pallone e a pallavolo, ma si fa rispettare quando c’è da fare a botte. «Durante le preghiere si distraeva - racconta un ex compagno di scuola, Giulio Colombo - muoveva le labbra a vuoto e pensava ad altro».
L’intelligenza inquieta del Berlusconi giovane ha già altro a cui applicarsi: «Faceva i suoi compiti in fretta - ricorda Colombo - e poi aiutava i compagni in cambio di caramelle e monete da 50 lire». Non manca - tra i segni premonitori - anche una esperienza nel campo della comunicazione: la domenica ai Salesiani si trasmette un film e il piccolo Berlusconi si propone - e viene scelto - come aiutante dell’operatore. Ed è sempre Berlusconi a presentare gli spettacolini del doposcuola.
Dopo la maturità, il giovanotto si iscrive a Giurisprudenza; - e nel frattempo trova impiego come rappresentante di aspirapolvere e fotografa matrimoni e funerali. Ma è solo l’inizio: a 21 anni viene assunto da una ditta di costruzioni, e nei mesi estivi si imbarca sulle navi della compagnia “Costa“: racconta barzellette ai passeggeri, canta motivi confidenziali, si fa accompagnare al piano da Fedele Confalonieri, il suo migliore amico, che lo seguirà nella scalata ai vertici dell’imprenditoria italiana.

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Il caso Moro /5

CAPITOLO V

Il caso <b/>Moro (di Sergio Flamigni e Michele Gambino)” align=”left” hspace=”4″ vspace=”2″ /></a><i><u>Martedì 2 maggio</u></i></p>
<p>Sulla rivista <b>O.P.</b> <b>Carmine Pecorelli</b>, un giornalista iscritto alla <b>P2</b> e portavoce di alcuni settori dei servizi segreti, definisce l’agguato di via Fani: <i>“Il segno di un lucido superpotere”</i>. Per <b>Pecorelli</b> <i>“le <b>Br</b> non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la correzione di rotta dell’astronave Italia”</i>. Per alcuni dei terroristi egli prevede <i>“trattamenti di favore quando la pacificazione nazionale sarà compiuta”</i>.<br />
<b>Pecorelli</b> mostra di sapere molte cose sul caso <b>Moro</b>, forse troppe. Al punto che i magistrati impegnati nel quarto processo <b>Moro</b> rileggeranno con attenzione tutte le vecchie annate di <b>O.P.</b>, alla ricerca di nuovi spunti di indagine.<br />
Parecchio tempo prima dell’agguato di via Fani <b>Pecorelli</b> già scrive su <i>“<b>Moro</b>…Bondo”</i>, fa un oroscopo in cui prevede per il politico democristiano la morte dopo una lunga detenzione: commissiona e pubblica una vignetta in cui <b>Moro</b> ha falce e martello appuntati sul petto; sembra conoscere fin dall’inizio i retroscena: <i>“Il cervello direttivo che ha organizzato la cattura di <b>Moro</b></i> - scrive <b>Pecorelli</b> dopo il sequestro - <i>non ha niente a che vedere con le <b>Brigate Rosse</b> tradizionali. Il commando di via Fani esprime in forma desueta ma efficace la nuova strategia politica italiana. <b>Curcio</b> e compagni non hanno nulla a che vedere con il grande fatto tecnicistico politico del sequestro <b>Moro</b>“</i>. E ancora: <i>“Il caso <b>Lockheed</b> e l’agguato di via Fani sono due episodi di stabilizzazione ad altissimo livello, episodi di solito trattati dalle reti internazionali dello spionaggio”</i>.</p>
<p>Il 23 maggio del 1978, sul primo numero dopo l’uccisione di <b>Moro</b>, <b>O.P.</b> pubblicò una sibillina cronaca del ritrovamento del cadavere: <b>Pecorelli</b> si soffermò sul muro al quale era addossata la <b>Renault</b> rossa: <i>“Dietro ci sono i ruderi del teatro di Balbo, il terzo anfiteatro di Roma; ho letto in un libro che a quel tempo gli schiavi fuggiaschi e i prigionieri vi venivano condotti perché si massacrassero tra di loro. Chissà cosa c’era nel destino di <b>Moro</b> perché la sua morte venisse scoperta proprio contro quel muro? Il sangue di allora e il sangue di oggi”</i>. Quell’accenno a schiavi e prigionieri che combattono nell’arena, piazzato nel mezzo di un articolo che parlava d’altro era allora incomprensibile. Diventò trasparente dopo la scoperta di <b>Gladio</b>. Chi altri, se non i gladiatori, <i>“combattono nell’arena”</i> tra di loro?<br />
<b>O.P.</b> è anche il solo giornale a scrivere dei rapporti tra criminalità organizzata e <b>Br</b> intorno al sequestro: la magistratura inizierà ad occuparsene molti anni dopo.<br />
Scriveva <b>Pecorelli</b> nel numero del 17 ottobre 1978, alcuni mesi dopo l’uccisione del presidente della <b>Dc</b>: <i>“Il ministro di polizia</i> (<b>Cossiga</b>, N.d.R.) <i>sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto prigioniero <b>Moro</b>, dalle parti del ghetto… perché un generale dei carabinieri era andato a riferirglielo di persona nella massima segretezza”</i>. Continuava <b>Pecorelli</b>: <i>“Il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto… magari fino alla loggia di Cristo in paradiso</i> (la massoneria, N.d.R.)<i>“</i>.</p>
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Il caso Moro /4

CAPITOLO IV

Il caso <b/>Moro (di Sergio Flamigni e Michele Gambino)” align=”left” hspace=”4″ vspace=”2″ /></a><i><u>Lunedì 3 aprile, ore 5,30</u></i></p>
<p>La polizia irrompe in più di duecento appartamenti di Roma abitati da giovani di estrema sinistra, 129 persone finiscono nei cellulari e poi alla <b>Digos</b>, 41 vengono arrestate. Tra i fermati ci sono decine di persone del tutto estranee all’area dei fiancheggiatori e simpatizzanti delle <b>Br</b>. Si trascura invece di approfondire un rapporto del capo della <b>Digos</b> che indica <b>Valerio Morucci</b> e <b>Adriana Faranda</b>, i <i>“postini”</i> del sequestro <b>Moro</b>, come appartenenti alla colonna romana delle <b>Br</b>.<br />
<i>“Il mancato seguito d’indagine sorprende per diversi motivi”</i> scriverà la commissione d’inchiesta. Evidentemente gli inquirenti preferiscono pescare nel mucchio, alimentando tensioni e confusioni, piuttosto che seguire le piste più concrete.</p>
<p><i><u>Ore 12</u></i></p>
<p>Al Viminale il comitato tecnico operativo si riunisce per fare il punto della situazione. E’ l’ultima seduta della quale sono disponibili i verbali. Di tutto quello che verrà detto nelle riunioni successive la commissione parlamentare d’inchiesta e i magistrati non sono mai stati informati. Uno dei partecipanti, il senatore <b>Mazzola</b>, ha però affermato che i verbali venivano redatti. L’onorevole <b>Lettieri</b>, che in qualità di sottosegretario partecipò a quasi tutte le riunioni, ha fatto anche il nome del funzionario incaricato di verbalizzare, tale <b>Pellizzi</b>.</p>
<p><i><u>Martedì 4 aprile, ore 10</u></i></p>
<p>Mentre alla Camera <b>Andreotti</b> risponde a decine di interrogazioni sul sequestro <b>Moro</b>, arriva la notizia che le <b>Br</b> hanno recapitato il comunicato numero 4 e una lettera di <b>Moro</b> al segretario della <b>Dc</b>, <b>Benigno Zaccagnini</b>.<br />
La strategia annunciata nel documento è quella del massimo ricorso alla violenza per provocare il massimo di reazione di annullamento degli spazi democratici.<br />
Nella lettera a <b>Zaccagnini</b>, <b>Moro</b> chiede al suo partito di assumersi <i>“le responsabilità che sono ad un tempo individuali e collettive”</i>. Poi si rivolge al <b>Pci</b>, schierato contro ogni trattativa, il quale <i>“non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del governo che m’ero tanto adoperato a costruire”</i>. Come a sottolineare che la ragione del sequestro è proprio la politica d’intesa con i comunisti.</p>
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Il caso Moro /3

CAPITOLO III

Il caso <b/>Moro (di Sergio Flamigni e Michele Gambino)” align=”left” hspace=”4″ vspace=”2″ /></a></p>
<p>Tra gli esperti chiamati da <b>Cossiga</b> a comporre il comitato di crisi nei giorni del sequestro c’era <b>Steve Pieczenick</b>, uomo del dipartimento di Stato americano. Nella sua audizione davanti alla commissione parlamentare sul caso <b>Moro</b>, <b>Cossiga</b> lodò il consulente americano, parlando di <i>“qualificata collaborazione a livello di gestione della crisi”</i>, ma non disse una parola sull’attività svolta da <b>Pieczenick</b>; sappiamo in compenso cosa scrisse l’inviato del <b>Dipartimento di Stato</b> in un documento di cui esiste copia presso l’ambasciata americana di Roma: secondo il consulente di <b>Cossiga</b> <i>“è essenziale dimostrare che nessun uomo è indispensabile alla vita della nazione”</i>. Più che alla liberazione di <b>Moro</b>, <b>Pieczenick</b> appariva interessato alla svalutazione del ruolo di <b>Moro</b> nella politica italiana.<br />
Il lavoro di <b>Pieczenik</b> in Italia è racchiuso in una trentina di cartelle dattiloscritte sotto il titolo <i>“Ipotesi sulla strategia e tattica delle <b>Br</b> e ipotesi sulla gestione della crisi”</i>. Si tratta di una lettura sorprendente. La prima parte del documento consiste in una serie di domande poste dal ministro <b>Cossiga</b> e nelle risposte dell’americano. La domanda numero 9 di <b>Cossiga</b> è: <i>“Come possiamo creare strumenti idonei di controllo dei magistrati?”</i>. <b>Pieczenik</b> consiglia di <i>“sfruttare in maniera discreta nuove leggi per accrescere la vostra capacità di controllo e di informazione”</i>.<br />
Nel capitolo <i>“Governo: strategia”</i>, il consulente americano spiega che è necessario <i>“conservare il controllo dei rapporti con le <b>Br</b>“</i>. Una frase che lascia intendere che dei rapporti già esistono, e si tratta solo di non cederli <i>“ad altri”</i>. Una affermazione che, alla luce delle conoscenze che si hanno, è del tutto sorprendente.<br />
La famiglia di <b>Moro</b>, secondo <b>Pieczenik</b>, deve essere convinta a collaborare, e in caso contrario <i>“va isolata”</i>. I suoi componenti vanno messi sotto sorveglianza <i>“apparentemente ai fini della loro sicurezza, ma anche per raccogliere elementi informativi”</i>.<br />
Altro consiglio è quello di <i>“abbassare l’intero livello della direzione della crisi: tenere tutte le decisioni lontano da <b>Andreotti</b> e, possibilmente, da <b>Cossiga</b>“</i>.</p>
<p><i><u>Sabato 18 marzo, ore 15</u></i></p>
<p>All’Hotel <b>Hilton</b> di Roma si aprono i lavori del convegno che riunisce i <i>“maestri venerabili”</i> delle 496 logge della massoneria di palazzo Giustiniani. <b>Licio Gelli</b>, capo della <b>P2</b>, è il personaggio più riverito.</p>
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Il caso Moro /2

CAPITOLO II

Il caso Moro (di Sergio Flamigni e Michele Gambino)La sera del 15 marzo, una manciata di ore prima del sequestro di Aldo Moro, un non vedente di Siena, Giuseppe Marchi, racconta in trattoria il seguente episodio: mentre rientrava a casa col suo cane ha udito alcuni uomini parlare con accento straniero dentro una macchina in sosta. Uno di loro ad un certo punto ha detto: “hanno rapito Moro e le guardie del corpo”.
Scriverà il giudice Ernesto Cudillo: “E’ possibile che il Marchi non abbia afferrato bene il significato della frase, che non si riferiva ad un fatto accaduto, ma che doveva accadere”. L’episodio comunque venne lasciato cadere. Marchi abitava in una zona del centro storico chiusa agli automezzi. Nessun accertamento venne fatto sulle auto che avevano accesso alla zona chiusa.
Alle 8,30 del 16 marzo, mezz’ora prima dell’agguato, Renzo Rossellini, direttore di Radio Città futura, parlò di un possibile attentato a Moro. Rossellini spiegò in seguito che la voce sul sequestro di Moro circolava da tempo. Nel febbraio del ‘78 il “Male” aveva addirittura pubblicato una finta “lettura della mano” del presidente della Dc: “La mano di costui, forse ripresa in un carcere, è inequivocabilmente di tipo assassino… e la linea del destino indica che il soggetto, dopo alterne vicende, farà una brutta fine. Notevole il reticolo sull’indice, segno certo di carcerazione”. Ad un sequestro di un esponente Dc, e alla fine di Aldo Moro, avevano alluso anche alcuni detenuti e il giornalista Mino Pecorelli, direttore della rivista Op, legata ad un preciso settore dei servizi segreti, quello che faceva capo al piduista Vito Miceli.
Il sequestro Moro piomba su una struttura dei servizi segreti completamente trasformata sotto la pignola guida del superesperto ministro dell’interno Francesco Cossiga: a capo dei due nuovi servizi segreti, il Sismi (militare) e il Sisde (civile), sono stati nominati i generali Giuseppe Santovito e Giulio Grassini; la nomina di quest’ultimo ha suscitato molte polemiche tra le forze dell’ordine, poiché Grassini, un carabiniere, si trova a guidare una struttura di polizia. Molti, inoltre, si aspettavano per quel posto la nomina di Emilio Santillo, abile e apprezzato capo del Servizio di sicurezza antiterrorismo. Santillo invece non solo non avrà quel posto, ma verrà scientificamente messo da parte. Lui, massimo esperto di antiterrorismo in Italia, sarà praticamente escluso dalla gestione delle indagini su Moro. Forse paga il fatto di aver stilato, negli anni precedenti, ben tre rapporti allarmati sulle attività di Licio Gelli e della Loggia P2. Nell’unica occasione in cui gli chiederanno un consiglio sulle mosse da fare, Santillo - significativamente, provocatoriamente - consiglierà una retata intorno a villa Wanda, la villa di Gelli nei dintorni di Arezzo.
Ma il gioco ad incastro delle coincidenze nefaste non è finito: il 21 gennaio del 1978 Cossiga crea l’Ucigos (ufficio centrale informazioni generali operazioni speciali) e vi pone a capo un suo uomo di fiducia, il questore Antonio Fariello, che in almeno un paio di occasioni avrà un ruolo non indifferente nel ritardare e intralciare le indagini sul sequestro Moro.

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Il caso Moro /1

“…E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.”

Sono le ultime parole di “Fahrenheit 451″ di Ray Bradbury e quelle che aprono questo nuovo spazio su Macchianera: un ripassino - utile a tutti - della storia recente italiana. Nella speranza che la storia sopravviva alla riscrittura, non fosse altro che perché noi ricordiamo.

Si inizia, un capitolo al giorno, con “Il caso Moro”, di Sergio Flamigni e Michele Gambino.

Il caso Moro (di Sergio Flamigni e Michele Gambino)Il 16 marzo 1978 Aldo Moro fu rapito, dopo il massacro degli agenti della sua scorta. Il 9 maggio fu ucciso. In quei cinquantacinque giorni accadde che gli inquirenti indagarono nella direzione sbagliata, al vertice del ministero dell’Interno si insediò un Comitato di iscritti alla Loggia P2, un consulente americano consigliò di non “sopravvalutare” l’ostaggio, verbali vennero redatti e poi sottratti, bobine furono manipolate, gladiatori furono allertati, sedute spiritiche indirizzarono le inchieste. Alla fine, con la morte del prigioniero delle Br, una intera politica, quella di Moro, fu rovesciata. Per questo il caso Moro è il più grande mistero della Repubblica. Questo racconto lo ricostruisce minuziosamente, sulla base delle testimonianze e della carte emerse nei quattordici anni che seguirono, fino alla pubblicazione.


Sergio Flamigni, che fu membro della commissione parlamentare d’indagine sull’“affare Moro”, è uno dei maggiori conoscitori dei “cinquantacinque giorni” (su cui ha scritto il libro “La tela del ragno”).
Michele Gambino, giornalista, ha iniziato l’attività nei primi anni ‘80 con “I Siciliani” di Giuseppe Fava. Dal 1990 fino alla chiusura del giornale è inviato del settimanale “Avvenimenti“. Specializzato in inchieste su criminalità economica, mafia, politica interna ed estera, ha realizzato decine di reportage dai teatri di guerra di tutto il mondo. Ha collaborato come autore e inviato in diverse trasmissioni televisive della Rai e ha scritto libri-inchiesta e saggi su argomenti d’attualità. E’ uno degli insegnanti della “bottega di giornalismo” della scuola torinese “Holden” di Alessandro Baricco e vice-direttore di “Pippol“.
(Pubblicato da “Avvenimenti” il 12/2/1992)

CAPITOLO I

Roma, giovedì 16 marzo 1978, ore 9.30

Il transatlantico di Montecitorio è insolitamente affollato, vista l’ora: gruppi di parlamentari vanno su e giù lungo i corridoi in attesa della votazione che sancirà la nascita del quarto governo Andreotti. Particolarmente animati i capannelli dei deputati comunisti: sta per nascere la prima maggioranza di cui il Pci fa parte. Ma alcuni di loro polemizzano con le indicazioni del partito, che impone di votare l’appoggio esterno a un monocolore dc zeppo delle vecchie facce dei ministri di sempre. All’improvviso una notizia interrompe il filo dei discorsi: mezz’ora prima in via Fani, ampia e tranquilla strada del quartiere Trionfale, un commando di brigatisti rossi ha sequestrato l’onorevole Aldo Moro, regista insieme a Berlinguer dell’accordo tra democristiani e comunisti. Quattro uomini della scorta, Oreste Leonardi, Raffaele lozzino, Domenico Ricci e Giulio Rivera, sono stati uccisi. Il quinto, Francesco Zizzi, morirà più tardi in ospedale.
Le forze dell’ordine si sono già messe in moto, ma è un agitarsi privo di logica. I percorsi dei brigatisti in fuga si sovrappongono a quelli delle volanti in arrivo senza mai incrociarsi. In via Bitossi una radiomobile riceve l’ordine di spostarsi per dirigersi verso via Fani un attimo prima che la Fiat 128 blu con a bordo Moro e i suoi sequestratori arrivi proprio nel punto in cui l’auto della polizia si trovava.

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