Lo specchietto per le allodole
21 Giu
• (COMM. MORO, 125; COMM. STRAGI, II 381-383; NUMERAZIONE TEMATICA 1)
Il tentativo di colpo di stato nel 64 ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare, secondo una determinata pianificazione propria dell’arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente dimensionare la politica di centro sinistra, ai primi momenti del suo svolgimento. Questo obiettivo politico era perseguito dal Presidente della Repubblica On. Segni, che questa politica aveva timidamente accettato in connessione con l’obiettivo della Presidenza della Repubblica. Ma a questa politica era contrario come era (politicamente) ostile alla mia persona, considerato a quella impostazione troppo legato. Egli colse l’occasione di alcune polemiche giornalistiche (l’On. Nenni sull’Avanti), polemiche le quali avanzavano qualche sospetto sulla tenuta costituzionale dello Stato, per chiedere al Capo di Stato Maggiore della Difesa di difendere la legalità, mentre si sviluppava l’azione dei Gruppi di Azione Agraria, ostili alla politica del centro-sinistra e ad ogni politica democratica. In quel settore c’era confusione mentre la sinistra era ferma, ma tranquilla (comizio di Togliatti a San Giovanni). In tutti l’udienza straordinaria concessa a De Lorenzo e l’anticipato annuncio dettero l’impressione di un intervento ammonitore, cui non erano estranei molti nostalgici della politica centrista, che erano consiglieri del Presidente e gli presentavano artatamente a fosche tinte l’avvenire dello stato.
4 Giu
“Le indagini del Watergate - ha scritto Bob Woodward - rivelarono un piano che autorizzava le agenzie dell’intelligence a intensificare la sorveglianza delle minacce alla sicurezza interna, autorizzando l’apertura illegale della corrispondenza e togliendo le restrizioni imposte alle irruzioni furtive e alle intrusioni con effrazioni per raccogliere informazioni”.
Dal 1989 al 1993, in Italia, accadde qualcosa di analogo.
19 Gen
20 Mag
Solo uno stato di panico può spiegare il motivo per cui i vertici dell’Aeronautica hanno nascosto per undici anni che la sera del disastro c’era intenso traffico aereo americano nei cieli meridionali e che i centri di soccorso erano convinti della presenza della portaerei Saratoga nell’area marina interessata dalle ricerche dell’aereo. La verità era nelle trascrizioni delle telefonate tra i comandi aerei, i centri di soccorso, le stazioni radar. Per acquisire agli atti questa documentazione essenziale ci sono voluti undici anni.
Alle 22,10 di quella sera in una conversazione tra un operatore del centro radar di Marsala e un collega di un altro comando si fa riferimento a un aeromobile con sigla americana, forse un elicottero, che, decollato dalla base di Sigonella, aveva preso contatto alle 21 con la torre di controllo di Reggio Calabria. Ricordiamo che in Sila si è poi trovato il relitto del mig libico. Alle 22,25 la voce di un operatore, probabilmente in servizio al centro di soccorso di di Ciampino, dice di aver avuto comunicazione da un ufficiale del Centro controllo aereo della presenza di parecchio traffico aereo americano nella zona dell’incidente. Si sente chiaramente qualcuno dire: “Ambasciata, ambasciata per notizie”. A chiedere che sia contattata l’ambasciata americana è il sottocentro di soccorso di Ciampino oppure il centro di controllo aereo. Il riferimento alla presenza di mezzi americani torna subito dopo in una telefonata fra il tenente Smelzo, del centro operativo regionale di Martina Franca, e il maresciallo Berardi, della sala operativa dello Stato Maggiore dell’Aeronautica.
Poiché è incredibile che gli apparati di Martina Franca, nodo vitale delle comunicazioni tra i comandi Nato, non siano informati, il maresciallo insiste: “Più di di loro (il centro operativo Radar di Martina Franca) non lo sa nessuno”.
Il tenente ribadisce: “Non lo sa, non ha controllato niente”.
Il centro di coordinamento soccorsi di Martina Franca è chiamato subito dopo dall’operatore Bruschina del soccorso aereo di Roma. “Un ufficiale del controllo aereo ha detto che se volete lui può metterci in contatto con l’ambasciata americana… Siccome c’era traffico in zona, molto intenso”.
14 Mag
Solo un regista che aveva le chiavi degli apparati militari e forti mezzi di pressione sul governo, era nella condizione di architettare un oscuramento della verità con l’impiego di una serie di marchingegni per cui oggi un gruppo di alti ufficiali è chiamato a rispondere di gravi reati. Nel 1980 Licio Gelli era il solo ad avere quei poteri o c’erano altri burattinai? Dopo Ustica e la strage di Bologna ci fu qualcuno che preoccupato dei poteri della P2 cercò di provocare un ridimensionamento della Loggia e fece trovare le famose liste. La presenza di piduisti ai vertici dei servizi segreti che collaborarono a occultare la verità su Ustica, può giustificare il sospetto che la potente Loggia segreta abbia avuto una sua parte nell’ipnotizzare il governo davanti all’allestimento dell’incredibile messa in scena.
Subito dopo il tragico errore dell’abbattimento del DC9 durante un’azione di guerra aerea, il sistema dei soccorsi e delle emissioni radar fu messo quasi in disuso per far apparire che nei cieli del Tirreno quella sera non vi fosse ombra di aerei militari. E si tranquillizzò la stampa, che aveva pensato subito al peggio, con seriosi comunicati che descrivevano una idilliaca calma da balneazione in quel mare, sempre così affollato di incrociatori, portaerei e sommergibili, dove era continuamente di ronda una potente flotta americana tallonata da navi-spie sovietiche mascherate da missioni scientifiche. Si assicurava che la portaerei americana “Saratoga” e le navi scorta erano nel porto di Napoli, con i radar in posizione “all secured”, cioè completamente inattivi per non disturbare le trasmissioni televisive locali. Fonti della marina Usa hanno avallato questa versione, altre invece hanno fatto sapere che un tracciato radar molto eloquente sui fatti avvenuti quella sera è in possesso della marina americana. In questa doppia posizione si può vedere un avvertimento ai generali italiani: se voi parlate, noi tiriamo fuori un nastro che può incastrarvi.
13 Mag
L’oscuramento della verità sul disastro avviene attraverso depistaggi, distruzione di dati, testimonianze reticenti e false. Chi ha frodato la giustizia, forse credendo di servire la ragion di Stato, sicuramente ha avuto l’assicurazione dell’impunità. Solo dopo dieci anni, quando la commissione parlamentare stragi - anche per gli stimoli di un’opinione pubblica resa vigile dall’iniziativa dei familiari delle vittime e di un manipolo di giornalisti e avvocati testardi e coraggiosi - decide di occuparsi di Ustica, si muovono le acque e si ha l’impressione che cominci ad aprirsi qualche crepa nella torre dell’impunità. Prima di abbandonare l’inchiesta, senza aver raggiunto alcun risultato utile, il giudice Vittorio Bucarelli incrimina una ventina di ufficiali in servizio quella sera del 27 giugno 1980 ai radar di Marsala e di Licola.
Il clima a lungo stagnante delle indagini non trova più una sponda nell’apatia politica. La commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta da Libero Gualtieri, rende note nel giugno 1990 le sue prime conclusioni, che presentano uno sconcertante scenario delle bugie di Stato su Ustica. Attaccata a picconate da Cossiga, la commissione va avanti e nel febbraio 1992 trasmette al parlamento un nuovo documento di 64 pagine in cui lancia un’accusa pesantissima: il governo, i pubblici poteri, le istituzioni militari hanno trasformato quella che doveva essere una normale inchiesta sulla perdita di un aereo in un cumulo di menzogne. Per chi ha fatto questo “non c’è innocenza”. Alle 81 vittime del disastro “se ne è aggiunta un’altra: l’aeronautica militare, che per quello che ha rappresentato e rappresenta, non meritava certo di essere trascinata, nella sua interezza, in questa avventura”. Al giudice Rosario Priore, il magistrato che ha ereditato l’inchiesta nel 1990, la commissione riconosce di aver dato dato grande impulso alle indagini dopo che i suoi predecessori non avevano saputo fare di meglio che lasciarsi pilotare dal generale Zeno Tascio, comandante del Sios aeronautica, e processare il presidente della compagnia Itavia perché sosteneva l’ipotesi del missile. Rimangono nel vago le responsabilità politiche. Se non c’è innocenza per i militari, lo stesso giudizio può valere per i politici: presidenti del Consiglio, ministri della Difesa, quelli, in particolare, che per dieci anni hanno coperto la menzogna e sigillato l’impunità.
12 Mag
John C. Macidull, capo ingegnere del National Transportation Safety Board, un ente americano specializzato nelle inchieste sui disastri aerei, descrive una classica azione di guerra. Per la sua esperienza di pilota di aerei da caccia l’attacco al DC9 dell’Itavia è una manovra da manuale: “Nel momento dell’incidente, secondo i dati radar, l’oggetto non identificato venne fuori dal sole in direzione del DC9 e il DC9 stava guardando dentro il sole nella direzione dell’oggetto”. La scarna ma efficace descrizione aggiunge che l’oggetto non identificato non venne in collisione con l’aereo dell’Itavia ma attraversò l’area dell’incidente da ovest verso est ad alta velocità. Approssimativamente nello stesso tempo il DC9 precipitò.
L’attacco di un caccia avviene nello stesso modo: il pilota cerca di prendere posizione col sole alle spalle per sorprendere l’aereo nemico nella migliore condizione di visibilità.
Alle 20,56 del 27 giugno 1980 il volo IH 870 dell’Itavia si preparava a scendere verso Palermo e, quindi, aveva sulla prua il sole, nella discesa verso occidente. La voce del pilota Domenico Gatti, registrata dalla scatola nera, è troncata di netto, mentre sta dicendo una parola che può essere soltanto: “Guarda!”. Si ferma a “Gua…”. Col sole davanti agli occhi ha fatto appena in tempo e vedere l’oggetto non identificato di cui parla Macidull.
La ricostruzione dell’autorevole tecnico americano si basa sui dati rilevati dal sistema radar di Fiumicino. Per una fatalità o per un ingegnoso dolo il disastro avviene al limite della capacità di acquisizione della stazione radar di Fiumicino, che dopo Firenze ha preso il DC9 sotto il suo controllo. Il servizio Roma radar, composto dalle due testate Selenia e Marconi installate a Fiumicino, poteva seguire il volo del DC9 fino a una distanza massima fra le 130 e le 140 miglia. Nel punto in cui avviene il disastro, 129,5 miglia a Sud di Fiumicino, il DC9 era in piena visibilità per il radar Marconi, mentre per la Selenia era già quasi fuori portata. Il DC9, 33 tonnellate di peso, viaggiava a una velocità di 850 chilometri l’ora. La sua rotta era seguita da una battuta radar ogni sei secondi.
I ritorni grezzi dei radar, quantificati in ampiezza e tempo, producono dei dati che si chiamano plot. Il sistema di calcolo elettronico Atcas di Ciampino elabora i dati delle due testate in simboli matematici che precisano l’intensità degli echi di ritorno, la distanza dell’aereo, la direzione. A causa della rotondità della terra la visibilità di un aereo dipende non solo dalla distanza e dalla dimensione ma anche dalla quota. Il DC9 dell’Itavia alla distanza di 130 miglia da Fiumicino era visibile per Roma radar solo sopra i 2000 piedi. Il disastro avviene quando l’aereo si trovava a 25.000 piedi, cioè 7.200 metri, una quota in cui era ancora in buona condizione di avvistamento per il radar Marconi. Sul tracciato che segue la rotta dell’IH 870 lungo l’aerovia Ambra 13 si nota per un certo tratto una linea coerente di plot, poi improvvisamente appaiono delle tracce in parallelo. Le due serie di segnali procedono appaiate e per un tratto coincidono, ma poi una devia di novanta gradi.
11 Mag
“E ancora deve decolla’ il soccorso. Ai venti decollano… che figli di puttana!… Il soccorso ancora non è decollato, il soccorso, gli aerei del soccorso ancora non sono decollati… nessuno sa niente, nessuno ne sa niente, nessuno sa dov’è, si presume che sia caduto”.
E’ la voce di un operatore del gruppo radar di Marsala. Si rivolge ad altri radaristi in servizio quella sera nel sito radar. Sono le ore 20 nel codice Zulu dell’aeronautica militare che prende come riferimento l’ora di Greenvich, anticipata di un’ora rispetto all’Italia. Bisogna computare anche l’ora legale e, quindi, la corrispondente ora italiana deve essere posticipata di due ore (in questo caso, dunque, alle 22). I centri radar hanno perso da più di un’ora le tracce del DC9 dell’Itavia. L’operatore di Marsala parla poi con un non identificato ente di Roma e chiede notizie dei soccorsi.
“Senti scusa, ti puoi informare 11 a Ciampino se gli aerei di soccorso sono partiti… Gli elicotteri?”
Risposta: “Ma guarda che fino a adesso non è decollato niente, eh!”
L’operatore di Marsala insiste: “So’ dei figli… Non è decollato niente?”
Risposta: “No”.
“Puoi sentire a che ora decollano, se decollano, quando?”
“Decolleranno, ciao”.
I nastri contenenti la registrazione delle comunicazioni radio e telefoniche tra il gruppo radar di Marsala e altri enti dell’aeronautica sono stati consegnati ai periti solo nell’ottobre 1991.
L’ansia degli operatori di Marsala ha più di un motivo: il loro sistema radar non si è accorto della scomparsa delle tracce dell’aereo civile, la segnalazione è arrivata da un altro ente con venti muniti di ritardo; nel caso che il Dc9 sia stato dirottato è ormai troppo tardi per cercarlo nello spazio aereo controllato dai radar di Marsala; se è stato costretto da un guasto ad ammarare si è persa l’ultima ora di luce per trovarlo e soccorrere gli eventuali superstiti.
Quando gli aerei e gli elicotteri si alzano ormai è buio e le ricerche sono inutili. L’oscurità potrebbe fornire una copertura di parecchie ore per far scomparire uno scenario di guerra.
6 Mag
Rita Guzzo, 29 anni, impiegata delle imposte dirette a Suzzara (Mantova) studiava per prendersi la laurea in psicologia. In una delle ultime lettere al padre residente in Sicilia gli dava consigli su come vivere a lungo e felice. Era una specie di breviario, intitolato “Come salvarsi la vita”. Rita prescriveva questi rimedi: 1) Eliminare i sensi di colpa; 2) Non fare della sofferenza un culto; 3) Vivere nel presente (o almeno nell’immediato futuro); 4) Fare sempre cose di cui si ha più paura: il coraggio è una cosa che si impara a gustare con il tempo come il caviale; 5) Fidarsi della gioia; 6) Se il malocchio ti fissa guarda da un altra parte: 7) Prepararsi ad avere 87 anni.
Il 27 giugno 1980 Rita Guzzo s’imbarca a Bologna sul DC9 dell’Itavia che parte con due ore di ritardo per Palermo. E’ l’ultima ora della sua voglia di vivere a lungo e felice.
Sull’aereo viaggiano settantasette passeggeri e quattro uomini di equipaggio. Tra i passeggeri ci sono undici bambini, dai due ai dodici anni, e due neonati. Il decollo avviene alle 20,08 ed ai passeggeri viene detto che il ritardo di due ore è dovuto a motivi tecnici, ma fino ad oggi resta il dubbio se l’aereo proveniente da Lamezia ebbe bisogno di una revisione prima di rimettersi in volo; se fu un annuncio di cattivo tempo a far rinviare la partenza; se la modifica dell’orario fu una misura precauzionale per provvedere alla sicurezza del giudice Tricorni, incaricato di svolgere in Sicilia indagini su un traffico mafioso e che poi partì con un altro aereo; se quelle due ore servirono a controllare una segnalazione che indicava tra i passeggeri la presenza di un terrorista, tal Emanuele Zanetti, con intenzioni suicide: infine, se fu uno stratagemma per permettere a un misterioso aereo di percorrere la stessa rotta del DC9, volando nel suo cono d’ombra per sfuggire alle ricerche radar. Il cattivo tempo si può sensatamente scartare come causa del ritardo perché la turbolenza in arrivo da ovest verso est/nord-est, annunciata alle 14 di quel giorno dal centro meteo di Roma, produsse un’intensità stazionaria di venti del tutto accettabile per i voli aerei.
Il ventaglio di varianti sulle cause del ritardo ha avuto l’effetto forse voluto di creare un’oscurità sulle ore che hanno preceduto il decollo, così da giustificare il sospetto di una trama terroristica in atto nell’aeroporto di Bologna per piazzare a bordo del DC9 una bomba. L’orientamento, assolutorio verso l’aeronautica militare, a imputare a una fantomatica organizzazione terroristica l’abbattimento del DC9, s’intravede nelle considerazioni fatte dalla commissione governativa incaricata otto anni dopo il disastro di far luce sulle cause.
4 Mag
“…E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.”
Sono le ultime parole di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury e quelle che aprono questo spazio su Macchianera: un ripassino - utile a tutti - della storia recente italiana. Nella speranza che la storia sopravviva alla riscrittura, non fosse altro che perché noi ricordiamo.
Dopo “Il caso Moro” e “Sua Emittenza - Biografia non autorizzata di Silvio Berlusconi“, la “Banca dati della Memoria“ di Macchianera si arricchisce con la pubblicazione - sempre un capitolo al giorno - del libro “Ustica - Un caso ancora aperto”, di Annibale Paloscia, ancora più attuale oggi, in seguito alla notizia che a buttare giù il DC9 dell’Itavia non è stato nessuno.
Un aereo civile abbattuto in una serata di giugno. E subito un cumulo di omissioni, di bugie, di manipolazioni, di depistaggi. E’ il mistero di Ustica, che Annibale Paloscia ricostruisce minuziosamente attraverso i documenti, le perizie, le voci attraverso l’etere registrate sui nastri. Perché i militari hanno mentito? E perché i politici li hanno coperti? Ormai l’inchiesta - anche grazie alla tenacia dei familiari delle vittime e di chi con loro ha combattuto - ha acquistato sufficienti elementi per approssimarsi alla verità.
La mattina del 22 maggio 1988 il “Nautile” esplora le profondità del Tirreno alla ricerca dei pezzi del DC9 dell’Itavia precipitato otto anni prima per un misterioso incidente avvenuto mentre percorreva la rotta Ponza-Palermo.
Sul piccolo sommergibile sono imbarcati due operatori dell’Ifremer, la società francese che ha avuto l’incarico di procedere al recupero dei resti dell’aereo. L’area in cui è stato individuato il relitto è a 3600 metri di profondità. I fari del sommergibile illuminano il fondo che si intravede come una massa grigio brillante nelle immagini trasmesse in superficie alla nave appoggio Nadir. Gli operatori sono immersi in un mondo silenzioso dove sentono solo il ronzio della macchina da ripresa e le loro parole. Alle 11,58 appare sul fondo una forma particolare, che potrebbe essere il corpo di un missile. Uno dei due operatori scandisce la parola: “missile”. Dalla registrazione si sente chiaramente la pronuncia francese: “misil”. L’immagine scompare dopo qualche secondo. Continua la monotona visione del fondo marino sabbioso. D’improvviso il nastro si divora una manciata di minuti. Qualcosa è stato tagliato: immagini o parole?
24 Apr
Anche la vittoria, tuttavia, ebbe un suo prezzo. Ne ottenne il pagamento, pare, uno dei tre membri del Caf, Giulio Andreotti. Non di una tangente, si trattava, ma di una sia pur limitata rinuncia, destinata a rendere meno sfacciato il predominio dell’asse Craxi-Berlusconi. Il prezzo era una nuova “piccola spartizione” della Mondadori. Si vide Carlo De Benedetti sempre più spesso in visita al Presidente del Consiglio, e persino oratore appassionato ai convegni della sua corrente. Nel frattempo prima gli arbitri e poi il tribunale avevano dato ragione alla Cir di De Benedetti. Berlusconi decadde da presidente della Mondadori la sera del 29 giugno 1990, dopo centocinquantasei giorni di comando. Toccò poi ad un inedito mediatore, Giuseppe Ciarrapico, definire e solennizzare la spartizione. Per qualche settimana l’uomo di Andreotti e della Fiuggi fu visto, in tutti i telegiornali, trasferirsi da un quartier generale all’altro, da un albergo all’altro, per incontrare i contendenti. Nelle sue mani, in quelle mani, era dunque una parte importante della libertà di stampa in questo Paese: a tanto si era spinta la situazione nell’era del Caf.
Alla fine, Berlusconi si tenne il grosso della Mondadori e del monopolio della carta stampata. Furono scorporati l’Espresso, Repubblica, i quotidiani locali della Finegil e parte della concessionaria di pubblicità Manzoni.
La vittoria strategica di Berlusconi sarebbe poi stata perfezionata nella fase dell’assegnazione delle frequenze. Un ingegnere della Fininvest, come denunciarono i delegati di molte tv minori, si installò permanentemente al ministero delle Poste, retto da Oscar Mammì, che aveva come segretario un certo Davide Giacalone (destinato, più tardi, a finire come consulente di lusso sui libri paga Fininvest). Il “piano frequenze” che ne risultò era sfacciatamente favorevole alle tre reti nazionali e alle tre “pay tv” di Berlusconi.
Alla conclusione della guerra dell’informazione Sua emittenza poteva dirsi soddisfatto: portava a casa, e stavolta con sanzione di legge, il più grande impero della comunicazione mai esistito in un Paese democratico. In più, continuava a godere dell’appoggio illimitato del Principe, destinato, anche col suo sostegno, a dominare per decenni l’Italia.
Eravamo agli inizi del 1992, alla vigilia delle elezioni politiche. Proprio in quei giorni un oscuro sostituto procuratore di Milano, Antonio Di Pietro, aveva arrestato un personaggio di medio livello del mondo politico milanese, un certo signor Mario Chiesa.
23 Apr
La battaglia di Segrate (il paese dell’hinterland milanese dove ha sede, in un moderno grattacielo con laghetto, la casa editrice Mondadori) affonda le sue radici non soltanto nella corsa apparentemente inarrestabile del cavalier Berlusconi verso un controllo sempre più massiccio dei mezzi d’informazione, ma anche nella feroce rivalità - affaristica, politica e infine anche personale - tra la cordata craxiana e il gruppo editoriale Scalfari-Caracciolo da un lato, l’ingegner Carlo De Benedetti, padrone della Olivetti, dall’altro. I primi erano accusati da Craxi, Martelli, Intini e compagnia di aver costituito un “Partito trasversale” contrario al Psi e alle sue ambizioni: proprio men-tre si preparavano le munizioni per la battaglia alla Mondadori, Craxi-Ghino di Tacco, riferendosi ad una serie di notizie riportate dall’Espresso e da Repubblica sul presunto fermo a Malindi di Claudio Martelli per una questione di marijuana, inveì sull’”Avanti!” contro «l’ispirazione e l’incoraggiamento dell’unico mascalzone grandissimo, incommensurabile e recidivo» (Eugenio Scalfari, capirono in molti). Quanto a De Benedetti, il fatto che non praticasse un anticomunismo professionale, e non avesse particolarmente familiarizzato con gli uomini della corte craxiana, aveva suscitato diffidenze e gli aveva attirato l’immeritata definizione di «ingegnere rosso».
Fu in questa situazione che, nel maggio del 1988, Carlo De Benedetti si insediò al vertice della Mondadori. E poiché la casa di Segrate era comproprietaria, al cinquanta per cento della società che editava l’Espresso e Repubblica, si cominciò a delineare una alleanza inedita nel settore dell’editoria. L’autonomia del gruppo Espresso era tuttavia garantita, ancora, dalla nomina di Scalfari ad arbitro e garante in seno al Consiglio di amministrazione.
Ma il vero scontro mortale si aprì nell’aprile del 1989, quando Scalfari e Caracciolo vendettero le proprie azioni e il loro gruppo editoriale fu di fatto assorbito dalla Mondadori. Nasceva nel campo dell’informazione una nuova, inquietante concentrazione di forze e di affari: essa comprendeva, accanto al primo quotidiano nazionale, i newsmagazine più venduti - e tradizionalmente concorrenti - Espresso e Panorama, molte altre testate periodiche, il settore librario, la “Manzoni” nel campo della raccolta pubblicitaria. Era il quarto polo monopolistico - accanto a quelli di Fiat-Rizzoli, Berlusconi, Gardini - nei mezzi di comunicazione, e completava la spartizione di quel settore, strategico per la democrazia, tra le grandi famiglie che erano anche proprietarie dell’economia italiana, della finanza e della borsa.
20 Apr
Il trionfale ingresso di Silvio Berlusconi nel Milan Football Club fu qualcosa di più della consueta, per l’Italia, promozione a “presidente” del palazzinaro arricchito. Di norma, i padri-padroni delle società di calcio erano personaggi di livello provinciale, che guardavano alla squadra come ad uno strumento di pubblicità, di contatti nel giro della politica e degli affari, di raccolta di denaro fresco attraverso le partite casalinghe domenicali e gli abbonamenti. A volte si mettevano in politica, spesso finivano in galera. Sempre, trasferivano nella società calcistica un clima familiare, fatto di bonomia e incompetenza insieme.
Berlusconi no. La conquista del Milan all’inizio del 1986, si capì subito, era il tassello di una strategia, la tappa di una azione a largo raggio diretta, più che a Milano, all’Italia intera, e magari all’Europa. Come, in un altro settore, la “Standa” (anch’essa entrata nell’impero economico del cavaliere), il Milan era non solo il calcio, ma la gente, le famiglie, la vita quotidiana, il rapporto del capo-popolo con il suo pubblico di consumatori. Ed era anche l’impresa, l’azienda da far funzionare secondo il modello Fininvest, l’occasione per sinergie, pubblicità, immagine: e quindi soldi; e quindi potere.
L’inizio della nuova era fu spettacolare. Silvio Berlusconi scese sul campo di Milanello, dove era in corso l’allenamento, dal cielo, in compagnia del figlio PierSilvio e del fedele Galliani, a bordo di un elicottero Agusta 109 bianco e blu. Durante la colazione, volle stringere la mano a tuffi i giocatori e regalò loro un calice d’argento firmato Cartier. La coreografia si ripeté, in modo ancor più suggestivo, in luglio, quando, dopo una dispendiosissima campagna acquisti (divennero rossoneri Bonetti, Massaro, Donadoni, Giovanni Galli, Galderisi), il presidente presentò la nuova squadra ai tifosi. Gli elicotteri, quel giorno, erano tre: atterrarono nel vecchio stadio dell’Arena, di fronte a diecimila tifosi, sbarcando uno dopo l’altro i giocatori, i tecnici e i dirigenti. Sotto la pioggia il cavalier Berlusconi pronunciò uno dei suoi più ispirati discorsi. Disse tra l’altro alla folla estasiata di diecimila milanisti: «Nelle mie attività mi sono abituato adessere il primo, anzi mi sono talmente abituato che ci resterei davvero male ad essere secondo nel calcio. Il Gruppo adesso è come un iceberg: la parte non visibile è il resto dell’attività, quella che brilla agli occhi di tutti è il Milan. Adesso siamo costretti a fare bene, questo è l’imperativo categorico del Milan».
19 Apr
Cominciò quasi per gioco, con una tv via cavo che trasmetteva ricette di cucina per le giovani mogli dei manager rampanti di Milano 2. Era il 24 settembre del 1974. Una graziosa annunciatrice, scelta tra le centraliniste della Edilnord, annunciò agli abitanti del complesso residenziale di Segrate la nascita di Telemilano cavo. Un notiziario di piccole informazioni utili per i condomini alle 19; la sera, a volte, un film. Quattro anni dopo, nel maggio del 78, la tv di Berlusconi lascia il cavo per l’antenna, come a dire la carretta per l’automobile. Il colpo di genio Berlusconi lo imbrocca nel giugno del ‘79. Sono tempi cupi, l’Italia è stretta tra una malavita sempre più audace e le brigate rosse, la gente si chiude in casa. Berlusconi compra dalla Titanus trecento film mai trasmessi in televisione per due miliardi e mezzo. Poi li rivende ad altre emittenti locali sparse per l’Italia. Altri, per la verità, hanno avuto la stessa idea, ma Berlusconi rispetto ad essi ha una liquidità maggiore, e forse anche più coraggio, visto che il mercato televisivo è ancora tutto da inventare. Alle emittenti che entrano nel suo circuito Berlusconi offre film a prezzi ridottissimi. In cambio, esse si impegnano a trasmettere la pubblicità fornita dalla neonata Publitalia, la concessionaria pubblicitaria del gruppo di Segrate.
Berlusconi è ormai pronto al grande salto: è ai primi posti nell’elenco dei contribuenti milanesi, nel ‘77 è stato nominato cavaliere del lavoro insieme a Gianni Agnelli, Leopoldo Pirelli, Gaetano Caltagirone. Roberto Gervaso, scrittore iscritto alla P2, lo descrive così: «E’ una specie di magnete, caricato a dinamite, esplosivo in ogni direzione… troppo modesto per parlare di sé in terza persona ma non abbastanza per rinunciare al plurale maiestatico… Ama celiare su tutto, soprattutto su se stesso, ma sotto sotto, non dubita di essere il più capace, il più indefesso, il più lungimirante. Niente gli sfugge e deve sfuggirgli».
I tempi sono maturi, insomma, perché il 12 novembre 1979 venga registrata la società Canale 5 Music srl, venti milioni di capitale, amministratore unico il solito illustre sconosciuto, tale Giovannino Ciusa da Macomer. Spiegherà, Berlusconi, che quel 5 significa che lui punta a piazzarsi dietro le tre reti Rai e Telemontecarlo. Le cose, come sappiamo, gli andranno in effetti molto meglio.
17 Apr
«Licio ed Egidio si erano offerti a farle pervenire una mia “lettera-proposta” al fine di rendere più probabile che lei, pur col suo enorme e assorbente lavoro, la leggesse». L’italiano lascia a desiderare, ma la lettera allegata agli atti della richiesta di autorizzazione a procedere contro l’onorevole Claudio Martelli per il cosiddetto caso Kollbrunner, è uno spaccato interessante - anche se tutto da verificare - sul funzionamento della vecchia ragnatela piduista in pieni anni ‘90. Mittente Eugenio Carbone, ex direttore generale del ministero dell’Industria, il cui nome venne trovato negli elenchi della P2. Destinatario Silvio Berlusconi, tessera P2 numero 1816, oggi proprietario di un quotidiano, di due settimanali ad alta tiratura, di sei emittenti televisive e di molte altre cose. Il Licio e l’Egidio citati nella prima riga sono, secondo i magistrati, il capo della P2 Gelli ed Egidio Carenini, ex parlamentare democristiano, già protettore di Mino Pecorelli e anch’egli iscritto alla P2. Eugenio Carbone è imputato nell’inchiesta aperta a Roma su di un traffico di titoli rubati al Banco di S. Spirito. Carbone, fratello di un monsignore e socio della Camera di Commercio Italo-Slovena, è sospettato di aver trafficato i titoli rubati insieme a un gruppo di altri ex piduisti, e sarebbe coinvolto nel tentativo di acquistare la Banca Agricola Romena, con 300 miliardi ricavati del traffico dei titoli.
Ma è bene dire subito che nel “caso Kollbrunner“ Berlusconi non è minimamente coinvolto. Il nome di Sua emittenza è finito nell’inchiesta soltanto perché, nel corso di una perquisizione negli uffici di Carbone, in via Ripetta 25, sono state rinvenute le copie di due lettere indirizzata al “Caro dottor Berlusconi“. La prima è datata 29 luglio 1992, la seconda 27 settembre dello stesso anno. Nella prima Carbone, che si trova in difficoltà economiche, chiede a Berlusconi un aiuto per sé e per sua sorella: «Non avrei mai immaginato di doverla disturbare per questo - scrive Carbone nel suo solito italiano zoppicante - ma è solo a un vero amico che è possibile farlo, pensando che egli sia l’unico che possa fronteggiare la cosa, senza ricorso a banche ma ad altri enti finanziari».
Il formaggio con le pere è femmina?
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