Cristiano Valli
6 mar
Sono storie che fanno male. Perchè Dario Fo è comunque un pezzo della storia e della letteratura di questo paese. E perchè ha sempre rappresentato un modo bellissimo di essere di sinistra.
Una cosa però non mi è andata giù del pezzo del sempiterno Facci: la chiosa finale con la citazione della sentenza (di primo grado non appellata, e quindi definitiva). Non per la citazione in sè, esatta e documentata come tutto il pezzo. Ma per qualcos’altro.
Visto che veniva posta la sentenza definitiva come un timbro finale del fatto che una persona abbia commesso un determinato fatto, mi chiedevo se dovremmo essere così diretti anche riguardo un’altra sentenza definitiva, anch’essa parte dolorosa della storia della sinistra italiana:
1 mar
Non puoi dire di essere abbastanza lontano dalle rivendicazioni della categoria “donne al volante” fino a quando una rappresentante della categoria non se ne esce improvvisamente da un parcheggio come se tutto il resto mondo non stesse aspettando altro, incurante della formalità dell’inserimento della freccia, e del tuo scooter che si spetascia contro la sua portiera.
L’illustrazione è tutta dedicata a te, o donna al volante che non ti curi di me, ma guardi e passi. E’ un particolare della tua Yaris: la freccia sinistra, questa sconosciuta.
22 feb
La punto da anni, e da anni non riesco a capire come si chiami, chi la fabbrichi, o dove possa acquistarla. Parlo della lampada a muro gonfiabile nella stanza d’albergo. Dico sul serio: inserisci la tessera nella feritoia per aprire la porta e poi ancora nell’alloggiamento accanto agli interruttori, che serve per spegnere le luci e non consumare inutilmente corrente elettrica quando l’ospite non è in stanza (peraltro l’unico contributo che sono riuscito a dare alla causa di “M’illumino di meno“, potendo accedere al web solo a banda stretta), e lei: puff, si accende e si gonfia da sola. Tipo airbag. Ma più lentamente.
Tornato in patria ho dato sfogo all’impulso ad acquistare arredi assurdi prenotando questa.
In tribunale si giura, come nei film. Ho scoperto anche questo. Anche se non ti trovi in un’aula, devi alzarti in piedi e leggere quanto scritto su un foglio attaccato alla scrivania con lo scotch. Niente bibbie: sostanzialmente ti impegni a dire la verità senza che sia necessario l’eventuale intervento punitivo di un essere superiore nel caso in cui tu non mantenga la promessa.
La giudice sembra persino simpatica. Ad un certo punto le devo spiegare cos’è (cos’era) un “portale”, e il segno che i tempi cambiano lo dà la sua ulteriore richiesta di precisazioni: “Ah, ho capito: tipo più grosso di un blog”.
Venerdì sera si va a mangiare pesce in un posto che non mi ricordo come si chiama, ma che se non mi sbaglio ha il nome di una località sarda. Organizza Smeerch e chiama a raccolta me, Akille, Anna Lupini, Giacomo Mason e Brodo Primordiale. Zoro interviene telefonicamente, impegnato nella sua tre giorni a cavallo del totem di porcellana.
La sera seguente organizzo un cocktail party nel pub fighetto al settimo piano dell’hotel.
Prenoto con sufficiente anticipo per un congruo numero di persone e mi viene detto che in casi come questi è richiesta un’altrettanto congrua caparra. Il mio entusiasmo nel rispondere “non c’è problema” senza alcun tennenamento li trae in inganno, perché il maître del ristorante trascorre la prima mezz’ora a portare in tavola invitanti stuzzichini di qualsiasi genere e foggia, e la seconda mezz’ora - nel corso della quale non si è ancora presentato nessuno (colpa mia, mi ammoniranno gli amici romani: se dici “dopo cena” significa “dopo cena”, le 21 sono pomeriggio inoltrato) a pensare che io sia un mitomane.
Troppo tardi per riguadagnare la stima del pinguinato il tavolo finalmente si riempie, anche se le tartine andranno per la maggior parte clamorosamente dilapidate. Nell’ordine si presentano: Akille, Zoro, Brodo Primordiale, Miic, Sabrina Paravicini, Cavoletto di Bruxelles, Ilaria Mazzarotta e altri che non me ne vorranno se non li ricordo. Anna Lupini dà il cambio a Zoro, e marca visita.
E’ a questo punto che si consuma il dramma: un omino pelato con cappotto nero e guanti di pelle da driver (quelli con le dita bucate) si presenta all’ingresso del locale e mi indica ilare e festoso. Da parte mia non so chi cacchio sia, ma son cose che succedono tra blogger: capita che non ci si sia mai visti di persona. E’ per questo che gli faccio un cenno e un sorriso: lui aggira il tavolo per raggiungermi, scavalca quasi in malo modo Zoro, mi tende la mano e, cortesissimo, dice: “Da quanto tempo non ci si vede”. Lui ancora non sa che in realtà non ci siamo mai incontrati per davvero, nemmeno virtualmente. E questo perché: a) non ci conosciamo; b) ha sbagliato tavolo; c) probabilmente ha sbagliato anche locale. Dico questo perché mentre fa per baciarmi - giuro - gli arriva un sms. Non ci è dato sapere cosa vi fosse scritto: noi abbiamo arguito qualcosa come “Ma dove cazzo sei?”, perché lui scavalca nuovamente Zoro e quatto quatto, senza aggiungere alcunché, inforca l’uscita del pub come se nulla fosse.
Beh, omino pelato con il cappotto nero e i guanti bucati, io sono uno che cambia canale alla prima avvisaglia di telecamera nascosta, e si imbarazza in prima persona per le burle fatte ad altri nelle candid camera: sappi che mi sono molto immedesimato nella tua situazione.
Magari un blog ce l’avevi pure.
17 feb
Se a qualcuno tra voi romani andasse, questa sera si potrebbe organizzare un cocktail party dopo cena (anche se in realtà chi vorrà potrà mangiare). Lo spazio dei commenti è aperto a chi volesse partecipare - chi mi conosce può ovviamente telefonarmi o mandarmi un sms, e comunque il numero di cellulare sarebbe: prefisso 347 + (i numeri di Lost sommati tra loro e moltiplicati per XXXXX) meno 91, oppure, per chi si ricorda del dossier Calipari, questo: [sì, qui c'era un numero di telefono] - se dovesse farsi, poi, questo post darà le indicazioni esatte, o si autocancellerà. La cosa bella è che comunque si scrocca (a me, non all’albergo). In ogni caso sarebbe dalle 21 in poi. Fatemi sapere. Un saluto, romano, ma non in quel senso lì.
15 feb
Ho capito - almeno in parte, e mi appresto a condividere le scoperte con voi - perché, come qualcuno affermava nei commenti, “i milanesi che scendono a Roma sembrano tutti extraterrestri”.
Intanto a Roma ci sono le palme. E i pini marittimi. A Milano di palme ce ne saranno tre (palme vere, intendo, non le Yucca). Stavo per comprarmi una casa, perché aveva una palma in giardino (e l’avrei fatto, se non fosse che, al momento del rogito, si venne a scoprire che il proprietario ne aveva costruita abusivamente una buona parte).
A Milano ci sono dei malefici corvacci che nidificano sui tetti delle case e vessano i passerottini. A Roma ci sono i gabbiani. Sono alla finestra della camera d’albergo e me ne sono passati sulla testa in questo momento. Cra cra. I gabbiani a Roma fanno lo stesso verso del tizio idiota della pubblicità del Kinder Pinguì.
Il milanese medio sarebbe portato a pensare che i tassisti romani si facciano almeno due valigie di cazzi tuoi, una volta che sei entrato. Invece no. C’hanno quel fare da “ma io che cazzo ci faccio qui quando potrei essere da un’altra parte”, e se - giusto per non fare la figura del milanese freddo e poco espansivo, butti lì un “Senta, ma il tempo era brutto così anche ieri?” ti rispondono: “No”. Fine della conversazione. Un altro, in risposta alla domanda posta per sapere se c’era un posto carino in cui mangiare nei dintorni: “Qui tutti fanno da mangiare”. Ti fosse mai venuto il dubbio che qui la gente campi d’aria, ecco, te lo sei tolto.
A giudicare da quella che l’hotel definisce “broadband” si può dedurre che da queste parti “banda larga” significhi una connessione da 20k. Però è gratis, e uno non può fare a meno di ricordarsi quella cosa del caval donato.
I milanesi a Roma non hanno solo il problema di utilizzare l’espressione “sticazzi” a sproposito: fanno anche di tutta un’erba un fascio tra supplì e arancini. E allora facciamo cultura: i supplì sono come gli arancini, ma con il sugo dentro.
Per finire, un consiglio ai claustrofobici: non privatevi dell’esaltante esperienza di rimanere chiusi nell’ascensore dell’hotel - peraltro per qualche manciata di secondi, mica l’eternità - con un polacco e una polacca. Voi biascicherete qualche parola in inglese per rassicurarli che ora che avete suonato la campanella qualcuno risolverà il guasto, e troppo tardi vi accorgerete che vi guardano con gli occhi pallati perché non capiscono una fava di niente che non sia polacco. Il tutto mentre la lei della coppia inizia a pigiare freneticamente e più volte qualsiasi escrescenza (viti comprese) della pulsantiera, e lui fissa la targetta che indica il peso massimo bianco come un cencio, come manco di fronte ad una nuova Madonna di Częstochowa.
12 feb
E’ un periodino un po’ così, in cui le cose da fare si accavallano come mattoncini del tetris quando stai per perdere la partita. Ho un’infinità di cose da scrivere, per cui inizio e vediamo quando (e se) finisco.
Intanto mi “lollopandelarizzo“ e avverto chi immotivatamente sia interessato che da mercoledì 14 a domenica 18 sarò nella capitale.
Lo dico perché non capita spesso perché riesca a pernottarvi.
E perché un annuncio simile, due anni fa, fu all’origine di una serata estemporanea (oggi voi la chiamereste “BarCamp”) in cui ci si divertì parecchio e parecchie persone che si conoscevano solo via rete si incontrarono fisicamente per la prima volta.
Eppoi, sempre grazie a quel post, partì l’esperimento (rimasto tale) della WikiGuida. Molto semplicemente andò così: io mi limitai a chiedere ai romani qualche suggerimento a proposito di un posto carino in cui andare a mangiare, e le segnalazioni furono così tante che sembrò carino raccoglierle su un sito e renderle aggiornabili e modificabili da chiunque.
In più, da milanese, scoprii queste cose:
A Roma, per la cronaca, ci vengo tra l’altro per una rottura di palle: devo essere sentito come testimone per una causa. Una roba da Ordine dei giornalisti, in cui fortunatamente non c’entro niente e di cui me ne frega ancor meno. Epperò se non mi presento - leggo, testuale - “potrà essere disposto il pagamento di una pena pecuniaria bla bla bla e, in ogni caso, potrà essere disposto da parte del Giudice l’accompagnamento coattivo a mezzo della forza pubblica”.
…comunque, se sabato sera non avete niente da fare e, anzi, avete da suggerire un posto in cui si possa stare tranquilli a chiacchierare contandosi sulle dita di parecchie mani, fatevi avanti. Altrimenti si fa come l’altra volta, allo Zest, all’ultimo piano dell’Es.
1 feb
L’apostrofo è un imenottero tipografico.
Ha una capocchia pronunciata e un piccolo pungiglione posteriore. Benché non sia affatto un segno d’interpunzione, l’apostrofo frequenta le vette dell’interlinea, difatti sta in apice. Mentre la virgola striscia a pedice, poverina.
Questo prodigioso virgoliforme svolazza qua e là nel testo, s’attacca in coda alle parole o in capo ai lemmi e ne sugge via una sillaba. Poiché si stanca parecchio di quel suo gran daffare, sovente si rannicchia a guisa di punto e riposa alla fine d’una frase.
Quando due apostrofi s’incontrano, amoreggiano all’istante. Nella fase di corteggiamento, denominata “Aperte le virgolette”, l’apostrofo maschio si avvicina all’apostrofo femmina e le dichiara i suoi sentimenti. Nella fase di accoppiamento, denominata “Chiuse le virgolette”, l’esemplare femmina porge le terga all’apostrofo maschio, il quale ne approfitta di brutto.
Nei momenti di solitudine, l’apostrofo si riproduce per partenogenesi. In virtù della sua forma spermatozoide, infatti, l’apostrofo riesce ad autofecondarsi, non si sa esattamente come. Fatto sta che dopo qualche paragrafo, toh, ecco i puntini di sospensione… Sono uova di apostrofo, deposte nel numero di tre alla volta. L’apostrofo abbandona i puntini non appena si schiudono e se ne va per gli affari suoi.
È compito delle parentesi prendersi cura dei piccoli allo stato larvale – per inciso, voilà una barzelletta: Un piccolo apostrofo chiede a una parentesi: “Sei tu la mia mamma?” E lei risponde: “No, sono una tua lontana parentesi. Ah ahhahahah! - e badare che non facciano casino nel senso della frase.
In questo periodo i giovani apostrofi non hanno ancora messo le ali, perciò strisciano come virgole e compromettono lo scorrimento della circonlocuzione verbale. Capita sovente che qualche vetusto puntoevirgola venga travolto e rimpiazzato da questi teppistelli; le parentesi cercano di arginare gli slanci degli apostrofi, apostrofandoli spesso con le loro convessitudini.
Non appena il cucciolo di apostrofo comincia a bozzolare, le parentesi si squadrano da capo a piedi […] e lo proteggono mentre impara a volare. Dopodiché le parentesi s’aprono e ogni apostrofo se ne va dove gli pare e piace.
20 gen
Me ne stavo disteso sul letto della mia cameretta (luci basse e porta chiusa) ed ero ancora un adolescente. Lo ero quando un adolescente solitario che ascoltasse musica nella sua cameretta (luci basse e porta chiusa) non lo si accompagnava direttalmente dallo psicologo.
18 gen
Il nome sul campanello è sempre un rischio. Per questo, sul citofono dei miei appartamenti ho sempre lasciato il numero dell’interno desiderato. Quando i miei amici venivano a trovarmi, si dimenticavano ogni volta quale fosse il numero, perciò dovevo escogitare alcuni trucchetti per facilitarne la memorizzazione. Anni fa, per esempio, abitavo al 68. Agli amici dicevo: è il numero della vostra posizione preferita - 1. La vecchietta che abitava all’89 non ha mai ricevuto tante visite inaspettate come in quel periodo.
Ora, poiché è passata la proposta di legge che autorizza i figli a ereditare il cognome del padre o quello della madre oppure quello di entrambi, ho deciso di rinunciare al cognome paterno e acquisire quello patrigno. Più sintetico, più ricordabile e piacevolmente generico, alla stregua di un Rossi o un Bianchi. Il portinaio del mio nuovo appartamento si rifiuta di cambiare la targhetta sul mio campanello finché non vedrà il nome Gaia Neri impresso sulle buste delle bollette. L’omonimia con il padrone di questo blog è del tutto casuale.
12 gen

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29 dic
O almeno non mi pare di esserlo, anche perché avrei almeno il doppio dei suoi anni, e garantisco di non essere lesbica (se non per il fatto che preferisco le fanciulle) Per la precisione, non credo nemmeno al centopercento di esistere, ma non potevo non ascoltare il grido di dolore per la pessima congiuntura calendaristica che faceva sì che nessuno più postasse alcunché*. Chissà se basta questo a rompere il precario equilibrio di Macchianera…
26 dic
Un bel gioco dura tanto: l’ultima cosa al mondo che avrei pensato, nel tardo luglio 2004, è che sarebbe durato sino alla fine del 2006.
E’ che dopo un po’ è diventato come una droga. La gente che scriveva; le foto che preferibilmente andava a cliccare; i penosi tentativi di adescamento nella malcelata convinzione che Lexi Amberson fosse un’ordinaria eterosessuale che non aveva ancora fatto l’incontro giusto.
Dio, quanto ci siamo divertiti. Sarebbe bello fare anche qualche nome, ma non sarebbe corretto, come si dice.
25 dic
E’ curioso, anche se per me per nulla strano, come i miei mondi “pubblici” paralleli (vignette, educatore, scultore), spesso si sfiorino e con lo spirito del dio della satira, divengano l’uno condiviso dall’altro. Perché la “satira” è per me, ricerca di distanza da ogni contesto, ma non isolamento, piuttosto il tentativo di volare sopra, guardando, smontando, autoprovocando riflessioni, spesso da condividere in una divertente integrazione di contesti anche molto differenti, con linguaggi appena diversi ma con stessi intenti, con lo stesso messaggio.
E’ per l’appunto il caso della mia vignetta a tutta pagina 3 dell’ultimo (dicembre) Mucchio Selvaggio, storico (compie 30 anni nel 2007), ottimo mensile di musica, cinema, libri, performance e attualità, fieramente laico e anticlericale, e del Presepe di sculture che ho fatto per il Villaggio Litta , il Centro di riabilitazione, gestitito dai Padri Camilliani, dove lavoro come educatore professionale con ragazzi residenziali (che vivono lì) diversamente abili. L’idea di partenza è un mio antico “spunto”: un bambino in croce, la rappresentazione dell’infanzia abusata da mille violenze o uccisa dalle guerre. Il Natale è una magnifica occasione per parlarne, sul Mucchio Selvaggio e al Villaggio Litta, ad esempio. La vignetta basta a se stessa naturalmente, mentre il Presepe e la sua differente “complessità” (il codice comunicativo, il messaggio, il contesto del Litta, i visitatori/spettatori, i ragazzi) ha avuto bisogno che scrivessi una storia, da porre sul presepe stesso (quasi un fumetto, insomma). Buona lettura, buone visioni.
N.B. le architetture e le case del Presepe, sono state realizzate da Roberto, un collega.
15 dic
Tutti fighi voi che abitate nello stivale. Mettete sù un incorcio tra Peron e un mobiliere brianzolo, lo fate governare per anni basandosi su promesse da bengodi, poi votate una coalizione di destra-centro-sinistra (Dini, Mastella, Rutelli, Fassino, Bertinotti, Pecorario-Scanio), e dopo un paio di mesi vi fate rodere per delle misure finanziarie per rimettere a posto il casino fatto dai vari Tremonti. Giù il gradimento, e ci può anche stare. E poi via alla sequenza di urla scomposte per dire che il governo se ne deve andare.
No, cari i miei geni incompresi. Bush viaggia con le stesse percentuali da mesi, e nessuno lo mette in dubbio. Ieri hanno pubblicato un sondaggio in Germania in cui la Merkel ha meno del 30% di gradimento.
Forse non avete capito. I governi non stanno lì per rinnovare un negozio di frutta, ma per legiferare su un arco di 5 anni. OK che il gradimento vada giù, e poi magari rivà sù.
Ma Prodi DEVE rimanere lì e governare 5-anni-5. Per un nuovo governo se ne riparla nel 2011.
Negli anni 5, 4, 3, 2 e 1 avanti Cristo si intuiva che stava per succedere qualcosa.
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