Archive for the 'Personale' Categoria
Seduto con le mani in mano sopra una panchina fredda del metrò
Il 7 giugno del 2003 (preistoria, più o meno), Luca Sofri scriveva:
“Appello per Gianluca Neri, che è quello con i mezzi: quando fai un festone? Se vuole venire Stefano facciamo anche uno spazio dibattiti, di sopra”
Trovate il reperto in questa pagina, più o meno verso la metà.
Racconto spesso – nelle interviste pre e post BlogFest - che l’ispirazione per l’incontro annuale di Riva del Garda venne proprio da quell’appello.
In questi giorni mi sono letto praticamente tutti i resoconti bloggherecci-blogfestari e mi sono ritrovato a invidiare molto chi scriveva “che bello: è davvero come una gita delle medie” o “non puoi fare due passi a Riva del Garda che incontri un blogger che ti offre uno Spritz”. Non che io non me la goda, la BlogFest, sia chiaro. E’ che farla non è la stessa cosa che partecipare: tra le tante cose che non riesci a fare ci sono, appunto, un sacco di Spritz mancati; un sacco di persone che non sei riuscito a salutare come si deve e un sacco di persone cui non sei riuscito a dedicare l’attenzione che meritavano.
Detto questo – e mancandomi molto i tre giorni del Condor che si tenevano a Gressoney – io faccio ufficialmente un appello: secondo me Luca Sofri dovrebbe organizzare un nuovo Kinder. Una festa del Post. Un Poster, o come diavolo vorrà chiamarla.
Tanta è la voglia che stavo proponendomi per aiutarlo, e poi andrebbe a farsi benedire il senso di tutto questo, ovvero partecipare, e basta. E ammazzarsi di Spritz, ovviamente. Di Genepì no, perché nessuno al mondo muore di Genepì. E’ una questione di dignità e di facciata.
Nota a margine con un anno di anticipo, perché gli amici di Internazionale prendano nota:
noi, l’anno prossimo, la BlogFest vorremmo farla il 28, 29 e 30 settembre 2012.
A Cinquant’anni Sbagliandosi in Para
Un amico - uno dei pochi tra quelli che sai che ricorderai per sempre - oggi ha compiuto cinquant’anni e ha scritto parole in grado di commuovere foss’anche stato uno sconosciuto.
Io ho tanto per cui ringraziarlo, e fargli gli auguri qui riportando quelle parole è – davvero – il meno che posso fare.
Ciao. Ho cinquant’anni. Ho fatto alcune cose di cui vado fiero, altre meno. Fin qui non ho avuto molti amici e dubito che da ora in avanti cresceranno, ma alcuni sono stati fantastici e mi impegno ogni giorno per tenerli sempre con me. Ho anche perso un sacco di tempo con persone per cui non ne valeva assolutamente la pena. Disegno tutti i giorni, ma non mi brucia alcun sacro fuoco. Anzi, se economicamente potessi permettermelo, probabilmente non farei un tubo. Sono stato da entrambi i lati di svariate barricate, non trovandomi perfettamente a mio agio in nessuno di essi. Ma almeno in due o tre imprese a cui ho partecipato fin qui, mi sono divertito un sacco. Ho una quota davvero modesta di rimorsi e quasi irrilevante di rimpianti. Alcune delle entità e dei mondi di cui mi sono innamorato da ragazzo li amo teneramente ancora oggi. Piango spesso, più per cose bellissime che per quelle brutte. Mi commuovono molto i sogni delle generazioni. Riesco ancora ad illudermi e quindi posso provare ancora vitalissime delusioni. Vorrei andare sempre in bici e a piedi, vorrei una casa a Londra, un giardino grande, vorrei portare tutte le mie ragazze/o in giro per il mondo. Vorrei svegliarmi ed essere in un Paese che ha voglia di essere civile. Vorrei essere capace di lasciarmi andare di più e di guidare in montagna. Vorrei più tempo solo con mia moglie. Vorrei vivere abbastanza per vedere cosa combineranno quelle incredibili persone che ho generato assieme a Lia, anzi, lo vedrò comunque. Ho conservato un miliardo di foto, un milione di frammenti palpitanti di palcoscenici, viaggi, brindisi, redazioni, notti con la luce della mia lampada da tavolo e telefonate. Ho vissuto quattro nascite fra le mura della mia casa. Sono pronto per il secondo tempo. Prima che la pellicola riparta, vorrei ringraziare chi ha avuto voglia di lasciare qui i suoi auguri. La Rete ho contribuito anch’io a farla e oggi sembra quasi che mi abbia voluto ringraziare, regalandomi centinaia di “Buon Compleanno”. Grazie, lo dico sorridendo davvero.
La Moda come Frontiera comunitaria 2.0
Miuccia Prada: “Io l’autunno e l’inverno li eliminerei: i miei clienti più ricchi vivono tutti al caldo”
Vorrei riflettere sul rapporto tra individui, rappresentazione collettiva e Rete in questo passaggio d’epoca tech. Utilizzo due esempi: l’Amazon di Jeff Bezos che impone un modello precomunitario sul Web 0.0; la case-history della community della casa di moda Piazza Sempione. Risponendo a un’intervista fattami da Vogue (Sfilate e letteratura, a cura di Edoardo Acotto), definivo il complesso Fashion System attraverso categorie di “separazione”…
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- “Cos’è che non ti piace di Livorno?” – “Tutto”
(Il post che segue è una mia personalissima recensione che scrissi di getto una notte dopo aver visto il film di Virzì, e che poi è rimasta nel limbo, ovvero in quella cartella dove svernano pezzi non finiti, spunti imprecisi o troppo personali per essere pubblicati. E ora che il film è stato candidato a rappresentare l’Italia alle nomination degli Oscar, ho preso coraggio e ho deciso di pubblicarlo. Tutto a vostro rischio e pericolo).
Ciò che mi unisce a Paolo Virzì e a Francesco Bruni (regista e co-sceneggiatore di “La prima cosa bella”) è il sentimento di profondo odio/amore nei confronti di Livorno, con la differenza – non da poco – che io questo sentimento lo manifesto borbottando tra me e me in qualche conversazione con amici o in post senza capo né coda come quello che mi appresto a scrivere, mentre loro lo trasformano in magnifiche storie e in film che fanno struggè .
“La prima cosa bella” è un film profondamente italiano, che parla di cose universali, come l’amore e gli affetti. Sullo sfondo c’è la provincia italiana e, sopratutto, c’è Livorno, che non ha un ruolo da protagonista come in “Ovosodo”, ma che nel mio personalissimo modo di leggere il film è più che centrale. Provo ora a spiegare il perché e intanto sconsiglio la lettura a chi non ha visto il film, anche perché qui sotto si minaccia la “spoilerata”.
Con Virzì e Bruni condivido anche l’esperienza di essersi levati di ‘ulo da Livorno in età più o meno matura. Anche Bruno Nigiotti – nel film interpretato da Mastandrea – scappa da Livorno dopo aver finito la scuola. Ad una prima lettura sembrerebbe che il protagonista fosse fuggito dalla madre: in effetti lui è il primo è a crederlo e probabilmente lo ha sempre pensato, ma quando torna a Livorno per recarsi al di lei capezzale, si riaccendono più vividi che mai i ricordi – i flashback del film – che oggi però riesce a leggere in modo diverso. Oggi si rende conto che quella madre così ingombrante non era poi sbagliata, ma semplicemente era una donna con tanto – troppo – amore da dare. In fondo non era lei quella eventualmente da colpevolizzare. Forse la responsabile era proprio Livorno, la gretta provincia giudicante. Livorno, dietro quella patina di simpatia e di città burlona, sa essere crudele come poche, chiusa, incapace di riconoscere i veri talenti, una città che non ha voglia di crescere o di migliorare, ma al tempo stesso capace anche di grandissima generosità, specialmente da parte del popolo. Anche quest’ultimo è un tema che ricorre spesso nei film livornesi di Virzì, un tema che sulle prime potrebbe sembrare una superficiale e faziosa critica sociale, ma che nasconde una verità: c’è infatti una profonda differenza di animo e di sensibilità tra i ceti più bassi e la media alta borghesia labronica che Virzì dipinge spesso come ipocrita ed egoista.
Bruni e Virzì raccontano Livorno splendidamente, come è normale per chi ci ha vissuto per oltre 20 anni, e lo raccontano attraverso alcuni personaggi. Ecco allora ecco il personaggio del Nesi, che lo vorresti continuamente abbracciare, il medico della madre con la voce rosi’ata dai ponci e dal libeccio che riesce ad essere al tempo stesso franco e diretto ma anche rassicurante (chi lo interpreta non ha fatto fatica a recitare, è infatti davvero il dottore che opera nell’Unita Cure Palliative Hospice di Livonro), il negoziante del negozio di pesca segretamente innamorato di Anna o il logorroico marito di Valeria. Abbracciarli forte e volerli bene.
Così, in una sorta di somma algebrica del cuore, Bruno prova a fare i conti con Livorno, e alla fine che combina? Decide di andare a fare il bagno in mare. Il mare che è la grande culla, la madre generatrice e centro nevralgico della vita e dei pensieri dei livornesi ma che, al tempo stesso, è anche capro espiatorio di tutte le inefficienze e complice del compiaciuto declino della città “’mporta una sega.. tanto ci s’ha ‘r mare”.
Anch’io sono scappato da Livorno per un bel po’ di tempo, poi per i casi della vita – essendomi nel frattempo sposato e moltiplicato – abbiamo provato a tornarci a vivere, abbiamo desistito e ora la osservo e la vivo in quella che stoltamente penso sia una “giusta distanza”.
E così succede che un film, la semplice storia di una famiglia lontanissima dalla mia, ti fa rimettere tutto in discussione.
A una persona di cui ho una foto in bianco e nero
Non scrivevo sul blog da un po’ di tempo. Tanto di quel tempo che c’è stato perfino chi ha detto che Macchianera era morto. Come se potesse morire.
Però è innegabile la mia latitanza. Sulle prime ho creduto che fosse uno degli effetti del sopravvento dei social network: scrivi decine di piccole cazzate durante il giorno e, alla fine, non hai poi tutta questa voglia di ripeterti in un riassuntone finale. Ma, no, il motivo non sono i social network. Cioè, un po’ sì, siamo onesti; anche se poi è solo questione di dove va la gente a leggerti, e qua tutti assieme o sparsi per la rete non fa poi tutta questa differenza.
Le ragioni di questa assenza sono state principalmente due. Il libro, anzitutto: l’ho scritto con un senso atavico di colpa addosso per avere abbandonato il blog, al punto che sono arrivato a pubblicarne gran parte su queste pagine mentre stendevo le idee sul word processor. Poi un editore ha avuto la bontà di pubblicarlo, ma prima ci sono state le infinite revisioni richieste dall’essere un pignolino come me (confortato unicamente dal fatto che, alla millemillesima lettura, non ho ancora trovato un refuso), e la fatica di svelare un finale che comporta l’essere pigro come me.
La seconda ragione è un amico, uno di quelli si fanno vivi all’improvviso, e di cui hai testimonianza solo attraverso una foto in bianco e nero. Continua a leggere »
Donne, dududù, in cerca di guai
Comincio dall’antefatto. Mi viene chiesto per lavoro un parere sull’efficacia della community femminile Pensierosa.it (se mi fornite la vostra opinione, ve ne sarei gratissimo! Mi serve davvero per un report…). All’interno del sito, di cui valuto le parti 1.0 e quelle 2.0, scopro questo sondaggio: cosa risulta più importante nella vita di una donna. Sulla pagina Facebook chiedo ai miei amici che cosa pensino del sondaggio. Si scatena un agone di opinioni, quasi tutte da parte di amiche e quasi tutte negative, che posso riassumere con un commento sintetico: “Ma perché ciò che riguarda la vita femminile deve essere trattato sempre in un mix tra Donna Moderna e Vanity Fair?”. Non secondaria anche la reazione degli amici che, da Facebook, hanno sovvertito la gerarchia di voto, abbattendo il primato della voce “Un uomo al tuo fianco”, rea di rappresentare una concezione della donna come ausiliaria o necessitante ausilio.
Poiché questa comunità è non soltanto comunicazione su un tema, ma anche discussione tra partecipanti, mi pare il caso di riaprire il discorso su una questione a cui tengo molto, poiché è un indice irrinunciabile di civiltà – parlo della vita vivente delle ragazze e delle donne, dei diritti che sono stati acquisiti nel tempo e che oggi (cifre alla mano) appaiono concretamente cancellati.
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A-Social
Tempi duri richiedono misure drastiche: parte “Chi vuol essere Gianluca Neri?”.
Funziona così: io impacchetto tutti i miei login e le mie password dei social Network (Facebook, Twitter, FriendFeed, Google Buzz, Latitude, YouTube, Brightkite e Flickr) e le consegno a un amico che si impegna a cambiare le password e non restituirmi il tutto fino a che non avrò finito i tre capitoli rimanenti del mio libro.
Arrivati al 42° capitolo torno. Oggi, alle 23:59, su FriendFeed, l’ultimo messaggio.










