Se in Italia avessimo Batman, il personaggio di Enigma lo vorrebbe fare sicuramente Francesco Cossiga. Entrambi non stanno dalla parte dei buoni. Entrambi centellinano i segreti di cui sono a conoscenza, vincolandone la divulgazione alla soluzione di stupidi indovinelli. Da anni, infatti, man mano che l’Alzheimer avanza, l’ex Presidente della Repubblica continua divertito a togliersi dalle scarpe i sassolini residui dell’epoca delle picconate, riguardanti gli anni più cupi della storia Italiana. E lo fa con cognizione di causa. Fateci caso, e pensate a qualche episodio oscuro del recente passato: lui, in qualche modo, c’era. Sempre. Ustica? Presidente del Consiglio. Rapimento Moro? Ministro dell’Interno. Strage di Bologna? Presidente del Consiglio. Nell’agosto del 1991 raccontò al regista Zeffirelli (confermando in seguito) di «conoscere uno per uno» i terroristi coinvolti nel rapimento di Aldo Moro e di sapere dove fosse ubicata la prigione. Qualche giorno fa, nel corso di un convegno, ha dichiarato che secondo lui con la strage di Ustica gli americani non hanno nulla a che fare e, piuttosto, gli pare più verosimile che l’aereo sia stato abbattuto da «un missile». Voi lo leggete in italiano, ma lui l’ha pronunciato in francese. I francesi hanno faticato, ma sono riusciti a trovare un personaggio di pari autorevolezza che potesse controbattere all’insinuazione. «Me stiamo schersandò, quel màntitor! Con uno come Cossiga non starei nemmeno nella stessa stonsa», ha dichiarato l’ispettore Clouseau.
Dopo i casi di pedofilia che hanno coinvolto il vescovo di Palm Beach Joseph O’Connell (che sostituiva il predecessore Joseph Simonis, accusato dello stesso reato), il cardinale di Boston Francis Law, il vescovo ausiliario di Parigi Jean Di Falco e il vescovo di Poznan Julius Paetz, Giovanni Paolo II ha ritenuto opportuno intervenire con decisione e lanciare un duro monito contro gli scandali sessuali che coinvolgono la chiesa e i suoi membri. Ma soprattutto i membri dei membri della chiesa. Nella lettera ai sacerdoti del giovedì santo il Sommo Pontefice non ha utilizzato mezzi termini. Ma neanche termini interi: «Scjamo perscionalmente scosci nel profondjo da pecati di alcunji gnostrji fratelji che hanno tradgito lla gracia riscievjuta dall´ordinascjione, scjedendo alle pesggjori manifjestascjioni de pecato». In attesa che il senso delle parole del Papa venga svelato, gli accusati si difendono con fermezza: alcuni si dichiarano sconvolti dall’essere oggetto di una campagna denigratoria, altri sostengono di essere vittime di un grosso equivoco: «Abbiamo solo applicato l’insegnamento “lasciate che i bambini vengano a me”: si faceva un po’ per uno. A volte arrivavano loro, altre volte erano loro che facevano venire noi». La diocesi di Palm Beach, in ogni caso, si è vista costretta a specificare che, al di là di quanto si sostiene in alcune sacrestie locali, la fellatio, per quanto possa essere un termine latino, non è il sacramento che viene dopo la cresima.
A giudicare dai repentini cambiamenti d’opinione in merito all’omicidio di Marco Biagi si direbbe che i rappresentanti del Polo si sveglino Jekyll un mattino e Hide quello seguente. Silvio Berlusconi, a ridosso del delitto, sparlava di «inumana ideologia che muove la mano degli assassini»; ieri ha invece lanciato un invito «a riprendere il dialogo». Al contrario, il ministro Gasparri, che a “Porta a Porta” si è distinto tra gli ospiti più assennati, passata ‘a nuttata ha dichiarato: «Non è giusto assimilare l´Ulivo al terrorismo, ma abbiamo il diritto di dire che non è per caso, se sparano a noi». È invece per fatalità che ci toccano rappresentanti senza il dono del paio di palle necessarie per sostenere l’unico discorso coraggioso possibile: «Speculare sulla morte di un uomo che tanto di sé ha dedicato allo Stato equivale ad infangarne la memoria. È per questo che invitiamo chi aveva deciso di manifestare contro questo Governo a non lasciarsi sottrarre il diritto di esprimere il proprio dissenso. Allo stesso tempo preghiamo il Governo di continuare a sostenere le proprie convinzioni. Se una sola delle parti recedesse da questi intenti l’atto terroristico, paradossalmente, avrà avuto un senso. Rimanendo coerenti faremo passare il concetto che la politica si nutre di parole e non di piombo. E che la morte di Biagi non poteva essere più inutile». Niente battute, oggi: abbiamo sprecato tutto lo spazio per fingerci ghost writers del Presidente del Consiglio di un paese mediamente civile.
Se la pietà verso quel corpo riverso sull’asfalto non offuscasse il giudizio, ci sarebbe da pensare che con l’omicidio dell’economista Marco Biagi sfuma la possibilità di una civile discussione sulle modifiche all’articolo 18. Non è indubbiamente questione da poco: lo diventa messa a contrasto con la morte di un povero cristo, di un’inconsapevole pedina di secondo piano che faceva gioco un po’ a tutti avere fuori della scacchiera. Sarebbe persino lecito pensar male, se Luca Casarini, il portavoce delle “tute bianche” che si vanta di non bere Coca-Cola e tuttavia non raggiunge il quoziente di intelligenza della relativa lattina, non avesse vanificato anche questo perseverando ad evitare di tacere. Perché, diciamolo: le fondamenta dei palazzi del potere non tremano per la voce grossa dell’opposizione istituzionale, ma per quella corale delle migliaia di persone che, malgrado l’assenza di un leader credibile, portano in piazza un comune sentire, una collegiale protesta. Considerando che i “black block” non amano i girotondi e i PalaVobis, le parole del Presidente del Consiglio («Il senso di responsabilità, in un momento come questo impone a tutti di interrompere la catena dell’odio e della menzogna, perché è di questo che si nutre l’inumana ideologia che muove la mano degli assassini») non possono che suonare strumentali e un filo sospette. Ed era pure una dichiarazione a freddo. Quella a caldo, a chi per primo gli ha riportato la notizia, è stata: «Cribbio, io non intendevo “quel” Biagi!».
Abbiamo battuto qualsiasi record di apnea: un mese e mezzo senza citare il delitto di Cogne. Lo facciamo ora, e solo perché la vicenda ha ormai perso la dignità del comune caso di cronaca nera per ambire allo spazio più consono della pagina degli spettacoli. Sin dal primo lancio d’agenzia si è capito che l’infanticidio aveva quel di più alla “Erika&Omar” che su Bruno Vespa ottiene effetti superiori al Viagra. Niente abusate mostruosità da metropoli, tipo madre che lancia neonato dalla finestra perché piange troppo; piuttosto ecco, confezionato chiavi in mano, un serial da prime time firmato David Linch. Perché Cogne, se ci pensate, è “Twin Peaks“: il paese montano isolato, chiuso su se stesso e sulle proprie tradizioni; lo sguardo circospetto riservato ai forestieri; gli inconfessabili segreti della semplice comunità rustica tutta baita, aria buona e passeggiate; il delitto; l’indagine; il diavolo in famiglia; la struttura narrativa seriale del colpo di scena alla prossima puntata. Manca solo la colonna sonora di Badalamenti, ma vedrete che uno di questi giorni Studio Aperto provvederà. Cazzata per cazzata, lanciamo la nostra: la pista politica, il governo, gli alieni. Perché la madre di Samuele ha ricevuto in cella due deputati di Forza Italia? Perché pochi giorni dopo, proprio in quella zona, è misteriosamente caduto un elicottero con a bordo quattro esponenti del medesimo partito? Cosa ci stanno nascondendo? La verità è là fuori? A Mulder e Scully uno spunto simile non sarebbe sfuggito.
Diciamolo senza timore! Tutti coloro che da anni tentano di muoverci all’invidia della presunta cultura e dell’ipotetica intelligenza di Vittorio Sgarbi meritano un trattamento necessario e doloroso: una dose di tanta e bramata sapienza due volte al dì. Per via rettale, dal momento che sono gli unici a ritenere che non sia supposta. Da tempo ormai la SIAE ha dichiarato di voler mettere in regola l’onorevole: «Il suo è un lavoro che al momento viene ingiustamente non riconosciuto. – ha dichiarato il presidente Mauro Masi – Creare una macchietta e farne un personaggio che dice stupidate fa parte delle mansioni da autore dei programmi satirici di cui oggi è solo bersaglio. Basta che depositi i testi, altrimenti siamo impossibilitati a tutelarlo». Intanto, la sfida tra “Striscia” e Sgarbi si fa pesante. Lo conferma la temibilissima querela ad Antonio Ricci sporta dalla mamma del sottosegretario: «Ha detto che gli ho bloccato lo sviluppo, e non è vero: a sei anni la maestra lo definiva “un piccolo stupido”, oggi lo sento apostrofare come “grande coglione”». Un innegabile progresso ottenuto senza aiuto né consigli. David Riondino arrivò troppo tardi quando, anni fa, le dedicò una rivisitazione di “Vecchio Scarpone”: “Vecchio Sgarbone quanti libri hai rubato / e quanti quadri non si trovano più / quante ragazze nel tuo letto han gridato / “non ne posso più!”. / Signora Sgarbi quel ragazzo è viziato / forse è malato forse anche di più / forse da piccolo l’avete picchiato / dovevate dargliene di più”.
Una fiaba per grandi e piccini, riportataci dalla lettrice Manuela: “Quando Dio creò il mondo perché gli uomini vi prosperassero decise di concedere a ciascun popolo due virtù. Rese così gli americani ordinati e rispettosi della legge; i tedeschi tenaci e studiosi; i giapponesi lavoratori e pazienti. Giunto agli italiani disse all’arcangelo Gabriele di annotare su un quaderno: «Questi saranno intelligenti, onesti e voteranno Forza Italia». Terminata la creazione, l’arcangelo lo chiamò e gli espose un dubbio: «Padre buono, hai dato a tutti i popoli del mondo due virtù, ma agli italiani ne hai concesse tre. Questo farà in modo che essi prevalgano su tutti gli altri popoli del mondo. E’ questa la Tua volontà?». «Hai ragione – rispose Dio – non sarebbe giusto. Il problema è che non posso mica chiedere indietro regali che ho già fatto… Ho comunque un rimedio per questa situazione: d’ora in avanti, gli italiani conserveranno tutte e tre le virtù, ma affinché essi non si impongano sugli altri popoli non potranno avvalersi che di due di esse per volta». Per questa ragione, da allora, l’italiano che vota Forza Italia ed è onesto non può essere anche intelligente; quello che è intelligente e che vota Forza Italia non può essere anche onesto; e quello che è intelligente e onesto non potrà mai votare Forza Italia“.
L’amministrazione di Cracovia ha concesso il via libera alla realizzazione di un supermercato all’interno di Auschwitz, il campo di sterminio in cui morirono più di un milione e mezzo di persone. Saremo pure babbei noi che ancora ci sorprendiamo della perversione del commercio, ma è un po’ come se l’omonima canzone di Guccini facesse da sottofondo ad uno spot di una marca di sapone. Viene da pensare che un paese in cui accade una cosa simile forse il comunismo se lo meritava. E sarebbe stato il male minore. È sicuramente colpa nostra, che siamo così poco pronti alle innovazioni del mondo globalizzato: dobbiamo aggiornarci, restare al passo con i tempi, e imparare a non stupirci più di nulla. Neanche della nuova serie di imprese che, sull’onda dell’iniziativa della cittadina polacca, vedranno la luce di qui a poco:
- Le attrazioni dell’”Usticapark”: al largo delle coste dell’isola siciliana, la magica sensazione di trovarsi a bordo di un aereo che precipita. Un’emozione che potrete raccontare dopo anni, quando qualcuno si deciderà a spiegarvi cos’è successo.
- Space Vertigo “Torri Gemelle”: risposta di New York all’attrazione di Gardaland. La singolare e improvvisa sensazione di cadere da ben 411 metri di altezza.
- La bottega del mastro artificiere: in piazza Fontana, a due passi dal Duomo di Milano, un’esplosione di suoni e colori per festeggiare la prossimità del capodanno sin da metà dicembre.
Milano è la città al primo posto in Italia per quantità di immondizia recuperata. Ebbene, in questo luogo da primato (41% di rifiuti riciclati, soffiato a Roma, a cui quest’anno, diversamente dal passato, è stato impedito di includere nel conteggio anche i parlamentari) capita che abbiano dimora anche zotici incivili come il sottoscritto, che conducono vita dissennata, con orari da fuso orario americano, che a malapena sanno dividere lavoro e vita privata e quindi figuriamoci se sono capaci di farlo con la carta, il vetro e la plastica. Concordo preventivamente con la maggior parte di voi: non c’è giustificazione per un atteggiamento tanto barbaro. Il punto, infatti, non è questo: l’inciviltà, quando scoperta, si sconta. Fin qui tutto regolare: la multa è arrivata, giustamente salata, ed è stata pagata. La domanda, invece, è: come cacchio hanno fatto a rintracciarmi da un sacchetto di rifiuti? Semplice: l’hanno aperto, hanno rovistato tra la mia spazzatura, hanno trovato alcune lettere indirizzate al sottoscritto e ne hanno ricavato nome, cognome, indirizzo, numero di telefono. Alla faccia della riservatezza dei dati hanno addirittura descritto la procedura nella causale della sanzione. Giuro che da oggi farò gioco di squadra perché Milano vinca anche la prossima edizione di questo “Giochi senza frontiere” del pattume; in cambio il Garante della Privacy potrebbe indagare sul motivo per cui in questo gioiello di civiltà fatto metropoli un qualsiasi spazzino sembra avere licenza di farsi i cazzi tuoi?
Una chicca dalla rete, autore ignoto: “Salve, mi chiamo Mario Rossi e vivo in un palazzo costruito dal Presidente del Consiglio. Lavoro in un’azienda il cui azionista è il Presidente del Consiglio. L’assicurazione dell’auto con cui mi reco al lavoro è anch’essa del Presidente del Consiglio. Tutte le mattine acquisto il giornale di proprietà del Presidente del Consiglio e, dopo il lavoro, vado a fare la spesa in un supermercato del Presidente del Consiglio per comprare prodotti di aziende del Presidente del Consiglio. Alla sera guardo le tv del Presidente del Consiglio, nelle quali i film (spesso prodotti dallo stesso Presidente del Consiglio) sono continuamente interrotti da spot realizzati dall’agenzia pubblicitaria del Presidente del Consiglio. Quando mi stufo vado a navigare su internet con il provider del Presidente del Consiglio: cerco i risultati delle partite di calcio, perché faccio il tifo per la squadra del Presidente del Consiglio. Quando mi capita di andare al cinema, nella catena del Presidente del Consiglio, proiettano un film prodotto dal Presidente del Consiglio, anticipato da spot realizzati dall’agenzia del Presidente del Consiglio. La domenica rimango a casa e leggo un libro di una delle case editrici del Presidente del Consiglio. Naturalmente, come in tutti i paesi democratici anche in Italia è il Presidente del Consiglio che fa le leggi, approvate da un parlamento in cui la maggioranza è saldamente in mano al Presidente del Consiglio. Il quale, ovviamente, governa nel mio esclusivo interesse”.
Sta’ a vedere che ora persino uno come Fedele Confalonieri ci diventa bipartisan mentre siamo distratti. A Bossi che “in nome della democrazia” chiedeva di imbavagliare la Gialappa’s (rea di averlo definito “europirla”) Fidel ha infatti ribattuto con parole semplici semplici che anche un cretino, appunto, possa capire: «esistono degli eccessi, ma il pluralismo è anche questo». Qui sta il problema: che Bossi sia un pirla è un dato oggettivo. Inconfutabile. Comprovato. Se esistesse una patente da pirla, Bossi sarebbe la motorizzazione. E la Gialappa’s ci è persino andata leggera, limitandosi ad apostrofarlo “europirla” . L’Europa ha confini troppo poco vasti per contenere tanta dabbenaggine: Bossi è la mondovisione dei pirla, il mondopirlone. E aggiungiamo noi a mo’ di complimento che è anche necessario essere titolari di un’invidiabile faccia da culo per definire “razziste” le battute della Gialappa’s sulla Lega, un partito nelle cui file militano guappi del calibro di Borghezio: quello che ha spruzzato di disinfettante gli immigrati, che li ha equiparati a terroristi, che ha picchiato un bambino marocchino. Alla base della legislazione di un paese civile dovrebbe esserci la libertà di poter definire “pirla” un pirla. È un concetto difficile da far comprendere, a chi si distingue per ottusità, quello di imparare a chiamare le cose con il proprio nome. Al riguardo, Bossi ha infatti commentato: «Eh, già… E poi come le riconosco le cose, se tutte si chiamano Umberto?».
Un consiglio: il lunedì mattina è assolutamente da dedicare al lascivo piacere di lasciarsi travolgere dal treno di luoghi comuni consunti che è la rubrica “Pubblico & Privato” di Francesco Alberoni, sul Corriere della Sera. Le banalità del sociologo risultano appaganti in ogni caso: sia per chi valuta le proprie capacità intellettuali inferiori a quelle dell’autore, e pensa che le sue parole descrivano alla perfezione ciò che si è sempre pensato ma mai riuscito a spiegare; sia per chi si chiede se è mai possibile che il primo quotidiano debba concedere tanto spazio ad una tale mitragliatrice di ovvietà. Abbiamo appurato che Alberoni utilizza il giornale per parlare dei cavoli suoi, motivo per cui abbiamo lanciato la campagna contro lo spreco: lasciamogli la rubrica, ma intitoliamola “Dillo con parole tue”. Tre righe. Bastano. Prendiamo ad esempio il pezzo di ieri, intitolato “Le donne sanno comandare meglio degli uomini, però…”. Alcuni passaggi sono geniali equazioni di insulsaggine creativa: «Dopo il mio libro “L’arte del comando”, molti mi chiedono la differenza tra maschi e femmine… Le donne portano nel lavoro le piccole suscettibilità della vita privata. Possono provare invidia per una che ha i capelli più belli, o perché ha un vestito troppo scollato». Traduzione: «Io sono Rettore allo IULM e chi vanno a fare direttore dell’Espresso? Una donna! No, dico: una di quelle piagnucolose iene rompiballe femministe dei miei coglioni. E almeno comprate il mio nuovo libro, cazzo!».
Don Vitaliano, prete in quel di Sant’Angelo a Scala, ha 15 giorni di tempo per dire addio ai propri parrocchiani. Definito “prete no global”, in testa alle manifestazioni indossa magliette dell’esercito zapatista. Né la stampa (che ne ha fatto un caso), né la Chiesa (che ha un istinto innato nel fiutare e confinare i rompipalle) hanno capito che un prete, oggi, ha il dovere di rompere i coglioni. Don Milani (altra occasione persa per la Chiesa che oggi concede lo zuccherino a migliaia di carampane devote alle finte stigmate di Padre Pio) si riconosceva come un rampollo di famiglia borghese, eppure ne fece una questione di fede, non di politica: «L’ingiustizia sociale è una bestemmia, e non è cattiva (per me prete) perché danneggia i poveri, ma perché è peccato e offende Dio». La Chiesa non imparerà mai che è necessario che i preti siano rivoluzionari, perché Cristo, chiunque fosse, lo era. Tanto quanto, se non più, del Che. Per questo, invece che sulle magliette di chi lotta contro l’ingiustizia, è finito sui santini dei vecchi borghesi. Sempre Milani: «Un prete isolato è inutile, è come farsi una sega. Non serve a niente e Dio non vuole». Morendo in confino, il “signorino” borghese sussurrò: «Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello che passa per la cruna di un ago». Don Vitaliano viene esiliato 35 anni dopo. Nel frattempo Santa Madre Chiesa ha ritenuto opportuno continuare a premiare e nutrire cammelli troppo grassi per compiere il medesimo miracolo.
«Un augurio al presidente Silvio Berlusconi, perché ognuno di noi quando va a letto lui agisca in modo di farci sentire orgogliosi di essere Italiani. Buon lavoro presidente!». Il caso di cui si è più parlato in settimana, l’intervento di Roberto Benigni a chiusura del Festival di Sanremo, si è risolto con un augurio sincero, ma anche con la battuta più divertente: quella, all’interno del monologo, che rappresenta lo scenario più surreale. Più ancora di quando, nella riproposizione del “Giudizio Universale” adattata per l’occasione da Craxi a Berlusconi, Dio seleziona buoni e cattivi dividendoli un po’ di qua e un po’ di là, e Ferrara deve cambiare posto per fare spazio a un miliardo di cinesi. Chapeau al genio, alla classe, e soprattutto all’astuzia: un augurio tanto impegnativo ha un mittente che ha fatto per davvero sentire orgogliosi gli Italiani commuovendo il mondo, e un destinatario che al di fuori dei confini nazionali sta conferendo a questo paese la dignità di una gag. Ferrara ha pronta la contromossa: continuerà con le provocazioni dal piccolo schermo. Come Grillo, ha scelto un terreno neutrale e si è rivolto a Tele+. La pay-tv ha potuto ricavare uno spazio confacente al personaggio sui canali via satellite che vanno dal P8 al P16: quelli in cui dalle 23 in poi c’è gente che lo prende nel culo. Qualcuno protesterà: avevamo annunciato che in questo spazio ci saremmo occupati di Sanremo in modo esaustivo. Manteniamo la promessa: ha vinto il cugino del sindaco.
Contrordine, compagni: come tutta la storia delle uova marce per Benigni, anche il licenziamento del vignettista Vincino dal quotidiano il Foglio era una bufala di Giuliano Ferrara. Vincino non è quindi guarito ma, anzi, va peggiorando: continuerà con le ospitate a “Porta a Porta“, a disegnare per giornali di destra, dichiarare che Forattini è un genio e godersi il fatale e ineluttabile rincoglionimento nel suo mondo di frutta candita, in cui anche Ferrara può simboleggiare un alfiere della satira che si batte contro il regime. Si fa largo anche in Italia la moda statunitense di adattare per un solo giorno gli spot pubblicitari ad importanti eventi (il SuperBowl, per citarne uno). In questi giorni è in onda il trailer per il lancio della “X-Box” in cui un bambino viene partorito come un proiettile, cresce in volo e atterra morto in una tomba. Ebbene, ieri sera la Microsoft, in occasione di Sanremo, ha modificato il filmato: il morto atterrava comodo su una poltrona in prima fila del dopofestival, e aveva le fattezze di Sandro Ciotti. Nuovo “caso” in sala stampa: un componente dei Matia Bazar, probabili vincitori, è il cugino del sindaco, nonché direttore artistico dell’Accademia di Sanremo, che seleziona molti dei partecipanti. Messo alle strette, il musicista ha proposto: «Facciamo così: voi mi fate vincere; poi giuro che nel nel giro di 100 giorni risolvo questo conflitto di interessi». Ci ha preso per un popolo tanto fesso da farsi fottere così facilmente?