Cristiano Valli
19 giu
Non si è ancora spenta l’eco della clamorosa eliminazione dell’Italia dai mondiali in Corea e Giappone. L’indignazione della tifoseria ha toccato punte mai raggiunte prima nel corso dei talk show serali: parecchi telespettatori hanno intasato i centralini della Rai protestando per la sostituzione di Luisa Corna con Bruno Vespa. Aldo Biscardi, nel corso del sempiterno “Processo”, ha indetto una campagna di boicottaggio contro la FIFA, invitando a scrivere e-mail di protesta all’indirizzo di Joseph Blatter. La FIFA, dal canto suo, ha ammesso di essere stata messa in seria difficoltà dall’iniziativa: in un primo momento, per evitare che il sistema di posta elettronica andasse in tilt, i tecnici hanno suggerito, senza successo, di bloccare tutti i messaggi scritti in italiano. Solo in seguito, dopo l’inevitabile intasamento dei server, si è scoperto che il testo da inviare che si era fatto beffe dei filtri era stato dettato in diretta da Biscardi in persona. In momenti come questo, in cui le prime pagine dei quotidiani sono ostaggio di scorribande di titolisti ancora incazzati con l’arbitro Byron Moreno, con Blatter e Carraro, invidio gli americani, che col calcio han deciso non voler avere nulla a che fare. Non che non gli siano state spiegate le regole, o abbiano difficoltà a capirle: molto più semplicemente ritengono inconcepibile e in fin dei conti stupido uno sport in cui si è lecito utilizzare solo i piedi. Il concetto è stato espresso in maniera magistrale da David Letterman nel corso del suo “Late Show“: «In occasione dei mondiali di calcio, ogni 4 anni credo o qualcosa del genere, le prostitute di Times Square propongono l’offerta speciale dei mondiali: per 20 dollari in più non usano le mani».
18 giu
Cornuto, l’arbitro era cornuto. Non c’è che dire. Ma non è stata la conduzione creativa della partita da parte dell’ecuadoregno Byron Moreno a cacciarci da questo mondiale no-global che si fa beffe dei G8 del pallone: gli arbitri incapaci capitano. C’è, invece, che siamo una squadra di letterine, fighette da calendario col culo tonico e sodo che all’erba e al gesso del campo preferiscono i corrispettivi del privée dell’Hollywood. C’è che abbiamo giocato contro la Corea, undici Giuseppe Furino incazzati e motivati. Incapaci, e per questo ancor più incazzati e motivati. Bassi, brutti, sconosciuti, abituati al fango e senza neanche una velina ad aspettarli a casa. C’è che l’Italia di Trapattoni, al primo gol, si è chiusa in difesa come faceva la Juventus di Trapattoni. Sono uscito dal tunnel, ma ho trascorsi da juventino: ho vissuto col cuore in gola un Milan-Juve a San Siro in cui l’attuale ct della nazionale decise di schierare l’intera squadra sulla linea di porta a subire pallonate. Rischiò di rovinarmi la pubertà, il bastardo, con quei novanta minuti di sofferenza. Anzi, no: lo fece proprio. E lo dico nel caso decidesse di farmi causa, per avere un trauma infantile da poter sfoderare come attenuante. Nel dopopartita, dopo aver ricevuto una telefonata di Ciampi, secondo il quale «L’Italia è uscita a testa alta» (e a me è venuto da pensare “una beata fava”), il Trap ha dichiarato: «Abbiamo usato il fair play e non è servito a nulla», scordandosi di aver trascorso il secondo tempo a calciare borracce nelle palle di metà panchina. È mancata la motivazione: quando in spogliatoio, durante l’intervallo, Trapattoni ha urlato «Bisogna tirare fuori i coglioni!», in dodici hanno pensato di essere stati sostituiti.
17 giu
Non si può certo dire che a Taranto, politicamente parlando, di cazzate se ne sian fatte poche, sin dai tempi in cui Giancarlo Cito, squadrista rinviato a giudizio per associazione mafiosa, riuscì a coronare il sogno di divenirne primo cittadino. L’ultima, in ordine di tempo, riguarda la proposta di intitolare un parco a Giorgio Almirante. Nel definire un coglione non si può discriminare tra destra e sinistra: il vero coglione è ideologicamente trasversale. Anche parlandone da morto. Almirante era un coglione. Uno dei tanti. Dovessimo intitolare un parco ad ognuno, vivremmo all’interno di un immenso golf club. Fu segretario di redazione della rivista “La difesa della razza” e autore dei deliri che seguono: “È escluso in ogni caso per gli ebrei l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado. Siamo rimasti ad una scuola incapace di ‘far gli italiani’, ripiegata su una cultura sempre più bastarda. Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l’Italia abbia mai tentato. È meglio parlare di razzismo integrale, nel quale, come in ogni creazione di Mussolini, teoria e pratica si armonizzano in una chiara e realistica visione dell’umanità. Abbiamo udito, in questi giorni, in seguito alla totale eliminazione degli ebrei dalle scuole italiane, qualche timido lamento. L’operazione chirurgica è stata pronta e spietata; e qualche animuccia debole se n’è spaurita. Il Ministro dell’Educazione ha annunciato l’istituzione di cattedre di razzismo in tutte le facoltà universitarie. Il provvedimento è salutare. In questo modo, infatti, gli studenti in Lettere, i futuri professori potranno penetrare i principi razzisti, e farsene gli assertori. È in atto un processo di ebraizzazione della scuola italiana”. Coglione, appunto. E altro che parco: ha già a disposizione tre metri quadrati di terra. Che se li faccia bastare.
13 giu
Se mai avrò un figlio, un giorno, dovrò implorarlo di perdonarmi per averlo consegnato ad un mondo in cui una delle principali religioni riconosce a Padre Pio lo status di santo e ritiene, tuttora, che Don Milani sia stato solo un gran rompicoglioni. Eppure, credetemi, onoro forse più io il frate cappuccino da Pietrelcina, riconoscendogli almeno quel particolare tipo di ammirazione che si riserva alla destrezza dei bari, che i trecentomila che accorreranno in massa al primo festival della circonvenzione d’incapace organizzato in San Pietro in occasione della canonizzazione. Non sono sicuro che vi fosse malizia da parte di Padre Pio nel mantenere aperte le stigmate con lo iodio: parecchi studi ritengono che persone particolarmente devote siano capaci di autoinfliggersi ferite in modo totalmente inconsapevole. So però che c’è in chi lo vende a 2500 $ come dominio internet; 12 $ come medaglia; 11,50 $ come candela; 4,50 $ come reliquia di terza classe; 4 $ come spilla o magnete da attaccare al cruscotto della macchina; 6 $ come carta d’identità riportante la scritta “I am a catholic” (utilissima per i paramedici che vi raccoglieranno nel caso dovesse succedervi qualcosa e che, in mancanza di informazioni sul gruppo sanguigno, sapranno a chi indirizzare le preghiere); 32 $ come busto dipinto a mano; 64 $ come statua; 29 $ come decorazione della maglietta “Pray, Hope, Don’t Worry” (ovvero: prego perché ho il cancro, spero che tu me lo faccia passare, non mi preoccupo perché sono un totale fesso capace di indossare magliette come questa). Sui costumi di Padre Pio, tutt’altro che irreprensibili, sono stati mossi dubbi al cui confronto la vita di Flavio Briatore sembra condotta con la diligenza del buon padre di famiglia: Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica, in missione per conto della Chiesa lo definì “psicopatico autolesionista”; le ferite furono ufficialmente considerate “isteriche”; tutti gli studi sulla morte di Cristo hanno confermato che le stigmate sarebbero dovute apparire sui polsi, e non sui palmi delle mani, che non avrebbero potuto reggere il peso di un corpo crocifisso; Il CICAP, comitato italiano che controlla le affermazioni sul paranormale, lo annovera tra fenomeni del calibro di Rosemary Altea e Giucas Casella; la Congregazione del Sant’Uffizio inviò a S. Giovanni Rotondo l’arcivescovo di Ancona Carlo Maccari perché indagasse su Padre Pio, sui finanziamenti per la costruzione dell’ospedale “Casa sollievo della Sofferenza” e sui chiacchierati rapporti con Cleonice Morcaldi, con la quale il frate intrattenne un documentato e audace scambio epistolare: “Ardo dal desiderio di vederti… Gesù sia sempre tutto il tuo conforto… e ti renda sempre più degna dei suoi divini amplessi. Senti, piccina, il babbo arde dal desiderio di vederti. Senti cosa ho pensato: se riuscissi, ad esempio, a ottenere ancora la chiave e a venire inosservata su, sii pur certa che nessuno se ne accorgerà…”. Padre Pio è la versione pugliese del “sogno americano”: un esibizionista cui la vita ha ritagliato un ruolo da modesto frate cappuccino, che riesce a far carriera passando tutte le fasi della gavetta (individuo con personalità borderline, caso umano, fenomeno da baraccone, visionario, miracolato, materia prima per reliquie, icona da venerare, quadretto per pizzerie) fino ad ottenere un posto interamente per sé nel calendario. Senza neanche dover far vedere le tette.
12 giu
Quel che è giusto è giusto: onore a due penne che hanno meriti diversi e diverse radici politiche, spesso ignorate da questa rubrica o, tutt’al più, rese oggetto di bonarie prese per i fondelli. La prima è quella di Mattia Feltri, figlio di Vittorio ed editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara, che ha sapientemente liquidato l’intervista a Fidel Castro portata a casa dall’ex valletta ed ex compagna del capro espiatorio di casa Berlusconi attraverso un commento geniale e lapidario: “A pagina 11 del Giornale corrispondenza dall’Avana di Katia Noventa, ex fidanzata di Paolo Berlusconi. Ecco che vuol dire essere ricchi: anziché cercarle a Cuba, mandarcele”. Tanto di cappello, infine - e questa volta è più che dovuto - a Michele Serra e alla sua “Amaca” su Repubblica del 7 giugno scorso: “Certo, in quasi trent’anni di giornalismo si impara a dubitare delle proprie idee, e comunque a usare in maniera più accorta le parole. Certo, è molto importante aprirsi alle opinioni degli altri, e guai a chi si illude di avere già capito come funziona il mondo e chiude porte e finestre alle novità in corso. Certo, l’attitudine alla polemica non deve far mai venire meno una certa qual cavalleria, così che i modi non siano mai così rozzi da gettare una cattiva luce anche sulle migliori ragioni. Certo l’accortezza dello stile, la misura dello scrivere devono essere sempre ben temperati, perché solo così si riesce a dominare la materia grezza delle emozioni e a trasformarla in discorso, in ragionamento. Certo, soprattutto in un periodo così acido e arroventato, la responsabilità di chi scrive è particolarmente alta, ed è gravemente sbagliato gettare benzina sul fuoco. Ciononostante, sono assolutamente sicuro che l’idea di intitolare alla mamma di Berlusconi un nuovo club di Forza Italia sia una delle più spaventose cagate degli ultimi cento anni”.
11 giu
Persino al pm Silvio Franz, titolare dell’inchiesta sull’uccisione di Carlo Giuliani, l’ipotesi che il proiettile sparato dalla pistola del carabiniere Mario Placanica fosse rimbalzato sull’estintore brandito dal manifestante deve essere sembrata ai confini della realtà. Per questo motivo ha chiesto la consulenza dei professori Romanini, Benedetti, Torre e Balossino, in modo che si giungesse ad una conclusione plausibile, realistica e, soprattutto, credibile, di ciò che è accaduto. Il pool di esperti ha così emesso il verdetto: la pallottola è stata indiscutibilmente deviata. Ma mica dall’estintore, sempliciotti che non siete altro. Da qualcos’altro. “Qualcosa - per dirla al modo del Corriere della Sera - che in quella giornata è volato spesso per i cieli di Genova”: un sasso. Il clamoroso risultato della perizia ha costretto la giuria a rivedere per la seconda volta la posizione in classifica di Placanica per la partita di caccia di Genova. Il carabiniere era partito basso in graduatoria: la commissione aveva giudicato la testa di Giuliani un bersaglio eccessivamente facile, valido al massimo 100 punti. Con la notizia del colpo all’estintore il punteggio del milite era salito fino a 500. Oggi, alla luce delle nuove conclusioni, Placanica sale sul podio con la bellezza di 1500 punti, guadagnati per aver centrato in pieno il sasso. Il pm Franz sarebbe deciso a chiudere la vicenda in maniera risolutiva. Voci di corridoio danno infatti per pronte altre tre consulenze, secondo le quali Carlo Giuliani sarebbe morto: a) di pianto, a causa dei lacrimogeni; b) colpito dalla mamma di Cogne; c) scivolando sulla cera che era appena stata data in piazza Alimonda nell’ambito degli abbellimenti alla città in occasione del G8.
10 giu
Ho seguito con molta tenerezza a partecipazione le dichiarazioni del dopo-elezioni amministrative. Tenerezza e partecipazione che ho distribuito in modo equo tra il dramma della destra (essersi fidati di elettori borghesucci che sono corsi al mare appena chiuse le scuole) e quello della sinistra (aver interpretato il voto come una vittoria, inneggiando agli stessi movimenti e girotondi che pochi mesi fa hanno ridicolizzato in piazza - e senza alcuna eccezione - i poco credibili leader dell’opposizione). Leggo invece su Repubblica che saremmo stati spettatori di una “riscossa del centrosinistra”, di un “ritorno dell’Ulivo“ (nel corsivo di Massimo Giannini) e - parole di Rutelli e Fassino - di “un’inversione di tendenza”. In buona sostanza, dopo aver platealmente perso le passate elezioni, l’aver riconquistato Verona, Piacenza, Gorizia, Asti, Alessandria, Cuneo, Carrara, Gorizia, Frosinone, Cosenza e, addirittura, l’intera provincia di Campobasso, autorizzerebbe gli elettori di sinistra ad organizzare caroselli di macchine con squilli di clacson e sventolii di bandiere per essere riusciti a rispondere con una puzzetta alla tracimazione delle fogne. La medesima obiettività si riscontra nella parte avversa, con Silvio Berlusconi convinto che «non c’è nessuna inversione di tendenza: il risultato delle amministrative nel complesso non è affatto negativo. Non si è trattato di un giudizio sul governo» e «insomma, che sarà mai successo? Non scherziamo: Verona non è l’Italia e queste non sono le politiche!». Dichiarazioni che equivalgono all’affermazione: mi spiace, ho il raffreddore, non ho sentito la puzzetta e, comunque, se anche l’aveste mollata, ricordatevi che la gara di rutti dello scorso anno l’ho vinta io.
7 giu
Il mio teleschermo è popolato di poltergeist, entità di cui non riesco a spiegare la presenza. Ad esempio: perché la Premiata Ditta ha un suo programma in prima serata? Perché Rossella Brescia balla? È scientificamente possibile che il ballerino Garrison (ex “Brian & Garrison“) sia ancora vivo? Come mai tanta grazia per l’ex velina Roberta Lanfranchi, promossa dalla Rai dopo il flop de La 7? Pino Insegno è un comico? Un attore? Come si spiega la comparsa di suo fratello? Perché Enrico Brignano, che in “Un medico in famiglia” recitava in un ruolo da tappezzeria, oggi trionfa al Parioli? Perché l’ex segretaria di un presentatore conduce ben tre programmi tv, di cui uno impunemente copiato da un format straniero? Era vero che si spupazzava la Barale? E che lui guardava? Sommando tutti i fattori ho trovato l’evidente comune denominatore: Maurizio Costanzo. Provo a ricostruire il trenino dell’amore: Roberta Lanfranchi è la moglie di Pino Insegno, che fa parte della Premiata Ditta (che conduce “Telematti” su Italia 1) ed è amico di Enrico Brignano e fratello di Claudio Insegno, docente di recitazione di “Saranno Famosi” assieme all’insegnante di danza Garrison, che risulta essere il nuovo compagno di Gianni Sperti, ex marito di Paola Barale, che lasciò “Buona Domenica” per dissidi con il regista Roberto Cenci, marito della prima ballerina Rossella Brescia, affettuosa postina della conduttrice di “C’è posta per te” Maria De Filippi, moglie di Maurizio Costanzo, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo, che al mercato mio padre comprò.
6 giu
È la fine. Il momento più temuto da chi per anni ha campato di satira è inesorabilmente giunto. Il clan dei comici, come successe anni fa tra i lavavetri, con gli albanesi che ebbero la meglio sui polacchi, sta per essere rimpiazzato da un temibile concorrente: l’economista. Bando alle speranze, la resistenza è inutile: l’invasione è ormai silenziosamente e irrimediabilmente iniziata con la pubblicazione di un testo comico criptato sull’edizione di Milano del Corriere della Sera, a firma dello studioso di economia politica Geminello Alvi. Per il vostro bene ne riporto una sintesi: allenatevi da subito a comprendere il nuovo corso dell’umorismo. Se non vi fa ridere smettetela di pensare in modalità “no global”, attaccati alle provinciali tradizioni terrestri, e spaziate oltre i confini della vostra mente: sappiate che nei dintorni della costellazione di Betelgeuse per i testi comici di Alvi si sganasciano dalle risate. Dalla rubrica “Diario d’autore”, “lettera semiseria dalla metropoli da Boris Petrovic, poeta post-sovietico a Milano, ai suoi nel Caucaso”: “Caro Dimitri, qui a Milano sono tutti contenti delle mie lettere, ed Alvi mi ci dà la percentuale. Allora ho comprato a Marina un ombrellone con aria condizionata, così sulla Paullese la notte lavora meglio. Poi me ne sono andato subito vicino a Bergamo, per licenziarmi da cameriere, anche se al ritorno mi hanno sparato. Ma non mi hanno preso, perché alla stazione un rottweiler ha cominciato ad abbaiare e perciò lo hanno fatto prigioniero. Però lui seguitava a guardarmi e io ho pianto. Sono cascato in terra in mezzo a un pacco di vecchi giornali, e lì c’era la notizia che Totti non vuole più il suo sommergibile e lo ha mandato a Cremona”. Non posso competere: vogliate con la presente accettare le mie immediate dimissioni.
5 giu
Dovrei parlare dei mondiali, me ne rendo conto. E lo farei, davvero, se fossi riuscito a vedere anche solo una partita. A mia discolpa posso dire di averci messo tutte le migliori intenzioni, e di essermi adeguatamente preparato. In occasione del primo incontro dell’Italia stavo partecipando ad un’importante riunione, interrotta per consentire ai convenuti di poter assistere alla partita. Al fischio d’inizio, sullo schermo gigante, là dove dovevano apparire i volti della beota gioventù azzurra con letterine a carico che ci rappresenta in Giappone, buio. Eppure eravamo muniti di tutto l’occorrente: proiettore, decoder satellitare e, in spregio alla miseria, regolare abbonamento non pirata. Regolare sarà pure stato regolare, ma di certo era quello sbagliato. Perché, nel frattempo, malgrado la partita fosse trasmessa dalla Rai, metà nazione si stava godendo le prodezze di Totti e Vieri perfettamente in chiaro sul satellite, utilizzando il GoldBox di Tele+. Brancolava nel buio solo chi, come noi, si era affidato al tostapane che Stream spaccia per decoder. La Rai, infatti, ha acquistato i diritti di trasmissione degli incontri del mondiale solo per il territorio italiano, e oscurare il satellite è l’unico modo possibile per far sì che il segnale non valichi i confini. È una regola ferrea che la tv di stato non può violare. A meno che non si tratti di coccolare gli utenti di Tele+, che, a voler essere maliziosi, ha in concessione tutti i canali tematici a pagamento della Rai. Occhio per occhio, dente per dente: 600.000 abbonati a Stream, colpevole di rifornirsi presso Mediaset, hanno da oggi un legittimo motivo per desiderare di essere iniziati alle gioie della pirateria e dell’evasione del canone.
4 giu
Malfidenti che non siete altro: la perizia disposta dal pm Silvio Franz sull’uccisione di Carlo Giuliani ha finalmente chiarito la dinamica della vicenda più grave avvenuta durante gli scontri del G8 di Genova. Il proiettile esploso dalla pistola d’ordinanza del carabiniere Mario Placanica sarebbe stato sparato verso l’alto, rimbalzato sull’estintore e finito dritto dritto in faccia a Giuliani. I periti, a sostegno della validità dell’accertamento, hanno ribattuto a chi parlava di “tesi da fantascienza”, sostenendo di aver riprodotto l’ambientazione come in un set cinematografico, riuscendo così a provare non solo le cause della morte del manifestante, ma anche la macchina del tempo, il teletrasporto e il rapimento della sorella di Mulder da parte degli alieni. Le indagini portano quindi ad un unico colpevole: la legge di gravità, un fenomeno criminale che debuttò colpendo alla testa uno scienziato utilizzando una mela e si è evoluto nel corso degli anni, sostituendo alla frutta i proiettili. Mario Placanica, la cui posizione si sarebbe fatta meno grave in seguito delle anticipazioni sulle conclusioni della perizia, ha avuto ben poche ore per tirare un sospiro di sollievo. In serata è infatti giunta la notizia della denuncia per omicidio volontario da parte della famiglia dell’estintore. «Non è giusto addossare tutte le responsabilità al sottoscritto. - ha dichiarato il carabiniere alla stampa - L’ordine, del resto, era quello di sparare a qualsiasi rosso. Quell’estintore mi si è parato davanti, ed io ho solo eseguito alla lettera». Nuove indiscrezioni danno per imminente un’ulteriore perizia, secondo la quale la causa del decesso di Carlo Giuliani sarebbe da attribuire a cedimento strutturale.
3 giu
Alé, ci risiamo: qualche genio della comunicazione ha deciso di far sperimentare ad un genere inesistente come la sit-com “all’italiana” l’ennesimo annunciato fallimento. Il format ispiratore ha origine a Barcellona e si intitola “Piatti sporchi“: gag, storie di amicizia e amore tra alcuni amici all’interno di un appartamento. Ovvero: gli italiani copiano gli spagnoli, che copiano “Friends“. Dal momento che nessuno li ha visti, non risulta affatto difficile dimenticare i flop dei tentativi precedenti: “Via Zanardi 33“, innanzitutto, poi “Vicini di casa“, “I cinque del quinto piano“, “Chiara e gli altri” e, non ultimo, il malsano filone dei “Ragazzi della terza C“. Questa volta, a dire degli autori, sarà diverso: le puntate saranno registrate alla presenza di un pubblico, quindi le risate risulteranno reali. Esattamente come si usa fare da sempre negli Usa e in Inghilterra. Il messaggio è chiaro: copiamo sì, ma questa volta, forse, dal compito giusto. Per “Piatti sporchi” sono stati assoldati, tra gli altri, Valerio Mastrandrea e Caterina Guzzanti. Sono giovani e vagamente apprezzati, perché sottoporli all’inevitabile gogna della cancellazione della serie? Siamo italiani: confezionare sit-com di successo è uno di quei mestieri per cui siamo portati. Ci mancano (e non avremo mai) il ritmo giusto, la capacità di costruire la battuta, studiare i personaggi, concepire l’idea di base, e le palle per sfoderare un cast di sconosciuti. Facciamo un bel bagno di realtà: non saremo mai artefici di versioni nostrane de “I Jefferson“, “Casa Keaton“, “Dream On“, “Ally Mc Beal“, “Will & Grace“, o di splendide produzioni inglesi come “The New Statesman” o “Father Ted“: a noi viene bene la pizza.
1 giu
Se le malattie potessero andare al cinema, per loro Alien non si svolgerebbe su un pianeta di una lontana galassia, ma su Francesco Cossiga. Non c’è prostatite o ragade al mondo che non compatisca la sfortunata vitiligine che è afflitta dal Picconatore. Del resto, la stessa disperazione patologica colpisce non solo le malattie, ma tutti gli italiani: non esiste antidoto contro un sardo ipocondriaco che è riuscito ad elevare un killer gobbo alla carica di senatore a vita. Cossiga non è uomo, poiché vive soltanto un’esistenza. L’ex presidente sembra più simile al concetto induista dell’universo: una storia di dolore, morte e devastazione che prosegue per lunghi cicli e, quando la dai per morta, ritorna. Infatti Cossiga è tornato. Lo ha fatto trattando da ragazzini idioti i magistrati che l’hanno intercettato nell’ambito delle inchieste sull’Inail. Non che abbia del tutto torto ad arrabbiarsi: è coinvolto in un’indagine che parte dalla Basilicata, condotta da un clone del cantante dei Simply Red di nome Henry Woodcock. Sembra X-Files, dal momento che nell’inchiesta è implicato persino un alieno, i cui poteri sono oggetto di osservazione da parte della NASA: si chiama Nicola Mancino, ed è capace di risultare fino a 700 volte più pesante dell’uranio arricchito. Cossiga si lamenta di essere stato spiato al telefono. Viene da dire: chi la fa l’aspetti. È una ben misera nemesi per uno che ha fatto rapire un suo amico d’infanzia e, quando è stato abbattuto un DC9 italiano, ha detto che volare è pericoloso. E che è stato tanto crudele da costringere la sua vitiligine a sfregarsi intensivamente su Federica Sciarelli.
31 mag
I nostri news-magazine, un po’ come i vescovi statunitensi, adorano i giovani. Non si spiegherebbe altrimenti l’ostinazione morbosa nello sbattere in copertina, un mese sì e un mese no, una nuova, sensazionale ricerca sulle abitudini di pre e post adolescenti. L’ultima è andata in stampa questa settimana con l’Espresso, supportata dalla canonica definizione di turno (“Now generation”) a corredo dell’immagine di una diciottenne con due birillini da biliardo per capezzoli. Erano necessari lo Iard, il suo quinto rapporto sulla condizione giovanile, e 150 rilevatori su un campione rappresentativo di 3000 intervistati per arrivare alle seguenti inaspettate conclusioni: “I giovani italiani mostrano un’identità territoriale imperniata sulla dimensione urbana e municipale, riassunta dalla cornice nazionale, proiettata in senso cosmopolita e, soprattutto, in chiave europea”. Traduco io in italiano: “Inaspettatamente, il giovane d’oggi capisce la differenza tra città, province, regioni, nazioni e continenti. Inoltre, malgrado tutte quelle pasticche di Extasy, si dimostra conscio di vivere sul pianeta Terra”. Alessandro Cavalli, sociologo presso l’Università di Pavia e direttore della rivista il Mulino, azzarda una lettura dei risultati ancora più ardita: “A sinistra si sente ancora il richiamo dell’impegno sociale, mentre i giovani che si identificano con posizioni di destra sentono molto più forte il richiamo del privato”. Un esperto si scomoda per rivelarci che, contro ogni previsione, i giovani di sinistra pensano cose di sinistra e che, sconcerto e stupore, quelli di destra hanno idee di destra. Per quanto esauriente, il rapporto lascia irrisolti alcuni interrogativi. Ad esempio: dove cazzo ero io quando regalavano lauree ad honoris causa in sociologia nei pacchetti di Fonzies?
30 mag
Devo confessare che in determinate occasioni provo un’infinita tenerezza per Silvio Berlusconi. È più forte di me: non so se c’è o ci fa, ma non riesco a non rimanere coinvolto nel dramma di una persona che è sempre inconsapevolmente fuori contesto, ovunque la metti. Esiste in tutte le compagnie un elemento tollerato, perennemente sopra le righe, che ti tocca il braccio mentre ti parla, che interviene con battute idiote e se le ride; un “Filini” con la vocazione all’organizzazione e all’ossessiva ricerca di approvazione. Ho letto la cronaca dell’incontro tra capi di stato a Pratica di Mare: “Berlusconi chiama per nome Tony, Vladimir e Georgedabliu: fa una battuta e Bush ride, si china verso Blair, ride anche lui… Berlusconi dà a Bush una pacca e l’altro gliela rende, mettono in mezzo Putin, che oppone una lieve russa resistenza… Il tedesco Schroeder sta rigido, scansa un cazzotto di Berlusconi sulla spalla… Berlusconi chiama Robertson mister Robinson, come la canzone, e questo ride. Berlusconi racconta della nascita di «Romolo e Remolo», poi dà un pugno sul braccio al lussemburghese Juncker, tutti ridono. Alla firma Berlusconi fa partire l’applauso che da solo non sarebbe venuto. Poi fa abbracciare Georgedabliu e Vladimir”. Tutto bene, insomma, a parte i lividi sulle braccia di tutti i capi di stato, dovuti ai cazzotti e alle pacche di Berlusconi. Che poi io me lo vedo uno come Schroeder pensare: «Se questo nano mi tocca ancora una volta lo alzo di 20 centimetri con montante sotto il mento». Mancava solo che il Cavaliere, come ai bei tempi, cantasse Aznavour accompagnato al piano da Confalonieri. Peccato averlo fatto Presidente del Consiglio: avrebbe potuto dare il meglio di sé come animatore della Costa Crociere.
Io odio quelli che consumano la droga. Perché poi non se ne trova più.
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