Lo specchietto per le allodole
16 Apr
Eh, beh.
E d’altra parte, come poteva andare, nella VascoLigacrazia?
Nel paese dove i rocker sono da anni impegnati a convincere gli schiavi in
catene che “Non è tempo per noi”, che “Ci si deve accontentare”, che “Ci pensa
la vita, mi han detto così”, che “Cosa possiamo fare noi se non “finire
male”. E questa sarebbe
Musica
al Pueblo unido, ricordargli che serà siempre vencido – però, gente, vi consolerete con le
rovesciate di Boninsegna e il whisky al Roxy Bar? Sentite, poi per forza la
gente vota quelli che ce l’hanno duro. E tra poco c’è il concerto del primo
maggio, il cui tema è l’omaggio a Celentano – ottima scelta da parte dei sindacati, Chi non
lavora non fa l’amore sarà l’adeguata apoteosi.
26 Mar
Allora, diciamo pure che la televisione non sposta voti, che
la par condicio è un falso problema, che chi controlla il mezzo televisivo
blablabla. Ma intanto, gli otto italiani che stanno nella top ten sono passati
dal Sanremo di quest’anno in qualche misura. Jovanotti (n.1) e i Pooh (n.6)
come ospiti, Gianna Nannini (n.2) come autrice della canzone vincente di Giò Di
Tonno & la tipa; Sergio Cammariere (n.7) i Sonohra (n.9) e i Finley (n.10)
come concorrenti. E anche le due roboanti new entry, Gianluca Grignani (n.4) e
Paolo Meneguzzi (n.8), pur sempre alla corte di Pippo si arrabattavano. Comunque li
accogliamo con piacere, Meneguzzi è un po’ sottovalutato ma potrebbe essere il
nuovo Scialpi, e Grignani potrebbe essere il nuovo Grignani - se gli va male.
4 Mar
Tutti voi sapete chi è Saul Bass senza probabilmente neanche conoscerlo. Bass è stato un grande designer che ha fatto dei titoli di testa nei film una forma d’arte. Praticamente i credits di quasi tutti i film americani da metà degli anni ‘50 fino alla fine dei sessanta se non sono suoi hanno comunque il suo stile. Basta guardare i titoli di testa di Psyco, Anatomia di un omicidio, Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo per darvi la classica manata in testa e dire “ah, ecco chi è Saul Bass”.
Tutto questo per dirvi che c’è qualcuno che ha deciso di provare a vedere come sarebbero stati i titoli di testa di Star Wars se li avesse fatti Saul Bass.
27 Feb
Certo che se i tre giornali di Silvio fossero un po’ più
attenti, mica si meraviglierebbero dello smaccato comunismo del Festival di
Sanremo. Ben più comunista è la top
dei dischi più venduti. Voglio dire, ai primi tre posti i compagni Pooh e il
compagno Lorenzo e la compagna Amy, poi
votano, e adesso sono tornati in top ten pure i Baustelle al n.10. Uniche
consolazioni per la destra sono Van De Sfroos che canta in lumbard, e
Michael Jackson che odia i negri più di Borghezio. Volendo potrebbe essere un po’ di destra anche Lenny
Kravitz, dato sì che odia il rock.
Come si diceva, in vetta - per la terza settimana
consecutiva - ci sono i Pooh, come è giusto che sia. Per la cronaca, in vetta
alla classifica degli mp3 più scaricati c’è Elvis Presley. Oh, no: con questo
non voglio insistere che il paese è gerontofilo e fissato col passato blablabla - ho rotto le palle,
giusto? Già. Ehi, sapete? In questo momento il film più visto in Italia è John
Rambo. Ops, scusate, non volevo. Ad ogni buon conto, fermo restando Jovanotti
al n.2 con Safari, al n.3 dopo infinite settimane di settimo posto è salita
imperiosa Amy Winehouse! Forse è semplicemente perché tutti gli altri hanno
avuto una flessione: sapete che i dati del 2007, diffusi dalla FIMI la
settimana scorsa, dicono che rispetto al 2006 le vendite di cd sono diminuite
di 2 milioni e mezzo di unità? In compenso, sono aumentate di 25mila unità le vendite
dei vinili. Non è affascinante? Datemi retta: non gettate l’Olivetti M-24, il
Telefunken in bianco e nero e la tessera del PSDI: presto verranno utili.
Se però siete modaioli e fissati con le novità, parliamo
di niu entris. Al n.11, il clamoroso ritorno dei Neri Per Caso. Lo so che li
credevate deceduti. Invece, come Joe Pesci alla fine di Goodfellas, apri la porta
e ti sparano anche da morti. Nel 2008, sulla scia di Obama, i Neri per Caso sono trendyssimi (sì, c’è la battuta. Neri per caso, Obama. Hah, hah. Grazie, siete un pubblico meraviglioso) e infatti, essendo uomini del nostro tempo, hanno avuto l’idea, pensate, di incidere “Piccola Katy” coi
Pooh. E “Senza fine” con Gino Paoli. E perdiana, nel disco ci sono anche Lucio
Dalla e Claudio Baglioni! Wow! Urrà! Togo! Eia! Yohoho! Al n.14 troviamo i Finley americani,
ovvero i Simple Plan, uno di quei gruppi di insulsaggine luminosa per i quali
non finiremo mai di ringraziare Mtv. Poi, cosa, vediamo - toh, sapete cosa sta andando bene? L’insospettabilmente notevole colonna sonora di Eddie Vedder per il film di Sean Penn, Into the wild. Lunedì in palestra sentivo un istruttore che caldeggiava il film a una tipa. Lei invece aveva una mezza intenzione di vedere Parlami d’amore. Questo è quanto ho sentito, era mio dovere riferirvelo. Comunque Vedder è da un mese in classifica e sale al n.14. Bravo. Ma sprofondiamo
un po’ e sotto un arrembante Joshua Tree, che grazie al prezzo equo e solidale
entra addirittura nella top 40 (dal n.51 al n.40), troviamo al n.54 Herbie
Hancock, col disco di brani di Joni Mitchell col quale il vecchio Herb ha vinto
un Grammy, e del quale si è parlato perché in America hanno detto: “Ma perché
dare un Grammy a un disco che non ha comprato nessuno?” Ehi, perché lo
comprasse qualcuno. Come hanno fatto per l’appunto gli italiani, che appena
sanno che uno vince qualcosa, obbediscono a quella sana abitudine di correre
in soccorso del vincitore.
Al 73mo posto, la raccolta di Morrissey. Momento di tributo:
Smithiani del mondo, socchiudete gli occhi in una smorfia dolente e ripetete
con me: “Oooh, ooohohoh!” Ben fatto. Ci voleva, perché l’Afflittissimo supera la
seconda, prestigiosa nuova uscita tricolore. Studentessi, di Elio & le
Storie Tese. 74esimi. Mmmh. Pochino, dite? Non credo ne saranno particolarmente sconsolati: il
molto zoppicante album (lo dico da estimatore, quindi prego gli iperprottetivi
fans di non adontarsi oltremodo) dice forte e chiaro che quella di compositori
di canzoni è ormai la meno rilevante, dal punto di vista economico e creativo,
tra le attività del complessino. Ultima delle nuove uscite, anch’essa italiana: Paolo
Benvegnù, ex leader degli Scisma, uomo ghignoso il cui disco è viceversa così
tristone che al confronto, con quello di Morrissey ci potete andare al
sambodromo. Bene, con questo, cosa resta da dire? Che dopo una settimana di guerriglia al n.99 esce dalla top 100 il disco indie di Syria - ma noi non dimenticheremo. E che il Festival è iniziato e la
classifica si prepara all’invasione degli album di Giò di Tonno e Zarrillo. Non
perdetevela per nulla al mondo.
20 Feb
Con obnubilata
pervicacia, questa rubrica insiste nel guardare la classifica dei dischi più
venduti come l’aruspice etrusco contemplava le viscere dell’animale defunto –
in questo caso, il mercato discografico. Quale futuro per un Paese in cui
entrambi gli schieramenti si accusano di essere il vecchio che avanza, e nel
quale al n.1 ci sono i Pooh che offrono una Beat regeneration? Ma allora hanno
ragione tutti, che diamine. Pure, c’è qualcosa di interessante dietro alle
prevedibili conferme di Jovanotti al n.2 e Lenny Kravitz al n.3 (prevedibile
perché è il regalo ideale alla persona che ci ha invitati alla sua festa e alla
quale non si sa cosa regalare. Una situazione incresciosa che si verifica così
spesso e che noi facciamo finta di non vedere. Situazione che giustifica
l’esistenza di Lenny Kravitz e delle candele profumate).
Dicevamo: al n.4 si
verifica un interessante cambio della guardia: i Baustelle che la occupavano la
settimana scorsa vengono rapidamente catapultati fuori dalla top ten; chi lo
doveva comprare l’ha comprato, e Amen. Questa settimana il ragazzo da copertina,
quarto e fiero, è il Bernasconi – un uomo salvato da una sillaba. Davide Van De
Sfroos, lo Springsteen che canta in comasco e, che gli piaccia o no, ha la sua
maggiore base elettorale tra i giovani leghisti – molti dei quali in fondo all’anima
ci hanno tante inquietudini, a cominciare da Bobo Maroni. Assieme al suo
“Pica!”, l’altro disco nuovo entrato nella top ten (al sesto posto) è il
nuovissimo “Thriller”, dell’Artista Precedentemente Noto Per Essere Negro. E
con questo le novità sono finite, anche se è il caso di annotare le altre due
nuove uscite italiane: i Linea 77, al n.21, e Syria, la cui svolta “indie” di
“Un’altra me” è premiata con un sontuoso n.99 – direi che a questo punto le
conviene entrare nella Rosa Bianca con Tabacci. Peraltro, oltre metà della top
100 (per l’esattezza 51 titoli) consiste in raccolte o dischi usciti un anno fa
se non molti di più: da “Joshua Tree” (51mo) a “The dark side of the moon” (74mo) a
“Nevermind” (76mo. Ovvero: “Che c***o gli regaliamo, Lenny Kravitz? Nah, mi fa ******, prendiamogli i Nirvana e vaffan****”). Visto che è esattamente in quelle zone della classifica che i
nuovi dischi di Fabri Fibra, Subsonica e Anna Tatangelo si dibattono come pesci
nella nassa, verrebbe da consigliare a qualunque artista sotto i 40 anni di
intitolare qualsiasi disco, ivi compreso quello di debutto, “Tutti i successi” - per accalappiare il voto degli
indecisi.
Né noi italiani
possiamo essere accusati di appecoronamento alle tendenze anglosassoni: Jack
Johnson, il cui nuovo disco è al n.1 in Usa e nel Regno Unito, è 33esimo da
noi. Comunque, in questo panorama bigio, il Paese manda dei segnali. Ovvero:
Amy Winehouse. E’ sempre settima. Lo era dal 18 al 24 gennaio. Poi il 31
gennaio. Quindi il 7 febbraio. E naturalmente anche il 14 febbraio. Una
percentuale di consensi immutabile che potrà essere di conforto ai radicali:
evidentemente, anche se non si riesce a sfondare a sinistra né a destra,
l’antiproibizionismo ha i suoi fans.
19 Feb
C’è stato un momento, ieri sera, in cui ho con tutte le forze sperato che alla frase “Sor Nanni, lei è attapirato”, Nanni Moretti iniziasse a prendere a schiaffi Valerio Staffelli per ricordargli che “le parole sono importanti“.
Invece è stato furbo e si è preso il tapiro, come ormai fanno tutti quelli che non han voglia di star lì a cincischiare più di tanto con uno che fa domande e non ascolta le risposte.
14 Feb
Per fortuna che ci è rimasto almeno lui, sempre uguale a se stesso,
sempre a correre giù per gli stessi gradini, saltare sugli stessi
camion, portare lo stesso cappello.
Qui lo trovate in versione un po’ più grande. E’ il primo trailer di Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull
13 Feb

In questi giorni si parla molto del più venduto dei più
venduti. Per il 25ennale è anche uscita la nuova edizione di Thriller, con
alcuni abbrutiti remix dei vecchi pezzi. L’Artista Precedentemente Noto Per
Essere Negro ha dichiarato: “Poter dire che Thriller detiene ancora il record
di disco più venduto di tutti i tempi annichilisce la mente. Ringrazio voi,
miei fans in tutto il mondo, per questo risultato”.
Ho davanti a me il libro del Guinness dei primati, edito in
Italia dalla Mondadori (“con straordinarie pagine fluorescenti”, promette la
copertina). C’è la foto di Michael Jackson, le labbra come quelle di Jack
Nicholson nella parte del Joker, e di fianco la scritta “L’album più venduto di
tutti i tempi”. E sotto: “Pur essendo impossibile verificare l’effettivo numero
di copie vendute, non c’è dubbio che si tratti dell’album di maggiore successo
di tutti i tempi”. Ah, beh. Che bello quando la gente è così pignola.
Cifre alla mano, il disco più venduto di tutti i tempi negli
USA è la raccolta degli Eagles, 29 dischi di platino contro i 27 di Thriller.
Certo, il mondo non è gli Stati Uniti – mmmh, no, questa frase è un po’
infelice e discutibile - intendevo dire che il genere di Jacko è più globale, è
difficile immaginare la gente nelle strade di Mosca o del Cairo che intona
“Deeeeesperado”. Però, appunto, “è impossibile verificare l’effettivo numero di
copie vendute”. Quindi alla fine le classifiche e il fascino del venduto sono solo strumenti per far
passare un messaggio. E ce n’è uno non da poco nella classifica italiana di
questa settimana: il primo posto dei Pooh con “Beat Regeneration”. E’ interessante
perché è revisionismo storico, che in fondo è la scritta che in Italia dovremmo
mettere sulla bandiera come i brasiliani fanno con “Ordem e progresso”. Così
come Mussolini era buono, Craxi era santo e Moggi era onesto, ora salta fuori
che i Pooh erano beat. In verità se lo sono stati, è durata 5 minuti e perché
fuori pioveva. Oggi però eccoli riposizionare il loro passato appropriandosi di
pezzi altrui: i Corvi, i Quelli, i Ribelli, addirittura i Califfi e i Bisonti a
fianco di Equipe 84 e Rokes. Comunque va bene, non bisogna essere pignoli.
Bisogna pensare positivo. Facchinetti ha 64 anni. Facciamo che nel 2018 i Pooh
saranno ancora nella top ten, se non al n.1. Però dal
moriremo democristiani, ma non moriremo Pooh. Credo.
Tagliando corto eziandio con la classifica, due novità di rilievo alle
spalle del più grande gruppo pop italiano: al n.2 rimane Jovanotti, ma al terzo
e al quarto ci sono due novità: un Lenny Kravitz che ha raggiunto nuovi vertici
di insulsaggine (ovviamente se siete di 105 siete autorizzati a chiamarla uock en uoll, e mi raccomando di
presentare il bolso individuo col titolo “Mister” Lenny Kravitz. Non si sa
perché, ma lo fanno in tutte le radio). Al n.4 invece arrivano gli ormai
mitologici Baustelle, il gruppo irresistibilmente tristone che “vende dischi in
questo modo orrendo” (cfr. “Il liberismo ha i giorni contati”). Non che ne
venda così tanti, tant’è che Claudio Brasini continua a lavorare in banca in
attesa che il liberismo schianti – ma alla fine fa sinceramente piacere pensare
che qualcuno entri in un negozio di dischi e non porti a casa le amate salme da
top ten, Nannini, Eros, Zucchero e Liga - bensì un disco che, da “Cosa resta di
noi che scopiamo nel parcheggio” a “Ha déi crudeli, la vita”, contiene i
migliori SMS possibili per il vostro San Valentino.
7 Feb
Lo si dica, senza che i compagni del «nucleo armato terroristico» si tirino indietro: per potenza stilistica, per brillantezza, per estro, per l’irriproducibile capacità - nel mondo del riproducibile - di equilibrarsi tra realtà e mondo onirico, per tutto questo e per altro che non ha parole nel mondo del conoscibile, Il liberismo ha i giorni contati dei Baustelle ricorda Diego Armando Maradona: robe così ti capitano davanti una volta ogni secolo.
Ben inteso, è un volo pindarico, il mio, che non regge alla storia: Dio è Morto di Guccini - capolavoro, per carità - cinque anni fa dette identica e frodante
sensazione, ma a diciott’anni s’è stupidi davvero e non si dovrebbe avere la
patente a quell’età.
4 Feb
Certo, rimangono la fame nel mondo, il riscaldamento globale e la famiglia Mastella, eppure, per piccolo che sia il problema, la notizia sta velocemente facendo il giro della rete.
Poi arriverà Striscia e ci si butterà a pesce (ma senza spanciata, ché Maria è un’amica del Gabibbo).
E insomma, probabilmente quelli tra voi che l’hanno visto non se ne sono accorti (alla pari con quelli che fingono di non vederlo), ma più volte nel corso della prima puntata del serale di Amici di ieri sera la grafica del televoto apparsa nel sottopancia ha riportato per entrambe le squadre in gara lo stesso codice di voto, con il risultato di convogliare tutti le preferenze su una sola delle due.
E non è per niente, ma siccome c’è un premio in palio, ci sono soldi che transitano dai cellulari dei telespettatori alle casse della produzione (e il televoto di Amici è notoriamente, al contrario di quello di altri reality, una monumentale gallina dalle uova d’oro), uno lo fa presente.
Poi, certo, restano la fame nel mondo, il riscaldamento globale, la famiglia Mastella…
Qui di seguito, dal blog di Condor, l’esaustiva sintesi (nel vero senso della parola) della puntata di ieri dalla viva voce di Matteo Bordone:
30 Gen
I ragazzi del Grande Fratello di quest’anno sembrano essere stati parecchio attivi su internet (e in particolar modo nei siti di dating), prima di entrare nella casa.
Su Badoo.com, ad esempio, Gay.it ha scovato il profilo “eterocurioso” di Fabio, il figlio minore della famiglia Orlando, che partecipa in massa al reality.
Fabio vi appare parecchio oliato, in pose al cui confronto Cristiano Malgioglio pare un concentrato di testosterone.
Non che vi sia nulla di male: la notizia, ovviamente, non è che forse è gay, quanto nel fatto che il poveraccio sia parte della progenie di una madre convinta - parole testuali - di essere stata scelta come concorrente del Grande Fratello da Gesù in persona, in modo da avere l’occasione di convertire gli altri partecipanti.
Mamma Orlando ha fiuto: dopo aver iniziato il figlio ad una sana e cattolica eterosessualità, la sera del secondo giorno all’interno della casa ha letto il vangelo al trans.
Ora è la volta, per l’appunto, di Silvia Burgio, presentata al mondo come transessuale e invece ormai donna a tutti gli effetti, la quale ha confessato ai compagni di avere “una pagina su MySpace e un profilo su Chatta.it“.
Data di nascita e luogo di residenza alla mano, trovarli non è stato quel gran casino che potrebbe sembrare.
Silvia su internet si chiama EdithR: qui la pagina su MySpace e qui il profilo su Chatta.it.
All’interno vi si descrive come “ragazza”.
Niente vie di mezzo, anzi: una dichiarazione palese di “orientamento eterosessuale” che potrebbe confermare le affermazioni di Filippo Facci, secondo il quale Silvia - che lavora come truccatrice presso la “Tv delle Libertà” e si è più volte trovata a spennellare il viso di Facci, curatore della rassegna stampa quotidiana del canale satellitare di Michela Brambilla - non sarebbe mai stata un uomo: una comoda uscita d’emergenza per Mediaset e Endemol nel caso in cui le polemiche superino il segno.
Poi, una quantità industriale di foto, tra cui alcuni - topless.
E il manifesto di un locale di Altomonte (CS) presso il quale Silvia si esibisce - spesso molto poco vestita - come cantante con il nome d’arte di Edith La Vega (in un forum di frequentatori del luogo alcuni aficionados descrivono la nostra a questo modo: “- Questa è da paura! L’avete mai vista, è una creatura come poche! - No, descrivicela. - Non riesco a descriverla tanto è bona, è un impresa impossibile! - E va bene, ma provaci almeno, è davvero tanto bella!? - Incredibilmente bella, che ti devo dire di più? Alta, mora, formosa ci sono tanti aggettivi per descrivere una femmina”).
Qui di seguito l’album fotografico di Silvia Burgio/Edith La Vega da Myspace e Badoo.
29 Gen
Buongiorno. Perché parlare di classifiche di vendita dei
dischi, oggi che ha sempre meno senso? Perché è lei, la classifica FIMI/Nielsen
a parlarci. A dirci delle cose sul Bizzarro Paese.
Se siete d’accordo, io salterei ogni tipo di premessa.
Intendo dire che né io né voi abbiamo il tempo da perdere per quello che tra
appassionati di musica si fa troppo spesso: vedere chi la sa più lunga.
Facciamo una cosa che tra malati di note si fa di rado, un puro atto di fiducia: io darò per
scontato che voi conosciate già gli eventuali limiti di questa piccola, innocua
operazione. E io, in cambio, darò per scontato che voi sappiate che la
classifica di vendita non è un dato numericamente rilevante. Lo dico una volta
per non dirlo più: in Usa, Alicia Keys è in testa con un numero di dischi
venduti pari a 61mila copie. Per un mercato come quello americano, è
spaventoso. Equivale a dire che un idolo locale, pubblicando un album in una
città grande come Bari, può catapultarsi all’attenzione mondiale – perché la
classifica oggi è anche, soprattutto, una specie di comunicato stampa. Permette,
oggi, a Jovanotti, di essere in un trafiletto sul Corriere della Sera. Per gli
uffici stampa è un buon risultato, il trafiletto sul Corriere della Sera, oltre ai paginoni “dovuti” dei giorni precedenti, quelli delle anticipazioni sul disco.
Quelli paradossalmente valgono meno, perché riversati sul pubblico quando il disco non è ancora comprabile - mentre il trafiletto a disco nei negozi, varrebbe la pena di comprare 5mila dischi solo per averlo. A proposito, anche
questo lo dico ora per non dirlo più:
in America, quanti dischi si vendono in Italia per andare al numero 1. Sarebbe
troppo sconsolante.
Eppure, come vi dicevo, la classifica ci parla. Ci dice che
il popolo che compra i cd, questa minoranza un po’ triste e attempata che
acquista soprattutto nei centri commerciali, è terribilmente simile all’Italia
dei sondaggi. Forse alla fine la classifica degli album (quella dei singoli, la
gloriosa hit parade, da quest’anno non esiste più – lo sapevate? L’ultimo
numero uno è stato, inevitabilmente, incrollabilmente, un senatore a vita:
Vasco Rossi) non è altro che un sondaggio elettorale. Provate a guardarla da
questo punto di vista.
Al numero uno, si diceva, il nuovo disco di Jovanotti. Disco
intriso di stanchezza incommensurabile e volonterosa confusione, pieno di
ospiti esimi, all’insegna del “ma anche” veltroniano. Eppure Jovanotti, con
questa uscita minestrosa, proprio come Veltroni risulta un sasso nello stagno –
visto e considerato che anche dopo Natale, il popolo dei cd si era pasciuto
dell’usato sicuro, del prevedibile che non passa mai di moda: entrando al n.1
in classifica, “Safari” di Jovanotti spodesta la raccolta della Nannini al n.2,
e la raccolta di Ligabue che va al n.3, e la raccolta di Ramazzotti che va al
n.4, e la raccolta di Zucchero che era stata anche, incredibilmente, n.1 (come
se ogni suo disco non fosse una raccolta – di roba altrui, s’intende) che va al
n.5. Il primo disco di roba nuova, fino alla settimana scorsa era – tenetevi
forte – quello di Venditti. E i presunti idoli delle ggiovani ggenerazioni? No,
alla larga dalla top 20 anche quelli usciti da poco: i Subsonica, i Tokio
Hotel, James Blunt, la stessa Alicia Keys che su Mtv passa istericamente ogni
dieci minuti col suo videochepiove (il “videochepiove”, ovvero il clip in cui
l’artista è raffigurato sotto un inclemente rovescio climatico altamente
simbolico, è uno standard con cui ogni cantante si deve cimentare prima o poi).
Ma voi mi direte: bene, ma vediamo almeno la classifica dei
brani più scaricati. La classifica che
dei singoli. In quella, ritroveremo l’ansia di novità che è tipica dei giovani.
Certo.
Al n.1 (come del resto nella classifica di iTunes) c’è Elvis
Presley, per l’ennesima volta remixato (stavolta dal DJ Spankox, chiunque ei
sia), con “Baby let’s play house”.
Qui si potrebbe fare un discorso interessante sul fatto che
la canzone in questione non è né collegata a uno spot, né trasmessa ad alzo
zero dalle radio, che stando all’airplay continuano a trasmettere
ossequiosamente “Niente paura” di Ligabue che se no ci rimane male e gli mette
il muso e le rovesciate di Boninsegna eccetera. No, il brano con oltre 50
primavere, non particolarmente significativo all’interno del corpus Elvisiano, non
è nemmeno tra le 5 più trasmesse. Eppure.
E quindi, in conclusione: da questo quadro voi non traete
interessanti conclusioni di tipo politico sul Bizzarro Paese?
28 Nov
Qualche giorno fa, su queste pagine, si tentava un impietoso confronto tra le fiction italiane e quelle americane.
Ora Antonio Dini riprende quel post e ci mette del suo.
Forti della crisi partita a fine Novanta, gli americani hanno rilanciato sperimentando e investendo su novità formali e di sostanza. Robe come gli stracitati Lost, Desperate Housewives, 24, Battlestar Galactica, Boston Legal e poi tutta una nouvelle vague ispirata dal film American Beauty dove si gioca con l’eros e la morte, con la bellezza e il tema del doppio (non sto a fare titoli, lavorateci da soli). Da noi? L’ondata di roba nuova, come Csi ad esempio, ha riempito le pagine dei giornali ma non ha minimamente scosso l’anima della nostra televisione. Le due “serie” che ancora fanno discutere i creativi e dirigenti della televisione nostrana sono Un medico in famiglia ed Elisa di Rivombrosa. Successi genuini e inattesi. Giustamente studiati. Ma anche Maurizio Costanzo e Bruno Vespa fanno audience: mica per questo bisogna dargli retta e studiarli come esempi da riprodurre.22 Nov
![]()
Per non ripetersi più di tanto, un veloce post per avvisare che questa sera, dalle 23 in poi, su Second Life, andrà in onda l’ultima puntata dell’Isola dei Famosi virtuale, nella quale il vostro appare nella pomposa veste di opinionista.
Tutti i dettagli in un post più elaborato, cliccando qui.
Qui il sito ufficiale, da cui potrete seguire la diretta senza dover per forza entrare in Second Life.
Se invece volete partecipare di persona (si fa per dire), dovete munirvi di avatar e teletrasportarvi qui dalle 23 in poi (per chi si farà riconoscere rivolgendosi all’avatar Ryder McLeod è in serbo una maglietta - anche lei virtuale, ma gratuita - di Macchianera).
…e, per la cronaca, dalla prossima settimana riprende Macchiaradio. Con qualche novità, ma il cazzeggio di sempre.
20 Nov
Passo, mio malgrado, per uno che sulle serie televisive ne sa a pacchi. E dico “mio malgrado” perché il merito è sminuito dal semplice fatto che le guardo tutte, perfino quelle brutte. Salto quelle orribili, perché non ho ore oltre alle canoniche 24, perché lavoro, perché ho una vita e tutte quelle altre cose che si dicono in questi casi. Va detto anche che, tra quelle americane, quelle orribili sono una sparuta minoranza, quindi ribadisco: sostanzialmente tutte.
La premessa di base è che una serie americana repellente sta comunque ad una italiana bella quanto uno scarabocchio del Shakespeare all’opera omnia di Federico Moccia. E’ un’equazione sulla quale non accetto obiezioni e che non ammette deroghe: come ho detto in altri casi a noi, di contro, viene bene la pizza.
Non sto a motivare perché non riuscirei a concludere prima delle olimpiadi: è una questione di tempi, di montaggio, di doppiaggio, di scrittura, di sceneggiatura, di prodondità dei personaggi.
Malgrado l’assunto che abbiamo appena stabilito, va ammesso che l’edizione numero 6 di Distretto di Polizia (ieri sera è terminata la settima) si lasciava guardare. Sarà stata una congiuntura favorevole o quel che volete, sta di fatto che, per la prima volta in Italia, una produzione rinunciava ai grandi nomi e quelli che aveva da mostrare erano cresciuti con lei. Quindi niente Isabelle Ferrari, niente Claudie Pandolfi: solo Giorgio Tirabassi e Ricky Memphis. Non è una cosa da poco, se pensate a quello che invece succede negli USA: voi ricordate chi fossero i sei di Friends, prima di Friends? Avevate mai visto l’agente Mulder o Grissom, prima che ve li facessero scoprire X-Files e CSI?
Da noi non è mai stato così: nel passaggio tra la scrittura e la produzione, nel momento in cui canonicamente intervengono i direttori di rete, se qualcosa di decoroso c’è, viene perso. E siccome nella concezione che i direttori di rete hanno del telespettatore bue, va bene la storia ma comunque in una fiction ci vuole la star (o, in alternativa, uno che abbia il fisico per poter apparire sulle copertine di settimanali dedicati ad adolescenti in piena crisi ormonale o frequentratrici di saloni di parrucchiere che hanno avuto l’ultimo sconquasso ormonale quando qui ancora era tutta campagna), vorrete mica lasciare a casa un Sergio Castellitto, un Gigi Proietti, un Michele Placido, un Massimo Ghini, un Giulio Scarpati, un Massimo Boldi, un Lorenzo Crespi, un Fabio Fusco, un Lorenzo Flaherty?
Poi c’è questo: in Italia una fiction o una serie televisiva non hanno alcuna possibilità di entrare in produzione o anche solo essere prese in considerazione a meno che non parlino di: medici, detective, preti, santi, maestri di scuola, campioni sportivi. Esistono, certo, le varianti, e si va per addizione: preti che fanno i medici, preti che fanno i detective, preti che diventano santi, preti che fanno i maestri di scuola, maestri di scuola che diventano santi, medici che fanno i detective, e detective che fanno un lavoro che esiste ormai solo a Topolinia (è pieno, là fuori, di gente a cui chiedi che lavoro fa e risponde “Perbacco, come sarebbe a dire che lavoro faccio? Il detective, non si vede?”).
Vecchia io? Ma se alcune parti di me tre settimane fa non erano ancora state inventate!
— da “Will & Grace”
