Lo specchietto per le allodole
20 Gen
Erano gli anni novanta. Tante idee, voglia di vedere il mondo, la laurea, la Leo, i primi lavori, il sentire che la vita cambiava. E c’era sempre nelle estati calde quel treno a binario unico che ti portava in quella cittadina termale piena di vecchini che per un paio di giorni si animava di ragazzi scalmanati pazzi del R&B.
E poi c’era lui, mostro sacro, con quella voce che ti faceva vibrare le arterie, il cuore, la testa.
Addio Wilson.
19 Dic
Quello che ti hanno detto di San Pietroburgo non conta niente. Ci devi andare e basta. Puoi aver letto tutti i libri del mondo, ascoltato i compositori russi sino allo sfinimento. Non conta. Ci sono città che risultano identiche all’immagine che te n’eri fatto, ma non è questo il caso. Devi andarci. E poi magari avere il coraggio di ammettere: non so spiegarlo. E ritrovarti ugualmente nell’imbarazzo di doverne scrivere, arrabattandoti, inventandoti sequenze di aggettivi e iperboli che descrivano l’indescrivibile.
Di cosa scriverai? Dei “tramonti minacciosi” e di certa “luminosa tristezza”? Delle “nubi scure e pesanti” affacciate sulla Neva, fiume ovviamente “freddo e impietoso” in un clima da “imminente catastrofe”? O partirai dalle notti bianche, il sole che non tramonta mai, la luce che si fa pallida e diffusa, il silenzio irreale? Cazzate.
8 Dic
Accorrete, fa il suo ingresso Nicolò Paganini. Gli uomini si sporgano dai loro palchi, le donne s’affannino addirittura. Eccolo, è lui! Dio com’è brutto.
Magrissimo e spettrale. Una logora finanziera nera, il panciotto nero, i capelli neri, gli occhiali neri, il volto livido e sdentato e cadaverico, il naso aquilino e sporgente, guardatelo. Si burla di noi.
S’inchina e si snoda come un burattino dell’inferno.
Ma l’incanto ha da incominciare.
Egli suona.
Si taccia.
3 Dic
C’è un mistero da risolvere: come morì Piotr Ilijc Ciaikovskij?
Alcuni seguiteranno a sbattersene le palle, altri a esplorare un mistero – si dice in questi casi - inquietante. Ma lo è davvero, inquietante. Più viene approfondito, più sovvengono dubbi.
Ci si atterrà ai fatti. Il più famoso compositore russo morì nell’autunno del 1893: aveva 53 anni ed era al culmine del successo. La sua fama era celebrata in Russia e nel Mondo: pochi compositori, da vivi, ne ebbero altrettanta. Aveva denaro e onoreficenze, era reduce da tournèe anche in America, le sue opere erano eseguite ovunque, poteva vantare l’amicizia e l’appoggio della famiglia imperiale, insomma aveva tutto. A suo cugino Davylov aveva appena scritto così: “Mi è venuta l’ispirazione per una nuova sinfonia. Non puoi immaginarti quanto sia felice. Sarà un mistero per tutti, lo sento. Sarà l’opera della mia vita”.
Sarà l’opera della sua morte.
30 Nov
Da immaginarsi la scena.
Siamo a Parigi, è il luglio del 1860 e i due titani dell’opera mondiale, Richard Wagner e Gioachino Rossini, sono finalmente a confronto. Il tedesco è andato a trovare l’italiano nella sua villa di Passy. Ed eccoli. Wagner non è ancora compiutamente Wagner e Rossini non è più compiutamente Rossini, ma chi se ne frega: ha da iniziare un’immortale disquisizione sui destini del teatro musicale drammatico, pronti via. E parlano. Ascendono e trasvolano. Planano e poi risalgono. La musica dell’avvenire, il ruolo dell’artista nella società, quelle cose lì. Però, ecco: Rossini ogni tanto chiede scusa e si allontana e ritorna dopo qualche minuto: “Dove eravamo rimasti?”.
E allora si ricomincia. Parlano. Ascendono e trasvolano, eccetera. Sinchè Rossini prende e sparisce e poi ritorna ogni volta: “Dove eravamo rimasti?”. Snervante. Lo fa due e tre e cinque volte. Wagner allora chiede spiegazioni: “Pardon monsieur – spiega Rossini – ma ho sul fuoco una lombata di capriolo. Deve essere innaffiata di continuo”.
28 Nov
Ora che il rinomato sito russo li ha resi scaricabili (su iTunes c’erano già, ma vuoi mettere un sito russo?), e che del loro maggiore successo è stata fatta una suoneria per cellulari, si può tranquillamente affermare che i Baustelle non siano più da annoverare esclusivamente al rango di “gruppo che piace ai blogger”.
Qui, pur apprezzando oltremodo, non se ne è mai parlato, se non altro perché lo facevano già tutti gli altri.
Però tengo a dire che il verso
è pura poesia.
14 Nov
Come ho già avuto modo di dire, amo le descrizioni delle canzoni e quelli che sanno raccontartele al di là del testo. Perché non è detto che nelle strofe ci si veda tutti le stesse cose e allora, in qualche caso, l’interpretazione diventa una storia a sé, una storia della quale si conoscono già i dettagli, ma che risulta sempre piacevole rileggere.
Considero la “Fiori rosa, fiori di pesco” di Luca Sofri l’apripista di questi brani musicali in prosa. Poi venne Cesare Cremonini, e Guia Soncini si fece beccare con le dita nella sua “Marmellata #25″.
Ieri sera stavo provando le nuove cuffie e per poter lavorare sul mixer continuando ad ascoltare musica ho fatto in modo che la selezione delle canzoni andasse per un po’ in ordine casuale. Capita, in questi casi, che il tuo random juke-box passi capolavori classici che però ti hanno annoiato; oppure robaccia immonda al punto che cerchi di ricordare il giorno in cui hai deciso di farne l’Mp3 e che cosa avevi in testa; e poi succede che scelga una di quelle canzoni che conosci bene, che risenti con piacere, che ti ricordano un qualcosa, un periodo, o magari niente, ma che sicuramente si prestano ad essere raccontate. E dopo che l’hai fatto, chiunque sa dirti il titolo della canzone, anche se non ne hai citato un solo passo. Ci scommetto.
Proviamo.
E allora, c’è questa rockstar famosa, e c’è una donna che se ne è andata, da parecchio tempo ormai.
Si capisce che è una rockstar e che è famosa dal fatto che può permettersi di svegliarsi tardi e non fare nulla, nel pomeriggio, se non guardare la tv che passa i suoi video. “Suoi” nel senso che hanno lui per protagonista.
E malgrado sostenga di non avere più bisogno di lei, di non sentirne la mancanza, ecco, in certi momenti si ritrova solo. Magari in un hotel, in uno di quei posti che hanno potere di farti sentire straniero e solo anche nel tuo paese.
E così che, un giorno di quelli, decide di chiamarla al telefono.
Vinto l’imbarazzo iniziale di entrambi, iniziano a parlare dell’unica cosa che hanno in comune: il periodo in cui erano amanti. E si lasciano cullare dai ricordi della scuola, dei compagni di classe che sarebbe bello rivedere qualche volta, e dei miti di quegli anni.
Poi arrivano al presente. Lei gli chiede se sta con qualcuno, dal momento che si sono lasciati da un po’. Lui risponde che sta da solo. Lei non gli crede. Così lui parte con la solita solfa degli impegni, delle serate, dei viaggi per il tour, del non riuscire quasi mai a fare più di qualche giorno comodo a casa, e tutte quelle altre cose che, alla lunga, fanno molto artista ma minano una relazione.
Lei gli chiede se non si annoia, a fare la vita che fa, e lui, spavaldo e poco sincero, risponde che assolutamente no: va tutto così bene che non può non esserne felice.
Lui se la mena molto, si sente un pezzo di granito che nessuno ormai può più abbattere. Lei ha già capito che quel pezzo di granito ha la consistenza di un Pavesino; il suo atteggiamento tracotante la irrita, e così, en passant, butta giù una domanda bastarda che per lui è come uno Tsunami di ricordi che lo colpisce a tradimento: “Hai ancora voglia di me?”.
Lui perde le difese, una ad una. Dice: forse. Dice: sì. Dice che vorrebbe averla accanto in quel preciso momento. Sostiene che dovrebbero sentirsi più spesso, che a lui fa piacere. Siccome è un uomo, pensa da uomo, ed è qui che cade, inesorabilmente. Si dice: “così come fa piacere a me, deve per forza far piacere anche a lei”. Gli uomini ignorano il significato della dicitura “pratica archiviata”. E, dopo essersi esposto, cerca ingenuamente di coinvolgerla nel revival: “ammettilo, anche tu nei hai voglia; ammettilo, nemmeno te sei riuscita a cancellare tutto, ma proprio tutto quel che è successo”.
Sempre al telefono, lui mette su il disco delle lagnanze maschilli che stimolano l’istinto materno: “Sai, sono un giorno qua e uno là; non ho una vita normale; non riesco nemmeno a fare una pausa”. Gli manca qualcuno accanto. Glielo dice. Gli mancano piccoli gesti come una carezza. Una carezza fatta dalle mani dei lei. Gli manca quella metà di cuore che s’è portata via.
Lei, al telefono, ormai ascolta e basta. Forse sta addirittura scarabocchiando segnacci a caso sul blocco degli appunti accanto al telefono.
Ma lui continua con la tiritera dell’essere cambiato, dell’avere difficoltà a capire questo uomo nuovo che si butta sul lavoro per non pensare a tutto il resto. E le dice una di quelle cose che alle donne - in assoluto - non vanno dette. E cioè che in tutte le squinzie da “prendi e porta a casa” che incontra, quelle con cui lui poi tromba - perché, come dicevamo, è uomo, e ha l’assoluta necessità di metterla a parte del fatto che sì, malgrado tutto, anche lui tromba, e bene - beh, che in tutte quelle lui cerca un po’ di lei.
Lei non si prende neanche più la briga di rispondere. Lui passa al contrattacco.
Le confessa che questo continuo lavorare e suonare, un giorno qui e uno lì, altro non è che scappare. Un modo per riempire un buco. Quel buco che dovrebbe sentire anche lei, ora messa alle strette: possibile che non le manchi almeno qualcosa del loro rapporto? Almeno un po di lui? E non è che invece per caso anche lei rimpiange quei tempi e di quei tempi sente la mancanza? Non sarà stanca di romantici uomini perfetti tanto da rivolere indietro il suo, che forse è imperfetto proprio perché lei lo possa aggiustare? Non si è stufata di tutta questa vita vissuta lontani? E non si potrebbe, invece, raggiungere un compromesso e morire ognuno un po’ ogni giorno, ma insieme? “E mi sogni - chiede - mi sogni, la sera, quando vai a dormire?”
La storia si chiude su questa domanda.
Ma secondo me lei riattacca.
2 Nov
| «Qual è la domanda che mi fanno più di frequente in assoluto? “Che fine ha fatto Mauro Repetto“. Anzi: “che fine ha fatto il biondino che ballava negli 883“». (Max Pezzali, dal podcast del proprio sito)
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Ve lo dice Macchianera, che fine ha fatto Mauro Repetto. Non che lo si sia scoperto oggi, ma fino a questo momento l’informazione è stata appannaggio esclusivo degli ascoltatori di MacchiaRadio. E’ giunta l’ora che tutti sappiano.
Una sola avvertenza: preparate i fazzoletti, perché al confronto della storia del più grande genio incompreso dei nostri tempi quelle di Remì, Peline, Candy Candy e Bess de “Le onde del destino” di Lars Von Trier infondono una smisurata allegria.
Partiamo dal principio. La versione ufficiale vuole Max Pezzali e Mauro Repetto, compagni di banco al liceo scientifico di una piccola città che, tra la via Emilia e il West, ha scelto il West: Pavia. Bighellonano in una versione tutta pezzaliana e repettiana di altri luoghi di ritrovo cantati, come il Bar Mario di Ligabue, l’Osteria delle Dame di Guccini, o dell’ancora più celebre Roxy Bar di Vasco: il Bar Dante.
Uno se li immagina, nel 1989, seduti al tavolino del bar che dà sulla strada, sotto i tabelloni dei ghiaccioli Eldorado e dei cornetti Algida, sognare l’America. Che poi l’America è a due passi, se non ci devi andare in motorino: è a Milano, in via Massena 2.
Dopo aver soltanto sfiorato Claudio Cecchetto, registrando da comparse una puntata di “1-2-3 Jovanotti!“, si prendono un anno di tempo per buttare giù due canzoni, allestiscono un piccolo studio nella cantina del negozio del padre di Pezzali, poi si armano di coraggio e lasciano nella portineria del palazzo in cui si trova Radio Deejay un’audiocassetta contenente due canzoni, “Non me la menare” e “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”.
Di Claudio Cecchetto si dicono tante cose. Una di queste è che ascolti tutto, ma proprio tutto quello che gli arriva. E a quei tempi si diceva anche - se ricordate - che tutto ciò che toccava diventava oro: Sandy Marton, Taffy, Tracy Spencer, i Tipinifini, Sabrina Salerno, i Via Verdi, i Toy Boys, Fiorello, Jovanotti.
Insomma, mister Gioca Jouer nasa il genio e li convoca immediatamente (qualcuno sostiene addirittura il giorno dopo) a Milano, nel quartier generale della radio di cui allora era direttore. L’impressione è che in quei primi testi banali, ma chiari e diretti, si possa riconoscere “la mano” di Repetto. Ora che il nostro ha abbandonato gli 883 e lasciato Max Pezzali a scrivere da solo i propri brani, non possiamo dire con certezza chi abbia avuto le intuizioni più singolari o chi fosse, tra i due, a nutrire un’insana passione per i suoni onomatopeici, vedi “Non me la menare” (”io quando esco sono una bomba / che esplode e che fa BOOM”) o “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” (”Tutto ad un tratto / la porta fa slam / il guercio entra di corsa / con una novità / dritta sicura / si mormora che / i cannoni hanno fatto / BANG!”)?
Cecchetto non ne sbaglia una, iniziando dal nome del gruppo. Max e Mauro avevano pensato ad uno sciapito “I Pop“; Re Mida lo cambia in “883“, ispirandosi al modello di una delle più popolari Harley Davidson, marchio ammiccante ai ggiovani ribbelli, target che i due ambiranno ad affascinare, senza mai riuscirci. Passo successivo: partecipazione del festival di Castrocaro. Il risultato è imprevedibile: vincono. Proprio con “Non me la menare”.
Capita forse una volta nella vita, ma quando capita è destabilizzante: la botta di culo che ti catapulta dal fancazzismo in compagnia dell’amico Cisco del Bar Dante di Pavia (”Si alza dalla sedia del bar chiuso / lentamente Cisco e all’improvviso / dice / «Voi / non capite un cazzo / è un po’ / come nel calcio: / È la dura legge del gol») su su verso un album d’esordio che vende 600.000 copie e scala l’hit parade fino a raggiungere la prima posizione.
E il 1992, e gli 883 sono sulla bocca di tutti, se non altro perché il singolo “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” ha un testo trascurabile, ma entra in testa come un trapano. Un po’ tutti pensano al “gruppo usa e getta” capace di sfornare un buon 45 giri (come si diceva ancora allora) ed incartarsi sul secondo. Merito non si sa di chi, ma non sarà così.
25 Ott
La domanda è venuta fuori parlando (leggi: cazzeggiando) con la C.T.D.R. (Critica Televisiva Di Riferimento): oggetto della discussione era la riproposizione in terza serata di “Sapore di mare”, avvenuta non mi ricordo più su quale rete qualche giorno prima.
Ora, io non so voi, ma c’è una scena, in “Sapore di mare 2″ (che peraltro è già triste di suo, e mica per niente una delle canzoni della colonna sonora è la Bibbia delle pene d’amore “Ritornerai” di Bruno Lauzi: “Ti senti sola / con la tua libertà / ed è per questo / che tu ritornerai”) che, per quanto mi riguarda, è la più straziante della storia della cinematografia mondiale. C’è questo Gianni, faccia occhialuta da secchione, che sta da tre anni con Selvaggia (Isabella Ferrari). Anzi: quella sera cade proprio il loro anniversario. Selvaggia vuole uscire: vorrebbe festeggiare facendo l’amore con lui per la prima volta, ma Gianni, inaspettatamente e senza alcun valido motivo, si nega e poi si eclissa. E’ a quel punto che colpisce il corvo Fulvio (Massimo Ciavarro): la consola con parole dolci, fingendo di capirla, biasimando il fidanzato che non la merita, come solo gli uomini sanno consolare una ragazza quando han voglia di trombare. E finisce che se la tromba. Lì, sulla spiaggia, dietro ad una barca. E ad amplesso inaugurale terminato accade l’irreparabile: Selvaggia è pronta a rivestirsi, quasi sicuramente pentita di quel che ha fatto, ma alza gli occhi e vede Gianni, Gianni che era lì e ha visto tutto (o per lo meno quel che c’era da vedere per capire), Gianni in piedi, con le lacrime agli occhi, e tra le mani una torta con il numero “3″ che fa capolino dalle candeline accese.
E non rompete i coglioni con il cinema d’autore, almeno per questa volta: è una scena che vale almeno dieci Lars - Von - Trier, e alla fine non ti viene nemmeno da vomitare per la telecamera a spalla.
Stavamo parlando di “Sapore di mare 2″ e di “Ritornerai”, io e la C.T.D.R., dicevo, quando sorge spontanea una domanda: qual è il verso più triste mai scritto in una canzone?
Io ho iniziato e subito dovuto smettere, altrimenti questo post sarebbe stato più aggiornato di Wikipedia. Ne volevo fare una classifica, à la “31 songs”, ma davvero la lista è così provvisoria e incompleta che non ne vale la pena. Se desiderate, si accettano contributi.
Per quanto mi riguarda parto dalle più tragiche seppur poetiche, e allora non si può prescindere dalla Stefania morta di parto raccontata da Francesco Guccini in “Venezia”:
oppure - per rimanere più o meno sullo stesso tema - dall’autobiografia “Spark” di Tori Amos, scritta in seguito ad un aborto spontaneo che la porta a mettersi in discussione come madre:
al punto di arrivare a credere che sia tutta colpa sua e dei suoi iniziali tentennamenti:
Poi, ecco, come in qualsiasi cosa nella quale sia implicata una nota musicale, non possono mancare i quattro ragazzi di Liverpool e l’epitaffio in occasione di una di quelle morti di cui nessuno si accorge:
Poi si passa al tema “amore”, e qui la diga crolla.
24 Ott
Ho sempre ritenuto (e sono tutt’ora convinto di averci preso, anche se era facile) che la canzone di Elio e le Storie tese riportata più sotto fosse dedicata a Edoardo Bennato, reo di averla menata per un trentennio con le proprietà salvifiche del rock. Per citare solo alcuni passi dall’opera omnia dell’avanguardista degli stupratori della metrica (seguiranno Max Pezzali, Paola e Chiara e Cesare Cremonini): “Viva le regole e le buone maniere / quelle che non ho mai / saputo imparare / forse per colpa del rock” (“Viva la Mamma” - 1989); “Appena compio diciott’anni me ne scapperò / con l’alibi della follia e del rock‘n’roll / Per la patria e la bandiera non mi dannerò / credo solo nei miracoli del rock‘n’roll” (”Si scrive Bagnoli” - 2003); “Ebbi dei dubbi già / Il primo giorno di scuola / E all’Università / Ebbi dei dubbi ancora / Non ebbi dubbi solo sul rock‘n’roll” (”Abbi dubbi” - 1989); “E noi martiri del rock‘n’roll / elementi turbolenti / noi cantiamo si salvi chi può / per sbandati e dissidenti / E noi martiri del rock‘n’roll / noi reparto guastatori / noi cantiamo il si salvi chi può / per chi è dentro e per chi è fuori!… / E noi martiri del rock‘n’roll / agitati permanenti / difendiamo il nostro status-quo / con le unghie e con i denti” (”Martiri Del Rock’N'Roll” - 1992) e, infine, “In fondo tu lo sai che colpe vere non ne ho / a parte quel mio vizio del rock‘n’roll… / E’ vero - sono un rinnegato e non rinnegherò / tutte le colpe che ho commesso con il rock‘n’roll!…” (”Eugenio“).
Beh, nel dibattito sul dopo-RockPolitik che si è sviluppato, su cosa sia “lento” e cosa sia “rock” (laddove “lento” è cattivo, e “rock” incommensurabilmente buono), su queste pagine si rema contro e si afferma senza tema che non è vero che non ci sono cazzi: a volte, lento è di gran lunga meglio.
E, comunque, Adriano: Ratzinger è rock almeno quanto Mino Reitano è funky. O Ligabue temerario e reattivo quando è tuo ospite e tu dici una boiata.
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IL ROCK AND ROLL
(Elio e le Storie Tese)
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| (Mentana, parlato): Clamoroso! Nuova grande impresa del rockandroll che batte il rap e la techno e si insedia stabilmente al primo posto nella classifica dei generi musicali preferiti dai giovani italiani. Nuove accuse per il rock and roll, sospettato per aver orinato sul palco e di aver mangiato la testa di un pipistrello; coinvolto - e sarebbe incredibile - anche il rock and roll acrobatico. Clamorosi sviluppi nella vicenda che vede da una parte il rock and roll e dall’altra le forze anti rock and roll, i cosiddetti matusa; dopo i recenti attacchi di questi ultimi, il rock ha risposto con un indecoroso rumore molesto, vediamo: (Elio, cantato): Il rap non mi va, l’hip hop proprio non mi va. La techno è una merda, ma il rock and roll, il rock and roll sì che mi piace. Non ha mai scontentato nessuno, il rock and roll il rock and roll. Facile da suonare: rock, rock, rock, rock and roll. Il jazz, troppi assoli. La fusion è complicata, ma il rock and roll, il rock and roll sì che mi piace. Non ha mai deluso nessuno, il rock and roll. |
Il rock and roll, facile da suonare: rock, rock, rock, rock and roll. (Coro): Rock and roll rock and roll rock and roll rock and roll. Non mi va, non ci sto, rock and roll. Io vorrei solo rock and roll, ma il rock and roll, il rock and roll sì che mi piace. Il rock and roll. Il rock and roll, facile da suonare. Maledetto rock and roll, tu spacchi gli alberghi e orini sul mondo. Rock and roll. Mamma mia, mamma mia, rock and roll. Rock and roll. (Mentana, parlato): Clamoroso! Nuova grande impresa del rockandroll che batte il rap e la techno e si insedia stabilmente al primo posto nella classifica dei generi musicali preferiti dai giovani italiani. Il rock and roll braccato su tutto il territorio nazionale dalle forze dell’ordine, dopo le recenti devastazioni di camere d’albergo… Ecco secondo l’agenzia transpress il rock si starebbe aggirando ubriaco urlando come un pazzo in compagnia purtroppo del rock and roll acrobatico, certamente suo ostaggio” |
16 Ott
Certe verità ti colgono inaspettatamente e all’improvviso.
Per dire: l’altro giorno sfoglio il Corriere della Sera e da un minuscolo riquadro pubblicitario scopro che è uscito un nuovo doppio live di Francesco Guccini (con DVD opzionale, se non sbaglio).
Ora, non è che io sia uno di quelli che comprano poi così tanti dischi: diciamo che, quando mi serve qualcosa, il mio puscher corre alla velocità di 10 megabit, ed è parecchio conveniente. L’ultima volta che sono entrato in un negozio di dischi è stata, tipo, nel 1998.
Però uno come me i soldi ad uno come Guccini lì dà volentieri. Magari, ecco, dal momento che erano già stati dati alle stampe l’immancabile “Fra la via Emilia e il West“, “Album Concerto“, “Quasi come Dumas…“, “Live@RTSI“ e il perdibile “Guccini Live Collection“, spera solo che il nostro non intraprenda la deriva degregoriana a botte di un LP originale ogni otto live doppi.
E insomma, esco di casa armato delle migliori intenzioni, deciso ad effettuare il dovuto acquisto nel corso del tragitto da casa all’ufficio, ed è stato lì - quando sono arrivato al lavoro senza doppio live - che ho capito: non è che l’industria discografica stia cedendo sotto i colpi della pirateria. E’ che, molto più semplicemente, non esiste più un cazzo di negozio di dischi.
Ora qualcuno potrebbe obiettare che non se ne trovano proprio a causa della facilità con la quale si può scaricare un qualsiasi brano da internet, ma sarebbe un po’ come dire che siccome posso risparmiare facendomi in casa una torta al cioccolato, allora tutte le pasticcerie hanno chiuso.
Detto questo, del doppio live non se ne sentiva il bisogno: si ha l’impressione che in due cd possano trovare spazio almeno il doppio delle canzoni che in realtà ci sono. Per questo mancano parecchi dei classici; i classici che sono presenti sono suonati praticamente seguendo lo stesso arrangiamento dei due live precedenti; tra i brani più recenti si segnala la colpevole assenza di “Don Chisciotte”, e in “Farewell” Guccini sbaglia le parole. Poi: il pubblico puoi scegliere di farlo sentire cantare, o non farlo sentire. Farlo sentire che anticipa chiaramente di un secondo ciò che stai cantando non è una scelta tra le più sagge.
Malgrado tutto, acquistarlo è stato come qualcosa che si deve fare, come per i credenti versare l’obolo in chiesa.
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SWATCH
(F. Guccini - G. Curreri - A. Fornili)
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| Guardo ancora l’ora sul quadrante dello Swatch, darle un altro quarto d’ora, o andare via? Gente usciva a branchi dalle scale del metrò, ma in quei visi in fuga lui cercava quello suo: l’unica cosa che potesse dare un senso al freddo e al giorno, e a quell’inverno. Bella e accesa in viso, d’improvviso lei arrivò come fosse apparsa per magia, e radiosa spense ogni protesta e lo baciò, e abbracciati andarono parlando tutti e due di amici e dischi e di vacanze di Natale. E io mi sentii quasi male guardandoli andare, ed invidiai il loro incontro, quel tutto da fare, tutto quel tempo davanti, e quel loro sperare, e l’incoscienza orgogliosa della loro età. E mi venne in mente come un pugno quando anch’io aspettavo appeso ad un angolo una lei, e quando arrivava mi sentivo come un Dio, |
e abbracciati e persi si parlava tutti e due uno sull’altro degli esami e di Natale e di un poeta geniale, un film sperimentale, e ci sembrava che niente potesse finire, come se il tempo davanti dovesse durare fino alla linea incosciente della nostra età. Che ho perduta, che mi è scivolata che cosa fai ora ragazza abbracciata a me, ai dogmi andati, e una strada bagnata diversa e la stessa della loro età. E mi trovai a camminare nel freddo invernale e mi rinchiusi alla gola giaccone normale e poi tirai su le spalle e ghignai sul Natale giocando col bene e il male che sai in ogni età. Che devi andare, ma lascia che cammini l’età deve passare, ma lascia che sconfini poi tiro su le spalle e ghigno sul Natale e gioco col bene e il male che so in ogni età. |
2 Set
Se siete a Roma, lunedì 5 settembre, all’Auditorium Parco della Musica - sì, i tre magnifici coleotteroni progettati da Renzo Piano - si inaugura il K Festival, ovvero il festival dedicato a Mozart.
Solo per l’inaugurazione l’ingresso sarà gratuito (la festa di apertura inizia alle 19.00).
Ma la cosa più gagliarda è che alle 20.30 verrà proiettato il Don Giovanni diretto da Joseph Losey, quello del ‘79 ambientato nel ‘700 nelle ville palladiane (e sì, lo so che in realtà dovrebbe essere ambientato nel ‘600 a Siviglia, ma è bello lo stesso.), con Ruggero Raimondi nel ruolo del protagonista (mica pizza e fichi, signori miei.).
Accorrete numerosi!
28 Ago
E’ successo qualche tempo fa. Anzi, a voler essere precisi ricordo anche il momento esatto. Intendo dire il momento in cui ho scoperto di amare gli articoli che spiegano le canzoni. Stavo leggendo un pezzo nel quale Luca Sofri prendeva atto dell’impossibilità di poterle spiegare, epperò poi si lanciava in una memorabile e poetica dissertazione su “Fiori rosa, fiori di pesco” di Lucio Battisti, dopo la quale ti rendevi conto che conoscevi benissimo quella canzone, l’avevi ascoltata centinaia di volte eppure mai amata quanto meritava.
Ecco, è successo di nuovo. La mano è quella di Guia Soncini, l’oggetto uno molto meno difendibile di Battisti: uno che per quanto ti possa sforzare, la voglia di sdoganarlo proprio non ti viene.
Eppure.
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MARMELLATA #25
(Cesare Cremonini)
Ci sono le tue scarpe ancora qua, Ci sono le tue calze rotte la notte in cui ti sei ubriacata, Ah! Da quando Senna non corre più… Ci sono le tue scarpe ancora qua Ah! Da quando Senna non corre più… Ora vivo da solo in questa casa buia e desolata |
8 Apr
E’ un po’ di tempo che ci penso: facile fare i fighetti, gli indie, in tema di musica. La febbre delle liste alla Nick Hornby è passata da un bel pezzo e ogni blogger ha avuto l’occasione di stilare la classifica delle proprie 31 canzoni preferite. Tutti sappiamo che - chi più, chi meno - si è mentito spudoratamente: non si sappia in giro il motivetto poco “cool” che si è abituati a fischiettare sotto la doccia.
E allora dico: facciamo un bel bagno d’onestà (inizio pure io per primo, non preoccupatevi) e confessiamo quali sono le 31 canzoni che ci piacciono nonostante tutto, nonostante i nostri gusti, nonostante noi. Non è necessario che abbiano almeno un bel testo o una bella melodia, o ricordino un momento particolarmente felice; questa lista si basa su un meccanismo molto più semplice: trentuno canzoni (o quante ve ne vengono: in fondo chi se ne frega della quantità?) che per qualche recondito motivo apprezzate quando vi capita di ascoltarle, anche se non lo ammettereste mai.
Unica regola: solo canzoni italiane (altrimenti è troppo facile, cocchi, anche io avevo da parte “Duel” dei Propaganda e “The promise you made” di Cock Robin, tra le altre).
Che poi uno potrebbe dire: ma come, un autosputtanamento così, a gratis? E certo, è quello il bello: sotto tortura che divertimento c’è?
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Sono d’accordo anche con gli spazi bianchi.
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