Addio, FunkyProfessor!

La faccia di Marco Zamperini che si affaccia alla porta di casa e grida “Sorpresa!” la ricorderò probabilmente finché campo. E’ il giorno in cui compio 40 anni, mi sto preparando a un’inutile serata sdraiato sul divano a consultare l’iPad, e invece Ilaria ha organizzato una festa a sorpresa. Ha preparato 40 cupcake e invitato a casa praticamente tutti gli amici che ho. Marco è il primo a fare capolino dalla porta. Sorpreso, sono sorpreso. C’erano tanti amici, dietro di lui, ma io ricordo più che altro la sua faccia, l’espressione divertita di quello che veramente ha voglia di farti una sorpresa, di farti star bene e, beh, c’è riuscito.

Marco Zamperini

Lo so: non se ne può più di sentire tessere le lodi dei morti. Quanto fossero buoni e bravi, e mariti perfetti, e amici leali, e lavoratori indefessi. Succede perché, in molti casi, sappiamo che non è vero. E invece quel che disturba di più della morte di Marco Zamperini è proprio un senso di ingiustizia: perché mai dovrebbe morire, una persona così gentile? Dico davvero. Posto che la morte sia ingiusta nella maggior parte dei casi, in questo momento di totale incredulità ha il sopravvento un atteggiamento abbastanza naïf per cui che sia capitato a lui, di morire, pare una vigliaccata vera e propria.

Perché io non ho mai visto Zampe non sorridere. L’ho visto stanco, persino amareggiato, ma mai non sorridente. Ed è quel che sentirete dire un po’ da tutti. Se c’era una persona che riusciva a comunicare voglia di vita, di fare, quello era Marco.
Non l’ho mai letteralmente sentito – in un ambiente in cui il pettegolezzo, il “fail”, l’aneddoto che ti fa sembrare un pirla sembrano alla base della comunicazione tra individui – parlar male di qualcuno. Per quanto tu potessi non sopportare determinati personaggi, lui era sempre lì, equidistante, a fare da collegamento tra te e loro. E per quanto tu gli dicessi cose tipo “ma come fai a essere amico di un tale pirla?”, la sua risposta era, nel peggiore dei casi “E’ un po’ pirla sì, ma guarda che è una brava persona”.

Marco Zamperini e i ParadiseGlasses
disegno di Roberto Grassilli

Ora, io non credo che alcune di quelle fossero veramente brave persone, ma Marco aveva certamente la capacità di vederlo, quel poco di bene che c’era, se c’era. A volte aveva ragione lui: c’era.

Marco aveva costruito assieme a Paola una famiglia che se andate sul dizionario a cercare la voce “famiglia” trovate la loro foto. O, almeno, così dovrebbe essere. A casa loro – sempre aperta a tutti – si respirava un amore che faceva bene. C’erano un tale affiatamento e una tale voglia di dire, fare, baciare, che non potevi fare a meno di sentirti a chilometri di distanza da quella perfezione. E con il fiatone.

Siccome ne aveva avuto già uno, ogni anno festeggiava “l’infartiversario”. Lo faceva, coinvolgendo gli amici, con una leggerezza e una semplicità che ti facevano pensare a un inno alla vita. Io credo che Marco, dopo quel giorno, sapesse di poter morire. Ma che scacciasse via il pensiero perché troppo triste. E inutile, in fondo: lui era una persona molto pratica. Se fosse qui, gli spiacerebbe vederci tristi, vedermi piangere da solo come uno stronzo come se avessi perso un fratello, e stempererebbe la tensione con una battuta. Si ammazzerebbe – ancora – pur di trovare quella battuta. Anche per farci capire che, in fondo, la morte è una cosa molto meno seria di quel che pensiamo. Se fosse seria, saprebbe prendere la mira, invece di pescare a caso.

Era contento di essere vivo, Marco, e lo dava a vedere. Al contrario di molti di noi, che spesso indossiamo espressioni da gente che sta facendo un favore al mondo. Affrontava la vita con un perenne sorriso, pur avendo avuto anche lui i suoi cazzi, com’è normale che sia. Disturba, saperlo morto. Come togliere un giocattolo a un bambino e vederlo piangere: sono cose inconcepibili. Era grato di essere sopravvissuto. A lui piaceva la vita, piaceva vivere. Aveva l’entusiasmo stampato nel DNA. E qui mi arrendo e svelo la banalità che da parecchi paragrafi attende l’apertura del sipario: non è giusto. Questa volta è davvero meno giusto di tutte le altre volte, cazzo.

Non lo è perché avevamo detto che avremmo fatto la prossima BlogFest insieme e tu avresti personalmente curato il programma di tutti gli eventi della sezione dedicata alla tecnologia; perché dovevamo parlare delle nuove idee che avevi: saremmo riusciti come al solito a realizzarne forse una su 100, ma era bello anche solo discuterle; perché dovevamo scrivere assieme quanti libri ormai? due? tre?; perché a ogni uscita di un nuovo iPhone facevamo a gara a chi riusciva a procurarselo prima che fosse in vendita in Italia, e quest’anno ho vinto io ma tu te ne sei andato e mi hai lasciato da solo con questo bellissimo, costosissimo, inutilissimo nuovo iPhone; ma, soprattutto, perché mi sono impigrito: non scrivo da troppo tempo, non ci ho più la mano, e comunque niente di ciò che ho scritto o scriverò mi sembrerà mai all’altezza di quel che meriti.

Per questo chiedo scusa a Rebecca e Blanca: il vostro papà era molto meglio di tutte le cose pur belle che avete letto o sentito dire ieri e oggi. E’ un limite della comunicazione: a volte non si trovano le parole. A volte proprio non ci sono le parole. Ma consola essere sicuri che voi già lo sapete.

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