Ma il Governo ha capito cos’è la Mafia?

“I boss non si catturano. O si vendono o muoiono.”

Così ripeteva spesso Luigi Ilardo, boss mafioso del catanese e collaboratore del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) nei primi anni ’90, ai suoi confidenti dell’Arma dei Carabinieri sulle tracce dello Zio Binu, il latitante superboss Bernardo Provenzano.

Ed è più meno sempre così. E’ sempre stato così. Chi si ricorda di qualche cattura di latitanti con scontri a fuoco tra carabinieri e mafiosi? E quanti picciotti difendono i capi della cupola di Cosa Nostra quando questi vengono sorpresi dietro una botola di qualche casolare di campagna? Fateci caso: ma nemmeno nella serie TV dei Soprano ci sono morti ammazzati quando lo Stato rompe gli indugi giudiziari e oltrepassa la sottile linea che lo divide dal crimine. Perché è questa l’essenza del fenomeno mafioso, l’Antistato non è mai davvero antitetico allo Stato, ma organico e complementare alle sue deviazioni morali e sociali, con una dialettica a volte ruvida ma quasi mai assassina, di contrapposizione ideologica ultima e definitiva.

La mafia non è il terrorismo rosso delle BR, non mette in discussione l’ordine costituito, cerca solo di farci affari insieme se l’altro decide di starlo a sentire. Molti ricordano l’epoca delle stragi, dal 1992 e 1994, gli attentati a Falcone e Borsellino, le bombe a Firenze, Roma e Milano, ma chi sa guardare in prospettiva lungo l’arco della storia centennale della mafia siciliana si accorge che quella è stata una specie di parentesi eroica, un delirio omerico di tragedia scatenato da poche teste (anzi una, subito caduta, quella di Totò Riina): l’eccezione, non la regola. Quando la mafia siciliana cambia pelle, quando i vertici di Cosa Nostra fanno lo scrub rigenerante, passando il testimone dai nisseni ai palermitani, dai palermitani ai corleonesi, dai corleonesi ai catanesi, lo Stato invece di infiltrarsi per indebolire il sistema, assiste passivamente, semmai collabora, accorciando al clan perdente la via per la galera.

I capi si vendono, o muoiono, come diceva Ilardo, ma la Ditta rimane in piedi e fa più o meno gli affari di prima, come ogni volta che cambia il management di una multinazionale secondo la regola del “nessuno è indispensabile”.

Ci penso sempre, alla quella frase, ogni volta che si vedono in Tv i volti smarriti (più per la sorpresa che per lo sconforto) dei boss catturati in operazioni di polizia, durante le quali si può regolarmente notare la media di 100 agenti per ogni mafioso arrestato. E ci penso soprattutto ogni volta che il governo italiano annuncia un’ondata di arresti, un “azione senza precedenti”, “uno sforzo decisivo”, “un colpo mortale” alla criminalità organizzata, come se fossimo lì lì per chiudere un pagina di storia secolare in una settimana o poco più.

L’ultimo a snocciolare i successi del Governo Berlusconi contro la Mafia è stato il Sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, durante l’agitata Direzione PDL altrimenti celebre per il battibecco Fini-Berlusconii, ma i dati sono già stati più volte ripetuti dal Ministro Maroni e dal Presidente del Consiglio: 502 operazioni di polizia giudiziaria (+41% sul periodo precedente), 4.993 arresti (+40% sul periodo precedente), latitanti arrestati 347 (+77% rispetto al periodo precedente), 8 miliardi beni confiscati (+125% sul periodo precedente, ma su un totale stimato di 1.000 miliardi); dove il periodo precedente sarebbe il governo Prodi, e non è chiaro se il conteggio includa l’arresto di Bernardo Provenzano, avvenuto l’11 aprile 2006, all’indomani delle elezioni del 9 e 10 aprile vinte dal centro sinistra.

Numeri che sembrano impressionanti, sopratutto venendo da una componente politica nota per il suo basso profilo contro la crimininalità, con un Premier che avrà menzionato quelle cinque lettere, “mafia”, 2 o 3 volte nei suoi discorsi pubblici dal 2001 a oggi, per non parlare della presenza tra le file del PDL del chiaccherato Marcello Dell’Utri. Cifre che secondo il leghista Maroni dimostrerebbero che questo è un governo che agisce invece di parlare a vanvera per il compimento di una missione titanica svelata dallo stesso Silvio Berlusconi: sconfiggere definitivamente la mafia entro la legislatura corrente, entro il 2013, come se fosse un cancro qualunque.

Numeri che però a me non tornano.

Sono anni che ci insegnano che la mafia è un fenomeno economico prima ancora che militare. Che è più importante sapere quanto sia il fatturato delle attività criminali e quale la portata delle nefaste influenze clientelari e sulla morale pubblica, piuttosto che contare i morti ammazzati e i boss arrestati. Quindi il punto è un altro. Se la mafia siciliana e le altre mafie meridionali contavano (nel periodo precedente, quello di Prodi, si capisce) per quasi 150 miliardi di euro (il 10% del PIL), quanto pesano oggi, dopo la retata governativa che avrebbe decapitato i vertici, le attività economiche mafiose? Di quanto è diminuito il pizzo sulle attività commerciali? Di quanto è caduto il traffico di droga? E quello delle armi? E la prostituzione? E il gioco illegale? E gli investimenti nell’edilizia? E i soldi esportati nei paradisi fiscali? Di quanto è caduta l’evasione contributiva e fiscale al Sud? Di quanto sono diminuite le infiltrazioni mafiose nella Sanità, nelle Assemblee Regionali, Provinciali, Comunali? Di quanto sono diminuiti gli appalti alla mafia? E la quota dei finanziamenti europei che finisce ai clan?

Ecco, a me i numeri di Maroni convinceranno quando saranno accoppiati con una serie analisi economiche del fenomeno, a cui magari affiancare una serie di indagini sociali sui mutamenti della società nel Mezzogiorno asfissiato dalla criminalità. Analisi compiute non solo dal Governo, un po’ troppo parte in causa, ma almeno dal Parlamento, dove l’opposizione possa fare le sue controdeduzioni, magari con audizioni pubbliche come succedeva negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e Sessanta, o come minimo con un po’ di quella giovane curiosità che caratterizzava l’inizio del Regno d’Italia. In modo che i cittadini possano farsi un’opinione completa e non di parte di dove siamo, di cosa facciamo veramente contro la criminalità organizzata.

Non solo verbali di Polizia e Carabinieri, ma qualche lavoro culturale un po’ più fino, in profondità, in una società meridionale che rischia di essere, come l’Africa, un continente perduto.

Qualcosa di più, ci vorrebbe, di quello che appare oggi sul sito della Commissione Parlamentare Antimafia, ricostituita per la quarta volta nella sua storia, all’inizio della XVI legislatura.

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19 Comments

  1. la risposta a tutto questo la trovate all’inizio della definizione di mafia sulla nonciclopedia. e cioè “ma fia, nota anche come governo italiano…” ecc. .inutile illudersi dunque. ormai la mafia è bianca.

  2. E’ che ce n’erano molti a pari merito.

    O forse aver fatto parte di quell’elenco dei trenta più pericolosi rimane per sempre un titolo, anche dopo che sono arrivati altri al tuo posto, come essere campioni olimpici.

    Comunque, bel post, stavolta, a differenza del delirio rancoros-pensionistico di qualche settimana fa, sono pienamente d’accordo.

  3. il delirio rancoros-pensionistico è il motivo per cui apro il blog di jonkind ogni mattina.

    E da palermitano, alleluja alleluja alle tue parole…

  4. Il dilemma quantistico-algebrico ha per un istante attraversato pure me (mi rasserena scoprire che non sono deliri ossessivi compulsivi tutti personali) (cioè mi consola scoprire che non sono deliri, non il fatto che lo siano ma non siano solo miei) e per questo mi sono concesso un periodo di verifica.

    Pensando che dietro questa continua ripetizione di “lista dei 30 latitanti” ci fosse la semplice certezza da parte del ministero del fatto che nessuno sarebbe mai andato a verificare e che quindi fosse un facile meccanismo utilizzabile per gonfiarsi le mutande col cotone, sono andato a verificare.
    Mi sono salvato la lista così com’è presente sul sito del ministero e ho atteso gli arresti .
    Posso confermare che gli ultimi 2 (Tegano e, prima, Panaro) erano effettivamente nella lista.
    Prima che li prendessero, intendo.

    Per amor di vertà, ma soprattutto perché l’ho conservata proprio per verificare il dubbio, mi pare giusto dirlo.

    Per quanto riguarda l’arrivo di “altri al tuo posto” invece, diffondo il risultato dell’altra verifica.
    Non vengono rimpiazzati.
    La classifica è a eliminazione progressiva.
    Non c’è il rimpiazzo a scalare, nel senso che il 31mo non entra in classifica man mano che vengono presi i precedenti (e così via).
    Al momento sono 18, in pratica, e non sempre 30 come logica vorrebbe.

    Il che mi ha aperto un secondo dubbio rispetto alla base logica di tale classifica, visto che secondo logica, appunto, dovrebbe essere costantemente aggiornata facendo scalare i latitanti dal 31mo in poi tenendo come base non tanto la classifica dei 100, altrettanto curiosa come senso generale, ma quella del numero effettivo di latitanti al momento nascosti a casa loro dietro il frigo.

    In sostanza, se sei tra i 100 latitanti più pericolosi significa che non ce ne sono 101?
    Se fosse così, non dovrebbe più esistere la classifica dei 30 ma ci sarebbe quella dei 18, al momento.
    Se al contrario è sempre “dei 100” e al suo interno c’è sempre la principale “dei 30”, allora logica vorrebbe che fosse costantemente aggiornata, visto che il 31mo di ieri al momento è il nuovo 30mo, avendo ieri arrestato quello che con la sua maggior pericolosità gli toglieva le caratteristiche per essere in posizioni superiori.

    Vabbè, comunque, in sintesi, gli utlimi arresti erano effettivamente in classifica come annunciato dal ministero.
    Questo mi pare essere il punto in questione che meritava onestà.

  5. Ci vorrebbe un post di Madeddu per svelarci i retroscena delle hit settimanali dei ricercati.

    Fra l’altro, nel tennis, se hai una certa posizione nella graduatoria ma poi non giochi dei tornei del circuito per un certo tempo, perdi posizioni.
    Qui, se sei tipo il ricercato numero 14, per dire, ma non fai niente di male per due anni e quello al numero 15 invece sì, sorpassa il numero 14?

    O siamo sempre il Paese dove il merito non viene mai premiato e funzionano solo le rendite?

  6. Broono, ma se venissero rimpiazzati significherebbe che la mafia è ancora forte e produce boss a getto continuo. Invece, come dovresti sapere, dovresti davvero, quando avranno arrestato l’ultimo di quei trenta potranno dire che la mafia è stata definitivamente sconfitta, non esiste più, guardare classifica prego, non ne rimane nessuno.

  7. In realtà la “lista dei trenta latitanti più pericolosi” è un foglietto scritto a penna in cui figurano, tra gli altri, “Sky”, “L’Inter”, “Gianfranco” e lo scarabocchio di un pene che sorride.

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