Ero alla Prima. Sono andato via prima

SCA_15_672-458_resizeLibero mi ha inviato alla Prima della Scala. Me ne sono andato via alla fine del secondo atto perché dovevo scrivere e perché non mi piaceva.

La prima novità è che già alle 17.00, da Piazza della Scala, non si può accedere al Teatro alla Scala: transenne, poliziotti, camionette, urla, cori, fumogeni rossi, pioggia e ancora pioggia, teatro fuori dal teatro. Si può passare solo da via Manzoni, dopodiché le novità sono finite e il teatro si sposta nel Teatro: ressa solita, telecamere e fari da stadio, vip divisi per gironi d’importanza, visi noti e meno noti, rassegne di chirurgia plastica, soprattutto stormi plananti di giornalisti che metà lavorano e metà si compiacciono.

Poi tutti dentro perché alla Scala si comincia quasi puntuali in un’organizzazione impeccabile, asburgica a tutti i livelli. Del minuto di silenzio per i lavoratori, «pausa di rilessione» che fosse, sinceramente non ci siamo neppure accorti: giureremmo che non c’è neppure stata. C’è stato, quello sì, un applauso rituale per il Presidente della Repubblica, giunto in ritardo, e poi ovviamente per il testone canuto di sua maestà Daniel Baremboim. Poi vai con l’inno italiano, che Baremboim – su di lui non scriveremo una parola, perché per noi è il numero uno e basta – è riuscito a rendere plastico e meno marziale rispetto alla versione da metronomo che ne dava Riccardo Muti.
Poi finalmente si comincia, e l’effetto è strano. Quando l’ouverture si spande dal golfo mistico – termine wagneriano che indica la fossa dell’orchestra – l’effetto è di irresistibile caricatura generale, o perlomeno questo è l’effetto che fa si di noi. L’ouverture è stranota a tutti, nel tempo è divenuta la musica circense per eccellenza: ed ecco, l’effetto è proprio quello, come di un circo che applaude la propria colonna sonora, un circo politico & mondano che applaude la foto di gruppo del proprio status, un circo che applaude un’opera e che in realtà applaude soltanto se stesso. Se poi addirittura qualcuno riconoscosce arie e motivi – la Carmen è stata usata anche per le pubblicità dei detersivi – ecco che allora ci si spella addirittura le mani ed è ovviamente «trionfo»: magari non si giunge a esprimere un vero parere sull’opera – perché un parere, per esprimerlo, bisogna averlo – e però il misterioso moloch della musica colta quasi smette di intimorire. Grazie, Carmen.  Ci sono anche i melomeni, certo, ma è ormai tradizione che alla Prima non facciano notizia e che siano surclassati dalle martemarzotto e dalle valeriemarini coi loro vestiti a guanduiotto e a sacco a pelo.

Per il resto, viva la Carmen: e che cosa di meglio? Contiene tutto quello che la gran parte musicalmente analfabeta che affolla la Prima è meramente in grado di riconoscere: una femmina, lei, sguaiata e volgare – diranno «passionale», perché «dionisiaca» non sanno che cosa vuol dire – e poi faccende d’amore e di morte, risse, stupri, una bella corrida, un assassinio: non è mica l’Aida o il Don Carlos, non è mica Tristano e Isotta. In fondo il successo della Carmen, oggi, è assicurato dal medesimo scenario che a suo tempo destò scandalo: il pubblico, nel 1875, vide un’accozzaglia di cenciosi e soprattutto quell’operaia insolente e dai fianchi ondeggianti, quella dissoluta impunita che sfrontatamente cantava «voglio essere libera anche nella morte», e per loro era sacrilego, per noi – per il pubblico di ieri sera – è una banale storia moderna, tra l’altro  «la preferita» di milioni di sciampiste che sognano l’abito lungo e riguardano di continuo Colazione da Tiffany. Aggiungi che ci sono anche quei classici personaggi di alleggerimento cosiddetti «comici», piazzati da Bizet nella consapevolezza che l’opera sarebbe stata rappresentata alla borghesissima Opéra-Comique, e aggiungi la stracitata favola nella favola: che la protagonista 25enne Anita Rachvelishvili si è diplomata appena un anno fa all’Accademia del Teatro e che il suo punto di partenza in sostanza è il punto d’arrivo di ogni voce lirica di questa Terra. Questa ricciolutissima e possente Anita Rachvelishvili è della Georgia, ma potrebbe sembrare di Siracusa, per la Carmen è decisamente adatta anche sul piano fisico – e ha una bella voce, sin troppo modulata – mentre per il resto è un personaggio sufficientemente ingenuo e rassicurante da non suscitare troppi interrogativi: «Da ragazza ascoltavo solo rock», aveva detto prima di aggiungere che la sua Carmen sarebbe stata «appassionata ed energica» e naturalmente «molto fisica, con movenze quasi animalesche». Tutto sommato non è stato granché vero: quasi sempre in sottoveste, prorompente e latina anche quando immobile, Carmen più che altro si toccava di continuo i capelli per necessità più pratica e meno scenica, cioè perché un cespuglio non le coprisse ogni volta la faccia.

Fisicità e un pizzico di violenza, per resto, erano sparpagliate ovunque: e niente di nuovissimo neppure qui, negli ultimi trent’anni abbiamo avuto Carmen sanguinolente e da postribolo e comunque più inutilmente impressionanti di questa, in cui Don Josè alla fine praticamente la violenta – il tenore Jonas Kaufman, di tono scuro e affidabile, una garanzia – e poi le strappa i vestiti, la picchia. La «fisicità» della regia, con gente che menava e rotolava e stramazzava per terra di continuo, distraeva: ma è inutile insistere, anche perché non ha più senso occuparsi ancora delle regie operistiche che a loro modo sono tutte e notoriamente giù viste; si era letto di una regia appunto «forte» che ad alcuni è apparsa atipica e ad altri – noi – più che altro è sembrata datata, da usato però garantito, con ciò incontrando, riteniamo, il favore di sua maestà Daniel Baremboim: e allora va bene così. Niente di grave, quindi, quei cortei tra il religioso e il funebre, quei segni d’incombente presagio, i punti di grigio dei colori scenografici, le donne velate e tutto il resto. Anche se alla fine la regista, Emma Dante, è stata l’unica a ricevere dei «buhh».

Peccato che la variopinta costumeria dei protagonisti, accompagnata da ghingherli e capigliature riccioli al vento, a tratti contribuisse a un complessivo impatto da film di Kusturica. Può darsi che sia un pregio: non sapremmo dire. Però, ecco: quel piccolo esercito di cattivi, vestito a metà tra le guardie rosse cinesi e i Village People, rendeva sin troppo femminei dei personaggi che oltretutto parlavano e cantavano in francese. Davvero: inguardabili.

Tutto il resto è stato il solito varietà, con un tizio delle Iene che baciava il sedere di Valeria Marini – difficile mancarlo – e le citate proteste d’ufficio durante la sfilata iniziale. Piuttosto comica la pretesa che La Scala abbia fatto «una scelta di understatement», come ha scritto il Corriere, in virtù di una regia «con pochi fronzoli e molto contesto sociale»; tutto sommato ipocrita anche la presunta «metamorfosi» della cena di gala che il Comune, nei ridotti del Teatro, ha offerto a trecento invitati lasciati in piedi anziché seduti. Carpaccio di salmone, tagliata di storione, scrigno di funghi porcini: il meritato ristoro, il giusto fondale per un evento cultural-mondano retto da articoli cosiddetti di colore scritti da giornalisti cosiddetti brillanti. Purché non si parli di musica.

***

CARMEN, PERCHE’?

(scritto circa otto anni fa per Il Giornale)

Le passioni possono ucciderti e sopravviverti. Ciò che ami corrisponde a ciò che potrà ferirti e finirti, e l’oggetto d’amore è detentore di un potere che potrà darti la morte. Tutto questo è accademia.

Georges Bizet nacque a Parigi nel 1828 e si rivelò musicalmente dotatissimo, aveva un orecchio innato e prima ancora dell’alfabeto imparò le notazioni musicali. Non bastò. La sua prima opera andò malissimo ed entrò in un cono d’ombra. Tentò una vita ordinaria, si sposò, compose qualche abbozzo d’opera, ci provò. Ma non ne fece nulla. Sbarcò il lunario, fece il maestro di pianoforte, declamò poesie. Nel 1858 scrisse al fratello: “Ci sono due tipi di genio: il genio della natura e il genio della ragione. Anche ammirando immensamente il secondo, non ti nasconderò che il primo ha tutte le mie simpatie. Sì, ho il coraggio di preferire Raffaello a Michelangelo, Mozart a Beethoven. Quando sento le Nozze di Figaro o il secondo atto del Gugliemo Tell sono completamente felice, sento un benessere, una soddisfazione completa, dimentico tutto”.

Nella sua vita, poi, entrò una donna. Anzi: entrò la donna; i suoi fantasmi e le sue proiezioni del rimosso, la donna, la sua fondamentale ambivalenza del sentimento, quel doloroso intreccio di slancio e di rinuncia, di oblazione e di sadismo, di adorazione e di odio, la donna portatrice di infinite promesse di appagamento e di risarcimento, promesse non mantenibili che un giorno diverranno tormento e disillusione. Sono opposti psichici che solo la passione può riunire. Per Georges Bizet tutto questo prese il nome di Carmen, donna che pure non esisteva.

Carmen era solo una creatura letteraria di Prosper Mérimée, un poeta che in Spagna aveva frequentato nobili e principesse e così pure toreri e gitani e mendicanti; a Siviglia aveva visitato delle manifatture di tabacco, là dove nella sua immaginazione era nata Carmen.

Georges Bizet lesse Mérimée e ne rimase folgorato. Fu amore a prima vista, non pensò più ad altro: lo consumò il medesimo fuoco d’amore che pure avrebbe consumato i protagonisti della sua opera ventura. Carmen divenne la femmina che preferisce morire piuttosto che costringere il suo cuore alla menzogna, la femmina che ama e che ama, capace di darsi con tutta se stessa come l’uomo mai potrebbe, fisicamente ed emotivamente, Carmen, animale selvaggio e immorale, schiavo dell’istinto, donna di terra e perciò priva di quella stronzetteria di buon ceto d’origine che sovente accompagna la noia di vivere di certe nate fortunate, signore e signorine che tuttavia ti raccontano abbiano avuto vite tormentate e difficilissime.

Bizet fu preso da ossessione, pensò solo alla sua nuova opera, cambiò e ricambiò di continuo il testo, presenziò a ogni prova, si disfece di ogni cliché, seguì strade nuove, scelse una cantante sanguigna che conosceva la danza e che potesse trascinare nel proprio vortice. Durante le prove accadde di tutto, la cantante si ferì con un coltello, il direttore dell’Opéra Comique si lagnò per un’opera sicuramente mai vista – ambientata in una fabbrica di tabacco – e si rivolse al ministro dell’Interno perchè assistesse alla prova generale prima di presenziare alla Prima. I giornali s’impossessarono della notizia e crebbe l’attesa.

Ma il 13 marzo 1875 fu ressa e delusione: il pubblico non vide una cangiante Grande Opéra, macchè, c’era un’accozzaglia di cenciosi, non piacque soprattutto quell’operaia insolente e dai fianchi ondeggianti, quella dissoluta impunita che sfrontatamente cantava “voglio essere libera anche nella morte”. Non era tempo.

Bizet fu consumato dal medesimo fuoco d’amore che per un attimo l’aveva elevato al rango di creatore. Non sopravvisse a Carmen. Si ammalò definitivamente proprio nei giorni della Prima, nel marzo 1875. Contrasse ogni tipo di malattia psicosomatica e si fece ansioso e bulimico. Il cuore gli dava dei problemi. Cercò di rimettersi a lavorare non vi riuscì più. Diede alle fiamme ogni suo progetto residuo e cìò accadeva mentre andava a fuoco anche l’Opéra Comique, di cui non rimase che cenere. Il rogo acceso da Carmen stava divorando tutto. Morì quattro mesi dopo la Prima, all’inizio di giugno, proprio nell’ora in cui a calava il  sipario del suo ultimo spettacolo. Georges Bizet aveva 37 anni. Fece giusto in tempo ad apprendere che la Corte di Vienna aveva acconsentito a rappresentare la sua Carmen, ma non seppe mai che ne sarebbe cominciata la marcia trionfale in tutta Europa. L’opera tornerà a Parigi solo otto anni più tardi, e gli applausi stavolta saranno indescrivibili. Nietzsche dirà: è musica perfetta. Brahms, Stravinskij, Mahler e Ciaikovskij grideranno alla perfezione. Carmen.

Bizet non le sopravvisse. Le sue ultime parole, poco prima di morire, furono: “Carmen, perché?”.

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38 Comments

  1. Quand’è che ricominci a stroncare Giovanni Allevi (visto che sei quasi l’unico che lo fa)?

  2. Saper scrivere e’ questo….
    Che poesia…

    p.s Lo stavo postando io l’articolo di G.Allevi…lo ricordavo perfettamente…

  3. @ Filippo Facci

    Ma infatti io avevo chiesto quando RI-cominci, proprio perchè mi ricordavo di quel tuo articolo, e dato che c’è gente che lo venera (e la cosa mi dà terribilmente sui nervi). Avevo detto pure che eri “quasi l’unico”. anche se il “quasi” potevo pure toglierlo.

  4. Se un certo giornale (con la g minuscola) mi desse retta, il gaglioffo in questione avrebbe una rubrica mensile sulla musica di altri secoli. Cosa che gli sottrarrebbe anche un po’ del tempo da lui normalmente dedicato a Travaglio – tutta omosessualità latente, peraltro.

  5. La rubrica l’ho avuta per molti anni su un giornale con la G maiuscola e su un foglio con la F pure. Va bene così.

  6. sei stato alla moda del momento. poca mondanita’, niente snobbismo, minimalismo dappertutto. anche chi per fortuna ha tanti soldi, viaggia in utilitarie a gpl. fa tendenza!

  7. @ madeddu
    pare che l’attuale direttore del giornale con la g minuscola simpatizzi poco con il nostro, anche se gli abbuona le querele
    si può sempre provare con Bruttopietro e il giornale libero con la elle minuscola dove il nostro si è rifugiato in attesa di tempi migliori, altrimenti non resta che sperare in un rapido infeltrimento del direttore con la g minuscola

  8. @mazzetta: sì, la cosa mi era piuttosto nota, anche se non marco a uomo FF con la tua stessa dedizione… che è la stessa con cui lui marca a uomo Travaglio. Il che mi dà da pensare. A me puoi dirlo! Sei Travaglio?

    @FF: beh, però sul giornale che dico io qualcuno ti leggerebbe. E imparerebbe qualcosa. Ad ogni buon conto, domani potrò uscire col titolo: “OMOSESSUALITA’ LATENTE: FACCI NON SMENTISCE”.

  9. sono impressionato…
    e se facessi l’escort per omosessuali, quello che scrivo avrebbe un peso diverso?

    @madeddu, credo che a brevissimo risolverai i tuoi dubbi :D

  10. quindi se ho capito bene da 50 euro in su oramai sono “Escort”? Tutte le altre puttane?

  11. tuttavia no: in patty d’addario come vista all’infedele c’è qualcosa di estremamente tragico, carmen non c’azzecca, troppo ‘bassa’

  12. bellissimo articolo.

    se solo tu non scrivessi di politica…ma lo capisco, il megaloft ed i vari macbookpro costano e in qualche modo bisogna pure mantenersi.

    con stima

  13. rettifico il mio messaggio che può sembrare troppo livoroso.

    davvero bell’articolo. alla facci. cinico come piace a me

  14. Filippo Facci, di nuovo e per sempre grazie di farci leggere gratuitamente i tuoi articoli. Da quando è scoppiata la guerra non si legge quasi più niente di interessante sui giornali, neanche in quelli che si pagano

  15. Ho letto il tuo “appunto” di oggi sul 41-bis.
    Un consiglio non richiesto:continua ad occuparti di opere liriche.

  16. Grazie del bellissimo articolo. Grande, giornalista, di vivace intelligenza, profonda saggezza e vasta cultura.

  17. Barynia, il comunismo, di cui ti viene voglia, non può realizzarsi attraverso la lotta, ma solo con la generosità di persone come Facci che donano agli altri il frutto del lavoro o comunque del tempo che hanno speso

  18. Ho spesso comperato piu’ di un quotidiano per avere una veduta piu’ ampia della verità. Spesso ho bevuto notizie false. Da quando ho incontrato il nome di Filippo Facci, ho incominciato a credere di nuovo alla possibilità di non essere continuamente infinocchiati. Certo per un giornalista di carattere come lui deve essere difficile praticare il suo mestiere, per i vari ostacoli che ha sempre incontrato. Trovo che sia un bene poterlo leggere qui, gratuitamente, sopprattutto per quei giovani che non hanno o non vogliono comprarsi il giornale.

  19. Scusate, sono schizofrenico, non credete a nulla di ciò che scrive l’altra mia personalità guasta. Scusate ancora.

  20. perche’ melomeni e non melomani? mi pare si dica melomani. anche a gùgol pare cosi’ (se conta).

  21. e la Fornabaio? l’Allevi in gonnella, anche peggio perché non è nemmeno diplomata….? non ci scrivi nulla???

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