auschwitz

E’ difficile, dopo 64 anni, parlare ancora di Auschwitz. Tanto tempo è passato. Oppure troppo poco. 

Ancora oggi non è scontato suggerire un viaggio direttamente sul posto pretendendo che sia educativo; consigliare (tra gli altri) la lettura del saggio monumentale di Raul Hillberg o la visione (tra gli altri) dello straziante documentario di Claude Lanzmann. Sperando che dicano tutto sull’argomento.

Filosofare sull’unicità del campo di sterminio?

Dal 1942 al 1944, in un angolo sud-occidentale della Polonia, in un’area di soli 175 ettari (equivalenti all’area dell’ippodromo a San Siro) vennero uccise con il gas tossico e poi cremate più di un milione e centomila persone, l’equivalente della popolazione metropolitana di Milano. Di Auschwitz si è detto che è l’asssassinio per eccellenza, il crimine più alto al quale riferirsi, in maniera permanente, come categoria metafisica del delitto. Per qualcun’altro si è trattato di un genocidio che può essere storicamente incasellato, con dinamiche politico-sociali identificabili:  ce ne sono stati e ce ne saranno altri, diversi solamente per la dimensione e la ciclicità della Storia.

Visitando i  sottocampi di Auschwitz 1 e Auschwitz 2 (Birkenau),  dopo un’ora di macchina da Cracovia, in una bella giornata d’estate, quello che vi colpirà più di ogni altra cosa è il surreale contrasto tra il ricordo orribile del racconto e la presenza tranquilla di una natura eterna, sopravvissuta agli eventi. I resti delle baracche di legno, la muratura sbrecciata e frantumata delle camere a gas, le occhiute torrette ricostruite fedelmente tra la vegetazione, l’impronta d’asfalto della rampa di scarico (Judenrampe), i vialetti ed i fossi senz’acqua, la fila di betulle, lo stormire del boschetto delle ceneri alla fine di un sentiero, dell’ Himmelstrasse. A Sud il profilo azzurrino dei Monti Beschidi, sogno di una impossibile fuga nella Slovacchia nemica di Monsignor Tiso.

La macchina industriale nazista prevedeva migliaia di arrivi (fino a 10mila) al giorno. Migliaia di morti (fino a 2mila) ogni ora. Al massimo dell’efficienza dell’ingranaggio la vita di un uomo condannato alla selezione durava non più di un quarto d’ora, tra la rampa ed il complesso dei crematori vicino al bosco. Un maniacale perfezionismo non richiedeva che poche sentinelle SS ed una manciata di Kapò, tanto il meccanismo era inesorabile, al punto di ottenere la collaborazione delle vittime stesse come in un’una auto inflitta catena di montaggio: arrivo, scarico, selezione, incolonnamento, attesa, discesa nello spogliatoio, svestizione, presentimento, panico, morte.

Oggi Israele è la proiezione (nel sole del giorno) delle tenebre di quel lontano campo polacco.

Hanno torto coloro che sostengono che ad Israele tutto deve essere permesso a causa di Auschwitz ma hanno anche torto marcio coloro che azzardano paragoni con le punizioni inflitte ai palestinesi negli ultimi 60 anni. Gaza non è Auschwitz, non lo sarà mai. 

Certo, Israele oggi non può arrogarsi il diritto d’innocenza storica e militare, non può pretendere di essere il Moloch emerso dai tormenti psicologici del complesso di Dachau; ma non possiamo nemmeno chiedergli di rassegnarsi a giocare il ruolo della belva in gabbia, circondata dall’odio di un’umanità accanita in maniera inspiegabile (Israele era in Palestina da sempre, prima dei romani, prima di Gesù, prima dei palestinesi arabi, prima di Hitler).

Se una riflessione è inevitabile uscendo dalla spettrale Death Gate, alla fine della visita a Birkenau, al termine del binario morto più celebre del mondo è questa: Auschwitz va studiata, imparata e compulsata fino alla nausea. Va rivissuto il cammino verso l’indicibile scemenza e l’irriguardosa crudeltà al fondo delle viscere umane. E’ necessario ricostruire con lo sguardo, ancora prima che con la mente, la linearità di quella fabbrica di cenere che avrà forse dei simili, prima e dopo, ma non avrà davvero uguali.

Quindi si, ha ancora senso prendere un aereo o un treno per Cracovia. E da lì recarsi in visita al campo. Ha ancora un senso soppesare con curiosità  la saga tragica descritta ne La Distruzione degli Ebrei d’Europa di Raul Hillberg oppure commuoversi di fronte a Shoah di Claude Lanzmann, inoltrandosi nella straordinaria banalità dei luoghi polacchi dove tutto avvenne. Perché la colpa va espiata singolarmente da ciascuno di noi, anche per quelli che si credono innocenti, fino alle lacrime o per (i più fortunati) all’emergere della Pietas catartica. Con una sola speranza per tutte le persone di buona volontà:

“forse Auschwitz non sarà irripetibile perché siamo nelle mani di Dio (o forse del Diavolo) ma può diventare irriproducibile: in quel modo, efficiente ed ottuso, insensato e sproporzionato, quell’idiozia senza fine…lo sterminio industriale… se ci uniamo davvero e comprendiamo quello che possiamo chiedere a noi stessi…in quel modo no, davvero, non lo rifaranno mai più”.

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