Crasi d’identità

Google mi odia. Con tutte le belle cose che ho scritto finora tra conigli, parameci, disfantole e mancuspie, si ricorda di me per una poesia orribile che non ho neanche scritto io.

E’ certamente opera di un’omonima. Un componimento stucchevole, talmente pieno di strafalcioni che finirà per rovinarmi la reputazione, precludendomi interessanti opportunità di business e ridicolizzandomi agli occhi di eventuali datori di lavoro, che si faranno di me un’idea sbagliatissima.

Non la linko per non peggiorare la situazione, già grave. Dice all’incirca così: “Credo che nella vita bisogni essere ottimisti anche nei momenti peggiori. Credo che per ogni cosa positiva ci sia un’altrettanta negativa. Credo che crediamo solo in quello che ci rende comodo credere. Credo che quello che nasca non necessariamente debba morire.”

Anch’io a undici anni facevo questi ragionamenti, ma li scrivevo con esattezza grammaticale e proprietà di sintassi, su un innocuo quadernino di Poochie.

Invece la poesia in questione è ostaggio di un sito con il template rosa dove le anime di cartapesta possono accarezzarsi a vicenda. L’amministratore non vuole (e non può) cancellarla senza l’autorizzazione dell’autrice, che probabilmente se ne frega di me, della mia carriera e non sa neanche chi è Poochie.

Solo per un verso mi trovo d’accordo con questa me che non sono io. Dove dice: Credo che dagli errori possiamo solo imparare. Io di solito non imparo niente ma cerco sempre di correggerli. Peraltro quasi mai riuscendoci.

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