Con Sandro Veronesi questa vita e pure quell’altra

Antefatto: una giornalista, Maria Grazia Torri, fa una cosa originalissima di questi tempi: scrive un libro su Cogne. In genere si occupa d’arte, quindi non si capisce chi gliel’abbia fatto fare di cimentarsi, pure lei, nella cronaca di un fatto di cui conosciamo inutili dettagli sufficienti per questa vita e pure per un’altra di riserva. Un giorno incontra presso il Fatebenefratelli di Milano un neurochirurgo, Giovanni Migliaccio, che le espone una tesi – questa sì – piuttosto originale: Samuele Lorenzi sarebbe morto “a causa di una violenta emorragia cerebrale, a seguito di un aneurisma e/o di una malformazione vascolare congenita che ha successivamente innescato una crisi epilettica”. Cedimento strutturale, in pratica.

Ora: quanto questa tesi sia bislacca (o quanto Annamaria Franzoni sia colpevole, innocente, meriti le fiamme dell’inferno o un giorno sul calendario in quanto martire), l’abbiamo già detto, a noi interessa poco. Sta di fatto che la Torri si mette al computer e butta giù 362 pagine in cui espone la tesi di Migliaccio, corredata da presunti dati scientifici, ipotesi e congetture a supporto dell’assunto secondo il quale “niente è più ingannevole di un fatto ovvio”. Per quanto ce ne frega potrebbe pure avere ragione: io, per dire, non sono fruttariano e non vado a rompere le palle ai fruttariani solo perché sono convinti che, per ragioni “biocentriche”, si debbano mangiare solo frutti da semi.

E nemmeno rimango stupito del fatto che a Maria Grazia Torri sia venuta la fregola di scrivere un libro su un fatto di cronaca nera: tutti, in fondo, hanno un libro nel cassetto, e la prova che il mondo in cui viviamo potrebbe essere perfino peggiore sta nel fatto che, fortunatamente, la maggior parte degli scrittori in erba non riescono nemmeno a raggiungere lo status di “esordienti” e rimangono lì, a fare (magari pure bene) i carpentieri, i maestri, i cartolai.

Certo, c’è chi non la prende bene, e la Torri è una di questi: imbusta le sue 362 pagine, le invia un po’ a chiunque abbia un nome nel campo dell’editoria, ottiene nel peggiore dei casi un “no” più o meno cortese, e non riesce a spiegarsi perché le librerie non espongano già i cartonati della sua sagoma.

Primo destinatario: Carlo Lucarelli. Dice Maria Grazia Torri: “ha letto la prima bozza del libro, l’ha definito molto interessante, ma al dunque s’è tirato indietro”.

Secondo destinatario, Tiziano Scarpa: “lo credevo un amico: già una volta aveva scambiato la mia rasatura da chemioterapia per un taglio di capelli all’ultima moda; ha fatto lo stesso col caso Cogne: non sapendo nulla di aneurismi cerebrali infantili ha dato il mio libro all’Einaudi ma, invece di appoggiarlo, l’ha stroncato con una scheda in cui demoliva le mie teorie mediche e paragonava i neochirurghi da me interpellati a giullari fantasiosi”.

Già, dimenticavo: Maria Grazia Torri è malata. Ha un tumore all’esofago che non promette nulla di buono.

Terzo destinatario, Andrea Pinketts: “altro bidone”. Seguono: Antonio Scurati (“mi ha risposto che avrebbe voluto far morire Bruno Vespa per interposto killer”); Sandro Veronesi (“ha accampato la scusa che aveva qualcuno malato in famiglia”); Daria Bignardi (“mi ha detto che per lei non era abbastanza ‘chic’ occuparsi di Cogne”).

La Torri, alla fine, riesce a farsi pubblicare il libro dall’editore Giraldi, eppure – qui riporto testuale lo stralcio di una recensione mediamente favorevole – “per qualche strana ragione non ha stimolato dibattito né ha colpito l’attenzione dei colleghi né dei media”.

Siamo a qualche giorno fa: il Giornale pubblica – firmata da Stefano Lorenzetto – un’intervista con la scrittrice, definita “in fin di vita dopo una solitaria battaglia per dimostrare l’innocenza di Annamaria Franzoni. Il passo chiave è, ovviamente, “dopo una solitaria battaglia”.

Lorenzetto scrive, a proposito del libro: “nessuno ne ha parlato, nessuno l’ha recensito, nelle librerie non lo espongono”. Non gli viene in mente che – per ipotesi – fosse brutto, scritto male, o poco interessante. Lorenzetto punta al complottone.

Succede a questo punto che qualcuno degli iniziali destinatari del pacco contenente il libro decida di rispondere per iscritto a Lorenzetto. Tiziano Scarpa, ad esempio, pubblica la scheda che consegnò a Einaudi sul lavoro della Torri; precisa che quello sul taglio dei capelli era “un commento affettuosamente sdrammatizzante” e puntualizza che “prima di elencare i comportamenti scorretti di vari intellettuali italiani, indicandoli di fatto come cause della malattia di Maria Grazia, sarebbe necessario almeno fare qualche riscontro”.

Chi invece proprio si incazza è lo scrittore Sandro Veronesi. Riporto testuale perché merita:

Caro Stefano Lorenzetto, a me dispiace molto della terribile malattia di Maria Grazia Torri, ma quella di mio padre, e cioè la ragione per cui negli ultimi sei mesi non ho potuto occuparmi quasi di nient’altro, incluso il libro di Maria Grazia Torri, non era da meno. Tant’è vero che mio padre è morto giovedì scorso. Lei dovrebbe stare più attento a sputare addosso alla gente, e a scrivere con quell’astio, anche se evidentemente è il suo stesso giornale che la incita. Né vale la giustificazione di aver riportato parole della Torri stessa, che nella sua condizione può ben essere perdonata: prima di scrivere una cosa schifosa come quella che ha scritto di me («ha accampato la scusa di avere qualcuno malato in famiglia»), avrebbe potuto anche informarsi, brutta testaccia di cazzo. Con il mio più profondo ribrezzo.

Nel frattempo, quel tumore che dicevamo non promettere nulla di buono, alla fine, non porta nulla di buono: Maria Grazia Torri, purtroppo, muore lo scorso 4 luglio.

Malgrado tutto, il carteggio tra Stefano Lorenzetto e Sandro Veronesi continua.

Risponde il primo, dalle colonne del Giornale: “Io sarò anche una brutta testaccia di c…, ma lei disonora la memoria di suo padre. Quando, fra qualche anno, ripenserà a quello che mi ha scritto, le auguro di provare vergogna: significherà che Maria Grazia Torri si sbagliava sul suo conto”.

Nel mentre, noi facciamo a capirci: chi è questo Stefano Lorenzetto? Basti come risposta l’introduzione al suo ultimo libro “Vita morte miracoli (prefazione di Giuliano Ferrara)” pubblicata sul sito personale:

Un oncologo di 48 anni, sposato e padre di tre figli in giovane età, è affetto da sclerosi laterale amiotrofica come Luca Coscioni, sa di essere condannato, ma non si batte per l’eutanasia: ogni mattina i malati di tumore lo aspettano in ospedale.

Un suo collega geriatra accudisce i pazienti in stato vegetativo permanente come Terry Schiavo, l’americana che fu lasciata morire di fame e di sete per ordine del giudice: su 69 ne ha visti 12 risvegliarsi.

Una ginecologa femminista ha praticato in un quarto di secolo dai 13.000 ai 23.000 aborti: ora è obiettrice di coscienza.

L’introduzione va avanti ma io mi fermo qui, perché a parte quel senso di vomito che ti prende in casi come questo, mi sembra sufficiente per stabilire con oggettività due cose. La prima è che Sandro Veronesi merita l’Oscar, il Nobel per la letteratura, la santità subito e le 14 vergini anche nel caso in cui fosse cattolico. La seconda è che se qui c’è qualcuno che si deve vergognare (di scrivere, di esistere, di mantenere pretestuosamente posizioni oscurantiste supportandole con la citazione di dati alla cazzo e fenomeni buoni per “Cronaca Vera”), quello è Stefano Lorenzetto. Un uomo che Giuliano Ferrara definisce “fratello” perché “non ha paura di pronunciare la parola ‘devozione’ e di piegarsi alla cosa che le corrisponde”. Che uno se la immagina pure, la scena: Lorenzetto, piegati e vedi un po’ a che cosa mi corrisponde questo”.

A sostegno della tesi del premio alla carriera conferito a Sandro Veronesi c’è una sua ultima replica a Lorenzetto che vale la pena riportare per intero:

No, lei non vive per sputare addosso a me. Lei sputa addosso alla sua professione, e infatti lavora per una testata per cui un qualsiasi giornalista integro non lavorerebbe nemmeno sotto tortura. Io sono semplicemente passato di lì quando, sfruttando una moribonda, le si è schiusa la meravigliosa possibilità di buttarmi un po’ di fango addosso. I giornalisti verificano. I cialtroni no. Lei non ha verificato. E per questo, per quanto mi riguarda, lei se ne andrà a farselo stroncare in culo per il resto dei suoi giorni. E quando starà per morire, come mio padre tre giorni fa, o come mia madre un anno fa, o come Maria Grazia Torri in questo momento, io pregherò Dio perché le conceda altri dieci minuti di vita, così che le stronchino il culo per altri dieci minuti. Venti, va’.

Tralascio il pezzo in cui Stefano Lorenzetto scodella lo scoop, accusando Veronesi di avere rilasciato un’intervista all’Ansa settimana prima dalla morte del padre e di essere comunque responsabile dell’aggravamento della malattia della Torri in quanto aveva sostenuto di “non avere potuto occuparsi d’altro che della salute del padre, nel corso degli ultimi sei mesi, mentre la Torri l’aveva contattato almeno un anno prima”. Quelli tra voi sprezzanti del pericolo possono comunque trovarlo a questo indirizzo.

E’ stato un racconto lungo, questo, e come tutti i racconti lunghi ha più di una morale.

La prima è che la pubblicazione di un proprio scritto non è un diritto sancito da alcuna convenzione o costituzione. Sembra ovvio, e invece pare necessario continuare a specificarlo: scardinate quel cazzo di cassetto, agguantate il libro per scrivere il quale avete impiegato gli anni migliori della vostra vita e dategli fuoco come neanche un pompiere di Fahrenheit 451. Oppure fate brillare il comò, direttamente. L’umanità tutta vi sarà grata per non averle proposto ulteriori fesserie da leggere.

La seconda è che – l’avrete capito tutti – Maria Grazia Torri è una vittima. Di sé e della propria ambizione di scrivere, soprattutto, ma anche di chi ne ha utilizzato la sua morte come mezzo per diffondere teorie retrive che sono passate di moda intorno all’autunno-inverno del basso medioevo. Spiace che sia morta, ma questo non ne fa una grande scrittrice, né avalla in alcun modo le tesi che tanto l’hanno affascinata.

La terza e più importante è che, porca puttana, un tumore è un tumore. Punto. Non si contrae a causa dell’indifferenza generale nei riguardi dei propri sogni, delle proprie aspirazioni, di quel che si vorrebbe essere e invece non si è. Un tumore è un tumore: una massa schifosa di malefiche cellule assassine che, proprio in quanto massa schifosa eccetera eccetera, il sabato mattina se ne fotte altamente dell’uscita in edicola di TuttoLibri, e ti ammazza senza alcun riguardo, che tu sia un grande scrittore oppure Federico Moccia.

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7 Comments

  1. ” E poi ti faccio notare che tu hai tenuto a precisare di essere un avvocato eccetera e io ti ho risposto in merito. Capisco che tu abbia pensato di assestare un colpo mortale dicendo di essere avvocato. Però, siccome la tua precisazione ha sortito pochi effetti, facciamo conto che ognuno di noi si basi solo su ciò che si scrive qui.”

    Questa è proprio bella. Una scrive ” fantasiosi giuristi”, oppure ” gente che crede che basti cercare su google, l’altro gli risponde: ” veramente , putacaso,io sarei del ramo…” ed ecco che si risponde ” hai TENUTO a precisare che sei avvocato” e ” la tua precisazione ha sortito pochi effetti” , come se niente fosse. ( quello di mandare a ramengo i commentini pretenziosi sulle competenze evidentemente NON acquisiti con google, no?)
    Ovvero, la credenziale della competenze viene richesta a seconda che faccia comodo o no.

    Davvero, avete finito? No, perchè era piuttosto divertente.

  2. No dai. Ti sei intitolato da solo tante di quelle volte che ormai hai una wild card a vita.
    E stavolta, infine, “bastava un po’ di buon senso”.

  3. Per Fiandri e quello Intitolato. Quando si parla di contenuto diffamatorio dei virgolettati, di responsabilità, di affermazioni gravi, di andare a verificare, di giornalisti poco seri, buon senso, ecc. (Sinceramente, buon senso qui mi fa ridere).
    http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=IS21Q
    E quando si parla di pietose spiegazioni, scorrettezze, indignazioni varie, come si permette, giornale di cialtroni, ecc.
    http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=IS0WA
    Segnalo questo passo memorabile: “C’è il giornalismo che pretende di ricostruire la verità. C’è un altro giornalismo che sa di non poter afferrare con una presa sicura l’intera storia che racconta. E’ un giornalismo consapevole di un limite e accetta di lavorare a una continua approssimazione della verità, cosciente che non saprà mai davvero che cos’è la verità, ma saprà che cos’è la menzogna. La indicherà ai suoi lettori. Vi si opporrà, per quel che poco o molto che è in grado di fare. E potrà ripetere ai pochi o ai molti che gli concedono ogni giorno fiducia: “Non vi abbiamo mentito”.”
    Ecco, questo passo lo porterei in Cassazione perché rielaborino le loro sentenze. L'”approssimazione della verità”. E costui, se non sbaglio, è pure vice-direttore.

  4. Tolgo un link, causa moderazione. Per Fiandri e quello Intitolato. Quando si parla di contenuto diffamatorio dei virgolettati, di responsabilità, di affermazioni gravi, di andare a verificare, di giornalisti poco seri, buon senso, ecc. (Sinceramente, buon senso qui mi fa ridere).

    http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=IS21Q

    E quando si parla di pietose spiegazioni, scorrettezze, indignazioni varie, come si permette, giornale di cialtroni, ecc. leggere pezzo dell’intervistatore in merito.
    Segnalo questo passo memorabile: “C’è il giornalismo che pretende di ricostruire la verità. C’è un altro giornalismo che sa di non poter afferrare con una presa sicura l’intera storia che racconta. E’ un giornalismo consapevole di un limite e accetta di lavorare a una continua approssimazione della verità, cosciente che non saprà mai davvero che cos’è la verità, ma saprà che cos’è la menzogna. La indicherà ai suoi lettori. Vi si opporrà, per quel che poco o molto che è in grado di fare. E potrà ripetere ai pochi o ai molti che gli concedono ogni giorno fiducia: “Non vi abbiamo mentito”.”
    Ecco, questo passo lo porterei in Cassazione perché rielaborino le loro sentenze. L’”approssimazione della verità”. E costui, se non sbaglio, è pure vice-direttore.

  5. ” ma saprà che cos’è la menzogna.”

    Appunto, Virginia. Grazie di avere pubblicato questo pezzo.
    Lorenzetti aveva gli strumenti per sapere cosa era menzogna e cosa no. Non li ha utilizzati.
    Ognuno può giudicare se è stato perchè non ha potuto o non ha voluto.

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