dello stendino. I panni stesi fuori dal quarto piano schioccano al vento. Li tiro dentro ed esco. Fischia un giro d’aria nella tromba dell’ascensore, scendo le scale di soprassalto. I palazzi stanno a guardare il preludio di un temporale. Milano si sveglia, il quattordici sferraglia e la cinquantaquattro sobbalza. Sbuffano le marmitte, i clacson strombazzano.

È la sinfonia delle nove meno un quarto, sempre la solita solfa. Mi fa sol la si do. Sì, la solfa mi fa piacere, mi rassicura. Canticchio un motivo valido per andare anche oggi al lavoro. Uno è l’affitto, l’altro boh. Mi sono dimenticata cosa ci faccio qua, intrappolata in questa piccola grande città. Appena me lo ricordo, me lo segno, giuro. Frugo in borsa, apro l’agenda, prendo un appunto, un appuntamento, un contrappunto.

Seduta alla fermata del tram che non passa più. Vado a piedi, un passo allegro ma non troppo, andante con brio. Rallento, è giallo. Questo non è un semaforo dotato di segnalatore acustico. Diventa rosso. Aspetto. Verde, attraverso. Proseguo adagio, sono in ritardo e non ho l’orologio. Ticchetta, questa Milano sempre di fretta. Chiudo gli occhi e proseguo a orecchio.

Conosco la strada a memoria, tutti i giorni sempre questa: casa-lavoro, lavoro-casa. Nessuna variazione sul tema, da anni. Ecco che piove. Apro l’ombrello e il cielo mi si rovescia sopra la testa. Tuona, lampeggia, straventa. Mi infilo dentro un portone e ascolto, per ore, il maltempo tiranno che copre col suo rumore questa Milano schiava di un re minore.