Professione ex reporter

Nessuno metterà in dubbio la buona fattura di Report, il programma della Rai premiato e osannato un po’ da tutti e amato anche da me: il problema è che qui risulta che Milena Gabanelli, chiediamo scusa, faccia la paladina dell’informazione col culo degli altri.
Ciò risulta dall’incredibile vicenda documentata da Paolo Barnard, ex giornalista appunto di Report ora in forza a Rai Educational.

In un guscio di noce, la vicenda è questa: un giornalista fa un’inchiesta per Report che viene apprezzata, mandata in onda, lodata, perciò replicata due anni dopo, ma a un certo punto querelata; e la Rai e la Gabanelli non solo abbandonano il giornalista al suo destino, ma gli comunicano che nel caso si rivarranno su di lui.

D’accapo.
Paolo Barnard è un fedelissimo di Report della prima ora: vi ha lavorato sin dal primo minuto della messa in onda, nel 1994, quando si chiamava “Professione Reporter”. Ben sette anni dopo, tra altre, Report trasmette anche una sua inchiesta contro la pratica del comparaggio farmaceutico, la tendenza ossia di alcune multinazionali a corrompere i medici con regali che facilitino prescrizioni dei loro farmaci. Come d’uopo, uno dei più alti avvocati della Rai visiona il lavoro prima della messa in onda, e fornisce il suo benestare. Sicchè, trasmesso l’11 ottobre 2001, e come detto apprezzato, il servizio di Barnard viene replicato il 15 febbraio 2003.
Tutto bene, ma com’è brava la Gabanelli. Barnard, tra l’altro, quando niente è ancora successo, decide di lasciare Report e di passare ad altri lidi. Tutto normale, ma poi ecco, giunge la querela di un informatore farmaceutico: e all’apparenza nessun problema anche qui, anche perché l’arcigna Gabanelli aveva smpre assicurato i suoi reporter circa l’ovvia disponibilità della Rai a prenderne le difese.
Il dettaglio è che non è vero: dopo un po’ di tempo la Rai e la Gabanelli abbandonano Barnard al suo destino. A difendere solo la Rai e la Gabanelli, visto che i 18 avvocati dello studio legale Rai non sono reputati sufficienti, sarà il prestigioso studio del professor Andrea Di Porto, ordinario alla Sapienza; Barnard, invece, nonostante avesse lavorato a Report per dieci 10 anni, viene mollato.
Non solo. Il 18 ottobre 2005 riceve un atto di costituzione della RAI nei suoi confronti: significa che l’azienda si rifarà su di lui nel caso la causa fosse persa. Testuale: «La presente vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI dovesse pagare». A quel punto Barnard contatta la Gabanelli, che il 15 novembre lo rassicura per email: «La rivalsa che ti era stata fatta è stata lasciata morire in giudizio… è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire… Finirà tutto in nulla».

Un accidente: perché a oggi la rivalsa è ancora valida. Milena Gabanelli non si è mai dissociata in alcun modo.
«Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero», ha scritto Barnard in una lettera spedita a vari siti internet. «Oggi», parole sue, «sono gli avvocati dei gaglioffi e gli uffici legali dei media che decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità. 
Questo bavaglio avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti: di molto superiore a quello di qualsiasi politico».
Il punto è che la denuncia di Barnard ha cominciato a girare in rete. Dopo esser passata dai blog di Massimo Mantellini e Sandro Gilioli, collaboratori del Sole24Ore e dell’Espresso, la lettera di Barnard è giunta sino alla Community della Rai, un forum di discussione in rete. E lo sbigottimento si è fatto largo, tanto che parecchi, insistentemente, hanno cominciato a chiedere spiegazioni e a trarre conclusioni dalla mancata replica della Gabanelli. Replica che infine, pressata, la giornalista ha scritto di proprio pugno il 10 febbraio scorso: «Ogni azienda, giornale o tv fornisce l’assistenza legale ai propri dipendenti, non ai collaboratori» ha esordito, incappando nello primo svarione: non è vero. La stragrande maggioranza dei quotidiani tutela legalmente i propri collaboratori, questo compreso: e lo sa bene lo scrivente. Lo fanno la maggioranza dei giornali. Lo fa anche Mediaset. Solo la Rai, a quanto pare, non prende la responsabilità di quanto trasmette.
Ma continua la Gabanelli: «Non avendo l’autore del servizio nessun contratto di collaborazione con la Rai, si assume i rischi in caso di richiesta di risarcimento danni», insiste. «Per quel che riguarda la questione legale che coinvolge Paolo Barnard, sono convinta della bontà della sua inchiesta e penso che alla fine ci sarà una sentenza favorevole. Ci credo al punto tale da aver firmato a suo tempo un atto nel quale mi impegno a pagare di tasca mia anche la parte sua in caso di soccombenza».
Peccato che, stando almeno a quanto sostengono Barnard e il suo legale, la generosa offerta non esista: «Né io né il mio legale abbiamo mai ricevuto alcunchè: Se anche fosse, sarebbe una vergogna: un tentativo di tacitarmi mentre lei, di fronte alla Rai, possa mostrarsi in accordo con la loro sciagurata politica nei mie confronti. La verità è che la Rai ha responsabilità pesanti nell’abbandonare collaboratori che tanto fanno per i suoi palinsesti: noi “esterni” siamo quelli coraggiosi, che lavorano dieci volte gli altri, quelli senza stipendio, quelli che non confezionano le narrative false dei telegiornali. Usati e cestinati al primo problema. A questo punto non m’importa delle querele, quello che voglio è prendere posizione di fronte a questa censura con cui la Gabanelli è in palese collusione». Barnard è molto arrabbiato, e forse ne ha tutte le ragioni. No, non finirà qui.

(Il Giornale, 17 febbraio)

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