Prima del parto non è vita. E spesso neanche dopo

Sono reduce da due funerali e forse sono sconvolto, sarà questo: sarà forse che ho rivisto, assiepato, quel genere di cattolici in nome dei quali i sacerdoti del pensiero fortissimo simulano di parlare. Quei cattolici, ossia, stra-predominanti nel nostro Paese: coloro che in quella minoranza ideologica che si chiama Chiesa hanno un semplice ma consolidato riferimento culturale e spirituale, lontani anni luce dal sentirsi rappresentati dalla porpora e figurarsi dal Giuliano Ferrara collezione inverno-primavera 2008.

Quei cattolici, ieri, sfilavano dignitosamente senza fare la comunione e ignorando d’esser cretini, ignoravano, ossia, d’essere gregge da condurre nella selva di ciò che non sanno, infinite cose: d’aver votato trent’anni fa, per esempio, una legge che si chiama 194 ma che non sanno essere rimasta inapplicata, incompleta, truffaldina.
Non lo sanno. Sono cretini.

L’85 per cento di questi cretini, degli italiani, pensa che la legge 194 vada bene così, di sondaggi ne han fatti tremila: ma è perché son beoti, non sanno. S’avanza, perciò, una moltitudine di fieri ipocriti ben ansiosi di far rispettare quella «libertà di non abortire» che gli italiani, poveretti, non sanno di avere.

Milioni di italiani, soprattutto di italiane, vivono infatti l’aborto con leggerezza perchè nei consultori italiani e di tutto l’Occidente li obbligano ad abortire: sicchè, perché soffrano e si sparga il giusto sale sulle loro ferite, hanno bisogno di una moratoria; urge dunque l’intervento di chi deve «migliorare» la legge e «applicarla interamente» e cioè in maniera «piena, coerente e omogenea». Ipocriti.

E sarà davvero che sono reduce da due funerali, ma vorrei ripeterlo: ipocriti. Vorrei dirlo a quel genere di antiabortisti che ora magari si sentono irresponsabilmente sdoganati dall’arida stagione bianca di Giuliano Ferrara: io voglio che ci tornino, in dogana. Voglio che tornino nello spazio angusto e retrivo che in democrazia è proprio delle minoranze, l’opportuno spazio dove possano continuare a gridarcelo: assassini.

Io non mi sogno neppure, ora, di voler spiegare dove cominci o finisca la vita, magari armato di quella scienza «oggettiva» che certi cattolici richiamano solo quando serve. L’aborto è un’esperienza terrificante ed è incredibile che si possa credere che la si pratichi svagatamente: perciò la legge 194 mi pare equilibrata, in cuor mio penso addirittura che la vita cominci davvero solo dopo la nascita. Il resto è esercitazione, e lo dico senza patemi. Mi preoccupa altro.

Mi preoccupa che la maggioranza di chi auspica una più corretta applicazione della 194, secondo me, vorrebbe abrogarla.
La maggioranza di chi si oppone alla pillola abortiva Ru486, nondimeno, desidera che l’aborto resti una pratica traumatica, così da scoraggiarla: è anche per questo che tendono a confondere dolosamente questa pillola con quella del giorno dopo, che è tutt’altra cosa.
La maggioranza dei medici obiettori di coscienza, negli ospedali, si astiene per comodo e per carriera. Lo sanno tutti.
La maggioranza degli aspiranti «completi applicatori» della 194 (basta ascoltarli, basta leggerli) vorrebbe entrare nei consultori per inserirsi in un meccanismo di applicazione della legge, da una parte, ma seguitare tuttavia a definire l’operato della legge medesima (l’operato dello Stato) come quello di un assassino.
La stragrande maggioranza di questi volontari, soprattutto, vorrebbe fare una fermissima opera di dissuasione all’aborto (pagati da noi, che abbiamo votato la legge) e tuttavia non hanno mai fatto né intendono fare ciò che è più importante, l’unica vera moratoria di cui milioni di ragazze e ragazzine e immigrate hanno bisogno: quella sulla prevenzione, quella sull’educazione, quella su una contraccezione che magari consigli l’uso del contraccettivo, quella di chi non finga di non sapere che la sessualità degli italiani si è slegata dal credo religioso ormai da decenni.

La Chiesa sa queste cose, e tace. Parla dove le compete: siamo noi, poi, che li intervistiamo e mettiamo nelle pagine della politica, siamo noi che la invitiamo nei talk-show sperando che i succitati cattolici non cambino canale.
Siamo noi, alcuni di noi, che vorrebbero trascinare la Chiesa in una battaglia da perdere in suo nome. Poi certo, come no, vai con le paginate del dibattito, di tutto si può discutere e difatti si discute: e non tutti coloro che vorrebbero ridiscutere la 194 celano fini oscurantisti o sono imparentati con certa destra religiosa di scuola americana, certo che no.
Ma resto convinto che la maggioranza lanci il dibattito e nasconda la mano: teo-con, teo-dem, para-culi che siano.

(Il Giornale – 4 gennaio)

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