Morirete tutti
Dopo il grande successo de “I miei dieci anni a pilota automatico”, Kilgore Trout sconvolge l’America con il suo secondo, attesissimo romanzo.
Dopo il grande successo de “I miei dieci anni a pilota automatico”, Kilgore Trout sconvolge l’America con il suo secondo, attesissimo romanzo.
Maurizio Crozza, alla fine, è un gran paraculo. Non è un satiro: è un comico. La satira va contro il potere, il comico deve solo far ridere. A me ogni tanto fa ridere, ogni tanto no.
Piacere a Berlusconi e a Veltroni, come sta capitando a lui, è il successo di un comico, ma è la doppia sconfitta di un satiro. Crozza è uno attentissimo: ogni suo squilibrio fa parte di un equilibrio.
Vi racconto un episodio.
Anni fa, un lunedì dell’ottobre 2003, fui invitato alla trasmissione La grande Notte di Raidue, condotta da Gene Gnocchi. Parentesi: non sapevo di che trasmissione si trattasse, mi avevano detto che avrei fatto «il giurato» (da dietro una scrivania e un bancone, pensavo) e feci la cazzata di andarci con le infradito. Qualcuno purtroppo se lo ricorderà.
La trasmissione comunque non era in diretta, e a un certo punto Crozza imitò Igor Marini (remember?) che in quei giorni era in galera. Comunque sia andata a finire la cosa di Igor Marini (non è questo il punto) il medesimo si trovava in carcerazione preventiva: e la satira su un presunto innocente, che magari poteva guardarsi quella trasmissione dal carcere tra le prese per il culo degli altri galeotti, io non solo non l’avevo mai vista, ma mi sembrò ignobile.
Quando toccò a me intervenire, perciò, feci una piazzata spaventosa, e nello studio cadde il gelo con Gene gnocchi palesemente imbarazzato. Molto imbarazzato.
Morale: più tardi, a casa, mi telefonò Maurizio Crozza con il cappello in mano. Mi disse che aveva sbagliato a fare quell’imitazione, e che infatti non l’avrebbero mandata in onda. L’avrebbero tagliata; mi chiese cortesemente di non farne parola con nessuno e soprattutto di non scriverne. Alla Rai c’era il Polo, sapete. Un tono strisciante, quello di Crozza, che invero mi colpì: mi fece così pena da farmi rinunciare al pezzo che avevo preannunciato al Giornale. Litigai persino col direttore, Belpietro, che il pezzo l’aspettava.
Lo spezzone infatti non andò in onda e nessuno ne seppe niente. Fui di parola.
Oggi è passato un sacco di tempo e questo episodio, peraltro non sconvolgente ma indicativo, posso anche raccontarlo.
voglio solo dire che quando rivedo Maurizio Crozza tutto burbanzoso, in Tv, penso, e sono certo, che in fondo, da qualche parte, non può che essere lo stesso mollusco di allora.

Parliamoci chiaro: io non ho letto il programma dell’Ulivo, quello con il quale tutti quanti si sarebbero dunque uniti contro Berlusconi infine vicendo. Quindi lo chiedo a chi, invece, l’avesse letto: c’è o non c’è scritto che si sarebbe dovuta costituire una commissione d’inchiesta sulle giornate del G8 tenuto a Genova nel 2001?
Il 1985 lo ricordo come un bel momento, un anno al centro di un’epoca discretamente spumeggiante. Qualcuno trova rassicurante fissare boe temporali, pietre incise da noi stessi in certi punti del percorso: fino a quel momento mi sentivo così, quell’incontro mi ha portato da questa parte, più avanti ho sostato, quel dosso mi ha fatto capire che un ciclo si era concluso.
Nell’85 avevo 23/24 anni, ero fidanzato, avevo pubblicato i primi lavori portati di persona nella psicologicamente-lontanissima Milano. Con l’intero Paese si guardava “Quelli della Notte“, mentre ancora in (relativamente) pochi potevamo riunirci con gli U2 sotto un tendone. Dal cilindro sdrucito del Kremlino era sbucato Michail Gorbachev. Poteva essere davvero diverso da quelli che l’avevano preceduto?
Per chi come il sottoscritto ha calcato le vasche clorate negli anni ’80 ci vuole poco a farsi venire la lagrimuccia nel pronunciare il nome di Vladimir Salnikov, il fondista russo che dominò la scena per tutto il decennio. Soprannominato lo Zar di Leningrado, o più semplicemente lo Zar, rimarrà famoso nella storia dello sport per aver abbattuto la soglia dei 15 minuti nei 1500 stile libero, ovvero sotto al minuto di media per ogni cento metri, durante la finale olimpica di Mosca nel 1980; tempo che gli procurò mezz’ora di standing ovation e stravolse rigido cerimoniale sovietico.
Salnikov non è però rimasto impresso nella mente di tutti gli sportivi solo per quell’impresa, ottenuta a venti anni di età; ma e soprattutto rimane unico per quello che riuscì a raggiungere negli anni successivi. Lui subì infatti quel doppio ricatto che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si fecero l’un l’altro alle spalle degli atleti: così come gli USA boicottarono le Olimpiadi di Mosca, altrettanto fecero i russi e i paesi del blocco orientale, non presentandosi a Los Angeles nel 1984.
Mi hanno proposto di farne uno.
Mi darebbero in cambio anche qualche soldo. Io non ne ho mai fatti, prima, perchè pensavo: preferisco vivere.
Ora non so se valga molto chiedervi se nel caso andreste a vederlo, perchè dalle risposte che potreste darmi risulterebbero esclusi tutti quelli che andrebbero a vederlo solo perchè mi odiano, coloro che cioè non l’ammetterebbero mai.
Ho idea che siano tanti.
Boh. Ditemi qualcosa. Se vi va.
Touché cara Personadepressa.
La voce, ovviamente modificata, è la mia. Il playback asincrono è cosa voluta. Vuoi la guerra? E guerra sia.